Geopolitica
429° giorno di guerra
– L’Ucraina sarebbe pronta per una controffensiva: le truppe stanno aspettando la decisione del comando, ha detto il ministro della Difesa ucraino Alexej Reznikov.
– Zelens’kyj: libereremo sicuramente la Crimea, quando avvicineremo i russi scapperanno.
– L’Ucraina ha chiesto alla Polonia e alla UE di riprendere le importazioni agricole e il transito di prodotti agricoli. Il rappresentante del ministero degli Esteri ucraino Oleg Nikolenko ha affermato di aver presentato note all’ambasciata polacca e alla delegazione della UE in Ucraina sull’inaccettabilità della situazione relativa alle restrizioni commerciali all’importazione di prodotti agricoli ucraini.
– Eni avvia la produzione di GNL in Congo. Martedì Eni e il governo della Repubblica del Congo hanno lanciato un progetto di liquefazione del gas da 5 miliardi di dollari che dovrebbe raggiungere una capacità produttiva di 3 milioni di tonnellate all’anno nel 2025. Il progetto rientra nella strategia italiana per ridurre la dipendenza dalla Russia. Ad agosto, Eni ha acquisito un impianto di liquefazione galleggiante per produrre ed esportare GNL dal Congo e ha dichiarato di voler rendere operativo l’impianto nella seconda metà del 2023.
– Sui canali russi sono apparsi video di semoventi M109 che transitano dalla stazione di Verona. I russi suggeriscono che siano diretti in Ucraina. La circostanza è impossibile da verificare.
– Vladimir Putin non potrà entrare in Moldavia, ha detto il primo ministro Dorin Recean. Secondo lui, esiste un elenco di persone a cui è vietato l’ingresso in Moldavia, ma è ancora segretato. Il vice presidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha risposto al divieto di ingresso in Moldavia ai funzionari russi, affermando che nessuno vuole andarci, e che non esiste più questo Paese.
– Le rilevazioni di aprile indicano che in Russia l’inflazione si attesta stabilmente sotto il 3%. Ricordiamo che i tassi di sconto della Banca Centrale sono ancora fermi al 7,5%.
– Mikhail Podolyak, consigliere del capo dell’ufficio del presidente dell’Ucraina, dice che la guerra è scoppiata a causa della politica dei paesi occidentali che hanno indotto l’Ucraina a rinunciare alle armi nucleari.
– Un centro culturale russo è stato incendiato a Cipro. Secondo quanto riferito, persone non identificate hanno lanciato bottiglie molotov contro l’edificio del centro di cultura e scienza nella città di Nicosia.
– La Gran Bretagna non è obbligata a partecipare all’eliminazione delle conseguenze dell’uso di proiettili con uranio impoverito, che Londra fornisce a Kiev, ha detto il vice ministro della Difesa britannico James Heappey. Ha detto che ora le munizioni sono controllate dalle forze armate ucraine e il ministero della Difesa britannico non controlla i luoghi in cui vengono utilizzate le munizioni all’uranio impoverito.
– La controffensiva che tarda – Perché la controffensiva ucraina tarda? Ecco le ragioni principali secondo CNN.
1) la linea di difesa russa. «I russi hanno avuto quasi 6 mesi per costruire un complesso di difesa. Sfondarlo sarà un’enorme impresa». La difesa russa è costituita da «fossati anticarro, barriere, campi minati e trincee che si estendono per centinaia di miglia lungo il tortuoso fronte meridionale». Le immagini satellitari confermano i timori dei giornalisti occidentali, mostrano «migliaia di posizioni difensive su un vasto territorio» nella parte Sud-Est della regione di Zaporozhye. 2) La seconda ragione è la mancanza dell’elemento sorpresa. «Le autorità ucraine hanno riconosciuto che, a differenza della riconquista di parte della regione di Kharkiv nello scorso settembre, potrebbero non avere l’elemento sorpresa in una controffensiva più ampia». 3) La terza ragione è il vantaggio dell’esercito russo nell’aria. «Questo potrebbe essere fondamentale per rallentare l’avanzata dell’Ucraina».
– Il comandante in capo delle Forze Armate alleate della NATO in Europa, il generale americano Christopher Cavoli, ha affermato che oltre il 98% di attrezzature militari promesse è già stato consegnato a Kiev. A sua volta, il consigliere del capo dell’ufficio del presidente ucraino Mikhail Podolyak ha affermato che «Kiev dubita della valutazione del Pentagono che l’Ucraina abbia ricevuto oltre il 98% delle attrezzature militari promesse dall’Occidente».
– Il deposito petroliero di Sebastopoli in fiamme. Nell’attacco sono state danneggiate quattro petroliere. Le operazioni di spegnimento si prolungheranno almeno fino a sera.
– Accordo fra la commissione UE e 5 paesi dell’est Europa. Questi revocheranno i divieti all’importazione del grano ucraino in cambio di 100 milioni di sussidi comunitari ai loro agricoltori.
– Ministro degli Esteri cinese: per quanto sia complicata la crisi ucraina, deve essere risolta attraverso negoziati. Il colloquio tra Xi Jinping e Zelensky è un passo importante verso la risoluzione politica del conflitto.
– È di 23 morti, compresi 6 bambini, il bilancio finale della distruzione di un condominio nella città da Uman’ (Ucraina centrale) provocata dall’attacco missilistico russo di venerdì sera.
– Soldati russi al fronte
– A Nikolaev è mancata la corrente elettrica e gas dopo l’attacco notturno dei missili Kalibr.
– Stoltenberg: I paesi della NATO hanno completato l’addestramento e hanno armato oltre 9 brigate delle forze armate dell’Ucraina. Inoltre i paesi della NATO hanno fornito il 98% dell’assistenza promessa all’Ucraina, inclusi 1.550 veicoli corazzati, 230 carri armati e enormi quantità di munizioni.
– Bloomberg: le UE valuta di concedere deroghe alla disciplina di bilancio ai paesi membri che faranno investimenti straordinari nella produzione di munizioni.
– La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che obbliga le autorità a rivelare i dati sul numero di militari statunitensi in Ucraina.
– Erdogan e Putin hanno avuto una conversazione telefonica, ha riferito il canale televisivo turco TRT. I media turchi pubblicano le foto di Erdogan, che, secondo loro, sono state scattate durante la conversazione con Putin.
– Erdogan e Putin partecipano online alla cerimonia di consegna del combustibile nucleare alla centrale nucleare di Akkuyu.
– Washington Post: l’Intelligence americana nota che alcuni stati, tra cui Brasile, Egitto, India e Pakistan, non sono inclini a sostenere Washington nel confronto con Mosca e Pechino. Questa informazione sarebbe tratta da leak di documenti super segreti.
– Il Brasile ha rifiutato di inviare munizioni alla Germania per il loro successivo trasferimento all’Ucraina, per non diventare parte del conflitto militare, ha affermato il presidente brasiliano Luis Inácio Lula da Silva.
– Missili Kalibr in partenza dal Mar Nero.
– Le autorità polacche hanno sfrattato con esecuzione forzata la scuola dell’ambasciata russa a Varsavia. La Russia protesta denunciando una violazione della Convenzione di Vienna.
– Una modifica legislativa consente all’esercito russo di impiegare i coscritti nelle missioni estere di mantenimento della pace (tale non è la guerra in Ucraina).
– L’Unione europea ha investito sia nell’invio di armi a Kiev sia nel sostegno ai rifugiati «miliardi in più del previsto», secondo Bloomberg. Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia stanno gradualmente riducendo gli aiuti economici e invitano gli ucraini ad andare a lavorare.
– L’Ucraina ha rispettato tutte e sette le raccomandazioni della Commissione Europea per il paese candidato all’Unione Europea e si aspetta un rapporto dalle autorità europee entro la fine della primavera, ha detto il primo ministro ucraino Denis Shmygal.
– L’orrore di Bakhmut continua
– La Merkel dice da avere usato «ogni mezzo a sua disposizione» per cercare di prevenire l’attuale conflitto in Ucraina. Fra l’altro afferma di aver «parlato molto» con Poroshenko e Zelensky per indurli ad attuare i protocolli di Minsk, ma senza successo.
– Ucraina e Pakistan stringono la loro partnership militare. In cambio della fornitura di proiettili a Kiev, l’Ucraina fornirà a Islamabad motori e pezzi di ricambio per elicotteri Mi-17. Secondo the Economic Times, è stato firmato un contratto per un valore di 1,5 milioni di dollari. Ucraina e Pakistan hanno stretti legami militari e industriali. Tra il 1991 e il 2020, i paesi hanno stipulato contratti di armi per un valore di quasi 1,6 miliardi di dollari.
– Secondo il New York Times gli USA hanno fornito all’Ucraina rilevatori di radiazioni che dovrebbero servire a rilevare l’uso, da parte dei Russi, di armi nucleari.
– «Questa è Bakhmut. Questa è Bakhmut. Ecco»
– Il vice primo ministro russo Marat Khusnullin ha visitato Artiomovsk e ha dichiarato che in futuro la città sarà ricostruita.
– Decreto di Putin: i residenti dei «nuovi territori» che non hanno preso la cittadinanza russa possono essere espulsi se vengono considerati una minaccia per la sicurezza nazionale.
– Secondo il canale russo di opposizione Brief in Russia, dopo un anno di sostanziale stabilità, potrebbero crescere i prezzi della benzina causa la pressione del fisco sulle aziende energetiche che vedono ridursi anche i profitti dell’export.
– L’ Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha votato una risoluzione che definisce «genocidio» la «deportazione in Russia di bambini» ucraini.
– Missile russo colpisce Nikolaev.
– Finché la Crimea fa parte della Russia, il sistema politico russo non vacillerà, ha dichiarato il leader dell’opposizione russa Garry Kasparov. «Sono illusioni che in Russia ci siano alcune possibilità per una divisione nelle élite, che il regime può in qualche modo vacillare, che ci sarà una sorta di resistenza, indignazione della gente: finché Putin controlla la Crimea, niente di tutto ciò accadrà».
– L’inviato speciale dell’UE per le sanzioni David O’Sullivan dopo aver incontrato il presidente uzbeko Mirziyoev, dice di aver ricevuto la promessa che l’Uzbekistan non aiuterà la Russia ad aggirare le sanzioni.
– La Russia ha sostenuto il prolungamento della vita operativa della Stazione Spaziale Internazionale fino al 2028. L’anno scorso il capo di Roskosmos aveva comunicato il ritiro dal progetto nel 2024.
– Zelens’kyj in un’intervista ha dichiarato che porta sempre una pistola e sa come usarla, nel caso in cui l’esercito russo voglia farlo prigioniero.
– I ministri della Difesa russo e cinese hanno discusso questioni di reciproco interesse a margine della riunione dei ministri della difesa degli stati membri della SCO a New Delhi.
– Giovedì un tribunale del Kirghizistan, ha ordinato la chiusura della filiale locale di Radio Free Europe/Radio Liberty, finanziata dagli Stati Uniti, i cui rappresentanti hanno criticato la sentenza definendola «oltraggiosa».
– Alcuni mezzi corazzati russi, fra cui un T90 ed un BMP-3, sono stati avvistati negli Stati Uniti, a cui sono stati forniti presumibilmente per motivo di studio dalle forze ucraine che li hanno catturati.
– Il Presidente russo Vladimir Putin ha visitato ieri il nuovo parco industriale Rudnevo, che fa parte della zona economica speciale Technopolis a Mosca.
Accompagnato dal sindaco della capitale, Sergej Sobjanin, il presidente ha preso conoscenza della costruzione della zona industriale, ha visitato l’officina di produzione dei droni ed esaminato il modello del parco industriale assieme a una mostra di produttori e operatori di sistemi aerei senza pilota. Nel nuovo parco industriale Rudnevo, la cui costruzione è stata avviata alla fine del 2020, oggi è in corso la formazione di un cluster di velivoli senza pilota: il Centro federale per i sistemi aerei senza pilota. Sono già stati costruiti 18 edifici di produzione con una superficie totale di 120.000 metri quadrati, compresa la produzione pilota e un ufficio di progettazione. 17 aziende dispiegheranno le loro strutture nel sito industriale, la maggior parte delle quali produrrà droni di varie classi.
– Putin firma la legge che limita la vendita dei vaporizzatori in Russia. Vietati ai minorenni, limitata la pubblicità, prezzo minimo fissato per decreto e divieto di aggiunta di aromi che possano aumentare la dipendenza.
– ANSA: archiviata l’inchiesta sul caso Metropol, cioè la presunta trattativa tenutasi al prestigioso hotel di Mosca in un meeting dell’ottobre 2018, tra Gianluca Savoini (il presidente dell’associazione Lombardia-Russia), altri due italiani e tre presunti intermediari russi riguardo un commercio di petrolio che, stando alle accuse lette sui giornali, avrebbe dovuto essere finalizzato ad alimentare con 65 milioni di dollari le casse della Lega. Il GIP di Milano che ha accolto la richiesta dei PM archiviando le posizioni dei tre italiani, che erano indagati per corruzione internazionale.
Rassegna tratta dal canale Telegram La mia Russia e Intel Slava Z.
Immagine da Telegram
Geopolitica
La crisi sacrificale della Terza Guerra Mondiale. Europa, Asia, Africa verso le fiamme
Bergoglio, anni fa, usò, per una volta, un’espressione interessante: «Terza Guerra Mondiale, ma fatta a pezzi».
È estremamente probabile che, come sempre, il vecchio argentino non sapesse quello che stava dicendo, voleva solo usare una frase per fare effetto sul pubblico, che è il suo bisogno intimo di uomo e di gesuita. Tuttavia, individuare sulla scenda mondiale i frammenti caldi di un enorme conflitto in via di caricamento, non era sbagliato, e non lo è oggi.
La questione è che la Terza Guerra Mondiale, invece che vederla in diversi pezzi, la stiamo forse per vedere tutta intera.
La situazione in Africa precipita. Ieri abbiamo visto che tutti, dalla giunta golpista nigerina ai governi dei limitrofi Mali e Burkina Faso, con segni di disagio evidente perfino a Palazzo Chigi (dove, ricordiamolo, grazie al Trattato del Quirinale può sedere un ministro francese), temono come imminente un blitz francese in Mali. Abbiamo sentito parlare, addirittura, di un possibile strike sul palazzo del potere realizzato con missili. Non impossibile, anzi déjà vu: due anni fa Parigi eliminò con un drone nel Sahara un capo ISIS, Kamel Abderrhahmal. Ciò non toglie che vi siano governi africani che accusano i francesi di essere dietro agli stessi terroristi che dicono di voler combattere, così da giustificare la propria presenza militare.
Vi è una questione di politica interna da ricordare – o, per meglio dire, di psicopolitica.
Al di là delle forniture di uranio nigerino che sono per un terzo necessarie alla «rinascita dell’industria nucleare francese», bisogna considerare la condizione di Macron: schiaffeggiato e pomodorizzato in pubblico, gli fanno il dito durante la parata del 14 luglio, infamano la sua strana moglie dicendo che è un uomo (non è vero, e Brigitte vuole denunziare chi fa circolare questa voce infondata). Da questa base, si parte per rammentare le immense manifestazioni antilockdown, quelle contro la riforma pensioni (che inneggiarono alla ghioglittina) e infine, indelebili, le immagini di barbara devastazione urbana viste il mese scorso con la rivolta etnica delle banlieue.
Il giovane presidente francese non può permettersi di mostrare ulteriore debolezza, rischiando, visto l’accumulo di insuccessi ed impopolarità, di passare alla storia come un presidente finito detronizzato.
Ecco perché un raid in Niger, anche cruento, è una tentazione cui sarà difficile resistere per l’Eliseo. Una repressione dei manifestanti anti-riforme o dei selvaggi afroislamici delle periferie date alle fiamme costerebbe morti francesi, con contraccolpo politico e mediatico insostenibile: ecco perché, soprattutto nel caso della rivolta etnica metropolitana, hanno lasciato fare.
I morti nigerini, invece, sarebbero lontani dagli occhi e dal cuore: una politica tipica dell’Eliseo, leggibile anche quando, nel 1996, Parigi riprese gli esperimenti nucleari in quel di Mururoa, nel Pacifico francese. (Come vedremo più sotto, si tratta di proiettare fuori di sé la violenza che non si può dirigere contro se stessi)
Un intervento francese in Niger, fatto per riportare la svanita egemonia parigina nell’africa francofona, farebbe partire il domino nero, dove quantità di altri Paesi, vicini o meno, hanno già fatto il salto verso l’appoggio russo e la presenza fisica del gruppo Wagner (che pare essere seguito da vicino dai servizi francesi, visto che sapevano anzitempo della rivolta di Rostov di poche settimane fa).
Un’Africa arsa dalle fiamme della guerra andrebbe ad aggiungersi al disastro europeo in corso.
L’Ucraina è sul bordo, più che della sua distruzione, della follia. Abbiamo visto, in questi mesi, cose enormi: attacchi alla centrale atomica più grande d’Europa, dighe saltate, richieste di armi di distruzione massiva. Perfino i polacchi (che durante la Seconda Guerra mondiale, peraltro, furono trucidati a mazzi da Bandera) si stanno stufando; tuttavia ciò conta poco: armati fino ai denti dalla NATO (cioè, in parte, anche dall’Italia che si è privata, per esempio, di difficilmente rimpiazzabili sistemi antimissile SAMP-T) il regime di Kiev può divenire una fonte di morte e destabilizzazione per lungo tempo – come abbiamo scritto l’anno scorso, anche in un dopoguerra dove ci ritroveremo in casa, armati e determinati, i giovani profughi ucronazisti ospiti della badante di vostro nonno.
La guerra in Europa, insomma, c’è già. E può , in estrema scioltezza, estendersi. Cosa succederà alla Moldavia? La politica interna del Paese è già polarizzata in modo irrecuperabile, con il partito di opposizione messo al bando, esponenti politici esiliati e messi sotto accusa in quanto «filoputiniani», e quindi complici di un disegno russo per rovesciare il governo di Chisinau. La Transnistria rimane, etnicamente, pura Russia. Cosa accadrebbe se le truppe di Mosca finissero di esitar ed arrivassero ad Odessa? L’annessione della Transnistria sarebbe inevitabile – e il caos moldavo, in cui entra in giuoco ovviamente anche la Romania, prenderebbe fuoco una volta per tutte.
In Asia, come sappiamo, il flashpoint rimane Taiwan, dove l’invasione della Cina comunista è stabile nell’orizzonte ravvicinato di Formosa. I countdown sulla guerra finale con Pechino (tra cinque anni? Tra sette anni?) si sprecano. Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato abbiamo assistito al bizzarro caso della TV che inviò il segnale di allarme per avvenuta invasione.
Il mondo si prepara al contraccolpo della fine di Taipei: non essendoci più alcun prodotto sul mercato che non si serva di microchip (o con esso venga prodotto per automazione), gli effetti sull’economia globale non potranno che essere devastanti – la settimana scorsa, dato preoccupante sfuggito ai più, il colosso taiwanese produttore di chip TSMC ha perso il 10%.
Vediamo come – in Europa, in Asia e in Africa – al momento venga mantenuta la divisione in blocchi, tipica di quella che è la storia di superficie delle grandi guerre mondiali. Di qui abbiamo Russia e Cina, di là Washington e i suoi lacchè europei e qualche satellite asiatico.
Sembrerebbe, in ultima analisi, tutto semplice. Se le faglie di scontro tra i blocchi fossero solo tre, tutto sommato la cosa potrebbe essere risolvibile.
Chi considera la questione in modo militare, geopolitico o diplomatico tuttavia non afferra quello che potrebbe essere il quadro di distruzione scatenato. Del resto, se non conosci la radice, come puoi vedere le ramificazioni?
Parliamo dunque qui delle radici spirituali, metafisiche, metastoriche dei conflitti dell’ora presente.
Dobbiamo al filosofo francese Réné Girard lo studio della violenza umana in correlazione al sacrificio. Il rito, scrive nel seminale La violenza e il sacro (1972), è un sistema grazie al quale la società elimina la violenza che sta per rivolgersi contro se stessa, proiettandola fuori, in un capro espiatorio, in un nemico. Le feste – e le guerre – altro non sarebbero che materializzazione di questo fenomeno. La società necessita di arrivare al punto in cui, per riorganizzarsi e sopravvivere, deve arrivare alla violenza eliminando la sua componente autodistruttiva.
Il rito, il sacrificio, quindi è pura violenza, reale o simulata , presente o ricordata.
Il rito del sacrificio è violento, tuttavia la sua funzione è catartica, è fatto per incanalare la violenza, destinata altrimenti a straripare nel corpo sociale. Il momento in cui la società diviene via via più instabile a causa della violenza inespressa e non ritualizzata è chiamato «crisi sacrificale».
Chi riconosce la deriva post-cristiana della società – cioè la vittoria di modelli di esistenza umana programmati dalle massonerie – può comprendere la meccanica psicosociale in questione.
«La “crisi sacrificale”, ossia la perdita del sacrificio, vuol dire perdita della differenza tra violenza impura e violenza purificatrice» scrive Girard. «Una volta perduta tale differenza, non c’è più purificazione possibile, e la violenza impura, contagiosa, cioè reciproca, si diffonde nella comunità. La differenza sacrificale, la differenza tra il puro e l’impuro non può cancellarsi senza trascinarsi dietro tutte le altre differenze».
«C’è qui un’unica e medesima azione della reciprocità violenta dilagante. La crisi sacrificale è da definirsi come “crisi delle differenze”, cioè dell’ordine culturale nel suo insieme» continua La violenza e il sacro. «Questo ordine culturale, infatti, non è nient’altro che un sistema organizzato di differenze; sono gli scarti differenziali a dare agli individui la loro “identità”, che permette loro di situarsi gli uni rispetto agli altri».
Le parole del filosofo sono quanto mai attinenti all’ordinamento delle Nazioni nell’ora presente.
In una realtà dove la confusione causata ai popoli è programmatica (con abolizione scientifica delle distinzioni: maschio/femmina, cittadino/immigrato, lavoratore/parassita, santo/peccatore, etc.) , in una condizione in larga parte di deritualizzazione della vita pubblica, la crisi sacrificale mondiale è un fenomeno ineluttabile.
E così, lo è anche il suo effetto finale: la violenza.
Tale violenza purificatrice, quindi, non sarà cercata ed agita dai soli russi, cinesi, ucraini, nigerini: sarebbe possibile in quantità di popoli che sentono di dover tornare a strutturare il proprio ordine.
I pezzi di questa guerra mondiale sacrificale sono ovunque: e pronti ad esplodere, per simpatia, nel caso della deflagrazione più grande di una guerra fra blocchi sempre più dichiarata.
Non siamo sicuri che la pace sugellata da Pechino tra Iran e sauditi potrebbe resistere. Ciò comporterebbe la ripartenza della tensione in Yemen, dove non sappiamo quanto bene gli Huthi abbiano preso gli accordi dell’alleato di Teheran con chi li massacrava con mostruosi bombardamenti sino a poco fa, producendo morte a profusione, e diecine di migliaia di sfollati. Come abbiamo riportato su Renovatio 21, gli Huti non si sono limitati a subire: hanno lanciato diversi attacchi con droni contro l’Arabia Saudita.
Lo scenario in Arabia potrebbe divenire ancora più fantasioso: un crollo del regno dei Saud aprirebbe la corsa al ruolo più ambito del mondo musulmano, quello di Khadim al-Ḥaramayn al-Sharifayn «custode delle due Sacre Moschee», di cui ora si fregia il re saudita, e che dà, ovviamente, un potere immenso su più di un miliardo di musulmani che per precetto devono visitare la Mecca almeno una volta nella vita.
La Repubblica Islamica d’Iran sarebbe decisamente interessata ad una custodia messa in discussione, ma non sono da sottovalutare le mire del wannabe califfo Erdogan, il quale ha peraltro appena chiesto di entrare in Europa come prezzo per il suo assenso alla Svezia nel Patto Atlantico: pensate a quanto sarebbe bello, la UE e la NATO che arrivano fino alla Mecca. Paradossi di cui, ad un certo punto, mica ci stupiremmo. Scenari che, comunque, costerebbero fiumi ulteriori di caos e sangue.
Non troppo più in là, Pakistan e Afghanistan potrebbero risolvere le loro dispute con le armi – i talebani ne hanno tante, sono quelle che ha lasciato loro generosamente Biden nel 2021, e magari qualcuna sta filtrando anche a quei «talebani pakistani» che tanti grattacapi stanno dando a Islamabad (gli studenti coranici afghani, si diceva, erano una creazione dei servizi pakistani dell’ISI: la golemica è una specialità non solo della CIA).
Il Pakistan, che ricordiamo è una potenza nucleare in crisi economica, energetica e politica, il sacrificio potrebbe cercarlo tuttavia con il nemico di sempre, l’India – in modo da fare i conti con i decenni di odio (e qualche episodio con spari, come a Kargill nel 1999) e i milioni di morti nelle violenze post-partizione del 1947.
Tuttavia, sarebbe interessante vedere come potrebbe esplodere anche un altro fronte dei dintorni: il confine himalayano tra Cina e India. Chi contesta che tra Pechino e Nuova Delhi non può esservi scontro perché appartenenti presumibilmente allo stesso blocco per via dei BRICS e della persistente comune alleanza con Mosca anche in era sovietica (con alti e bassi) non conosce le dinamiche delle guerre mondiali. Ad esempio, l’URSS e gli USA erano alleate per combattere Hitler, ma non il Giappone. Stalin dichiarò guerra a Tokyo solo il 7 agosto 1945, cioè tra i bombardamenti atomici americani di Hiroshima e Nagasaki, che alcuni storici osano dire hanno arginato l’ingresso delle truppe sovietiche nell’Hokkaido, preservando il Giappone da un destino tedesco-coreano di nazione divisa.
India e Cina, insomma, potrebbero essere libere di tornare a picchiarsi in Himalaya, e non più con sassi e bastoni e botte da orbi (magari pure con qualche robot killer), e nemmeno con piccole guerre come le due ufficiali che hanno combattuto nella seconda metà del XX secolo. Teniamo a mente, sempre, che entrambe dispongono di armi termonucleari – come il Pakistan, che – perché no? – potrebbe zompare in questo macello.
Più sotto, Pechino potrebbe una volta per tutta, oltre che pensare a Taiwan, togliersi quello che è stato definito dai giornali del Partito Comunista Cinese come il «chewing gum attaccato allo stivale della Cina», è cioè l’Australia, che si sta paranoicamente preparando a respingere invasioni cinesi da anni – senza rendersi conto, come abbiamo visto con la repressione pandemica di Melbourne, di essere divenuta simile alla stessa Cina che vuole combattere.
Altre crisi sacrificali potrebbero deflagrare in Libano, e in Siria, dove peraltro si stanno consumando vari incontri ravvicinati tra velivoli russi e americani. La violenza contagerebbe ovviamente Israele, che mai ha risolto una crisi che sia una e i relativi appetiti di violenza che ne scaturiscono, anzi ha peggiorato quanto possibile il quadro dell’aerea – memento, anche qui, che, segreto di Pulcinella, Israele ha qualche centinaio di testate atomiche.
Europa, Africa, Asia… e le Americhe?
È difficile prevedere cosa potrebbe succedere in America latina. La situazione è instabile in Bolivia, già oggetto di quella che è stata chiamata «la prima guerra del litio». Così come il Venezuela, primo produttore di petrolio del continente, sotto il tallone dell’ideologia bolivarista del defunto Hugo Chavez e stretto nella morsa di una povertà dilagante scaturita dallo scontro con gli USA, potrebbe finire in una spirale che, magari, potrebbe coinvolgere soggetti tradizionalmente filo-Washington dell’area (la Colombia? Un Cile impazzito?)
La crisi sacrificale più evidente è tuttavia interna agli USA, il Paese che ha per programma ufficiale la cancellazione di quelle differenze che Girard vedeva come motore della violenza «sacra».
Abbiamo scritto in passato che un arresto di Donald Trump, berlusconizzato anche questa mattina con un incredibile attacco della magistratura USA diretta dal Dipartimento di Giustizia di Biden, potrebbe portare, in realtà alla pace planetaria: perché, se scoppiasse una guerra civile americana, prima di una guerra mondiale, l’Ucraina perderebbe il sostegno del gigante (e come Kiev, Varsavia, i Baltici, etc.) facendole quindi crollare ogni speranza di resistere contro le forze russe.
Ebbene, crediamo che sia troppo tardi per questo, oramai. Un’eventuale guerra civile americana potrebbe magari fermare la guerra fra i blocchi nelle principali zone calde, ma non fermerebbe lo scatenarsi di violenze in tutte le altre zone di crisi liberate ulteriormente del poliziotto globale.
Piccole guerre, che certo non suonerebbero come le proposte, sentite in Russia di recente, di buttare un’atomica tattica su una città europea, tanto per rimettere le cose a posto – tuttavia, proprio per i motivi che abbiamo descritto sopra, anche i microconflitti, in presenza di una volontà di morte delle élite, si possono trasformare in grandi guerre mondiali: chiedete all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este, se volete.
Il fatto è che il mondo non è costretto a nessuna di questa prospettive. La catena del male si può fermare: non siamo obbligati alla violenza per inarrestabile meccanica antropologica, per ineludibile componente interiore dell’essere umano.
Il sacrificio può essere fermato con Sacrificio più grande. Questo è uno dei significati attribuibili a Gesù Cristo e alla sua Croce – dopo il Sacrificio di Dio, ci è stato detto, non c’è bisogno di altro sacrificio se non quello che si celebra ogni giorno, e in ogni angolo della Terra, nella Santa Messa. Il lettore non cattolico può non capirlo, ma questa è esattamente la funzione della Messa: ripetere materialmente il sacrificio più grande, a beneficio dell’umanità, che può così abbandonare il suo bisogno della violenza.
«Misericordia io voglio e non sacrifici» dice il Maestro (Mt 9, 13).
E noi, guardando il sangue che esce dalla sua Croce, diciamo: non vogliamo la guerra, ma la pace.
Potete pregare, quindi, proprio quel il Dio che ha preso su di sé la violenza degli uomini, affinché sia evitato a noi e alla nostra discendenza il sacrificio inutile della nuova guerra mondiale, voluta da creature dementi e possedute.
Esse odiano voi e l’umanità stessa. Esse sole vanno sconfitte e vinte – senza che lo spargimento di sangue riguardi tutti noi.
Roberto Dal Bosco
Geopolitica
Lite tra Ucraina e Polonia. Ambasciatore convocato
Il ministero degli Esteri ucraino ha convocato l’ambasciatore polacco a Kiev, Bartosz Cichocki, per quelle che ha definito osservazioni «inaccettabili» di un alto funzionario a Varsavia.
Lo scandalo riguarda il capo dell’ufficio politico internazionale all’interno dell’amministrazione presidenziale polacca, Marcin Przydacz, che ha invitato l’Ucraina a essere più grata al suo vicino per l’assistenza fornita.
La politica «non dovrebbe mettere in discussione la comprensione reciproca», ha affermato Kiev in un comunicato, respingendo le affermazioni «sulla presunta ingratitudine degli ucraini» come «false».
Nei suoi commenti, Przydacz aveva difeso il divieto di importazione di grano ucraino in Polonia, una scelta peraltro condivisa con l’Ungheria di Viktor Orban.
Parlando con l’emittente polacca TVP, il Przydacz aveva affermato che «sarebbe giusto che l’Ucraina iniziasse ad apprezzare il ruolo che la Polonia ha svolto per l’Ucraina negli ultimi mesi e anni».
Il capo dell’ufficio politico ha anche insistito sul fatto che gli interessi degli agricoltori polacchi vengono prima di tutto, in particolare durante il periodo del raccolto. «Per quanto riguarda l’Ucraina, ha ricevuto molto sostegno dalla Polonia», ha aggiunto.
L’intervista ha immediatamente suscitato una reazione rabbiosa da parte di Kiev. Andrey Sibiga, il vice capo dell’amministrazione del presidente ucraino, ha criticato quelli che ha definito i tentativi di alcuni politici polacchi di diffondere «affermazioni infondate» secondo cui l’Ucraina non apprezza l’aiuto di Varsavia, riporta RT.
È «ovvio» che le opinioni siano state espresse nel perseguimento degli «interessi opportunistici» di qualcuno, ha detto lunedì Sibiga in una forte dichiarazione su Facebook.
L’UE ha inizialmente revocato le tariffe e le quote per le esportazioni ucraine nel tentativo di sostenere il Paese nel suo conflitto armato con la Russia. I prodotti alimentari ucraini più economici hanno poi invaso il mercato comune del blocco, scatenando le proteste tra gli agricoltori dell’Europa orientale. Cinque nazioni dell’UE hanno imposto restrizioni unilaterali sul grano in arrivo prima che l’UE accettasse le loro richieste e imponesse un divieto ufficiale.
Lo sviluppo ha inasprito le relazioni tra Kiev e Varsavia. La scorsa settimana, il presidente ucraino Zelens’kyj ha definito il divieto «non europeo» e ha invitato Bruxelles a farlo scadere il 15 settembre. Anche il primo ministro ucraino Denis Shmigal ha criticato specificamente la posizione della Polonia, definendola «ostile e populista».
Il ministro degli Esteri polacco Pawel Jablonski ha respinto le critiche, sottolineando l’ampia assistenza del suo Paese all’Ucraina. Ha anche affermato che la Polonia è stata guidata dai propri interessi, anche quando si tratta di aiutare Kiev.
Come riportato da Renovatio 21, il presidente russo Putin si è recentemente dilungato in spiegazioni, anche di carattere storico piuttosto approfondito, sulle mire della Polonia nei confronti dell’Ucraina occidentale.
L’idea di un’annessione di porzioni dell’Ucraina occidentale, che sono state storicamente polacche (Leopoli, Ternopoli, Rivne) aleggia sin dall’inizio nel conflitto nelle chiacchiere sui progetti di Varsavia.
Un articolo apparso sul quotidiano turco Cumhuriyet di fine 2022 riportava che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj avrebbe negoziato con le autorità polacche la partecipazione delle forze armate polacche al conflitto in Ucraina.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Il Parlamento ungherese non ratifica l’adesione della Svezia alla NATO
Fidesz, il partito politico al governo in Ungheria, ha boicottato il voto all’Országgyűlés, l’Assemblea Nazionale unicamerale, sulla ratifica dell’adesione della Svezia alla NATO, facendo fallire la misura. Lo riportano vari media ungheresi.
Fidesz, che è la formazione politica del presidente Viktor Orban, ha due terzi dei parlamentari nell’Assemblea Nazionale, quindi il boicottaggio è stato garantito per condannare il voto al fallimento. Secondo voci circolanti, il governo magiaro non vorrebbe che il voto venga preso in considerazione prima di settembre.
La NATO ha bisogno sia dell’Ungheria che della Turchia per approvare la ratifica dell’ingresso di Stoccolma nel Patto Atlantico.
La Turchia ha chiarito che non si occuperà della questione prima di ottobre e che si aspettano innanzitutto che la Svezia mantenga alcune promesse.
I partiti di opposizione ungheresi, avevano sostenuto che la reputazione del paese con gli altri Paesi membri della NATO sarebbe stata danneggiata.
Come riportato da Renovatio 21, ad aprile il presidente della Camera ungherese Laszlo Kover ha affermato di aver ricevuto dozzine di e-mail da elettori svedesi e finlandesi che lo esortavano a bloccare l’adesione dei loro paesi alla NATO.
A differenza dell’Ungheria, che ha tenuto un referendum prima di aderire alla NATO nel 1999, la Finlandia e la Svezia hanno entrambe rinunciato alla loro neutralità e hanno chiesto di aderire alla NATO lo scorso anno, e sebbene i sondaggi indicassero che la maggioranza degli elettori in entrambi i Paesi sosteneva la mossa, nessuno dei due governi ha deciso di un referendum.
Sia Stoccolma che Helsinki, va ricordato, provengono da una lunga storia di Stati neutrali, che pareva un tempo assai condivisa dalla popolazione. Come riportato da Renovatio 21, alle spalle entrambi i Paesi – guidati allora da premier legate al WEF di Davos – avevano ricevuto le pressioni dei britannici per entrare nel Patto Atlantico.
Tre settimane fa la Russia ha approvato un prestito per costruire due centrali atomiche in Ungheria, mentre la Germania pare voler ostacolare la loro realizzazione. L’anno scorso era emerso che l’Ungheria era l’unico Stato UE che ancora riceveva gas russo.
L’Ungheria con la Polonia ha vietato le importazioni di cibo ucraino. Con l’Austria invece è tra quei Paesi che hanno annunciato che non invieranno più armi a Kiev.
A cause delle sue politiche a favore delle famiglie, Budapest è sotto il costante ricatto di Bruxelles, che congela fondi per decine di miliardi per «punire» il governo Orban. L’estate scorsa la scure UE si abbatté anche sui carburanti.
Orban, che rifiuta l’accusa a Putin di essere un «criminale di guerra», ha espresso soddisfazione per la recente vittoria elettorale di Erdogan (il presidente dell’altro Paese NATO che sta tardando l’ingresso della Svezia) contro l’«uomo di Soros».
Del miliardario filantropo Orban un tempo fu allievo nell’Ungheria post-comunista; ora è, edipicamente, divenuto uno dei suoi più acerrimi avversari.
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