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Pedofilia globale: che cosa sta succedendo?

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Si accalcano in questi giorni diverse notizie riguardanti il tema più raccapricciante: l’esistenza di network pedofili in tutto il mondo. Più a margine, altre notizie paiono riguardare altro ma di fondo, hanno lo stesso tema.

 

La sincronia tra tutte questi eventi – cioè, la sincronia di indagini e relative notizie – è disarmante. Tutto pare si stia concentrando in pochi giorni. Perché?

 

La sincronia tra tutte questi eventi – cioè, la sincronia di indagini e relative notizie – è disarmante. Tutto pare si stia concentrando in pochi giorni. Perché?

29 giugno: La polizia tedesca indaga su 30.000 sospetti pedofili. I soggetti si scambiavano informazioni in alcuni forum dandosi anche consigli su come rendere accomodanti i bambini.

 

4 luglio, si ha notizia dell’«Operazione 50 Community»: la Polizia Postale sgomina una rete online di pedofili residenti in ben 15 regioni diverse. Si sparge la voce che ci sarebbe di mezzo anche un personaggio famoso del web, ma nessuno fa il nome.

 

6 luglio, un tribunale sudcoreano respinge una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti per un cittadino sudcoreano condannato per la gestione di uno dei siti di pornografia infantile più grandi del mondo sul dark web. Son Jong-woo, 23 anni, ha operato il sito Welcome to Video da giugno 2015 fino a quando non è stato arrestato a marzo 2018. Le forze dell’ordine di tutto il mondo hanno lavorato insieme per tracciare gli utenti del sito e hanno arrestato centinaia di persone in una dozzina di paesi, la maggior parte dei quali sudcoreani. Hanno anche salvato almeno 23 vittime minorenni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Spagna che erano state attivamente violentate dagli utenti del sito.

 

Un tribunale sudcoreano respinge una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti per un cittadino sudcoreano condannato per la gestione di uno dei siti di pornografia infantile più grandi del mondo sul dark web

11 luglio, ad un evento indetto a Dublino per combattere la pedofilia, la «March of Innocence», appaiono dei disturbatori Antifa. I manifestanti chiedevano  le dimissioni del ministro Roderic O’Gorman.  I manifestanti accusavano Gorman di essersi fatto fotografare con un famoso esponente LGBT  inglese sospettato di contatti con membri del defunto Pedophile Exchange Network, un gruppo di attivisti pro-pedofilia inglese. Per motivi non facilmente spiegabili, qualcuno sente di dover interrompere la manifestazione per l’innocenza dei bambini issando uno striscione: «tutti voi fascisti siete destinati a perdere».

 

15 luglio: i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Siena, con il coordinamento della procura dei minori di Firenze, informano i media dell’«Operazione Delirio», avviata nell’ottobre scorso con 25 indagati (19 minorenni e 6 maggiorenni). Partita da una chat fra ragazzi chiamata «Shoah party», l’inchiesta rivela video indicibili scambiati dai minorenni. Non solo: si comincia a parlare di torture e persino uccisioni di bambini in diretta sul dark web, il tutto pagato con Bitcoin.

 

«L’esistenza di siti criptati dove assistere a sevizie di ogni tipo in diretta, che terminano quasi sempre con la morte del bambino, compiute verosimilmente nel sud est asiatico»

«A far scoprire l’esistenza di siti criptati dove assistere a sevizie di ogni tipo in diretta, che terminano quasi sempre con la morte del bambino, compiute verosimilmente nel sud est asiatico, sono state le perquisizioni eseguite oggi a carico di due minorenni piemontesi, un ragazzo e una ragazza entrambi 17enni, che ora sono anche loro indagati per istigazione a delinquere e pedo-pornografia» scrive La Nazione.

 

«Le attività investigative – proseguite dopo l’esecuzione di decine di perquisizioni nell’autunno scorso e in seguito con gli interrogatori – hanno fatto affiorare, spiegano gli investigatori, “la parte più oscura e drammatica delle risultanze indiziarie”, quella relativa al “deep web”, un contesto internet criptato, “dove circolano immagini di efferata violenza, anche in situazioni ‘live’, in cui agli utenti che sono riusciti ad accedere a questi ambienti reconditi, viene consentito di interagire in condotte di violenza sessuale e tortura su minori, attuate in diretta da adulti”» continua il quotidiano fiorentino.

 

Quando sembra essersi toccato il fondo, si chiudono i giornali e si aprono i social: ma qui va ancora peggio.

 

Per una vasta porzione di utenti social statunitensi, vi sarebbe un sito di e-commerce di mobili dove talvolta comparirebbero pezzi di mobilio stranamente costosissimi (anche decine di migliaia di dollari) con nomi esotici che talvolta corrispondono a quelli di persone scomparse

Gli utenti americani cominciano a mettere insieme le tessere di un collage allucinante. Non c’è stella di Hollywood che non sia sospettata di essere immessa nella rete malefica. Vengono riesumate le morti di attori e personaggi che, secondo la teoria, avrebbero voluto ribellarsi alla cospirazione. Viene inventata di sana pianta una implausibile intervista a Mel Gibson che avrebbe denunciato una cabala pedo-satanica che comanda segretamente la Mecca del cinema. Per condire il tutto, ecco la storia dell’adrenocromo: le élite si nutrirebbero di questa sostanza secreta dai bambini sacrificati.

 

Poi ci sono teorie che vorrebbero almeno portare qualche elemento che può sembrare concreto. Per una vasta porzione di utenti social statunitensi, vi sarebbe un sito di e-commerce di mobili dove talvolta comparirebbero pezzi di mobilio stranamente costosissimi (anche decine di migliaia di dollari) con nomi esotici che talvolta corrispondono a quelli di persone scomparse. Lo stesso sistema sarebbe filtrato anche in siti che vendono libri.

 

Dai social emerge di tutto: per esempio un vecchio video di Demi Moore che bacia in bocca un ragazzino quindicenne, tutto a favore di TV, una situazione che non sappiamo contestualizzare (un compleanno di un collega attore, forse), ma la cui visione comunque ci inquieta.

 

 

Chrissy Teigen, modella e personaggio TV famoso negli USA, ha ammesso di aver eliminato 60.000 tweet e di bloccare un milione di utenti di Twitter.

 

Chrissy Teigen, modella e personaggio TV famoso negli USA, ha ammesso di aver eliminato 60.000 tweet e di bloccare un milione di utenti di Twitter

Questo avviene dopo le accuse che la Teigen avrebbe una sorta di connessione con Ghislaine Maxwell. Alcuni dei tweet della Teigen pure destano inquietudine. A volte può essere suggestione, come quando twitta frasi come «andrò in galera per la pizza». Come noto, «pizza» è una parola chiave nel linguaggio delle reti pedofile, dove «cheese pizza» starebbe a significare «child pornography». Altre volte si rimane comunque colpiti, come quando chiede di poter vedere in TV un programma di teenager che partoriscono, o come quando in un altro tweet del 2012, la Teigen scherza sul sesso con tredicenni: «sono il miglior piacere».

 

Riemerge d’imperio il Pizzagate, lo scandalo – subito definito «teoria del complotto – in cui una pizzeria di Washington, Comet Ping Pong Pizza, venne considerata come il fulcro di un sistema para-satanico di traffico di bambini. Il Pizzagate partì nel fatale 2016, quando fu hackerata la mail di John Podesta, il capo-campagna elettorale di Hillary Clinton.

 

Del Pizzagate pareva non si parlasse più. E invece…

Fu bizzarro: persino le testate di controinformazione più complottiste improvvisamente smisero di parlarne, degradandola a bufala, mentre chiunque nei media osasse porre delle domande (secondo i sostenitori c’erano coincidenze, simboli pedofili che tornavano etc.). Poco dopo un uomo entrò nella pizzeria armato di fucile d’assalto; nessun morto, criminale arrestato. Del Pizzagate pareva non si parlasse più. E invece, la storia della pizza pare proprio non essere stata digerita, ed ero erompe in mille rivoli nuovissimi.

 

Ricorderete che nelle mail di John Podesta si faceva riferimento allo «spirit cooking» dell’artista serba Marina Abramovic: performance a metà tra l’arte e l’esoterismo con cui la donna intratteneva i potenti, una sorta di cena con il menu particolare. L’immaginario dell’Abramovic, tra teschi di capra e stelle a cinque punte, suggeriva a qualcuno un coté magico-satanico preciso.

 

L’artista ha detto di non curarsi di tutte le «teorie del complotto che la riguardano» in una recente intervista al New York Times. Tuttavia, è con somma sorpresa (oppure no) che il venerdì Santo 2020 è rispuntata in uno spot di Microsoft, l’azienda trilionaria di Bill Gates.

L’arresto di Ghislaine Maxwell, i cui segreti possono far tremare il mondo dei potenti della Terra, capita proprio al centro di questa tempesta

 

Ma è  ovviamente il caso Maxwell quello su cui si sta concentrando in questo momento l’attenzione più intesa, cioè il caso Epstein. L’arresto di Ghislaine Maxwell, i cui segreti possono far tremare il mondo dei potenti della Terra, capita proprio al centro di questa tempesta.

 

Tuttavia, non manchiamo di notare come nel caso Epstein, almeno finora, non ci siano morti: ci sono tante ragazzine incatenate psicologicamente, la loro vita rovinata, certo. Ma, nonostante le minacce che secondo alcune vittime avrebbe proferito chirurgicamente la Maxwell a coloro che si allontanavano, gli scheletri veri e propri non sono ancora saltati fuori.

 

E se Epstein fosse solo la versione patinata del sistema pedofilo internazionale che ora vogliono ora mostrarci per sviare l’attenzione?

Questo per dire: e se Epstein fosse solo la versione patinata del sistema pedofilo internazionale che ora vogliono ora mostrarci per sviare l’attenzione?

 

E se tutta la storia della Maxwell (il cui arresto è quantomeno incoerente: aveva tre passaporti, molti milioni di dollari e contatti ovunque: cosa ci faceva ancora nell’unico Paese da cui doveva scappare) fosse solo una cortina di fumo? Epstein e la Maxwell con probabilità ricattavano una quantità immane di potenti della terra, di cui forse custodivano filmati mentre si facevano massaggiare o si accoppiavano (secondo qualcuno anche in vere orge) con ragazze minorenni tenute in soggezione.

 

Vi è  una pedofilia fatta di crudeltà se possibile ancora più mortifiere; vi sono  personaggi legati a dinamiche di potere che paiono perfino più intricate.

Vi è poi, come affiora da altre storie di cui sopra, una pedofilia fatta di crudeltà se possibile ancora più mortifiere – come quella del dark web di cui sopra –e ancora attorno a questo male totale vi sono altri personaggi legati a dinamiche di potere politico che paiono perfino più intricate.

 

Lo scorso 26 giugno George Nader, che è stato un testimone chiave dell’indagine del Russiagate, è stato condannato  a 10 anni di carcere per accuse di sesso minorile.

 

Nader si è dichiarato colpevole a gennaio di possedere pornografia infantile e portare un ragazzo di 14 anni negli Stati Uniti per impegnarsi in attività sessuali. Il rapporto Mueller delineava come Nader fungesse da condotto tra i soci Trump e i russi. Lo scorso dicembre è stato anche incriminato per accuse di finanziamento della campagna per presunto utilizzo di donatori fittizi per nascondere i contributi a Hillary Clinton.

 

Lo scorso 26 giugno George Nader, che è stato un testimone chiave dell’indagine del Russiagate, è stato condannato  a 10 anni di carcere per accuse di sesso minorile

Nader non è nuovo alle condanne: nel 1991 venne condannato a 6 mesi in Virginia perché beccato all’aeroporto Dulles con nascosti dentro a scatole di dolciumi (riporta Al Jazeera)i film pedofili tedeschi. A Praga, nel 2003, Nader è stato condannato dal tribunale municipale per ben 10 casi di minori abusati sessualmente e condannato a un anno di prigione. Il giornale israeliano Haaretz va nel dettaglio: «in un caso, Nader ha richiesto del sesso orale da un quattordicenne in una stanza all’Hilton Hotel di Praga (…) Dopo che il ragazzo si è rifiutato, Nader si è masturbato di fronte al ragazzo e gli ha pagato 2.000 corone ceche, un valore di circa 100 dollari di oggi».

 

Nader, di origine libanese, agiva da uomo di collegamento con i poteri del Medio Oriente, l’Occidente ed oltre.

 

Nel dicembre 2016 a New York organizza un incontro tra i funzionari degli Emirati Arabi Uniti e Jared Kushner, Michael Flynn e Steve Bannon.

 

Nader, di origine libanese, agiva da uomo di collegamento con i poteri del Medio Oriente, l’Occidente ed oltre.

Nel gennaio 2017 mette in piedi un meeting alle Seychelles tra gli Emirati e il fondatore della multinazionale dei mercenari Erik Prince (che all’epoca si dice fungesse da advisor diplomatico della squadra di transizione verso la Casa Bianca del presidente eletto Trump) facendo poi incontrare Prince ed i funzionari emiratini con Kirill Dmitriev, capo del Russian Direct Investment Fund (RDIF), fondo sovrano russo impegnato nel cercare altri coinvestitori per le attività economiche russe.

 

Si racconta persino che nel tardo 2015, su uno yacht al largo del Mar Rosso, il Nader riunì il principe degli Emirati Mohamed bin Zayed (quello che ha accolto Bergoglio a Braccia aperte) nonché l’uomo forte del Regno sauidta Mohamed bin Salman, Abdel Fattah al Sisi (il presidente dell’Egitto), il principe Salman (principe ereditario del Bahrain) e il re Abdullah di Giordania.

 

Si tratta di un potere diplomatico che non ha quasi nessuno. Nella rete di Nader, insomma, c’è tutta la geopolitica mondiale.

Si tratta di un potere diplomatico che non ha quasi nessuno. Nella rete di Nader, insomma, c’è tutta la geopolitica mondiale.

 

Come un pedofilo conclamato riesca ad avvicinarsi non solo al vertice di due monarchie del Golfo ma persino alla Casa Bianca (e il Cremlino!) resta un mistero.

 

Nader, dicevamo, è stato ora nuovamente condannato per pedofilia. Di questo caso, come vedete, non parla davvero nessuno.

 

Come un pedofilo conclamato riesca ad avvicinarsi non solo al vertice di due monarchie del Golfo ma persino alla Casa Bianca (e il Cremlino!) resta un mistero.

Come per anni, in questo Paese, non si è parlato del Forteto. Lo scorso mese, il sostituto procuratore Ornella Galeotti è stata scoltata dalla Commissione d’inchiesta parlamentare dove ha ricostruito gli anni dell’inchiesta Forteto riaperta nel 2011: «Ho ricevuto un genere di atteggiamenti e pressioni che non mi è mai più capitato».

 

«Ho detto in aula e lo direi ancora e lo ripeto in questa sede che in Toscana per 30 anni si è assistito alla sospensione di tutte le regole e leggi in questa materia».

 

Per anni, in questo Paese, non si è parlato del Forteto

Nella ricostruzione si parla dell’improvvisa comparsa di personaggi aventi relazioni con personale dei servizi, nonché, cosa assai bizzarra per una coperativa agricola, di un livello di sicurezza delle telecomunicazioni inaspettato:

 

« … Abbiamo fatto una valutazione, con la polizia giudiziaria, sulla possibilità di svolgere intercettazioni telefoniche e ambientali – ha aggiunto Galeotti – e abbiamo scoperto che il Forteto aveva un livello di sicurezza delle intercettazioni altissimo. Avevamo pensato a un “trojan” ante litteram ma non c’era proprio modo di intercettare».

Vedendo l’improvviso accalcarsi di indagini e notizie, non possiamo che chiederci: cosa sta succedendo?

 

Da Epstein in giù, in tutto il mondo, i misteri intorno all’internazionale pedofila si sprecano. Statene certi, è solo la punta dell’Iceberg. E quello che può esserci sotto è perfino peggio di un’isola dove si stuprano ragazzine.

 

Ciò detto, vedendo l’improvviso accalcarsi di indagini e notizie, non possiamo che chiederci: cosa sta succedendo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme

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Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».

 

 

 

È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto  in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.

 

La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.

 

La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.

 

Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.

 

Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.

 

Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.

 

Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.

 

I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)

 

Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).

 

Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.

 

L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.

 

La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.

 

In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.

 

Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.

 

Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.

 

Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.

 

Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?

 

Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.

 

Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.

 

Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.

 

Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».

 

Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.

 

«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».

 

«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».

 

Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.

 

In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.

 

E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.

 

Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.

 

I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.

 

Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.

 

Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.

 

La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.

 

Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).

 

Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.

 

Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.

 

India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.

 

Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.

 

Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.

 

Europa, Africa, Asia… e le Americhe?

 

È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)

 

La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».

 

Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.

 

Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.

 

Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.

 

Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.

 

Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.

 

«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).

 

E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.

 

Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.

 

Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato

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Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.

 

Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.

 

La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».

 

Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.

 

Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».

 

Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.

 

L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.

 

È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.

 

L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.

 

Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».

 

Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.

 

L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.

 

Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet  di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

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Geopolitica

Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO

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Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.

 

Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.

 

La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.

 

La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.

 

I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.

 

A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.

 

Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.

 

Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.

 

L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.

 

A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.

 

Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».

 

Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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