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Geopolitica

USA, Iran, Cina, Russia: le relazioni internazionali della Casa Bianca di Biden

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire.

 

 

Washington non ha molta scelta: i suoi interessi non sono cambiati, ma quelli della classe dirigente sì. Antony Blinken si propone perciò di proseguire nella direzione voluta dal presidente Reagan quando ingaggiò trotskisti per istituire la NED: fare dei Diritti dell’uomo un’arma imperiale, ma senz’obbligo per gli Stati Uniti di rispettarli. Quanto al resto, si cercherà di non far arrabbiare i cinesi e si tenterà di escludere la Russia dal Medio Oriente Allargato, per continuare la guerra senza fine.

 

Washington non ha molta scelta: i suoi interessi non sono cambiati, ma quelli della classe dirigente sì

 

 

 

L’amministrazione Biden compie i primi atti nelle relazioni internazionali.

 

Per prima cosa il segretario di Stato, Antony Blinken, partecipa a numerose riunioni internazionali in videoconferenza, assicurando ogni volta gl’interlocutori che «l’America è di ritorno». Gli Stati Uniti riprendono infatti posto in tutte le organizzazioni intergovernative, a cominciare dalle Nazioni Unite.

 

Le Nazioni Unite

Dopo aver assunto l’incarico, il presidente Joe Biden ha annullato il ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Poco dopo, Antony Blinken annunciava che il Paese avrebbe aderito al Consiglio per i diritti dell’uomo e ne sollecitava la presidenza. Blinken fa di meglio: fa campagna perché soltanto gli Stati giudicati dagli USA rispettosi dei diritti umani possano sedere nel Consiglio.

Antony Blinken si propone perciò di proseguire nella direzione voluta dal presidente Reagan quando ingaggiò trotskisti per istituire la NED: fare dei Diritti dell’uomo un’arma imperiale, ma senz’obbligo per gli Stati Uniti di rispettarli

 

Sono decisioni che sollecitano diverse osservazioni:

 

Accordi di Parigi

  • Il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi si è fondato sul fatto che i lavori del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change) non sono assolutamente scientifici, bensì politici; si tratta infatti di un’assemblea di alti funzionari, affiancati da consiglieri scientifici. Molte le promesse, ma un unico risultato concreto: l’adozione di un diritto internazionale a inquinare, gestito dalla Borsa di Chicago, organismo creato dal vicepresidente Al Gore, i cui statuti furono redatti dal futuro presidente Barack Obama. L’amministrazione Trump non ha mai contestato l’evoluzione climatica, bensì sostenuto che le cause potrebbero essere diverse dall’emissione industriale di gas a effetto serra, per esempio quelle enunciate dalla teoria geofisica di Milutin Milanković, risalenti al XIX secolo.

 

  • Il rientro degli Stati Uniti negli Accordi di Parigi preoccupa le imprese statunitensi di gas e petrolio di scisto, nonché i lavoratori del settore. Basti un esempio: l’amministrazione Biden è fermamente decisa a vietare l’uso di vetture a benzina; la scelta avrà conseguenze non soltanto sui posti di lavoro, ma anche sulla politica estera degli Stati Uniti, dal momento che sono diventati i primi esportatori mondiali di petrolio.

 

L’amministrazione Biden è fermamente decisa a vietare l’uso di vetture a benzina; la scelta avrà conseguenze non soltanto sui posti di lavoro, ma anche sulla politica estera degli Stati Uniti, dal momento che sono diventati i primi esportatori mondiali di petrolio

OMS

  • Il ritiro degli Stati Uniti dall’OMS è stato motivato dal ruolo primario che vi svolge la Cina. L’attuale direttore generale, dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, è membro del Fronte di liberazione del popolo del Tigrè (filocinese).

 

  • La delegazione dell’OMS, che ha condotto a Wuhan l’inchiesta sulla possibile origine cinese del COVID-19, era composta da un solo statunitense, il dott. Peter Daszak, presidente dell’ONG EcoHealth Alliance. Ebbene, questo esperto ha finanziato ricerche su coronavirus e pipistrelli del laboratorio P4 di Wuhan. Daszak è perciò allo stesso tempo giudice e parte in causa.

 

Consiglio per i diritti umani

  • Il ritiro degli Stati Uniti dal Consiglio per i diritti umani è conseguenza della denuncia da parte dell’amministrazione Trump della sua ipocrisia. Nel 2011 il Consiglio fu di fatto usato dagli Stati Uniti per ascoltare falsi testimoni e accusare il «regime di Gheddafi» di aver bombardato un quartiere orientale di Tripoli, fatto mai accaduto. La memorabile messinscena fu trasmessa al Consiglio di Sicurezza, che adottò una risoluzione che autorizzava gli Occidentali a «proteggere» la popolazione libica dall’infame dittatore. Alla luce del successo di quest’operazione propagandistica, molte ONG hanno a loro volta tentato di strumentalizzare il Consiglio, in particolare contro Israele.

Il ritiro degli Stati Uniti dall’OMS è stato motivato dal ruolo primario che vi svolge la Cina

 

  • Le Nazioni Unite non attribuiscono all’espressione «diritti umani» lo stesso valore degli Stati Uniti, per i quali i diritti umani sono semplicemente una protezione dalla Ragione di Stato, che comporta il divieto della tortura. Per le Nazioni Unite la locuzione include anche il diritto alla vita, all’educazione, al lavoro e così via.

 

  • La Cina, che ha ancora molta strada da compiere in materia di giustizia, ha però un bilancio eccezionalmente positivo nel settore educativo. Ha perciò diritto a sedere nel Consiglio, benché Washington lo contesti. Blinken ha recentemente enunciato la «giurisprudenza Khashoggi»: non concedere il visto ai dirigenti politici di Stati che non rispettano i diritti umani degli oppositori. Ma che valore può avere questa dottrina dettata dagli Stati Uniti, Paese che dispone di un gigantesco servizio di uccisioni mirate, utilizzato talvolta anche contro i propri concittadini?

 

 

Il ritiro degli Stati Uniti dal Consiglio per i diritti umani è conseguenza della denuncia da parte dell’amministrazione Trump della sua ipocrisia

L’Iran e il futuro del Medio Oriente Allargato

L’amministrazione Biden sta peraltro negoziando il rientro nell’accordo sul nucleare 5+1 con l’Iran. Si tratta di riprendere le trattative che William Burns, Jake Sullivan e Wendy Sherman iniziarono nove anni fa, a Oman, con gli emissari dell’ayatollah Ali Khamenei. Ebbene, questi personaggi oggi ricoprono rispettivamente l’incarico di direttore della CIA, di consigliere per la Sicurezza nazionale e di vicesegretario di Stato.

 

All’epoca Washington voleva, nell’ambito della «guerra senza fine» (strategia Rumsfeld/Cebrowski), eliminare il presidente Mahmoud Ahmadinejad e rilanciare lo scontro sciiti/sunniti. La Guida Khamenei voleva invece sbarazzarsi di Ahmadinejad, che aveva osato disattenderne gli ordini, e allargare il proprio potere sull’insieme degli sciiti della regione.

 

I negoziati sfociarono nella manipolazione delle elezioni presidenziali iraniane del 2013 e nella vittoria dello sceicco Hassan Rohani, filoisraeliano. Costui, appena dopo aver assunto l’incarico, inviò il ministro degli Esteri, Mohammad Djavad Zarif, a negoziare in Svizzera con il segretario di Stato John Kerry e con il suo consigliere Robert Malley. Si trattava di suggellare davanti a testimoni il dossier del nucleare militare iraniano, che tutti sapevano concluso da molto tempo. Seguì un anno di negoziati bilaterali segreti sul ruolo regionale dell’Iran, chiamato a rioccupare la funzione di gendarme del Medio Oriente svolta sotto lo scià Reza Pahlavi. Alla fine, l’accordo sul nucleare fu firmato in pompa magna.

 

Gli Stati Uniti non possono prendere posizione sul Medio Oriente Allargato senza prima aver deciso quale atteggiamento assumere nei confronti delle rivali, la Russia e la Cina

Ma a gennaio 2017 gli Stati Uniti elessero Trump, che rimetteva in discussione l’accordo. Il presidente Rohani fece allora pubblicare il progetto che aveva in serbo per gli Stati sciiti, nonché alleati (Libano, Siria, Iraq e Azerbaijan): federarli in un grande impero sotto l’autorità della Guida della Rivoluzione, ayatollah Khamenei. È perciò su questa nuova base che l’amministrazione Biden oggi deve negoziare.

 

Ma gli Stati Uniti non possono prendere posizione sul Medio Oriente Allargato senza prima aver deciso quale atteggiamento assumere nei confronti delle rivali, la Russia e la Cina. Il dipartimento della Difesa ha designato una Commissione che è al lavoro sulla questione e che formulerà le proprie raccomandazioni a giugno.

 

Nel frattempo, il Pentagono intende continuare a fare quel che fa da vent’anni: la «guerra senza fine», il cui obiettivo è distruggere tutte le strutture statali della regione, siano esse amiche o nemiche: è fuori questione accettare aprioristicamente il progetto Rohani.

 

Washington ha avviato i contatti a novembre, ossia tre mesi prima dell’inizio del mandato di Biden. È esattamente quanto ha fatto l’amministrazione Trump con la Russia, ricavandone azioni giudiziarie ai sensi della legge Logan. Le cose adesso andranno diversamente: non ci saranno noie giudiziarie, dal momento che l’amministrazione Biden è unanimemente sostenuta dai maggiorenti di Washington.

 

Nel frattempo, il Pentagono intende continuare a fare quel che fa da vent’anni: la «guerra senza fine», il cui obiettivo è distruggere tutte le strutture statali della regione, siano esse amiche o nemiche

Del resto, i negoziati fra Iran e Stati Uniti si svolgono all’orientale. Teheran e Washington trattengono ostaggi per garantirsi mezzi di pressione. Entrambi fermano spie, o, in mancanza, semplici turisti, e li imprigionano per la durata di un’inchiesta che si trascina nel tempo. Non si può non constatare che i prigionieri sono trattati meglio in Occidente che in Iran, dove sono sottoposti a una pressione psicologica costante.

 

Tanto per cominciare, Washington ha confermato le sanzioni contro l’Iran, ma ha tolto quelle contro gli houthi in Yemen. E ha chiuso gli occhi sul canale sud-coreano che permette all’Iran di aggirare l’embargo. Ma non è stato abbastanza.

 

Dal 15 al 22 febbraio l’Iran ha lanciato – tramite sicari iracheni ¬– azioni di commando contro le forze e società USA in Iraq; un modo per dimostrare che la sua presenza è più che legittima nel Paese, ma che non lo è quella dello Zio Sam.

 

I negoziati fra Iran e Stati Uniti si svolgono all’orientale. Teheran e Washington trattengono ostaggi per garantirsi mezzi di pressione. Entrambi fermano spie, o, in mancanza, semplici turisti, e li imprigionano per la durata di un’inchiesta che si trascina nel tempo. Non si può non constatare che i prigionieri sono trattati meglio in Occidente che in Iran, dove sono sottoposti a una pressione psicologica costante

Gli israeliani hanno da parte loro accusato l’Iran di aver provocato il 25 febbraio, nel Golfo di Oman, un’esplosione su una nave cisterna di una loro società.

 

La segreteria di Stato ha risposto mandando il Pentagono a bombardare postazioni utilizzate da milizie sciite in Siria; un modo per dimostrare che gli Stati Uniti occupano illegalmente un Paese, le cui autorità subiscono l’aiuto settario iraniano – oggi l’Iran non va in soccorso di tutti i siriani, ma dei soli siriani sciiti – e che bisognerà farsene una ragione.

 

 

La Cina

La posizione dominante degli Stati Uniti non è minacciata dalla Cina in sé, ma dal suo sviluppo. Nonostante tutto il suo cinismo, Washington non è in vena di giocare al colonialismo in stile britannico e di condannare i cinesi alla fame.

 

La logica suggerirebbe di stabilire con la «fabbrica del mondo» norme che regolino la concorrenza. È fattibile, come ha dimostrato il presidente Trump, ma non si farà perché la classe dirigente attuale trae un profitto personale immenso da questi scambi ineguali.

 

Nonostante tutto il suo cinismo, Washington non è in vena di giocare al colonialismo in stile britannico e di condannare i cinesi alla fame

Lo stesso segretario di Stato, Blinken, non ha forse istituito il gabinetto WestExec Advisor per introdurre le multinazionali USA presso il Partito comunista cinese?

 

In realtà rimane un’unica possibilità: fare in modo che l’economia USA affondi il più lentamente possibile e contenere la potenza militare e politica cinese in una zona d’influenza delimitata.

 

Per questa ragione, il presidente Biden, nella prima conversazione telefonica con il presidente Xi Jinping, l’ha rassicurato che non avrebbe messo in discussione l’appartenenza del Tibet, di Hong Kong e persino di Taiwan alla Repubblica Popolare di Cina. Ha tuttavia fatto capire che contesta tuttora il diritto della Cina a riprendersi la sovranità, antecedente la colonizzazione europea, su tutto il Mar della Cina. Continueranno quindi a minacciarsi reciprocamente per le isole Spratly e altri isolotti abbandonati.

La logica suggerirebbe di stabilire con la «fabbrica del mondo» norme che regolino la concorrenza. È fattibile, come ha dimostrato il presidente Trump, ma non si farà perché la classe dirigente attuale trae un profitto personale immenso da questi scambi ineguali.

 

Beijing non se ne preoccupa: prosegue lo sforzo per far uscire dal sottosviluppo i cinesi dell’interno del Paese. Domani la tigre tirerà fuori gli artigli, ma la Cina sarà già posizionata lungo le nuove vie della seta. Nessuno potrà intimidirla.

 

 

La Russia

I russi sono un caso a parte. Sono un popolo capace di patire le più dure privazioni: preserva una coscienza collettiva che ogni volta gli consente di rinascere. Ha una mentalità incompatibile con quella delle élite anglosassoni, sempre pronte a commettere atrocità pur di conservare il proprio livello di vita. Sono due concezioni opposte dell’onore: l’una basata sulla fierezza di quanto fatto, l’altra sulla gloria della vittoria.

 

Persino dopo trent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica e dopo la conversione al capitalismo, per le élite anglosassoni la Russia continua a rappresentare un nemico ontologico; è la prova che i diversi sistemi economici non erano che un pretesto per lo scontro.

In realtà rimane un’unica possibilità: fare in modo che l’economia USA affondi il più lentamente possibile e contenere la potenza militare e politica cinese in una zona d’influenza delimitata.

 

Così, checché ne dicano gli ufficiali del Pentagono, una guerra con la Cina non è in programma, se non in un futuro lontano; però gli Stati Uniti si tengono sin d’ora pronti allo scontro con la Russia.

 

Il primo bombardamento del mandato Biden è stato in Siria, come visto. In virtù degli accordi per un contenimento conflittuale, lo stato-maggiore USA ha avvertito anticipatamente l’omologo russo. Ma lo ha fatto soltanto cinque minuti prima del bombardamento, per impedire a Mosca di avvertire Damasco. Ma quel che più conta è che non sono state prese misure per evitare di ferire, persino di uccidere, soldati russi.

 

Gli Stati Uniti non possono accettare il ritorno della Russia in Medio Oriente; un ritorno che paralizza parzialmente la «guerra senza fine».

 

 

Thierry Meyssan

 

 

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «Le relazioni internazionali secondo Antony Blinken», di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 2 marzo 2021.

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Geopolitica

La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme

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Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».

 

 

 

È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto  in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.

 

La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.

 

La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.

 

Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.

 

Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.

 

Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.

 

Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.

 

I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)

 

Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).

 

Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.

 

L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.

 

La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.

 

In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.

 

Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.

 

Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.

 

Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.

 

Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?

 

Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.

 

Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.

 

Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.

 

Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».

 

Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.

 

«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».

 

«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».

 

Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.

 

In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.

 

E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.

 

Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.

 

I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.

 

Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.

 

Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.

 

La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.

 

Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).

 

Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.

 

Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.

 

India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.

 

Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.

 

Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.

 

Europa, Africa, Asia… e le Americhe?

 

È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)

 

La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».

 

Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.

 

Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.

 

Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.

 

Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.

 

Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.

 

«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).

 

E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.

 

Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.

 

Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato

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Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.

 

Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.

 

La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».

 

Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.

 

Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».

 

Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.

 

L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.

 

È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.

 

L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.

 

Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».

 

Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.

 

L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.

 

Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet  di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO

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Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.

 

Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.

 

La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.

 

La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.

 

I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.

 

A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.

 

Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.

 

Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.

 

L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.

 

A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.

 

Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».

 

Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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