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Geopolitica

Biden, Bergoglio e l’«agenda perversa, antiumana, anticristica, infernale». Mons. Viganò intervistato da Steve Bannon

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Renovatio 21 pubblica la trascrizione dell’intervista che per la sua trasmissione televisiva War Room il già advisor di Trump Steve Bannon ha fato a Monsignor Viganò. L’intervista risale al 1 gennaio 2021, quindi giorni prima dei fatti del Campidoglio. La versione inglese è apparsa su Lifesitenews.

 

 

 

 

1. Ora che il Vaticano ha rinnovato il suo insidioso accordo segreto con la Cina, accordo che Lei ha più volte condannato come promosso da Bergoglio con l’assistenza di McCarrick, cosa possono fare concretamente i “figli della luce” del Grande Risveglio per minare questo empio alleanza con questo brutale regime comunista?

La dittatura del Partito Comunista Cinese è alleata allo Stato profondo globale , da un lato affinché insieme possano raggiungere gli obiettivi che hanno in comune, dall’altro perché i piani per il Grande Reset sono un’opportunità per aumentare il potere economico della Cina nel mondo, a cominciare dall’invasione dei mercati nazionali

 

La dittatura del Partito Comunista Cinese è alleata allo Stato profondo globale , da un lato affinché insieme possano raggiungere gli obiettivi che hanno in comune, dall’altro perché i piani per il Grande Reset sono un’opportunità per aumentare il potere economico della Cina nel mondo, a cominciare dall’invasione dei mercati nazionali.

 

Nello stesso momento in cui persegue questo progetto nella sua politica estera, la Cina sta portando avanti un piano interno per ripristinare la tirannia maoista, che richiede la cancellazione delle religioni (principalmente la religione cattolica), sostituendole con una religione di Stato che ha definitivamente molti elementi in comune con la religione universale voluta dall’ideologia globalista, il cui leader spirituale è Bergoglio.

 

La complicità della profonda chiesa di Bergoglio in questo progetto infernale ha privato i cattolici cinesi della difesa indefettibile che il Papato era sempre stato per loro.

 

Fino al papato di Benedetto XVI, il papato non aveva stipulato accordi con la dittatura di Pechino, e il Romano Pontefice conservava il diritto esclusivo di nominare vescovi e governare le diocesi.

La Cina sta portando avanti un piano interno per ripristinare la tirannia maoista, che richiede la cancellazione delle religioni (principalmente la religione cattolica), sostituendole con una religione di Stato che ha definitivamente molti elementi in comune con la religione universale voluta dall’ideologia globalista, il cui leader spirituale è Bergoglio

 

Ricordo che anche al tempo dell’amministrazione Bill Clinton negli anni ’90, l’ex cardinale McCarrick era il punto di contatto tra la chiesa profonda e lo stato profondo americano, svolgendo missioni politiche in Cina per conto dell’amministrazione statunitense

 

E i sospetti che le dimissioni di Benedetto XVI abbiano coinvolto la Cina sono abbastanza forti e coerenti con il quadro che si sta delineando in questi mesi.

 

Ci troviamo così di fronte a un infame tradimento della missione della Chiesa di Cristo, compiuto dai suoi capi più alti in aperto conflitto con quei membri della gerarchia sotterranea cattolica cinese che sono rimasti fedeli a Nostro Signore e alla Sua Chiesa. Con loro e con il cardinale Zen, eminente confessore della fede, Bergoglio ha vergognosamente rifiutato di ricevere il mio affettuoso pensiero e la mia preghiera.

 

Noi credenti dobbiamo agire a livello spirituale con una fervida preghiera, chiedendo a Dio di dare una protezione speciale alla Chiesa in Cina, e anche denunciando continuamente le aberrazioni compiute dal regime cinese.

La complicità della profonda chiesa di Bergoglio in questo progetto infernale ha privato i cattolici cinesi della difesa indefettibile che il Papato era sempre stato per loro

 

Questa azione deve essere accompagnata da un lavoro di sensibilizzazione all’interno dei governi e delle istituzioni internazionali che non siano state compromesse dalla dittatura comunista cinese, affinché le violazioni dei diritti umani e gli attacchi alla libertà della Chiesa cattolica in Cina possano essere denunciati e punito con sanzioni e forti pressioni diplomatiche. E questa è la linea che il presidente Trump sta perseguendo con deciso coraggio.

 

Anche la complicità di Pechino con elementi politici e religiosi coinvolti in oscure operazioni di speculazione e corruzione deve essere smascherata. Questi rapporti a scopo di lucro costituiscono un gravissimo tradimento da parte di politici e funzionari pubblici contro la loro nazione e anche un grave tradimento della Chiesa da parte degli uomini che la guidano.

 

Penso anche che in alcuni casi questo tradimento non sia compiuto solo da individui ma anche dalle istituzioni stesse, come nel caso dell’Unione Europea, che sta attualmente finalizzando un accordo commerciale con la Cina nonostante la sua sistematica violazione dei diritti umani e la sua repressione violenta del dissenso.

 

Sarebbe un disastro irreparabile se Joe Biden, fortemente sospettato di essere complice della dittatura cinese, venisse designato presidente degli Stati Uniti

Sarebbe un disastro irreparabile se Joe Biden, fortemente sospettato di essere complice della dittatura cinese, venisse designato presidente degli Stati Uniti.

 

 

2. Lei è molto fiducioso riguardo al fatto che Dio desideri una vittoria di Trump per sconfiggere le forze del male insite nel Grande Reset dei globalisti. Cosa direbbe  per convincere gli oppositori che sono ambivalenti all’idea che questa sia una battaglia epocale tra i figli della luce ei figli delle tenebre?

 

Considero semplicemente chi è l’avversario di Trump e i suoi numerosi legami con la Cina, lo Stato profondo e i sostenitori dell’ideologia globalista.

 

Penso alla sua intenzione di condannarci tutti a indossare mascherine, come ha candidamente ammesso.

 

Considero semplicemente chi è l’avversario di Trump e i suoi numerosi legami con la Cina, lo Stato profondo e i sostenitori dell’ideologia globalista.

Penso al fatto che, incontestabilmente, è solo un burattino nelle mani dell’élite, che sono pronte a rimuoverlo non appena decidono di sostituirlo con Kamala Harris.

 

Al di là degli schieramenti politici, bisogna comprendere ulteriormente che – soprattutto in una situazione complessa come quella attuale – è essenziale che la vittoria di chi viene eletto Presidente sia garantita nella sua assoluta legittimità giuridica, evitando ogni sospetto di frode e prendendo atto delle prove schiaccianti di irregolarità emerse in diversi Stati.

 

Un presidente che viene semplicemente proclamato come tale dai media mainstream affiliati al Deep State verrebbe privato di ogni legittimità e esporrebbe la nazione a pericolose interferenze straniere, come è già stato dimostrato nelle elezioni in corso.

 

 

3. Lei pare suggerire che l’amministrazione Trump potrebbe essere determinante per aiutare a riportare la Chiesa a un cattolicesimo pre-Francesco. In che modo l’amministrazione Trump potrebbe farlo e come possono lavorare i cattolici americani per salvare il mondo da questo «reset» globalista?

 

La sottomissione di Bergoglio all’agenda globalista è evidente, così come il suo attivo sostegno all’elezione di Joe Biden.

Penso al fatto che, incontestabilmente, è solo un burattino nelle mani dell’élite, che sono pronte a rimuoverlo non appena decidono di sostituirlo con Kamala Harris.

 

Allo stesso modo sono evidenti l’ostilità di Bergoglio nei confronti di Trump e i suoi ripetuti attacchi al presidente. È chiaro che Bergoglio considera Trump come il suo principale avversario, l’ostacolo da rimuovere perché il Grande Reset possa essere messo in moto.

 

Quindi da un lato abbiamo l’amministrazione Trump e i valori tradizionali che ha in comune con quelli dei cattolici; d’altra parte abbiamo il Deep State del sedicente cattolico Joe Biden, che è sottomesso all’ideologia globalista e alla sua agenda perversa, antiumana, anticristica, infernale.

 

Per porre fine alla Deep Church e restaurare la Chiesa cattolica, dovrà essere rivelata la portata del coinvolgimento dei leader della Chiesa con il progetto massonico-globalista: la natura della corruzione e dei crimini che questi uomini hanno svolte, rendendosi così vulnerabili al ricatto, proprio come accade in modo analogo in campo politico ai membri del Deep State, a cominciare dallo stesso Biden.

 

È chiaro che Bergoglio considera Trump come il suo principale avversario, l’ostacolo da rimuovere perché il Grande Reset possa essere messo in moto

C’è quindi da sperare che venga portata alla luce qualsiasi prova di tali delitti in possesso dei Servizi Segreti, soprattutto in relazione ai veri motivi che hanno portato alle dimissioni di Benedetto XVI e alle cospirazioni sottostanti l’elezione di Bergoglio , permettendo così l’espulsione dei mercenari che hanno preso il controllo della Chiesa.

 

I cattolici americani hanno ancora tempo per denunciare questa sovversione globale e fermare l’istituzione del Nuovo Ordine: lasciamo che pensino a che tipo di futuro vogliono per le prossime generazioni e alla distruzione della società.

 

Lasciamo che pensino alla responsabilità che hanno davanti a Dio, ai loro figli e alla loro nazione: come cattolici, come padri e madri delle loro famiglie e come patrioti.

 

 

Da un lato abbiamo l’amministrazione Trump e i valori tradizionali che ha in comune con quelli dei cattolici; d’altra parte abbiamo il Deep State del sedicente cattolico Joe Biden, che è sottomesso all’ideologia globalista e alla sua agenda perversa, antiumana, anticristica, infernale

4. Contro ogni previsione, gli americani medi stanno combattendo per smascherare il furto massiccio e coordinato delle nostre elezioni: quale consiglio darebbe ai nostri politici recalcitranti su ciò che è in gioco per la nostra nazione e per il mondo se ci sottomettiamo a questo furto?

 

La Verità può essere negata dalla maggioranza per un certo periodo di tempo, o da alcune persone per sempre, ma non potrà mai essere nascosta a tutti per sempre. Questa è la lezione della Storia, che ha inesorabilmente svelato i grandi crimini del passato e coloro che li hanno perpetrati.

Invito quindi i politici, al di là della loro lealtà politica, a diventare paladini della Verità, a difenderla come un tesoro indispensabile che solo può garantire la credibilità delle istituzioni e l’autorità dei rappresentanti del popolo, in accordo con il mandato che hanno ricevuto, il giuramento che hanno giurato di servire il loro paese e la loro responsabilità morale davanti a Dio.

 

Ciascuno di noi ha un ruolo che la Provvidenza ci ha affidato e dal quale sarebbe colpevole rifuggire.

 

Se gli Stati Uniti perdono questa opportunità, adesso, verranno cancellati dalla Storia

Se gli Stati Uniti perdono questa opportunità, adesso, verranno cancellati dalla Storia. Se permetteranno il diffondersi tra le masse l’idea che la scelta elettorale dei cittadini – prima espressione di democrazia – possa essere manipolata e contrastata, saranno complici della frode, e meriteranno certamente l’esecrazione del mondo intero, che guarda all’America come a una nazione che ha combattuto e difeso la sua libertà.

 

 

5. Nella Sua lettera al Presidente del 25 ottobre, solennità di Cristo Re, Lei ha parlato degli sforzi dello stato profondo come «l’assalto finale dei figli delle tenebre». C’è uno sforzo concertato da parte dei globalisti e dei loro partner mediatici per nascondere e oscurare il vero programma tirannico implicito nel Grande Reset, definendolo una teoria della cospirazione selvaggia. Cosa direbbe agli scettici che ignorano beatamente i segni e pianificano di sottomettere l’umanità al dominio delle élite globali?

 

Il piano del Great Reset si avvale dei media mainstream come alleati indispensabili: le multinazionali dei media sono quasi tutte parte attiva del Deep State e sanno che il potere che sarà loro garantito in futuro dipende esclusivamente dalla loro servile adesione a la sua agenda.

 

Anni fa, coloro che parlavano del Nuovo Ordine Mondiale erano chiamati teorici della cospirazione. Oggi tutti i leader mondiali, compreso Bergoglio, parlano impunemente del Nuovo Ordine Mondiale, descrivendolo esattamente nei termini che venivano individuati dai cosiddetti teorici del complotto

Etichettare coloro che denunciano l’esistenza di una cospirazione come «teorici della cospirazione» conferma, semmai, che questa cospirazione esiste e che i suoi autori sono molto turbati per essere stati scoperti e segnalati all’opinione pubblica. Eppure loro stessi l’hanno detto: niente sarà più lo stesso. E anche: Build Back Better, nel tentativo di farci credere che i cambiamenti radicali che vogliono imporre siano stati resi necessari da una pandemia, dai cambiamenti climatici e dal progresso tecnologico.

 

Anni fa, coloro che parlavano del Nuovo Ordine Mondiale erano chiamati teorici della cospirazione. Oggi tutti i leader mondiali, compreso Bergoglio, parlano impunemente del Nuovo Ordine Mondiale, descrivendolo esattamente nei termini che venivano individuati dai cosiddetti teorici del complotto. Basta leggere le dichiarazioni dei globalisti per capire che il complotto esiste e che loro si vantano di esserne gli artefici, al punto da ammettere la necessità di una pandemia per raggiungere i loro obiettivi di ingegneria sociale.

 

Agli scettici chiedo: se i modelli che ci vengono proposti oggi sono così terribili, cosa potranno aspettarsi i nostri figli quando l’élite sarà riuscita a prendere il controllo totale delle nazioni?

 

Famiglie senza padre e madre, poliamore, sodomia, figli che possono cambiare sesso, cancellazione della religione e imposizione di un culto infernale, aborto ed eutanasia, abolizione della proprietà privata, dittatura sanitaria, pandemia perpetua. È questo il mondo che vogliamo, che volete per voi stessi, i vostri figli, la vostra famiglia e i vostri amici?

 

Famiglie senza padre e madre, poliamore, sodomia, figli che possono cambiare sesso, cancellazione della religione e imposizione di un culto infernale, aborto ed eutanasia, abolizione della proprietà privata, dittatura sanitaria, pandemia perpetua. È questo il mondo che vogliamo, che volete per voi stessi, i vostri figli, la vostra famiglia e i vostri amici?

Dobbiamo tutti diventare consapevoli di quanto i fautori del Nuovo Ordine Mondiale e del Grande Reset odiano i valori inalienabili della nostra civiltà greco-cristiana, come la religione, la famiglia, il rispetto per la vita e i diritti inviolabili della persona umana, e sovranità nazionale.

 

 

6. Lei ha ripetutamente avvertito che il «Deep State» e la «Deep Church» hanno collaborato per complottare in vari modi per rovesciare Benedetto e il presidente Trump. Oltre a Theodore McCarrick, chi altro c’è dietro questa alleanza infernale, e in che modo i cattolici la minano e la smascherano?

 

È evidente che McCarrick ha agito per conto dello stato profondo e della chiesa profonda , ma certamente non lo ha fatto da solo. Tutta la sua attività suggerisce una struttura organizzativa molto efficiente composta da persone che McCarrick aveva promosso e ricoperto da altri complici.

 

Restano da chiarire i fatti che hanno portato alle dimissioni di Benedetto XVI, ma uno dei membri della chiesa profonda , il defunto cardinale Danneels ha ammesso di far parte della cosiddetta mafia di San Gallo, che essenzialmente ha lavorato per portare sulla «primavera della Chiesa» di cui ha scritto John Podesta, capo dello staff di Hillary Clinton, nelle sue e-mail pubblicate da Wikileaks.

 

Dobbiamo tutti diventare consapevoli di quanto i fautori del Nuovo Ordine Mondiale e del Grande Reset odiano i valori inalienabili della nostra civiltà greco-cristiana, come la religione, la famiglia, il rispetto per la vita e i diritti inviolabili della persona umana, e sovranità nazionale

Quindi c’è un gruppo di cospiratori che hanno lavorato e lavorano ancora nel cuore della Chiesa per gli interessi delle élite. La maggior parte di loro sono identificabili, ma i più pericolosi sono quelli che non si espongono, quelli che il giornale non menziona mai. Non esiteranno a costringere anche Bergoglio a dimettersi, proprio come Ratzinger, se non obbedisce ai loro ordini. Vorrebbero trasformare il Vaticano in una casa di riposo per papi emeriti , demolendo il papato e assicurandosi il potere: esattamente come accade nello Stato profondo , dove, come ho già detto, Biden è l’equivalente di Bergoglio.

 

Per far crollare lo stato profondo e la chiesa profonda , sono essenziali tre cose:

 

1) Prima di tutto, prendere coscienza di quale sia il piano del globalismo e fino a che punto è strumentale all’istituzione del regno dell’Anticristo, poiché ne condivide i principi, i mezzi e i fini;

 

2) Secondo, denunciando con fermezza questo progetto infernale e chiedendo ai Pastori della Chiesa – e anche ai laici – di difenderla, rompendo il loro silenzio complice: Dio chiederà loro conto della loro diserzione;

 

3) Infine, è necessario pregare, chiedendo al Signore di concedere a ciascuno di noi la forza di resistere – forti resistite in fide, ci avverte san Pietro – alla tirannia ideologica che ci viene quotidianamente imposta non solo dai media ma anche dai i cardinali e i vescovi che sono sotto il controllo di Bergoglio.

C’è un gruppo di cospiratori che hanno lavorato e lavorano ancora nel cuore della Chiesa per gli interessi delle élite: Vorrebbero trasformare il Vaticano in una casa di riposo per papi emeriti , demolendo il papato e assicurandosi il potere

 

Se riusciamo a dimostrarci forti nell’affrontare questa prova; se sappiamo tenerci ancorati alla roccia della Chiesa senza lasciarci sedurre da falsi cristi e falsi profeti, il Signore ci permetterà di vedere – almeno per ora – la sconfitta dell’assalto dei figli delle tenebre contro Dio e gli uomini.

 

Se per paura o complicità seguiamo il principe di questo mondo, negando le nostre promesse battesimali, saremo condannati con lui alla sconfitta inesorabile e alla dannazione eterna. Tremo per coloro che non si rendono conto della responsabilità che hanno davanti a Dio per le anime che Egli ha loro affidato.

 

Ma a coloro che combattono coraggiosamente per difendere i diritti di Dio, della nazione e della famiglia, il Signore assicura la sua protezione.

 

Ha posto al nostro fianco la sua Santissima Madre, la Regina delle Vittorie e l’Ausiliatrice. La invochiamo fedelmente in questi giorni difficili, fiduciosamente certi del suo intervento.

Prendere coscienza di quale sia il piano del globalismo e fino a che punto è strumentale all’istituzione del regno dell’Anticristo, poiché ne condivide i principi, i mezzi e i fini

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

Die Octavæ Nativitatis Domini
1 gennaio, 2021

 

 

 

 

 

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Geopolitica

La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme

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Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».

 

 

 

È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto  in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.

 

La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.

 

La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.

 

Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.

 

Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.

 

Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.

 

Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.

 

I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)

 

Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).

 

Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.

 

L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.

 

La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.

 

In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.

 

Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.

 

Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.

 

Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.

 

Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?

 

Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.

 

Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.

 

Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.

 

Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».

 

Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.

 

«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».

 

«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».

 

Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.

 

In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.

 

E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.

 

Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.

 

I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.

 

Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.

 

Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.

 

La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.

 

Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).

 

Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.

 

Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.

 

India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.

 

Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.

 

Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.

 

Europa, Africa, Asia… e le Americhe?

 

È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)

 

La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».

 

Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.

 

Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.

 

Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.

 

Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.

 

Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.

 

«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).

 

E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.

 

Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.

 

Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato

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Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.

 

Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.

 

La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».

 

Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.

 

Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».

 

Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.

 

L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.

 

È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.

 

L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.

 

Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».

 

Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.

 

L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.

 

Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet  di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Geopolitica

Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO

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Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.

 

Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.

 

La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.

 

La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.

 

I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.

 

A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.

 

Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.

 

Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.

 

L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.

 

A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.

 

Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».

 

Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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