Geopolitica
«Gli Stati Uniti hanno scelto questo risultato»: le sconvolgenti rivelazioni di un’inviata di guerra
Lara Logan è una corrispondente di guerra sudafricana che da tanti anni lavora per testate americana. È stata inviata di guerra per la CBS tra il 2002 e il 2018; ora ha un programma tutto suo su Fox.
Nel novembre 2001, settimane prima dell’invasione angloamericana del Paese, era già in Afghanistan dove, dopo aver reperito un visto all’ambasciata russa di Londra, riuscì a infiltrarsi nell’Alleanza del Nord per intervistare il generale Babajan, erede del comandante Massoud ucciso due giorni prima dell’attacco alle Twin Towers.
Dopo estensivi reportage dal fronte afghano, lavorò anche da quello iracheno.
Nel 2011 la Logan pagò con la violenza l’amore per il suo lavoro: l11 febbraio 2011, mentre si trovava in piazza Tahrir al Cairo per la cronaca delle dimissioni di Mubarak – il culmine della «Primavera Araba» egiziana, fu vittima di uno stupro di massa in cui tra i 200 e i 300 uomini abusarono di lei , le strapparono i vestiti, la seviziarono con «mani, aste di bandiera e bastoni» filmando tutto con gli smartphone.
Salvata per miracolo dagli effetti della «Primavera Araba», fu subito rimpatriata negli USA dove nei giorni di ospedale ricevette la telefonata di Obama.
Tuttavia, la giornalista non perse la sua schiettezza, specie riguardo all’Afghanistan, un mondo che conosce bene: in un discorso tenuto per una cena di una ONG giornalistica la Logan criticò con forza le affermazioni dell’amministrazione Obama secondo cui i talebani si stavano indebolendo in Afghanistan.
Sostenere che i talebani stessero sparendo, per la Logan costituiva «una grande bugia» fatta in preparazione per porre fine al ruolo militare degli Stati Uniti in quel Paese: in pratica, si trattava di pura manipolazione senza alcun riguardo per la realtà.
L’altro giorno la Logan è tornata a parlare di Afghanistan sul canale Fox nella trasmissione Tucker Carlson Today. La lucidità della sua visione, fatta di analisi ed informazioni accurate, è senza paragoni. Le conclusioni a cui fa arrivare l’ascoltatore non sono solo coraggiose, sono piuttosto uniche.
«Ad esempio, sanno che gli Stati Uniti potrebbero bombardare le linee di rifornimento dei talebani in questo momento. Vengono tutti dal Pakistan»
Ciò che ha detto può risultare, per chi vive sotto la cappa della propaganda occidentale, davvero sconvolgente.
«Quello che la gente sembra dimenticare è che gli Stati Uniti hanno il potere di fare praticamente qualsiasi cosa… e gli afghani lo sanno», dice.
La Logan è un’inviata con vera esperienza sul campo, specie in Afghanistan, dove, a differenza di altri titolati corrispondenti dal fronte (anche nostrani) invece che starsene in albergo stava, a suo rischio e pericolo, tra la gente in strada, captando la temperatura e il pensiero del Paese reale.
«Ciò che è veramente interessante del vivere sul campo con persone in un paese come l’Afghanistan è che, quando togli il prisma della politica e dei partiti e le trappole che oscurano la verità negli Stati Uniti, queste persone, ti insegnano a guardare le cose nelle loro forme più elementari».
L’inviata fa riferimenti precisi:
«Ad esempio, sanno che gli Stati Uniti potrebbero bombardare le linee di rifornimento dei talebani in questo momento. Vengono tutti dal Pakistan. Lo sanno tutti. In effetti, stanno passando proprio attraverso il valico di frontiera di Spin Buldak, uno dei primi che i talebani hanno preso all’inizio di questa offensiva».
Soprattutto, tutti gli afghani «sanno che i talebani non esistono senza il Pakistan, vero, e l’ISI». L’ISI è il potentissimo servizio segreto del Pakistan, universalmente più che sospettato di essere creatore e fiancheggiatore del movimento talebano dalle origini ai giorni nostri.
Gli afghani inoltre «sanno che gli Stati Uniti finanziano l’intero budget della difesa dell’esercito e dei servizi segreti pakistani»
Gli afghani inoltre «sanno che gli Stati Uniti finanziano l’intero budget della difesa dell’esercito e dei servizi segreti pakistani. Quindi, per esempio, potresti fermare i soldi. Potresti fermare le rimesse dei pakistani che vivono negli Stati Uniti. Potresti mettere sanzioni…»
Tuttavia niente di tutto questo non solo non è stato fatto, ma nemmeno è stato accennato nel contesto del potere di Washington.
«Ogni volta che si tenta di affrontare questo problema, la risposta immediata in 20 anni di questa guerra è stata: se fai così stai sostenendo una guerra in Pakistan. No. Quello che sanno [gli afghani] è che ci sono molte cose che gli Stati Uniti potrebbero fare in questo momento per cambiare ciò che è successo e sta accadendo in Afghanistan, e non lo stanno facendo».
Chi decide questa inerzia assassina? La Logan risponde che «quando sentiamo parlare della burocrazia di Capitol Hill, dei burocrati che sopravvivono di amministrazione in amministrazione, questa è stata la loro politica… hanno spinto attraverso l’amministrazione Bush, Clinton, Obama, Trump e ora a Biden che, poiché il Pakistan è una nazione nucleare, è l’unico Paese in quella regione che conta davvero».
Biden non solo è consapevole di questa politica, ma ne è un attore attivo sin dai primi giorni in cui era vicepresidente con Obama.
«Poiché il Pakistan è una nazione nucleare, è l’unico Paese in quella regione che conta davvero»
«In effetti – rivela la lucida inviata di guerra – Joe Biden ha detto questo al presidente dell’Afghanistan quando Hamid Karzai era ancora al potere esattamente questo. Durante il suo tour di ascolto dopo la vittoria di Obama, gli ha detto, non ci importa dell’Afghanistan, e crediamo che il Pakistan sia il Paese più importante in quella regione e lo sarà sempre».
Il risultato è sotto gli occhi di tutti in queste ore.
«Quel messaggio non è mai cambiato e quello che vedete oggi in Afghanistan sono i risultati di quella politica perché la leadership dei talebani ha sede in Pakistan».
Come i servizi segreti pakistani dell’ISI controllano l’Afghanistan talebano? Semplice: tramite le shura, le tradizionali assemblee di consultazione islamiche.
«La shura di Quetta, la shura di Peshawar e la shura di Miramshah , questi sono i tre consigli di leadership che coprono l’intera guerra per i talebani in Afghanistan. Non sono solo in Pakistan. Sono nell’abbraccio amorevole e caloroso dell’ISI che recluta per loro conto quando e ordina ai pakistani nelle aree tribali di rinunciare ai loro figli per andare a combattere. A volte non hanno scelta».
«Joe Biden ha detto a Karzai: non ci importa dell’Afghanistan, e crediamo che il Pakistan sia il Paese più importante in quella regione e lo sarà sempre»
Possibile che gli USA non conoscano questa dinamica?
«Gli Stati Uniti lo sanno dal primo giorno. Voglio dire, questa è la parte sbalorditiva per me è che quando senti questo dibattito, le agenzie di intelligence non sono riuscite a vederlo. Sul serio? Sul serio».
È impossibile che i servizi americani siano all’oscuro di ciò che stava accadendo, anche per l’esistenza stessa della NSA, l’ente di spionaggio elettronico più potente al mondo.
«La NSA è conosciuta come il gioiello della corona della collezione Intelligence nel mondo. Non esiste un segnale digitale che non raccolgano, archivino e analizzino e con algoritmi e tutto il necessario per elaborarlo… Sai cosa ci vuole per fare un’invasione come questa? Devi mettere in scena le forze. Devi pianificare. Devi fare riunioni. Devi avere, sai, armi che si stanno muovendo?».
Ci dicono che la situazione è troppo complessa. Forse non è così. Anzi, forse quest’idea stessa è una manipolazione del potere.
«Quello che vogliono che tu creda è che l’Afghanistan è complicato perché se lo complichi, hai una tattica nella guerra dell’informazione chiamata aumento dell’ambiguità».
«Quello che vogliono che tu creda è che l’Afghanistan è complicato perché se lo complichi, hai una tattica nella guerra dell’informazione chiamata aumento dell’ambiguità»
«Quindi ora, stiamo tutti parlando della corruzione e di questo e di quello, e ci sono tutte queste parti complesse, ma nel suo cuore, ogni singola cosa nel mondo nella tua vita personale, professionale, sulla scena globale, nel suo cuore, è molto semplice. Si riduce sempre a una cosa – una o due cose, e in questo caso, in Afghanistan, questo si riduce al fatto che gli Stati Uniti vogliono questo risultato».
L’affermazione è molto impegnativa: «gli Stati Uniti vogliono questo risultato».
Accettare questa idea dall’apparenza estrema porta a mettere in discussione tanti altri eventi che stanno accadendo nel mondo – e nelle nostre vite.
«Chiunque sia al potere in questo momento, chiunque stia davvero tirando le fila – e non lo so chi sia – potrebbe fare tutto ciò che vuole per cambiare la situazione e non lo fa. E lo vedi al confine meridionale [l’attuale problema americano dell’immigrazione incontrollata dal Messico e dall’America Latina, ndr], lo vedi con la Critical Race Theory [teoria critica della razza: un’ideologia razzista anti-bianchi che oggi viene diffusa a piene mani nelle scuole americane, pure nelle elementari private, ndr], lo vedi con le violazioni fi Big Tech [le censure di Facebook, Twittter, Google, etc.], lo vedi in mille modi diversi, lo vedi tutto intorno a te».
Di fronte a problemi insormontabili, come l’Afghanistan, ci fanno pensare che non ci sia soluzione: ma questa impotenza trasmessa è essa stessa una forma di manipolazione.
«Il governo degli Stati Uniti potrebbe cambiare tutto anche oggi e non lo fa. Non usano l’influenza che hanno con il Pakistan»
«Il governo degli Stati Uniti potrebbe cambiare tutto anche oggi e non lo fa. Non usano l’influenza che hanno con il Pakistan. Ti daranno 5000 ragioni, ma non importa. Non usano – non ti dicono la minaccia alla sicurezza nazionale rappresentata dal lasciare che i Cartelli [dei narcotrafficanti] attraversino il confine meridionale [degli USA], vero? Hanno solo una conversazione su una cosa, l’aspetto umanitario».
La Logan sostiene che esiste «tutta una letteratura e delle comunicazioni di al-Qaeda e di altri terroristi islamici che stanno celebrando questa come una massiccia sconfitta [per gli USA]», ma di questo politici e giornali non vogliono parlare. Di più «non stanno parlando del motivo per cui i talebani stanno smantellando l’equipaggiamento militare avanzato degli Stati Uniti e lo rispediscono oltre il confine con il Pakistan, e peggio ancora, non lo stanno fermando».
Un’accusa pesantissima: gli USA starebbero autorizzando il trasferimento tecnologico delle sue stesse armi all’infido alleato pakistano, che è nazione nucleare. E non solo…
«Come mai? La NSA e la National Geospatial Agency, che controlla i satelliti, e tutte queste altre braccia del governo degli Stati Uniti stanno osservando questo accadere in tempo reale. Stanno vedendo attrezzature militari statunitensi avanzate oltrepassare il confine con l’Iran e andare in Pakistan e non stanno facendo nulla per fermarlo…»
«Quindi quello che vi diranno gli afghani, quello che vi diranno è che gli Stati Uniti hanno scelto questo risultato»
Siamo colpiti dalla estrema lucidità della giornalista sudafricana, così come dalle preziose informazioni ed analisi snocciolate in pochi minuti.
Logan dice che questa saggezza tuttavia è comune nel popolo che sta subendo questa follia.
«Quindi quello che vi diranno gli afghani, quello che vi diranno è che gli Stati Uniti hanno scelto questo risultato».
I talebani che tornano al potere: questo è esattamente il risultato che qualcuno negli USA desiderava. In Afghanistan lo sanno tutti.
Se vi domandate «perché?», Renovatio 21 qualche giorno fa a provato a rispondere.
Basterà vedere a chi sarà dato in mano tutto il sistema del Paese, dove finiranno le sue miniere di terre rare, e cosa succederà (o non succederà) sul piano internazionale riguardo a rivelazioni su virus e famiglia Biden…
Geopolitica
La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme
Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».
È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.
La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.
La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.
Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.
Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.
Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.
Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.
I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)
Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).
Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.
L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.
La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.
In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.
Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.
Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.
Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.
Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?
Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.
Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.
Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.
Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».
Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.
«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».
«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».
Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.
In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.
E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.
Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.
I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.
Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.
Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.
La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.
Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).
Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.
Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.
India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.
Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.
Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.
Europa, Africa, Asia… e le Americhe?
È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)
La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».
Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.
Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.
Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.
Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.
Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.
«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).
E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.
Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.
Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.
Roberto Dal Bosco
Geopolitica
Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato
Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.
Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.
La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».
Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.
Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».
Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.
L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.
È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.
L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.
Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».
Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.
Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.
L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.
Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO
Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.
Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.
La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.
La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.
I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.
Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.
A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.
Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.
Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.
L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.
A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.
Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».
Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.
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