Pensiero
Sintesi dell’Anarco-tirannia
Renovatio 21 traduce e ripubblica questo testo dello scrittore americano Sam Todd Francis (1947-2005), colui che ancora negli anni Novanta aveva coniato il termine «anarco-tirannia» per descrivere la situazione di una società che è al contempo degradata dall’incuranza delle leggi e al contempo sottomessa ad un potere tirannico (poliziesco, fiscale, morale).
In pratica, per Francis l’anarco-tirannia è una dittatura armata senza stato di diritto, una sintesi hegeliana di quando lo Stato regola tirannicamente o opprimente la vita dei cittadini ma non è in grado o non vuole far rispettare la legge protettiva fondamentale.
L’articolo originale «Synthesizing Tyranny» era apparso nel numero di aprile 2005 di Chronicles, un articolo non più visibile online. L’importanza di scritti come questo, dopo i fatti delle rivolte etniche francesi ma anche di quelle italiane (Peschiera del Garda, 2 giugno 2022) è fuori di discussione.
Con buona pace di William Butler Yeats, la mera anarchia non si scatena nel mondo.
Ciò di cui godiamo in questo Paese [gli USA, ndt], e in larga misura nella maggior parte delle altre Nazioni occidentali, è un po’ più complicato della semplice anarchia. È, infatti, il risultato unico del genio politico dell’era moderna: ciò che, nel 1992, ho chiamato «anarco-tirannia», una sorta di sintesi hegeliana di due opposti: anarchia e tirannia.
Il concetto elementare di anarco-tirannia è abbastanza semplice. La storia conosce molte società che hanno ceduto all’anarchia quando le autorità governative si sono dimostrate incapaci di controllare criminali, signori della guerra, ribelli e predoni invasori.
Oggi, questo non è il problema negli Stati Uniti.
Il governo, come può dirvi qualsiasi contribuente (soprattutto quelli morosi), non accenna a crollare o a dimostrarsi incapace di svolgere le sue funzioni. Oggi negli Stati Uniti il governo lavora in modo efficiente. Le tasse vengono riscosse (ci puoi scommettere), la popolazione viene contata (più o meno), la posta viene consegnata (a volte) e Paesi che non ci hanno mai infastidito vengono invasi e conquistati.
Eppure, allo stesso tempo, il Paese sguazza abitualmente in una condizione che spesso ricorda lo stato di natura di Thomas Hobbes: cattivo, brutale e basso.
I tassi di criminalità sono effettivamente diminuiti nell’ultimo decennio o giù di lì, ma il crimine violento rimane così comune nelle città più grandi e nelle loro periferie che sia i residenti che i visitatori vivono in un continuo stato di paura, se non di terrore.
Il segno più evidente di quella che normalmente si chiamerebbe anarchia è l’invasione dell’immigrazione. Secondo alcune serie stime, non meno di 11-13 milioni di stranieri clandestini ora vivono negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali dal Messico o dall’America centrale. Il governo messicano incoraggia attivamente questa invasione e, come recentemente riportato dalla stampa, fornisce persino ai propri cittadini una guida su come realizzarla.
Il nostro governo non fa nulla di serio per fermare l’invasione, per arrestare gli invasori, o per scoraggiare l’aggressione che lo stato messicano sta perpetrando. Gli invasori – poiché i residenti dell’Arizona, dove circa il 40 per cento degli stranieri clandestini entrano nel paese, si lamentano costantemente – minacciano la vita, la sicurezza e la proprietà dei cittadini americani rispettosi della legge; abbassare i salari; divorare il benessere; e costituiscono una nuova sottoclasse oggetto di manipolazione politica demagogica da parte di politici sia americani che messicani.
(I clandestini in questo Paese non possono votare legalmente, anche se ciò non li ferma necessariamente, ma rimangono elettori in Messico, e i politici messicani ora fanno regolarmente campagne per i loro voti negli Stati Uniti.)
Il governo federale ha invaso l’Iraq, sebbene l’Iraq non ci abbia mai danneggiato o minacciato, non fa praticamente nulla per resistere alla massiccia invasione (e alla fine alla conquista) del proprio Paese e alla deliberata violazione delle proprie leggi da parte del Messico.
Ciò che abbiamo oggi in questo Paese, quindi, è sia l’anarchia (l’incapacità dello stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, la tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato per scopi oppressivi; la criminalizzazione degli onesti e degli innocenti attraverso tasse esorbitanti, regolamentazione burocratica, invasione della privacy e ingegneria delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso programmi di «formazione alla sensibilità» e multiculturalisti, leggi sui «crimini d’odio», leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarco-tirannia.
Un esempio della coesistenza di anarchia e tirannia deve bastare. Il 9 gennaio di quest’anno, un uomo di nome Mustafa Mohammed, un immigrato somalo, è stato arrestato nella casa di riposo di Alexandria, in Virginia, dove lavorava, per aver ripetutamente sfregiato i volti dei residenti. Circa sei residenti anziani sono rimasti feriti, uno con il collo rotto e un altro che ha richiesto 200 punti di sutura. Il signor Mohammed, il presunto colpevole, è già stato nei guai per un violento alterco commesso mentre lavorava in una farmacia locale. Quando alcuni altri lavoratori lo hanno preso in giro, ha iniziato a colpire uno di loro, un compagno immigrato somalo, in faccia. Le accuse contro il signor Mohammed sono state ritirate dopo che la sua vittima ha rifiutato di testimoniare («perché altri membri della comunità somala lo hanno pregato di non andare avanti», come riportato dal Washington Post).
Nello stesso momento in cui la polizia, i tribunali e la comunità somala avevano a che fare con il signor Mohammed, la polizia di Washington era impegnata in affari più seri. Stavano schierando altre quattro telecamere nascoste nel Distretto di Columbia per catturare gli automobilisti che superano i limiti di velocità
Nonostante le precedenti assicurazioni del governo distrettuale secondo cui lo scopo delle telecamere era la sicurezza pubblica, il sindaco di Washington Anthony Williams ha riconosciuto nell’autorizzare i quattro nuovi dispositivi che «la continua elaborazione dei biglietti del distretto e la riscossione delle entrate del distretto» ne erano le ragioni. Dall’agosto 2001, simili telecamere nascoste hanno incassato la bella somma di 63 milioni di dollari per il Distretto.
Sotto l’anarco-tirannia, il controllo di elementi veramente pericolosi come Mustafa Mohammed è messo in secondo piano. Il vero problema è come spremere denaro dai comuni cittadini che non si lamenteranno, non reagiranno e non inizieranno a colpire le persone in faccia.
L’anarco-tirannia, ovviamente, non è limitata agli Stati Uniti. Nell’Europa occidentale, secondo alcune stime, ci sono circa 800 persone ora incarcerate per quelli che possono essere chiamati solo «reati di pensiero» – per violazioni delle leggi di vari Paesi contro la «diffamazione» razziale (di solito, usando epiteti e insulti razziali o etnici), negazione dell’olocausto, lamentele riguardo all’immigrazione, discorsi di differenze razziali e persino per critiche alle religioni non occidentali.
Lo scorso dicembre, la polizia britannica ha arrestato due leader del British National Party anti-immigrazione, Nick Griffin e il fondatore del BNP, John Tyndall, perché telecamere nascoste (non per eccesso di velocità o multe ma per spionaggio) li avevano registrati mentre dicevano cose poco gentili sull’Islam. Secondo quanto riferito, il signor Griffin l’ha definita «una religione malvagia». La polizia del West Yorkshire si vantava di aver dispiegato una squadra di agenti per il caso Griffin «cinque giorni alla settimana, dieci ore al giorno».
Come ha commentato Rod Liddle, giornalista del London Spectator, in un articolo sul caso:
«Ora, a questo punto dell’articolo, un bravo giornalista ti direbbe quanto fosse grande quella squadra di poliziotti. E quanto era costata al contribuente l’inchiesta. E lo ha anche incrociato con quanti furti con scasso, rapine, etc., Erano stati effettuati nell’area del West Yorkshire da luglio al 12 dicembre. Soprattutto quelli irrisolti. Ma non sono riuscito a trovare quella roba: la polizia non vuole dirmelo. Ma ricordiamoci: una squadra di poliziotti, cinque giorni alla settimana, dieci ore al giorno».
Proprio come gli interessi finanziari nascosti sono stati i motivi immediati per l’installazione delle telecamere per il traffico a Washington, c’erano motivi politici nascosti per il rastrellamento di Mr. Griffin, un avvocato istruito a Cambridge che stava progettando di candidarsi al Parlamento nel collegio elettorale di David Blunkett, allora ministro degli Interni nel regime di Blair.
Il Ministero dell’Interno, come ha chiarito abbastanza chiaramente l’articolo di Spectator, sembra aver avuto più che poco a che fare con il blitz di Griffin.
Il signor Blunkett, suggerisce il Liddle, «desiderava placare l’enorme elettorato musulmano del New Labour che negli ultimi tempi è stato lamentoso, in parte per la guerra contro l’Iraq, in parte per gli arresti di sospetti terroristi musulmani qui nel Regno Unito. Quale modo migliore per placare un po’ che radunare gli orribili razzisti del BNP?»
Ma motivi pragmatici come volere più soldi per il governo o imbavagliare i rivali politici non sono i veri motori dell’anarco-tirannia. Né è il semplice calcolo di molte forze dell’ordine che velocisti e corridori a luci rosse di solito non rispondono al fuoco. Solo i veri criminali lo fanno, quindi è molto più sicuro fare i duri con gli pseudocriminali che con quelli veri. Ma questi e altri casi simili sono semplicemente esempi di come politici e amministratori essenzialmente corrotti sfruttino il sistema anarco-tirannico per il proprio guadagno immediato o lo usino per evitare di svolgere i lavori spesso pericolosi e difficili che dovrebbero svolgere.
Ciò che guida veramente il sistema è la rivoluzione del nostro tempo, l’assalto interno contro le identità e i valori tradizionali che viene solitamente definito la «”guerra culturale*.
Le leggi che vengono applicate sono quelle che estendono o rafforzano il potere dello stato e dei suoi alleati e delle élite interne (la polizia, i militari, le burocrazie, la classe dell’insegnamento e del lavaggio del cervello, gli esattori delle tasse, gli ingegneri sociali professionisti i cui affari sono è progettare e attuare la rivoluzione, etc.) oppure sono le leggi che puniscono direttamente quegli elementi recalcitranti e «patologici» della società che si ostinano a comportarsi secondo le norme tradizionali – persone che non amano pagare le tasse, indossare le cinture di sicurezza, o consegnare i propri figli ai terapisti stravaganti che gestiscono le scuole pubbliche; o le persone che possiedono e custodiscono armi da fuoco, espongono o addirittura indossano la bandiera confederata, montano alberi di Natale, sculacciano i propri figli, e citano la Costituzione o la Bibbia, per non parlare delle figure politiche dissidenti che effettivamente si candidano e cercano di fare qualcosa contro l’immigrazione di massa delle popolazioni del Terzo Mondo. Tali elementi pericolosi sono i principali bersagli della parte tirannica dell’anarco-tirannia.
Del resto, sono anche gli obiettivi principali della parte sull’anarchia. Le leggi che non vengono applicate sono quelle che proteggono tali elementi e le loro famiglie e comunità: leggi contro l’immigrazione stessa così come leggi che dovrebbero proteggere i comuni cittadini dai comuni criminali.
Nella rivoluzione, vedete, il criminale ordinario, così come l’immigrato clandestino, è almeno un membro onorario, se non un ufficiale a tutti gli effetti, della classe rivoluzionaria, come il proletariato di Karl Marx o gli studenti universitari e gli hippy controculturali di Herbert Marcuse.
Al contrario, i teppisti comuni che commettono stupri, rapine e omicidi fungono de facto da truppe sul campo della guerra culturale, e non è certo un caso che ora ci sia un crescente movimento per estendere il voto a quei criminali abbastanza sfortunati da essere sbarcati in prigione.
L’anarco-tirannia, quindi, non è solo una deformazione del sistema di governo tradizionale né un sintomo di «decadenza».
Lo Stato oggi è perfettamente in grado di far rispettare le leggi contro l’immigrazione clandestina e di catturare e deportare i clandestini che sono già qui. È anche perfettamente in grado di catturare e imprigionare o giustiziare assassini, stupratori e rapinatori che continuano a infestare le nostre strade e i nostri quartieri, così come è perfettamente in grado di catturare automobilisti che superano i limiti di velocità e che passano con il rosso.
La spiegazione conservatrice convenzionale di tali «fallimenti» da parte dello stato, come risultato di «debolezza di volontà» o qualcosa del genere, non fila. Lo Stato e coloro che lo controllano hanno chiaramente la volontà di far rispettare le leggi che desiderano far rispettare. Lo stato non «fallisce» nel far rispettare il resto; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo.
L’anarco-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato da quella impegnata a proteggere la cittadinanza rispettosa della legge a uno stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nel migliore dei casi, una patologia sociale e, nel peggiore, un nemico.
Dopo aver conquistato l’apparato statale, gli anarco-tiranni sono la vera classe egemonica nella società contemporanea, e la loro funzione è quella di formulare e costruire la nuova «cultura» del nuovo ordine che immaginano, una cultura che rifiuta come repressiva e patologica la cultura tradizionale e civiltà.
L’equivoco conservatore e l’errata caratterizzazione dell’anarco-tirannia come «decadente» o frutto di «debolezza di volontà» (o, in alternativa, di «relativismo» o «nichilismo»), infatti, non fa che mascherare e consolidare le reali finalità del sistema e funzioni.
Finché coloro che riconoscono che c’è qualcosa che non va nel sistema penseranno che si tratti solo di una sorta di problema tecnico – il risultato della corruzione, della tipica inefficienza burocratica, o della decadenza, etc. – allora penseranno che può essere «riparato» attraverso mezzi politici convenzionali. Basta cacciare i barboni ed eleggere un nuovo gruppo di buoni repubblicani onesti e conservatori del movimento che leggono la National Review, e tutto andrà bene. Faranno rispettare la legge e l’ordine e rafforzeranno la pattuglia di frontiera. Va tutto bene.
Certo, non va tutto bene, perché l’anarco-tirannia è il sistema stesso, non solo un problema nel sistema, e un motivo importante per cui è riuscita a trionfare e a chiudersi al potere è che dipende proprio dalla passività e dal conservatorismo instilla nella popolazione che governa.
La popolazione che sta schiavizzando non ha bisogno di resistere come i criminali violenti che gli anarco-tiranni si rifiutano di controllare, ma deve essere disposta ad agire come i cittadini della vera repubblica che l’anarco-tirannia ha sovvertito e spostato.
Solo se i servi della gleba sono disposti e in grado di assumersi i compiti e i doveri di governare se stessi piuttosto che semplicemente sopportare ciò che i loro padroni trasmettono loro, il gemellaggio tra anarchia e tirannia che l’attuale sistema impone comincerà a sgretolarsi.
«Chi vorrebbe essere libero», ha scritto Lord Byron, «lui stesso deve sferrare il colpo».
Sam Francis
Aprile 2005
Geopolitica
La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme
Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».
È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.
La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.
La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.
Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.
Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.
Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.
Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.
I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)
Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).
Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.
L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.
La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.
In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.
Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.
Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.
Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.
Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?
Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.
Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.
Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.
Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».
Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.
«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».
«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».
Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.
In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.
E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.
Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.
I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.
Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.
Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.
La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.
Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).
Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.
Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.
India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.
Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.
Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.
Europa, Africa, Asia… e le Americhe?
È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)
La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».
Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.
Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.
Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.
Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.
Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.
«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).
E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.
Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.
Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.
Roberto Dal Bosco
Ambiente
Mistica della grandine con chicchi grandi come uova. Nell’anno del Signore 1190
Stanotte potrebbe tornare la grandine. Se avete il garage, metteteci la macchina badando a non dimenticarvela fuori, per automatismo. Se non ce lo avete, trovate una qualche tettoia per riparare l’automobile.
Chi scrive viene da una settimana infernale – causa grandine e distruzione dell’automobile. Ero per lavoro in Toscana, con la macchina di altri. Partiti a mezzanotte per tornare a casa, cominciavo a vedere lontani bagliori in cielo già sull’appennino. Flash continui, che però, dapprima, sembravan riguardare terre lontane.
Ad un certo punto, in autostrada a notte fonda ci trovammo davanti questo spettacolo incredibili, fulmini che si ripetevano senza requie, assumendo le forme più inedite, uno, per un microsecondo, mi è apparso mentre scendeva e poi risaliva, come una specie di U seghettata – subito seguito da un altro, e un altro ancora.
Mentre la macchina avanzava, diveniva sempre più forte la certezza fantozziana che la tempesta avesse colpito proprio… casa mia. Nemmeno nell’ultimo tratto di strada avevo trovato pioggia, ma potevo vederne gli effetti: un odore di acquazzone che filtrava attraverso l’aria condizionata in riciclo, rami, foglie e erbe di ogni tipo in mezzo alla strada deserta.
E poi, infine, il parcheggio dove avevo lasciato la mia auto: vetri ovunque, automobili massacrate, ammaccature e perfino pezzi di carrozzeria bucati o divelti. Il mio parabrezza era andato: crepe immani su tutta la superficie, multa assicurata da parte delle forze dell’ordine se mi vedono così. La superficie esterna dell’auto butterata come nemmeno la Luna dopo miliardi di anni di asteroidi beccati per proteggere la Terra. Pezzi di plastica frantumati. Un disastro.
Tuttavia, nella malasorte, almeno il lunotto era stato risparmiato: tutte le altre auto della zona l’hanno avuto esploso, perché – ho scoperto – nel parabrezza mettono tra i vetri uno strato di plastica di modo che non si spacchi, dietro invece no, quindi se colpito con forza, salta e basta. Ecco che l’intero paesino si contraddistingue d’un tratto per un fiero simbolo pubblico: il sacco della spazzatura incollato con lo scotch a coprire il vetro posteriore disintegrato o il finestrino laterale andato.
L’indomani il delirio è diventato logistico e merceologico – dove reperire il parabrezza? Dove trovare una carrozzeria non stracarica di miei simili che me lo monti? Entrambe le domande hanno richiesto ore di sacrificio, con avventure telefoniche e sfasciacarrozzistiche, situazione in cui vedevo come me erano in migliaia, di tutte le razze possibile – anche perché le grandi aziende specializzate nel cambio vetri chiedono cifre semplicemente irricevibili.
E poi c’era l’amaro pensiero: quella notte, la prima della grandina, era stato colpito solo quel comune e quello limitrofo, già noto per essere probabile terra di origine della famiglia Putin (che come cognome lì abbonda, coma accentato diversamente: Putìn), dove infatti lo scrivente anni fa voleva organizzare una conferenza sull’argomento, cosa che oggi sarebbe sistematicamente impossibile, ma per la quale, come sa il lettore, lo stesso Putin mi aveva dato la sua benedizione in sogno.
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DARK MAGA POWER
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La maglia crociata con Croce di Gerusalemme riprende l’antico segno dei cristiani d’Oriente divenuto poi simbolo della città Santa. Secondo alcuni, rappresenterebbe le otto beatitudini del Discorso della Montagna di Nostro Signore riportate nel Vangelo secondo San Matteo (Mt 5, 3-12). Secondo altri, rappresenterebbe le cinque ferite di Cristo, i quattro evangelisti, o le quattro parti del mondo. La Croce di Gerusalemme venne popolarizzata dalle Crociate e divenne Stemma del Regno di Gerusalemme dopo il 1099. 100% cotone organico, serigrafia manuale (non digitale) realizzata in Italia, logo ricamato. Indossate questo segno millenario di storia e potenza.
Maglia crociata con Croce di Lorena. La Croce di Lorena è anche chiamata croce patriarcale o croce d’Angiò. La traversa in alto sta per il titulus crucis, ossia l’iscrizione voluta da Ponzio Pilato «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum» o INRI. Nel 1300 i duchi d’Angiò veneravano un frammento della vera croce contenuto da un reliquiario con questo simbolo. In seguitò sarebbe divenuta diffusa in stemmi e bandiere di tutta Europa, in particolare in quella orientale. Indossate questo segno di storia e bellezza.
In pratica, aveva grandinato solo nel comune dove sta il fondatore di Renovatio 21 e in quello da cui proviene Putin: quelli attorno niente. Sì, di primo acchito, c’era da meditarci su…
In verità, quella grandine, che tutti giurano essere stata grande al punto da coprire il palmo della mano, nelle notti successive ha sconvolto molte altre zone: Padova, Treviso, Milano, Monza, la Romagna Cremona, Verona. Insomma, la nuvola fantozzesca della grandine grossa non era solo per il nucleo geografico renovatista e putiniano, era per tutti.
La dimensione non locale ha fatto scaldare i motori ai professionisti dell’opinione pubblica: la supergrandine è dovuta, ovvio, al cambiamento climatico – come l’alluvione in Romagna, come i fuochi della Sicilia e della Grecia. Insomma, il colpevole era l’essere umano.
Il papa Francesco I, che è di fatto un ufficio stampa i comunicati della della Necrocultura mondialista (è stato messo lì per quello) ci si è buttato subito.
«Questi eventi atmosferici evidenziano la necessità di porre in atto sforzi coraggiosi e lungimiranti per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici e proteggere responsabilmente il creato, prendendosi cura della casa comune» si legge nel messaggio papale inviato al cardinale presidente della CEI Matteo Zuppi, il papabile che piace ai massoni già noto per il tortellino filoislamico e i giretti a vuoto chez-Zelens’kyj.
È importante ripeterlo: mai ci sono state grandinate come questa. Mai e poi mai. È il clima fuori controllo, a causa dell’uomo che vuole lavorare, spostarsi, scaldarsi, riprodursi. È il peccato dello sviluppo umano, prima del quale il mondo viveva una fase edenica dove la grandine non faceva danno alcuno.
No?
In realtà, non è esattamente così. A Verona, città colpita proprio ieri da un ulteriore round di grandine, chi considera la zona nei secoli ne sa qualcosa.
Bisogna fare riferimento ad un libro vecchio di secoli, la Cronica della Città di Verona, scritta da tale Pier Zagata ed ampliata da tale Giambattista Biancolini (1697- 1780) per essere poi continuata da tale Jacopo Rizzoni.
Quivi troviamo annotazioni interessanti riguardo ai fenomeni celesti: «l’anno 1017 aparve una Cometa più mirabile del solito in modo de una trave grandissima, & durò per quatro mesi». Romantico assai, e non badate alle doppie e alla forma in generale, perché sapete che se l’Italia è un’espressione geografica, l’italiano è sempre stato un’astrazione linguistica.
La Cronica, tuttavia, è ancora più precisa riguardo gli eventi metereologici.
Per esempio: «L’anno del 1030 del mese de Luio vene una tempesta grandissima tal che le vigne e le seminade furono destructe, unde per tri anni seguitò una fame carestia tanto grande, che i cani e i rati furono manzadi da li homeni».
Fermi tutti, pausa, stop, time-out. Come come? Al di là dei «fenomeni estremi» del meteo che rovinavano i raccolti già un millennio fa, che è il centro della nostra discussione, consentiteci una breve digressione: com’è ‘sta storia dei veronesi che si mangiano i cani e pure i topi? Avete presente il millennio dei vicentini perculati in quanto «magnagati»? È uno scherzo che ancora oggi è avvolto nel mistero è ha svariate spiegazioni storiche, alcune letteralistiche, altre di tipo bellico-campanilistico (uno sfottò nato nella guerra con Padova, dove peraltro già nel XII secolo usavano armi geoingegneristiche).
E quindi adesso scopriamo che, per mille anni, avremmo potuto apostrofare i veronesi come magnacan (con bizzarro rimando anche al loro boss storico, Cangrande della Scala) e magari pure magnazorzi, magnamoreje, magnapantegane? (La lingua veneta ha diverse parole per definire le morfologie dei roditori).
Scaligeri divoratori di Fido? I veronesi, causa grandine, ridotti a cinesi, coreani qualsiasi?
Mettiamo da parte lo shock storico-antropologico e andiamo oltre nella nostra Cronica veronese. Scopriamo che altri episodi di meteorologia devastatrice hanno avuto luogo nei secoli bui, quando non c’erano le automobili né gli attivisti di Ultima Generazione, né le industrie né i Verdi tedeschi con le loro carestie antirusse.
«L’anno 1190 circa il dicto anno tante pioze, tone, sagite & tempeste furono quanto mai fusse per il passado per aricordo de homo, perché come ovi cum quatro cantoni cascavano dal Cielo insieme cum la pioza, le vigne li arbori & le biave furono destructe & molti homeni furono morti, & furono visti in questo tempo corvi & molti oseli volar per l’aire, li quali protavano in el becho carboni accesi & accendevano il focho in le case».
Tralasciando per un altro approfondimento il tema degli uccelli piromani, che è quanto mai di stringente attualità, invitiamo a leggere bene: già otto secoli fa, alle grandinate seguiva la frase «mai vista una cosa così».
E, soprattutto, ecco il dettaglio che ci riporta ad oggi: chicchi di grandine grandi come uova. Nel 1190.
Non è che ci sia molto da dire, anche perché ci siamo rotti di mostrare dipinti vecchi di secoli con l’acqua alta a Venezia, o parlare dell’«anno senza estate», il 1816, quando l’Europa fu climaticamente, alimentarmente, politicamente sconvolta in seguito, con estrema probabilità, all’esplosione di un vulcano indonesiano Tambora, che l’anno prima si produsse nella più potente eruzione vulcanica mai registrata dalla storia.
Vogliamo, stavolta, dire altro. Vogliamo osare. Vogliamo parlare della dimensione metafisica della grandine, una cosa che dovrebbe essere compito di Bergoglio e dei preti, ma non possono, al contrario, devono togliere la trascendenza ad ogni fenomeno, rompere l’incanto del mondo, e incolpare i figli di Dio dei mali del pianeta che, teoricamente, lo stesso Dio ha creato per loro.
La grandine viene per le bestemmie e le blasfemie degli uomini? Lo potrebbe pensare San Giovanni Crisostomo (344-407): «per la bestemmia vengono sulla Terra le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Il bestemmiatore attira il castigo di Dio su se stesso, sulla sua famiglia e sulla società».
Le bestemmie e la grandine sono unite anche nell’Apocalisse dell’Apocalisse di San Giovanni: «E cadde dal cielo sugli uomini una grandine enorme, con chicchi del peso di circa un talento; gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine; perché era un terribile flagello» (Apocalisse 16, 21).
La parola grandine appare in 30 versetti della Scrittura. Nell’Esodo, Dio fa cadere la grandine sugli egiziani:
«Ecco, domani verso quest’ora, io farò cadere una grandine così forte che non ce ne fu mai di simile in Egitto, dal giorno della sua fondazione, fino ad oggi. Or dunque, fa’ mettere al riparo il tuo bestiame e tutto quello che hai nei campi. La grandine cadrà su tutta la gente, su tutti gli animali, che si troveranno nei campi e che non saranno stati raccolti in casa, ed essi moriranno» (Esodo 9, 18-19).
«Io metterò il diritto per livella, e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna, e le acque inonderanno il vostro riparo» (Isaia 28, 17)
«Perciò così parla il Signore, Dio: “Io, nel mio furore, farò scatenare un vento tempestoso, nella mia ira farò cadere una pioggia scrosciante, e nella mia indignazione, delle pietre di grandine sterminatrice». (Ezechiele 13, 13)
«Verrò in giudizio contro di lui, con la peste e con il sangue; farò piovere torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo, su di lui, sulle sue schiere
e sui popoli numerosi che saranno con lui». (Ezechiele 38, 22)
La Bibbia ci parla quindi della grandine come castigo.
La grandine ha già colpito, come punizione divina, la società che si è ribellata a Dio? Lo dice un antico testo che parla di violente grandini sulla Francia rivoluzionaria, proprio intorno al 1789.
«Un fenomeno particolare doveva cadere sulla Francia soltanto, ove già cominciava a muggire e fumare orrendamente il Mongibello, che era per iscuotere o incendiare tanta parte d’Europa» scrive il presbitero Antonio Riccardi (1788-1844) nel suo saggio storico I flagelli di Dio (1844). «Una grandine cadde a percuoterla così straordinaria, che si può dire non essere mai avvenuta in paese alcuna una caduta di grandine o più funesta n’ suoi effetti, o più rimarcabile nelle sue circostanze di quella che cadde sulla Francia nel 19789»
Segue descrizione del martire Pietro Tessier (1766-1794) in una relazione scritta nel 1790, prima di trovare il martirio per ghigliottina ad Angiers quattro anni dopo: «la bufera cominciò al mezzo giorno della Francia la mattina del 13 luglio 1789, traversò in poche ore tutta la lunghezza del regno (…) La grandine fu preceduta da una profonda oscurità, che si estese molto al di là dei paesi battuti dalla grandine. (…) In ogni luogo colpito dalla grandine la sua durata non fu che di 7 a 8 minuti. I grani non avevano tutti la medesima forma: gli uni erano rotondi, altri lunghi e armati di punta, i più grossi pesavano mezza libbra».
Cioè: la grandine attacca la Francia alla viglia della presa della Bastiglia. Nientemeno.
«Dall’anno 1789, conchiude lo storico Hardion, entriamo in quella fatale epoca, che il cielo e la natura sembravano aver pronosticato cogli antecedenti castighi di un dio irato: scoppiò allora la francese rivoluzione» continua Riccardi.
La Bibbia parla della grandine come qualcosa che Iddio può dirigere, utilizzando la mano di Mosè («Il Signore disse a Mosè: “Stendi la tua mano verso il cielo e cada grandine su tutto il paese d’Egitto, sulla gente, sugli animali e sopra ogni erba dei campi, nel paese d’Egitto”. Mosè stese il suo bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine, e un fuoco si avventò sulla terra; il Signore fece piovere grandine sul paese d’Egitto», Esodo, 9, 22-23), un concetto ripreso anche nel Salmo 148: «Lodate il Signore dal fondo della terra, voi mostri marini e oceani tutti, fuoco e grandine, neve e nebbia, vento impetuoso che esegui i suoi ordini».
Tuttavia la grandine fatta discendere per via mistica potrebbe essere legata ad un’attività altrettanto nefasta: la magia nera.
Attenzione, non lo dice una bigotta credenza catto-biblica: è un caposaldo di certe storie del buddismo tibetano, religione globalismo-compatibile, al punto da essere considerata, ad un certo punto, come possibile candidata per assurgere a religione mondiale – più o meno un pensiero che ho espresso in un libro pubblicato oramai tanti anni addietro.
Conoscerete la storia di Milarepa, figura con echi francescani, al punto che la regista Liliana Cavani, che sul santo umbro fece ben due pellicole, decenni fa vi dedicò un intero film.
Milarepa (1051-1135), poeta e maestro della scuola Kagyu del culto tibetano, è considerato una sorta di santo del buddismo himalayano.
Ebbene, Milarepa aveva cominciato la sua carriera come stregone, come utilizzatore indefesso della magia nera, con la quale, come descritto anche nel romanzo breve dedicatogli da Eric-Emanuel Schmitt, faceva cadere la grandine sui campi dei suoi avversari.
Nel testo della Vita di Milarepa la faccenda è descritta in profondità.
«Tu imparerai e fino alla perfezione la magia, l’affatturamento, e [il far cadere] la grandine, queste tre! Dello zio e della zia che vengono primi, della gente del posto, dei vicini, di tutti coloro che hanno fatto del male a noi, madre e figli, desidero la punizione della progenie fino alla nona generazione, dalla radice. Vedremo se ti riuscirà» viene detto a Milarepa dalla madre, ad occhio e croce uno di quei tipi per cui esistono certi epiteti.
(Cito dalla versione stampata dalla UTET, ma esiste, ovviamente, anche la preziosa edizione Adelphi.)
Una volta che il figlio riesce ad imparare da un lama la tecnica esoterica – «la magia che invia la grandine dirigendo il dito» –, uccidendo pure trentacinque persone, la madre gli manda una lettera: «Perciò ora fai cadere una grandine così abbondante che arrivi fino al nono strato [dei muri delle case]. In questo modo saranno esauditi tutti i desideri della tua vecchia madre».
Milarepa, che in seguito molto si sarebbe pentito del dolore inflitto ai villaggi cui distruggeva il raccolto uccidendo nel processo qualche abitante, disponeva davvero di una infallibile arma metereologica, capace di geoingegnerizzare al volo intere vallate.
«Si era formata un’unica massa scura quando, in un solo attimo, la grandine cadde fino al terzo strato dei muri delle case e senza lasciare dietro di sé nella valle neppure un singolo chicco di grano. Le alture si erano trasformate in dirupi e torrenti».
Pensiamo: esiste oggi la magia nera della grandine di Milarepa? Possibile, tuttavia, se è vero l’aforismo di Arthur C. Clarke per cui «qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia» possiamo dire che maghi metereologici sono al lavoro da decenni nel nostro mondo moderno, in ispecie negli ultimi tempi, coi soldoni di Gates e Soros e magari pure il bollino ONU.
Armi climatiche, come abbiamo scritto, sono già realtà in Cina e negli USA, e hanno una storia, nemmeno troppo occulta, che va avanti almeno da settanta anni. Non entriamo nemmeno nel discorso, che abbiamo trattato altre volte. È solo per accennare al fatto che, sì, c’è anche quella possibilità.
Ma torniamo alla mistica punitiva del chicco di ghiaccio, al castigo grandinato, etc. Quello che per Bergoglio è risolvibile con la differenziata malthusiana.
Ci rimane da capire se, per una volta, possiamo fare nostra, certo remixando, un’espressione attribuita satiricamente a Mazzini, quindi ad un ipermassone per noi inavvicinabile: «Piove governo ladro!».
Possiamo dire oggi, invece, «Grandina, papato infame»?
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Mons. Viganò: «questo è il momento di agire» contro Deep State e Deep Church
Renovatio 21 ripubblica la seconda parte dell’intervista concessa dal monsignor Carlo Maria Viganò al vaticanista Aldo Maria Valli così come apparsa sul sito Duc in Altum. La prima parte dell’intervista era stata pubblicata da Renovatio 21 tre giorni fa con il titolo «”Bergoglio lavora per lo scisma”: Intervista di mons. Viganò». Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Eccellenza, riprendiamo il nostro dialogo dal punto in cui eravamo arrivati nella prima parte. Esiste un evidente parallelismo tra quanto sta avvenendo nella Chiesa e quanto avviene nella sfera secolare. Un’espressione che Lei spesso usa è che «tutto si tiene». Ci vuole spiegare meglio?
L’autoritarismo delle democratiche istituzioni nazionali e sovranazionali – ieri con la pretestuosa emergenza pandemica, oggi con l’assurda emergenza ambientale – non è per nulla diverso dall’autoritarismo delle sinodali istituzioni vaticane, ieri con il pretestuoso dialogo ecumenico e oggi con il non meno pretestuoso incoraggiamento delle devianze sessuali e morali. Entrambe, d’altra parte, sono espressione corrotta della vera autorità, una con il deep state del colpo di Stato globale, l’altra con la deep church del colpo di mano della Mafia di San Gallo. In entrambe la corruzione dei loro membri è garanzia di asservimento, perché li rende facilmente ricattabili. Per questo non è possibile che chi ascende a certi livelli in queste istituzioni sia onesto, visto che l’onestà lo sottrarrebbe al controllo di chi vuole nei ruoli chiave delle marionette manovrabili, dei pupazzi nelle mani di un ventriloquo.
Lo scisma è dunque lo scopo ultimo di Bergoglio, perché è la via farisaica – fatta cioè di un formalismo ipocrita e falso – con cui estromettere i buoni Cattolici dalla Chiesa, lasciandola totalmente in potere dei traditori e dei rinnegati, liberi a quel punto di farne quello che vogliono.
La stessa cosa sta avvenendo anche in ambito civile: i governanti e l’intera classe dirigente dei Paesi occidentali sono totalmente asserviti ad un potere che nessuno ha eletto, ad esso obbediscono anche contro l’interesse della Nazione e violando i diritti fondamentali dei cittadini, senza che vi sia alcun organo o magistratura che possa e voglia processarli e condannarli per alto tradimento.
L’ostracismo di Bergoglio verso i conservatori è identico a quello dell’élite globalista verso i «negazionisti» del COVID e del riscaldamento globale. Poco importa che la farsa psicopandemica e quella ambientale non abbiano alcuna base scientifica e siano sconfessate da eminenti scienziati e da prove inoppugnabili: la scienza è sostituita dallo scientismo, quel che era letteratura scientifica oggi è stato rimosso, cancellato, censurato. E anche qui il parallelo con la Chiesa appare in tutta la sua evidenza, se consideriamo la palese contraddizione del «magistero» dal Vaticano II in poi rispetto al Magistero Cattolico: la dottrina è stata sostituita dall’eresia, la morale dalla soggettività del singolo, la ritualità liturgica dall’improvvisazione sacrilega. E chi mette in discussione la narrazione ufficiale – ad esempio evidenziando le morti improvvise dei soli vaccinati o la crisi delle vocazioni del postconcilio – viene criminalizzato, perché il suo dissenso è argomentato e razionale, e non può essere confutato ma solo delegittimato colpendo chi lo esprime.
A questo punto torna la domanda: come uscirne? In Duc in altum da alcuni giorni è in corso in proposito un ampio dibattito, con la partecipazione di molti lettori. Sembra chiaro che Bergoglio e le sue truppe non sono riuscite a cloroformizzare l’opinione pubblica cattolica.
Dobbiamo uscirne con la preghiera, suggeriscono alcuni. Ed è vero: chiedere all’Onnipotente di prendere in mano le redini della Storia è certamente uno strumento efficace. Ma non basta: alla preghiera – indispensabile – deve affiancarsi anche l’azione, come sempre hanno fatto i nostri padri, gli Apostoli, i primi Cristiani e tutti i Cattolici che nel corso di questi duemila anni si sono confrontati con tiranni e satrapi convinti di poter schiacciare l’infame – écrasez l’infame, bestemmiava Voltaire – mentre sono tutti morti e sepolti, e la Chiesa è ancora viva.
Questa azione deve prevedere anzitutto – come ho detto nella nostra prima intervista – una parcellizzazione strategica delle forze tradizionali, coordinate ma indipendenti, in modo che sia impossibile colpirle tutte. La frammentazione della compagine tradizionale è a mio parere l’unica possibile risposta all’attacco presente: non dobbiamo istituire alcun nuovo soggetto pseudoecclesiale, ma conservare quel minimo coordinamento tra forze diverse, che prima o poi si troveranno a riavere pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa, unico vero e legittimo luogo in cui i veri Cattolici devono stare.
Questo non significa ovviamente stare a guardare quel che accade come passeggeri di una nave che affonda: al contrario la nostra permanenza nella Chiesa ci deve spronare – come suoi figli – a difenderla dagli attacchi di chi, dall’interno, agisce come quinta colonna del nemico.
Se da un lato Bergoglio vuole chiuderci tutte le vie di fuga, dall’altro occorre che ce ne apriamo altre. Se la sua azione mira ad isolarci per intimidirci e farci desistere, noi dobbiamo denunciare le malversazioni con tutti i mezzi a disposizione.
E siccome prima o poi la persecuzione si allargherà necessariamente – ripeto: necessariamente – anche a coloro che si illudono di essere al riparo da possibili ritorsioni vaticane, sarà il caso che anch’essi organizzino sin d’ora forme di resistenza per garantire la Santa Messa e i Sacramenti ai fedeli, forti di uno stato di necessità sempre più pressante.
Che cosa suggerisce ai Suoi confratelli nell’Episcopato sotto questo profilo?
Li invito a considerare – onerata conscientia – se non sia il caso di pensare a forme di Ministero in clandestinità per i loro sacerdoti conservatori, in vista di possibili ulteriori manovre di Bergoglio o laddove le autorità civili intraprendano azioni di aperta persecuzione dei cattolici tradizionali. Le indagini del FBI sui gruppi di fedeli legati alla Messa tridentina negli Stati Uniti lasciano supporre che parti deviate dei servizi di intelligence considerino i cattolici una minaccia al loro piano eversivo, mentre hanno nella chiesa bergogliana un’alleata.
Le comunità religiose tradizionali – in particolare quelle femminili di Vita contemplativa – dovranno tenersi in contatto costante, in modo da darsi reciproco supporto e aiuto, tanto materiale quanto spirituale. È importante che la fronda di dissenso nei confronti di questa cupola di eretici e pervertiti che occupa i vertici della Chiesa sia sempre più presente a livello mediatico e sulle piattaforme sociali, in modo da incoraggiare chi ancora esita tra il silenzio rassegnato e la necessaria opposizione all’apostasia. Facciamo parlare questi sacerdoti: diamo loro voce, confortiamoli, facciamoli sentire accolti e benvenuti nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei nostri monasteri.
Non dimentichiamo che la mentalità che guida l’élite globalista – e la setta bergogliana che ne è ancella – è di matrice mercantile, tipicamente protestante e usuraia. L’idea dominante è il potere e il profitto, ottenuto mediante la mercificazione di tutto, la trasformazione di ogni aspetto della vita in commodity, in prodotto vendibile e acquistabile. Ed è proprio delle strategie commerciali seguire un ben determinato iter per conquistare il mercato.
Può farci un esempio?
Certamente. Immaginiamo di avere due aziende, una multinazionale straniera che produce nel Terzo Mondo un articolo di scarsa qualità a prezzi bassi e una ditta artigianale italiana che produce lo stesso articolo con materie prime di alta qualità e rigorosamente nazionali, perizia di manifattura e prezzo onesto.
In queste condizioni è evidente che la multinazionale non ha alcuna speranza di potersi imporre su un nuovo mercato straniero, anche perché in condizioni normali il governo prevede delle forme di tutela delle proprie eccellenze imprenditoriali e impone dei gravosi dazi sulle merci importate. Ma l’adesione all’Unione Europea vieta agli Stati membri di privilegiare le proprie aziende, impone tasse e imposte onerose, provoca l’aumento dei costi delle materie prime e della produzione, agevola il credito alle multinazionali e lo comprime drasticamente alla piccola e media impresa.
Dietro queste politiche economiche e fiscali, ovviamente, agiscono i lobbisti dei grandi gruppi finanziari. A questo punto la nostra azienda italiana si trova costretta ad aumentare i prezzi, mentre la multinazionale diventa immediatamente concorrenziale. La multinazionale entra dunque sul mercato italiano, con una campagna mediatica imponente, che il piccolo concorrente non può nemmeno lontanamente permettersi; dopo poco acquisisce la piccola azienda e la lascia lavorare per un po’; poi elimina il prodotto di pregio a vantaggio di quello industriale.
Cos’ha ottenuto? La cancellazione dell’alternativa e il livellamento della qualità del prodotto verso il basso. La concorrenza è eliminata e il prodotto industriale potrà aumentare di prezzo semplicemente perché è l’unico proposto sul mercato. In questo processo è indispensabile rimuovere il prodotto di qualità, perché costituisce un fastidioso termine di paragone per quello fabbricato in serie in un carcere cinese o in un villaggio indiano. Quale soluzione viene dunque proposta, per fronteggiare la concorrenza straniera? Dopo l’abbassamento dei costi delle materie prime, non resta che il taglio dei costi di manodopera, con la riduzione dei salari e l’immissione di forza lavoro straniera sottopagata, anche grazie alla pressione degli sbarchi di clandestini traghettati dal Nordafrica o entrati in Europa dalla Turchia.
Se a questo assalto coordinato aggiungiamo anche gli aumenti del costo dell’energia – tutti provocati – e l’obbligo del pareggio di bilancio per gli Stati membri (o quantomeno per alcuni), comprendiamo che anche in questo caso si sono chiuse tutte le vie di fuga, salvo l’unica voluta, che è poi quella che si rivelerà esiziale per chi la imbocca.
Mi perdoni, monsignore, ma quando Lei si esprime così alcuni dicono: l’arcivescovo Viganò parla di cose che non lo riguardano in quanto pastore…
Mi rendo conto che qui siamo su un terreno quantomeno «insolito» a trattarsi da un Vescovo, anche se nelle mie passate funzioni di Segretario Generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ho dovuto occuparmi anche di questioni di carattere economico.
Se ci fate caso, la strategia commerciale che ho appena illustrato è adottata anche in ambito ecclesiastico. Il prodotto di alta qualità è rappresentato dalla dottrina, dalla morale e dalla liturgia cattolica. La concorrenza del prodotto di bassa qualità è costituita dal ciarpame ideologico modernista, principalmente il rito riformato della Messa. Siccome la clientela non è disposta a rinunciare a ciò che ha sempre avuto per qualcosa di incomparabilmente inferiore, ecco che la multinazionale conciliare acquisisce la piccola azienda artigiana e le lascia proporre il suo prodotto con Summorum Pontificum, per poi chiudere quasi tutti i punti vendita e impedire la formazione dei chierici e dei religiosi secondo la ratio studiorum tradizionale tramite Traditionis custodes. E perché non si veda che il prodotto importato è scadente, evita il confronto con quello di qualità facendolo sparire.
Ma queste manovre, per quanto efficaci da un punto di vista organizzativo, non possono impedire che l’abisso tra le due alternative sia evidentissimo. Se la «clientela» si rassegna a comprare ciò che le viene imposto dalla grande distribuzione, è solo perché la si è privata della possibilità di scegliere, ricorrendo alla frode e alla manipolazione del mercato.
So bene che nelle cose religiose questo approccio da bottegai è inappropriato e offensivo, soprattutto perché il bene della Fede è di un valore inestimabile che ci è concesso gratuitamente dalla magnificenza di Dio, mentre l’alternativa che ci viene proposta non può minimamente competere e ha come prezzo la nostra eterna dannazione. Ma credo non sfugga a nessuno di noi che il cinismo usuraio dei venditori di eresie e perversioni non è capace di andare oltre lo scambio commerciale, dando un prezzo a tutto: i trenta denari pagati dal Sinedrio per il tradimento di Giuda lo confermano, e vi sono sempre Sommi Sacerdoti pronti a versare la somma, e apostoli rinnegati che con un bacio consegnano il Signore alle guardie del tempio.
È questa la mentalità che muove e orienta i mercanti – il World Economic Forum è una lobby di imprenditori assetati di denaro e potere, non dimentichiamolo – quando deve forzare l’adozione di nuovi stili di vita nella società: la manipolazione sociale è parte integrante delle azioni di marketing, e se il «prodotto» da vendere è un siero sperimentale o un veicolo elettrico, le modalità di creazione della domanda e di immissione sul mercato prevederanno una campagna mediatica di allarme sociale pandemico o ambientale grazie alla cooperazione della stampa, dei singoli giornalisti, dei cosiddetti «esperti» – virologi o climatologi, ad esempio – e dei politici.
Tutti costoro sono infatti alle dipendenze della lobby tecnocratica del WEF, perché di proprietà dei grandi fondi d’investimento come Vanguard, BlackRock e State Street o da essi direttamente o indirettamente sponsorizzati. Se una testata giornalistica diffonde determinate notizie, è perché questa o quella multinazionale la controllano, perché vi acquistano spazi pubblicitari, ne finanziano eventi.
E lo stesso vale per istituti di ricerca, università, fondazioni a cui è assegnato il compito di pubblicare studi che confermino la narrazione. A ciò si affiancano le interferenze e le attività di lobbying presso le istituzioni pubbliche, i cui funzionari firmano accordi con soggetti privati che in cambio ne finanziano attività o che li assumono a fine mandato, secondo la prassi ben nota delle porte girevoli.
Il cerchio si chiude con l’ultimo tassello mancante: la cooperazione della Chiesa Cattolica – e delle altre religioni, ma in maniera del tutto secondaria – al colpo di stato dell’élite globalista. La deep church non ha esitato un istante a prestarsi a questa turpe alleanza, perché è totalmente occupata da personaggi legati a filo doppio con il deep state. L’ha fatto assecondando la farsa psicopandemica, poi allineandosi sulla crisi ucraina, quindi abbracciando la narrazione green in salsa amazzonica con la Pachamama e infine prostituendo il Sinodo all’ideologia woke.
E dove anche questa libido serviendi della setta di Santa Marta non fosse stata spontanea, sappiamo bene che la ricattabilità dei suoi esponenti li avrebbe persuasi ad allinearsi senza fiatare: gli scandali dell’ex Cardinale McCarrick e dei suoi minion tuttora al potere non sono poi così diversi da quelli del figlio di Joe Biden.
patetici e grotteschi tentativi di copertura e insabbiamento potranno forse rinviare il redde rationem che attende la cupola pedosatanista al potere, ma non riusciranno ad evitare che la verità emerga in tutta la sua terrificante gravità, e che si faccia giustizia di questi pervertiti votati al Maligno. Dobbiamo essere pronti, in questo frangente, ad aprire gli occhi su una rete di complicità vastissima, che renderà evidente il motivo per cui questa macchina infernale abbia funzionato così bene sinora.
Ma come fronteggiare efficacemente una rete tanto capillare e organizzata? Le forze di chi si oppone, per quanto siano sostenute da una grande passione e da spirito di sacrificio, appaiono di gran lunga insufficienti…
Guardi, ritengo che l’organizzazione efficientissima delle forze del Nemico sia certamente un punto di forza, rispetto alla nostra disorganizzazione e frammentazione; ma allo stesso tempo essa è anche il suo tallone d’Achille.
Sarà proprio la nostra disorganizzazione, la nostra capacità di muoverci autonomamente, l’imprevedibilità delle nostre mosse ad impedire alla deep church di riuscire nell’intento di estrometterci dalla Chiesa – e del deep state di estrometterci dalla società civile. E viceversa sarà proprio la loro organizzazione senz’anima e l’individuabilità della catena di comando a consentirci di sabotare i piani, denunciarne gli autori, vanificarne le azioni.
Iniziamo dunque a considerare i progetti a breve termine e quelli a lungo termine. Non dobbiamo limitarci a resistere o a reagire: è necessario agire, prendere l’iniziativa, come già mi pare stia avvenendo da più parti. Solo così ci renderemo conto che il pusillus grex non è poi così piccolo, e che le porte degli inferi, come il castello degli spettri dei luna park, sono solo una impressionante scenografia, allestita da chi è stato già vinto definitivamente da Nostro Signore.
Lasciatemi concludere con un appello a sostenere l’attività di Exsurge Domine, l’Associazione che ho fondato per dare assistenza ai sacerdoti e ai seminaristi, ai religiosi e alle religiose perseguitati dalla junta bergogliana.
Il vostro aiuto permetterà di rispondere alle tantissime situazioni di discriminazione di queste anime buone prese di mira da mercenari senza scrupoli, senza Fede e soprattutto senza Carità.
Potete trovare tutte le informazioni e le modalità per inviare un contributo visitando il sito www.exsurgedomine.org
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.









