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Convertita all’Islam radicale, terrorista per gli Shabaab: la storia della “Vedova Bianca”, Samantha Lewthwaite

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Si convertì liberamente all’Islam radicale, sposò un terrorista, si fece fotografare ed intervistare dai media, andò in Kenya e in Somalia ad organizzare stragi terroriste per Shabaab: è incredibile come oggi con il caso della cooperante a tener banco praticamente nessuno abbia tirato fuori il caso di Samantha Lewthwaite, detta anche «la Vedova Bianca».

 

La Lewthwaite è stata la donna più ricercata al mondo, e non è un’iperbole, ma un fatto dell’Interpol. È sospettata di essere la mente della strage di almeno 400 persone: i massacri più cruenti in Africa, quelli degli Shebaab con cristiani trucidati a centinaia di cui oggi Facebook censura le foto, porterebbero la sua firma.

 

È incredibile come oggi non si ricordi il caso  di Samantha Lewthwaite, detta anche «la Vedova Bianca»

È certo un personaggio alla James Bond – ribadiamo che Ian Fleming è con evidenza uno scrittore realista – di quelli memorabili: la Bond girl cattiva, quella in grado di stritolare con la forza delle gambe, sedurre ed avvelenare senza pietà, divenendo parte di un piano diabolico e globale di morte massiva. La realtà supera la fantasia: in una sorta di desessualizzazione dell’immaginario di Fleming, la Bond girl jihadista ha il velo e porta con sé quattro figli, avuti da 3 uomini diversi.

 

Divenne per la prima volta vedova il 7 luglio 2005, l’indimenticabile 7/7 londinese: il suo primo marito fu Germaine Lindsay, uno degli attentatori suicidi che si fece esplodere sulla Piccadilly line della metropolitana di Londra tra King’s Cross e Russel Square. All’epoca, avevano già due figli. La ragazza aveva 23 anni, ma era convertita all’Islam già da un lustro.

 

Il suo primo marito fu Germaine Lindsay, uno degli attentatori suicidi che si fece esplodere nella metropolitana di Londra durante gli attacchi del 7 luglio 2005

 

Particolare molto rilevante, la Vedova non cercò di nascondersi all’attenzione pubblica, ma anzi vendette la sua storia ai media (incassò 30 mila sterline dal tabloid The Sun), asserendo che il marito era stato radicalizzato solo in tempi recenti, e fu presa sotto la protezione delle forze dell’ordine britanniche, perché la sua casa era minacciata da vandali e malintenzionati – come pare stia accadendo anche nel caso della nostra cooperante.

 

«Condanno totalmente e sono inorridita dalle atrocità. Sono la moglie di Germaine Lindsay e non ho mai previsto o immaginato di essere coinvolto in attività così orribili. Era un marito e un padre piendo di amore. Sto cercando di comprendere gli eventi recenti. Tutto il mio mondo è crollato e i miei pensieri sono rivolti alle famiglie delle vittime di questa incomprensibile devastazione».

La Vedova non cercò di nascondersi all’attenzione pubblica, ma anzi vendette la sua storia ai media

 

Il ruolo di vittima giocato dalla Lewthwaite fu al centro di ulteriori polemiche della stampa britannica inferocita. Lei si trasferì al Nord.

 

Di lì a poco, le inchieste sulle bombe londinesi portarono alla luce il fatto che la Lewthwaite aveva contatti con Mohammad Sidique Khan, l’uomo considerato come mente dell’attacco sincrono alla capitale inglese. Ma lei nel frattempo era già sparita.

«Condanno totalmente e sono inorridita dalle atrocità (…) Tutto il mio mondo è crollato e i miei pensieri sono rivolti alle famiglie delle vittime di questa incomprensibile devastazione»

 

La Vedova Bianca – chiamata così per la sua carnagione chiara o per distinguerla dalle «vedove nere», cioè le donne jihadiste cecene responsabili di tanta morte nella Russia dei primi anni 2000 – si era risposata.

 

Il nuovo marito si chiama Habib Saleh Ghani, detto anche Abu Usama al-Pakistani, nato nel 1985 a Londra e compagno al centro islamico di Asif Mohammed Hanif, noto per essere il primo terrorista suicida con passaporto del Regno Unito: si fece saltare in un locale di Tel Aviv del 2003. Ghani sarà trucidato dagli stessi Shabaab nel 2013 in quanto sostenitore di un leader Shabaab «scissionista», lo sceicco somalo Hassan Dahir Aweys.

 

La Vedova Bianca raggiunge Kenya e Somalia, dove sarà l’apoteosi della sua carriera terrorista. Avrebbe sposato Hassan Maalim Ibrahim, un comandante del gruppo militante di al Shabaab

Alcuni sostengono che il matrimonio con Ghani sia di facciata, e nei documenti di nascita del terzo figlio il nome del padre non c’è. Ghani, di madre kenyota, è con probabilità il canale con cui la Vedova Bianca raggiunge Kenya e Somalia, dove sarà l’apoteosi della sua carriera terrorista. Nel maggio 2014, riferisce il Daily Mirror, Lewthwaite avrebbe sposato Hassan Maalim Ibrahim, un comandante del gruppo militante di al Shabaab, esattamente quello a cui lo Stato Italiano ora ha pagato il riscatto milionario.

 

 

Nel dicembre 2011, la polizia keniota ha fatto irruzione in una appartamento di Mombasa e arresta Jermaine Grant, noto anche come Ali Mohammed Ibrahim, un convertito musulmano giamaicano-britannico di 29 anni. Interrogato, Grant indica nella Vedova Bianca come il leader della cellula terrorista di Mombasa, che stava pianificando attacchi a hotel e luoghi turistici. Misteriosamente, quando arriva il raid la Vedova, che si fa chiamare Natalie Webb, riesce a fuggire.

La Vedova Bianca  viene indicata come il leader della cellula terrorista di Mombasa, che stava pianificando attacchi a hotel e luoghi turistici

 

Emerge poi che, nonostante i computer vengano distrutti, si riesce a trovare una pennetta USB contenente il Manuale del Mujahidin per gli esplosivi e una sorprendente Ode a bin Laden, un poema dedicato al capo di al Qaeda scritto con molta probabilità dalla vedova Samantha.

 

Nel frattempo la vedova scala la classifica dei ricercati dell’Interpol, e l’islamista giamaicano continua a cantare, raccontando di attacchi ad hotel e centri commerciali.

2012: durante la partita di calcio Inghilterra-Italia degli Europei, qualcuno lancia una granata in un bar di Mobasa: 3 morti e 25 feriti; la polizia kenyota sospetta della Lewthwaite.

 

 

Nel 2012, il primo vero colpo: durante la partita di calcio Inghilterra-Italia degli Europei, qualcuno lancia una granata nell’affollato Jericho Bar di Mobasa: 3 morti e 25 feriti; la polizia kenyota sospetta della Lewthwaite.

 

Poi il salto di qualità: la strage del 2013. Il nome della Lewthwaite viene infatti fatto anche per l’attacco del settembre 2013 rivendicato dagli Shabaab nel centro commerciale Westgate a Nairobi, che causò 71 morti e circa 200 feriti. Si asserisce che il governo britannico sia meno sicuro della polizia kenyota sul coinvolgimento della Vedova, tuttavia le fonti dei giornali che se ne occupano dicono altrimenti.

 

Il nome della Lewthwaite viene infatti fatto anche per l’attacco del settembre 2013 rivendicato dagli Shabaab nel centro commerciale Westgate a Nairobi, che causò 71 morti e circa 200 feriti

La White Widow sparisce, dicono passi per lo Yemen, dove gli Shabaab, che ricordiamo sono affililiati ad al Qaeda, hanno basi e influenza.

 

La Lewthwaite diventa una sorta di babau globale. La accusano di preparare attacchi nelle spiagge mediterranee – Spagna, Grecia, Cipro, Canarie, etc. – sullo stile del massacro in spiaggia in Tunisia nel 2015. Annunciano di essere vicini alla cattura. Dicono che è stato approntato perfino uno scanner in grado di vedere il volto sotto il burqa, un’arma aeoportuale a loro dire straordinaria nella caccia alla Vedova.

 

 

La accusano di preparare attacchi nelle spiagge mediterranee – Spagna, Grecia, Cipro, Canarie, etc. – sullo stile del massacro in spiaggia in Tunisia

La sua leggenda compare perfino in Donbass: nella nebbia della guerriglia russo-ucraina, un’agenzia di Mosca batte la notizia che un cecchino russo l’avrebbe uccisa. Che a combattere per Kiev assieme a nazisti finanziati da oligarchi ebrei (i famosi «giudeobanderisti») e probabili «istruttori» occidentali ci fosse anche qualche elemento jihadista non è una novità, e la vendetta contro la Russia vincitrice del wahabismo ceceno è da considerare un’agenda mai sopita del jihadismo globale.

 

In rete, alla notizia della morte, si sprecarono gli insulti. Alcuni si dicono convinti che si tratti in realtà di un agent provocateur agli ordini dell’Mi-6, il servizio segreto militare esterno del Regno Unito – sì, proprio quello di James Bond. La notizia della morte viene smentita.

«La Vedova Bianca odia la Gran Bretagna e tutto ciò che l’Occidente rappresenta. Ha completamente voltato le spalle al suo paese e alla sua vita precedente»

 

I giornali britannici hanno pubblicato dichiarazioni dei servizi d’intelligence somali secondo cui la White Widow sarebbe in qualche modo legata anche alle decapitazioni di James Foley – il giornalista americano che, invece che convertirsi all’Islam, pregò il rosario – di Steven Sotloff e del cooperante David Haines. L’esecutore, Mohammed Emwazi  detto «Jihadi John», avrebbe viaggiato per incontrarla presso gli Shabaab.

 

Nel 2018 il quotidiano Daily Star raccontò di una intercettazione di mail criptate da parte dei servizi britannici che dimostravano come la Vedova Bianca  avesse arruolato dozzine di donne, comprese convertite bianche  come lei – per colpire in tutta Europa. Si parlò di 30 reclute a cui è stato insegnato come costruire giubbotti suicidi e come scegliere i propri obiettivi di morte.

 

«La Vedova Bianca odia la Gran Bretagna e tutto ciò che l’Occidente rappresenta. Ha completamente voltato le spalle al suo paese e alla sua vita precedente» dice una fonte al giornale.

«Ha fatto da mentore a dozzine di donne terroriste e favorisce le convertite bianche all’Islam perché ritiene che attirino meno sospetti da parte dei servizi di sicurezza»

 

Le fonti dello scoop di due anni fa seguire rivelazioni che oggi potrebbero apparire ancora più inquietanti.

 

«Ha fatto da mentore a dozzine di donne terroriste e favorisce le convertite bianche all’Islam perché ritiene che attirino meno sospetti da parte dei servizi di sicurezza». È un vecchio tema del terrorismo jihadista, quello dell’uso di persone che non fanno scattare il profiling degli addetti alla sicurezza di aeroporti e luoghi pubblici.

 

«Ha convinto molte donne estremiste femmine che hanno bisogno di sacrificare la propria vita se vogliono essere vere servitrici dell’Islam. La Lewthwaite va a caccia di donne molto vulnerabili che possono essere facilmente manipolate»

Ma è la questione femminile che qui è primariamente da considerare: la White Widow, dice la fonte, «ha convinto molte donne estremiste femmine che hanno bisogno di sacrificare la propria vita se vogliono essere vere servitrici dell’Islam. La Lewthwaite va a caccia di donne molto vulnerabili che possono essere facilmente manipolate».

 

«Si circonda di guardie del corpo e si fida solo di una manciata di persone: sono quasi tutte donne, ed è per questo che catturarla e ucciderla si è rivelato così difficile».

 

Nella storia che vi stiamo raccontando ricorrono gli stessi ingredienti che oggi occupano le prime pagine dei giornali e i social media: giovani ragazze occidentali, Shabaab, conversione all’Islam radicale, Kenya, Somalia – e in più l’ombra di una reclutatrice senza scrupoli.

«Si circonda di guardie del corpo e si fida solo di una manciata di persone: sono quasi tutte donne, ed è per questo che catturarla e ucciderla si è rivelato così difficile»

 

Abbiamo presentato dei fatti che non commentiamo in alcun modo, e, sottolineamolo, non lanciamo accuse di nessun genere: confidiamo nella saggezza dei nostri servizi segreti, e nel fatto che se il cittadino italiano è in quarantena pandemica, una cautela di qualche tipo sia presa anche di fronte alle brutte fantasie alla Homeland, la fortunata serie TV USA (ma in origine scritta da israeliani) dove un marine tenuto prigioniero dagli islamisti per anni si convertiva al loro credo e tornato in patria da eroe si lanciava nell’adempimento di una cruenta missione terrorista atta a colpire il cuore dello Stato americano.

 

 

Samantha divenne islamica a 17 anni, di dice a seguito di un evento particolarmente drammatico: il divorzio dei suoi genitori. «Cercò conforto dai vicini musulmani che credeva avessero una rete familiare più forte»

Vogliamo invece spendere due parole ancora sulla Vedova Bianca. Tutto nella sua vita – matrimonio, figli – è precoce, e anche la sua conversione lo è. Samantha divenne islamica a 17 anni, di dice a seguito di un evento particolarmente drammatico: il divorzio dei suoi genitori.  Aveva 11 anni, e testimonianze riportano che fu «gravemente colpita dalla rottura» e che consequenzialmente «cercò conforto dai vicini musulmani che credeva avessero una rete familiare più forte».

 

Questo fatto è di importanza straordinaria, perché riflette in modo ultra-lucido la radice del male: la decadenza morale dell’Occidente, l’abbandono della legge naturale, l’esistenza di leggi inique e distruttive come quella del divorzio, generano non solo la conversione a credenze lontane ma forti, ma anche veri e propri mostri che, come Erinni del Tramonto dell’Occidente, tornano a tormentare il cosiddetto «mondo libero», talvolta facendo piovere su di esso una pioggia di sangue.

La decadenza morale dell’Occidente, l’abbandono della legge naturale, l’esistenza di leggi inique e distruttive come quella del divorzio generano mostri

 

In ultima analisi, la morte della famiglia in Occidente ha come suo effetto la jihad.

 

Se pensate alla quantità di ragazzi nati e cresciuti in Europa e America e finiti nell’ISIS, vi rendete conto di quanto ciò sia vero. La colpa è dello Stato moderno e delle sue leggi, certo; dell’antropologia moderna e della sua licenziosità, certo. Ma anche della religione: il Cristianesimo istituzionale (Samantha fu cresciuta cristiana, dicono, presumibilmente dentro la Chiesa Anglicana) ha perso totalmente la capacità di parlare al profondo della persona, di fornire all’uomo, che ne ha un bisogno estremo, il senso del sacro, e quindi anche il senso del sacrificio.

La morte della famiglia in Occidente ha come suo effetto la jihad

 

Un tema su cui ritorneremo quando parleremo di un altro caso simile che pare ora dimenticato, quello di «Lady Jihad», la ragazza dell’ISIS Giulia Sergio.

 

Tolto il sacro dal mondo, molti di coloro che vanno alla sua cerca finiscono con il suo abbaglio oscuro, che la Necrocultura offre in quantità alla società moderna: il sacrificio umano.

Tolto il sacro dal mondo, molti di coloro che vanno alla sua cerca finiscono con il suo abbaglio oscuro: il sacrificio umano. La spiegazione del terrorismo potrebbe essere tutta qua

 

La spiegazione del terrorismo potrebbe essere tutta qua.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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Geopolitica

La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme

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Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».

 

 

 

È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto  in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.

 

La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.

 

La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.

 

Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.

 

Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.

 

Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.

 

Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.

 

I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)

 

Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).

 

Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.

 

L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.

 

La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.

 

In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.

 

Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.

 

Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.

 

Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.

 

Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?

 

Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.

 

Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.

 

Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.

 

Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».

 

Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.

 

«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».

 

«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».

 

Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.

 

In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.

 

E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.

 

Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.

 

I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.

 

Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.

 

Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.

 

La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.

 

Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).

 

Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.

 

Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.

 

India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.

 

Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.

 

Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.

 

Europa, Africa, Asia… e le Americhe?

 

È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)

 

La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».

 

Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.

 

Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.

 

Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.

 

Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.

 

Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.

 

«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).

 

E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.

 

Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.

 

Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato

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Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.

 

Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.

 

La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».

 

Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.

 

Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».

 

Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.

 

L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.

 

È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.

 

L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.

 

Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».

 

Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.

 

Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.

 

L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.

 

Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet  di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.

 

 

 

 

 

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Geopolitica

Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO

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Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.

 

Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.

 

La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.

 

La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.

 

I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.

 

A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.

 

Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.

 

Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.

 

L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.

 

A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.

 

Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».

 

Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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