Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

La Russia si prepara ad alzare il sipario

Pubblicato

il

 

Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire

 

 

La Russia avanza a grandi passi per rendere operativi gli accordi di Ginevra dello scorso giugno. Fa rientrare la Siria nel consesso delle nazioni; si prepara a espellerne la Turchia, nonché a riconciliare Israele e Iran; consolida la propria presenza in Africa e distribuisce armi assolute in Asia. Gli Stati Uniti non sono più i padroni del mondo. Chi non sta al passo degli attuali scombussolamenti farà parte della schiera dei perdenti nell’èra che si sta preparando.

 

 

L’attuazione delle conclusioni del summit USA-Russia di Ginevra del 16 giugno 2021, la cosiddetta Yalta II, continua. Sembra che le concessioni di Washington a Mosca siano molto più rilevanti di quanto immaginato.

 

Il presidente Vladimir Putin continua il riordino del mondo, non solo nel Medio Oriente Allargato, ma anche in Africa e Asia. In quattro mesi si sono potuti osservare cambiamenti sostanziali.

 

Come da tradizione, la Russia non fa annunci, ma svelerà tutto in blocco, quando le cose saranno ormai irreversibili.

 

 

Gli anglosassoni hanno accettato la sconfitta

A inizio settembre gli Stati Uniti avevano lasciato intendere di autorizzare di fatto lo Hezbollah a violare l’embargo USA di Siria e Iran per procurarsi combustibile iraniano attraverso la Siria. In seguito la Giordania ha riaperto le frontiere con la Siria.

 

Infine la stampa anglosassone ha dato il via a una serie di articoli che sdoganano il presidente Bashar al-Assad dai crimini di cui era accusato e lo riabilitano. Tutto è iniziato con un articolo su The Observer – edizione domenicale di The Guardian – intitolato «Il reietto Assad spacciato in Occidente come chiave della pace in Medio Oriente». (1)

 

Passo dopo passo, si è arrivati a Newsweek, che ha pubblicato in copertina la foto del presidente siriano, con il titolo «Rieccolo», seguito dal sottotitolo esplicito «Sull’onda del trionfo sugli Stati Uniti, il leader siriano Bashar al-Assad reclama un posto sulla scena mondiale». (2)

 

La versione on-line del settimanale rincara la dose con la didascalia a una foto ove si parla del «presunto» attacco della Gutha, che i presidenti statunitense e francese, Barack Obama e François Hollande, avevano imputato al «regime criminale», accusandolo di aver oltrepassato «la linea rossa». Addio quindi alla retorica decennale del «Bashar deve andarsene!».

 

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi.

 

La riabilitazione della Siria sul piano internazionale è in corso: Interpol ha preso misure correttive per mettere fine all’emarginazione di Damasco; re Abdallah II di Giordania e sceicco Mohamed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti hanno fatto sapere che si sono incontrati con il presidente Assad.

 

L’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi, si è con discrezione recato a Damasco per discutere finalmente del rientro degli espatriati, cui gli Occidentali si sono opposti per decenni, pagando profumatamente i Paesi ospitanti, soprattutto allo scopo di non consentirne il rientro in patria.

 

 

La Turchia vittima del proprio doppiogioco

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha presentato al parlamento il prolungamento della missione delle forze armate turche contro i terroristi del PKK in Siria e Iraq, Paesi che Ankara occupa illegalmente.

 

Erdoğan fa il doppiogioco: membro della NATO, negozia con Washington l’acquisto di 80 aerei da combattimento e di 60 kit per modernizzare la flotta; al tempo stesso però negozia con Mosca, da cui ha già comperato gli S-400; un gioco pericoloso che volge al termine.

 

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi.

 

La Russia è consapevole che, nonostante le apparenze, non riuscirà a separare la Turchia dagli USA. Infatti Mosca combatte l’esercito turco in Libia e Siria, non si è dimenticata dell’impegno personale del presidente Erdoğan in Cecenia e, più in generale, del contrasto tra la Russia e gli ottomani.

 

La battaglia di Deraa, nel sud della Siria, si è conclusa a favore dell’esercito siriano, consentendo alla Giordania di riaprire le frontiere. Gli jihadisti di stanza a Deraa hanno preferito deporre le armi piuttosto che rifugiarsi a Idlib e mettersi sotto protezione turca. Ora le truppe siriane si stanno ammassando attorno al governatorato occupato di Idlib, pronte a liberare il territorio.

 

La stampa occidentale non ha fornito notizie sulla terribile battaglia di Deraa, dando per scontato che la città non avrebbe potuto essere liberata senza il discreto ritiro d’Israele e Stati Uniti. La popolazione, stremata dalle sofferenze, sembra al momento odiare sia i connazionali sia gli alleati di ieri che l’hanno abbandonata.

 

La Turchia si sta via via inimicando tutti i partner. In Africa compete con Stati Uniti e Francia. Il suo esercito combatte in Libia. In Somalia dispone di una base militare. Accoglie militari del Mali e li addestra, vende armi all’Etiopia e al Burkina Faso, ha firmato un accordo di cooperazione con il Niger; per tacere della sua base militare in Qatar e dell’impegno in Azerbaijan.

 

La vicenda Osman Kavala – dal nome dell’affarista di sinistra diventato uomo di George Soros in Turchia, arrestato nel 2017 – è foriera di guai. Una decina di Stati – fra cui Stati Uniti, Francia e Germania – hanno diffuso sui social network una lettera per chiedere la liberazione immediata dell’imputato, accusato di essere implicato nel tentativo di colpo di Stato militare del 15 luglio 2016. Il 22 ottobre il presidente Erdoğan ha reagito apostrofando con la solita arroganza gli ambasciatori dei Paesi coinvolti: «Tocca a voi dare lezioni alla Turchia? Ma chi vi credete di essere?».

 

La posizione personale del presidente Erdoğan sembra diventare sempre più delicata. Nel suo stesso partito tira aria di fronda. I suoi potrebbero dargli il benservito se le cose a Idlib volgessero al peggio.

 

 

Il Libano in bilico tra un futuro radioso e la guerra civile

Il presidente Joe Biden sembra intenzionato a lasciare il Libano alla Russia e a sfruttare le riserve di gas e petrolio a cavallo fra Libano e Israele. Ha mandato l’israeliano-statunitense Amos Hochstein, suo consigliere di lunga data, a fare la spola fra Beirut e Tel Aviv.

 

Il ricorso a questo personaggio attesta l’estrema importanza di quanto c’è in gioco. Hochstein, ex ufficiale dello Tsahal, è stato consigliere dell’allora vicepresidente Biden e in tale veste già nel 2015 gestì lo stesso dossier, sfiorando l’accordo. Oggi quest’uomo d’affari amorale può riuscirvi perché conosce bene sia il versante politico della vicenda sia i vincoli tecnici che implica lo sfruttamento degli idrocarburi. Hochstein spinge per lo sfruttamento dei giacimenti senza tuttavia risolvere la spinosa questione delle frontiere. Attraverso una convenzione preliminare, Libano e Israele potrebbero optare per una gestione condivisa e una ripartizione dei benefici.

 

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese.

 

Il parlamento libanese ha approvato nottetempo due emendamenti alla legge elettorale. Il primo, per anticipare al 27 marzo le elezioni legislative, inizialmente previste per l’8 maggio. I mussulmani chiedevano infatti di poter svolgere una campagna elettorale efficace, dal momento che la data prevista cadeva in pieno Ramadan.

 

La nuova data sembra però un modo per impedire al generale Abbas Ibrahim, capo del controspionaggio, di essere eletto e succedere al presidente del parlamento Nabbi Berry. La Costituzione prevede infatti che gli alti funzionari possano entrare in politica non prima di sei mesi dalla cessazione dell’incarico.

 

Il presidente Emmanuel Macron ha previsto di dispiegare truppe francesi per «garantire la sicurezza» dei seggi elettorali. L’8 maggio però Macron probabilmente non sarà più presidente e il successore potrebbe non approvarne la decisione. Il 27 marzo invece Macron sarà ancora alle leve del comando.

 

Il secondo emendamento modifica la modalità di voto dei libanesi all’estero. Non eleggeranno candidati esteri, ma voteranno i candidati della circoscrizione di origine. Alcuni sperano che la riforma modificherà sostanzialmente i risultati. Per la verità il cambiamento è poco rilevante giacché il sistema elettorale libanese fissa in anticipo il numero di deputati per gruppo confessionale, senza alcun rapporto con il peso demografico. Il Libano è un istruttivo esempio di elezioni non-democratiche.

 

L’altra grande diatriba riguarda l’inchiesta sull’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020.

 

Il giudice Tarek Bitar si scontra con tantissime immunità, cominciando da quella dell’ex primo ministro Hassan Diab, che al termine dell’incarico è fuggito negli Stati Uniti ed è oggetto di mandato di cattura.

 

Lo Hezbollah – che già ha pagato lo scotto dell’inchiesta sull’assassinio di Rafic Hariri – non vuole che l’istruttoria in corso segua lo stesso binario, ma deve fare i conti con il segreto istruttorio. Alla fine ha chiesto con veemenza una dichiarazione d’incompetenza del giudice e organizzato una manifestazione a sostegno. Arrivato al quartiere cristiano il corteo se l’è presa con membri delle Forze Libanesi di Samir Geagea, che hanno ucciso sette sciiti e ne hanno ferito una trentina. Si riaffaccia lo spettro della guerra civile.

 

Non si sa se le Forze Libanesi abbiano agito di propria iniziativa oppure su istigazione dell’Arabia Saudita, di cui il cristiano Samir Geagea è diventato ardente sostenitore.

 

 

Il lento avvicinamento di fratelli nemici, Israele e Iranì

Mosca affronta a tutto tondo la questione del conflitto fra Israele e Iran. Questi due Stati si scambiano discorsi ultra-bellicosi, ma quel che mettono in pratica è cosa diversa. In realtà agiscono di concerto per contrastare determinate tendenze politiche in casa propria. La caduta di Benjamin Netanyahu (discepolo del teorico colonialista Vladimir Jabotinsky) apre la via alla riconciliazione.

 

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988.

 

Durante i negoziati 5+1 del 2013-15, sfociati nell’Accordo di Vienna sul nucleare iraniano, Mosca non esigeva la fine del programma nucleare, ma che fosse messo sotto controllo per evitare la trasformazione in programma militare. Oggi la Russia è ancora su questa posizione. Le discussioni attuali riguardano dettagli tecnici, per esempio l’installazione di videocamere di controllo nelle centrali iraniane.

 

La lentezza di Teheran nel trattare il problema gioca a suo sfavore. Certamente il governo Raisi nel frattempo negozia con l’Arabia Saudita, che a sua volta tira per le lunghe la normalizzazione delle relazioni con Israele.

 

Il presidente Ebrahim Raisi spera di ottenere una partizione dei ruoli con Riad e di darne l’annuncio quando cederà sulla sorveglianza nucleare. Ma i sauditi sono impazienti e possono anche causare fastidi, come s’è visto con l’attacco ai manifestanti dello Hezbollah a Beirut.

 

Quanto agli israeliani, sottolineano che Teheran, diversamente da quanto afferma, non si appoggia semplicemente sulle comunità sciite straniere, bensì su ogni forza anti-israeliana, sciita o non sciita. Infatti l’Iran fornisce armi ad Hamas, sunnita. Si tratta di un’alleanza assai pericolosa, perché Hamas è il ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, sostenuto da Turchia e Qatar, ma non dall’Arabia Saudita.

 

Ora nella comunità mussulmana non ci sono più due campi (sciiti e sunniti), bensì tre: Iran, Arabia Saudita, nonché Turchia-Qatar.

 

Mosca agisce con pazienza con Tel Aviv. Vuole portare Israele alla restituzione del Golan sottratto alla Siria, fornendo garanzie sulla non-aggressività dell’Iran e sul suo ritiro dalla Siria.

 

 

Il Mali teme la Francia e cerca la protezione della Russia

La disfatta occidentale in Siria ha conseguenze impreviste in Africa, ove tutti hanno compreso che l’ordine che governava il mondo è stato rovesciato e che è più vantaggioso allearsi con Mosca piuttosto che con gli Occidentali. Se taluni Stati africani cercano di diversificare i sostegni militari rivolgendosi alla Turchia, la Repubblica Centrafricana e il Mali sono stati i primi ad aver rimesso in discussione l’aiuto dell’Occidente.

 

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile. Ma Mosca si è rifiutata di far intervenire le proprie truppe fintanto che la situazione è instabile; ha perciò preferito inviare un’agenzia militare privata, il Gruppo Wagner di Evguenij Prigozhin.

 

Nel 2019 il governo ha sottoscritto un accordo di pace con i 14 principali gruppi armati del Paese. Il Paese si è stabilizzato, ma il governo ne controlla soltanto una minima parte.

 

Il Mali è vittima diretta del rovesciamento nel 2011 della Jamahiriya Araba Libica. Muammar Gheddafi agiva per la riconciliazione fra arabi e neri, sicché il suo assassinio ha risvegliato conflitti di secoli, causando in Libia il ripristino della schiavitù e ridestando in Mali la volontà di dominio degli arabi sulle popolazioni di colore. Un conflitto che si manifesta attraverso la spinta jihadista araba nel nord del Paese.

 

Al momento, le forze francesi dell’operazione Barkhane tentano d’impedire la formazione di un Emirato islamico nel Sahel. Ciò in pratica significa scongiurare la conquista di una zona a popolazione nera stanziale da parte di jihadisti arabi nomadi, senza però combatterne le organizzazioni.

 

L’8 ottobre il primo ministro maliano, Choguel Kokalla Maïga, ha sputato il rospo dichiarando a RIA Novosti che la Francia addestra gli jihadisti nel campo di Kidal, il cui accesso è vietato alle forze maliane (3).

 

L’intervista è stata ripresa ampiamente dalle televisioni russe, ma non ha raggiunto le onde francesi. Le Monde si è limitato a pubblicare una precisazione di Choguel Kokala Maïga, che smentisce i negoziati con il Gruppo Wagner, ma al tempo stesso conferma i colloqui con Mosca… a proposito del Gruppo Wagner.

 

L’accusa di strumentalizzazione degli jihadisti è molto plausibile: all’inizio della missione la Francia trattenne i propri soldati per lasciare tempo agli addestratori qatarioti degli jihadisti di ritirarsi.

 

Altri jihadisti, questa volta in Siria, organizzarono manifestazioni per denunciare il doppiogioco della Francia, che da un lato li sosteneva in Medio Oriente e dall’altro proclamava di volerli combattere in Africa. Quando il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, espresse il proprio stupore all’omologo francese dell’epoca, Laurent Fabius, questi rispose ridendo che si trattava di realpolitik.

 

La giunta del colonnello Assimi Goïta (discepolo del rivoluzionario terzomondista Thomas Sankara) sta negoziando con la Russia per difendere il Paese dagli jihadisti inquadrati dalla Francia. Mosca dovrebbe agire come nella Repubblica Centrafricana: inviare un migliaio di uomini del Gruppo Wagner per ristabilire la pace civile. Il servizio reso dalla società militare russa dovrebbe essere pagato dall’Algeria.

 

 

L’equilibrio delle forze rimesso in discussione

Una appresso l’altra, Cina (4) e Corea del Nord avrebbero lanciato missili ipersonici. La Cina smentisce, la Corea invece lo proclama a gran voce.

 

Gli esperti, i parlamentari, nonché i generali americani sono terrorizzati perché gli USA non riescono a controllare questa tecnologia che li rende vulnerabili.

 

Si tratta di un tipo di missile che nasce dalla tecnologia sovietica. Nel 2019 il presidente Vladimir Putin aveva annunciato all’Assemblea Federale che la Russia sarebbe stata presto in grado di governare questi missili con cariche atomiche, capaci di colpire ovunque sulla terra, senza essere intercettati (6). Dal momento che è impossibile che Cina e, a maggior ragione, Corea del Nord abbiano raggiunto improvvisamente un livello tecnico così elevato, gli esperti sono unanimemente concordi nel ritenere che la Russia abbia fornito loro una versione della propria arma.

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete

 

Un trasferimento di tecnologia che sarebbe avvenuto prima dell’annuncio dell’Alleanza Australia/Regno Unito/USA (AUKUS) e che annulla gli sforzi di Washington di fronte a Beijing e Pyongyang.

 

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Assad the outcast being sold to the west as key to peace in Middle East», Martin Chulot, The Observer, 26 settembre 2021.

2) «Bashar is Back», Tom O’Connor, Newsweek, 22 ottobre 2021.

4)  «China’s leap in hypersonic missile technology shakes US intellligence», Demetri Sevastopoulo & Kathlin Hille, Financial Times,  18 ottobre 2021.

5) «Vladimir Putin Address to Russian Federal Assembly», Voltaire Network, 20 febbraio 2019.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

Continua a leggere

Geopolitica

La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme

Pubblicato

il

Da

Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».

 

 

 

È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto  in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.

 

La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.

 

La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.

 

Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.

 

Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.

 

Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.

 

Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.

 

I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)

 

Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).

 

Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.

 

L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.

 

La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.

 

In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.

 

Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.

 

Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.

 

Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.

 

Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?

 

Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.

 

Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.

 

Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.

 

Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».

 

Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.

 

«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».

 

«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».

 

Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.

 

In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.

 

E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.

 

Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.

 

I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.

 

Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.

 

Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.

 

La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.

 

Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).

 

Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.

 

Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.

 

India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.

 

Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.

 

Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.

 

Europa, Africa, Asia… e le Americhe?

 

È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)

 

La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».

 

Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.

 

Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.

 

Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.

 

Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.

 

Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.

 

«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).

 

E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.

 

Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.

 

Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato

Pubblicato

il

Da

Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.

 

Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.

 

La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».

 

Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.

 

Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».

 

Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.

 

L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.

 

È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.

 

L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.

 

Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».

 

Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.

 

L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.

 

Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet  di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO

Pubblicato

il

Da

Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.

 

Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.

 

La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.

 

La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.

 

I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.

 

A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.

 

Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.

 

Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.

 

L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.

 

A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.

 

Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».

 

Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari