Civiltà
Vivere liberi lontani dal mondo moderno, restando in Italia. Intervista a Gipi dei Malvisi
In tanti ci chiedono, di fronte alle notizie apocalittiche che Renovatio 21 fornisce ad abundantiam ogni dì, se mai ci sia un posto sulla Terra, un Paese straniero, in cui migrare per evitare l’orrore onnipervadente del mondo moderno che, slatentizzato, diviene sempre più sorveglianza e sottomissione, prigione tecnologica, incubo biologico ed alimentare.
Tuttavia, conosciamo qualcuno che da anni è riuscito a disconnettersi dal mondo delle macchine restando in Italia, prendendo dimora in un antico borgo disperso fra i boschi degli Appennini, dove c’è tutto quello che serve: il campo da arare con i buoi, la stalla per le mucche, la corte per le capre e gli asinelli, le oche e il gallo, il vitello e il pipistrello, la casetta con la stufa e il gatto, l’orto di immane generosità, il ruscello per sciacquare i panni.
Si chiama Villa Melesi, o comunità contadina dei Melesi. L’ha fondata lui. Sta sui monti a cavallo tra Parma e Piacenza, comune di Vernasca.
Gipi dei Malvisi è un personaggio piuttosto incredibile, che avevamo conosciuto nella scena pan-italiana degli appassionati del tabarro, dove la sua originalità torreggiava (e, considerando la galleria di personaggi che si intabarrano, capite che si tratta di tanta roba). Artigiano e artista – sono incredibili, e ben vendute, le sue sculture in fil di ferro – il dei Malvisi è oggi un uomo che ha appreso tecniche agricole antiche, ottocentesche, medievali, persino neolitiche, con le quali condurre questa vita lontana dal mondo tossico inflitto alla popolazione occidentale e non solo a quella.
Parlare con lui è trovarsi affogati in un vortice di racconti biografici, erudite citazioni e pensieri abissali espressi in una lingua euro-sincretica diacronica che all’italiano aggiunge parole – preposizioni, lemmi, espressioni, tutto – in francese, tedesco, spagnuolo, latino, inglese, italiano aulico… e giuriamo che parla davvero così, con questo eloquio antico e proteiforme, irresistibile.
Se il lettore ha problemi a comprendere, in fondo Gipi è stato così gentile da darci i suoi recapiti. Così che magari, qualche lettore curioso, può organizzarsi per andare a trovarlo. E toccare di prima mano la libertà di cui qui andiamo a parlare.
Signor dei Malvisi, è vero che questo non è il suo nome?
Primieramente yo non sono «signore» bensì contadino. Nel mio dialetto, un’isola di accento emiliano tra quello ebraico y quello ligure, il «siur» indica un benestante che non si sporca le mani. Sulle mie braghe di fustagno porto tre bottoni: antico segno del possedere un po’ di terra tuttavia non sufficiente per poter guatare gli altri lavorarla. C’est vrai: il mio cognome deriva da un guardiano delle oche astigiano. Da quando però sono ritornato ai siti aviti l’ho sostituito con la mia provenienza geografica: i Malvisi sono un villaggio della montagna piacentina dove i miei antenati vivono da 600 anni. Una volta era d’uso: Guido da Verona, Tommaso d’Aquino… Gipi era il nome di battaglia di un chirurgo partigiano, affibbiatomi da mio padre al primo vagito.
Ora dove vive?
Più che vivere, ahimè, sopravvivo: a me stesso. Purtroppo la banalità del male (i.e. una zia apparentemente affettuosa, circuita da un bieco figuro, ha venduto i miei sogni per un piatto di lenticchie) mi ha travolto ed ho dovuto abbandonare la mia terra per divenire un vagabondo. Il carico di ricordi, lo strazio per la Patria si’ bella e perduta non mi abbandonano mai. Fuggo dunque: senza posa né requie, evangelicamente pensando alla volpe provvista di una tana a me negata. Il viaggio è la mia droga quotidiana: terminato l’effetto del trip (sic), la giostra deve ripartire. Bergson definì quello ebraico «popolo ospite»; parimenti la mia magione è quella di colui che mi accoglie. Ben conscio peraltro che il mio puzzo ammorberebbe l’aere dopo tre di’ più del carducciano Cruciato, tolgo gli ormeggi sordo a qualsivoglia richiamo di sirena entro quel termine.
Come vive? Lei dice: «vivo nell’Ottocento»…
Vivevo nell’800, tra manze mugghianti, cani da caccia, gatti e polli. Una casa di pietra, nel tetto pure, con il fuoco che scaldava pentole ma più ancora animi. Una bottega di falegnameria del Trisnonno, la più antica funzionante della provincia. La spesa nell’orto e nel frutteto ed il surplus venduto tramite amici o passaparola. Una cavalla, facente funzione di automobile, che anche con temperature abbondantemente sotto lo 0 partiva imperterrita, senza antigelo. Non rifiutai la corrente elettrica similmente al mio bisnonno che, tornato da Boston nel 1911, nel ’29 fu tra i primi a volerla in casa (ho ancora le bollette, si sa mai che mi contestino il mancato pagamento). Avevo infatti un frigo (che morì, dato che il freddo della cucina era troppo intenso) ed una radio per le nuove. Oggi mi sposto per insegnare quelle nozioni così faticosamente apprese dagli ultimi che potevano insegnarmele, legate al mondo che fu. Una panda a metano che percorre 70.000 km all’anno con aspirazioni opposte. Talvolta formato Tir, sovraccarica di opere artigianali e banchi da lavoro ed esposizione per gli eventi cui prendo parte. Talaltra in veste di macchina formula 1, superando i 180 km/h, onde spostarmi dal Manzanarre al Reno con celerità superiore al pensiero (anche se il filosofo sarebbe contrario). Un equilibrio sûrement non perfetto tuttavia con una idea molto chiara, continuamente corroborata nel passare dei lustri: la mia libertà è bene imprescindibile.
Come è arrivato a questo amore per la vita di un tempo?
Allorché arrivai ai monti sorgenti dal piano padano, finiti con mio sollievo (e dei miei docenti pure) gli studi classici, avevo perfettamente chiari i miei intenti: praticare una esistenza immersa nella natura (quasi) incontaminata della mia valle. Eravamo allora nel pieno dell’edonismo reaganiano e ben pochi erano quelli che credevano in un mondo altro, diverso. Passavo (molti lo pensano ancora) per un lavdator temporis acti, lodatore del tempo passato, per posa o per ignoranza oppure per protesta. In realtà la mia decisione si è rafforzata crescendo: a 4 anni dissi, e seriamente, ai miei genitori: «vado a vivere lassù». L’imprinting del nonno, incosciente del seme immesso nel mio giovanile corazón, ha travolto irrefrenabile qualunque ostacolo. Furono lui e tutti quelli della sua generazione, nati tra fine ‘800 e primo’ 900, a stimolare la curiosità e a farmi approfondire vieppiù quel contesto che andava repentinamente scomparendo. Conoscevo il virgiliano Tityro e l’Arcadia tuttavia quei richiami non potevano che apparire frutto della fantasia del poeta, dell’interpretazione distaccata ergo finta dello scrittore. Non c’erano ombre fresche sui flautini bensì lezzo di sudore e falci fruscianti e paura delle carestie in quelle parole pronunciate nelle vespertine veglie. Potevo non innamorarmi di una storia scritta da giganti? E quanto mi apparivano sconcerie da nani gli agi milanesi?
Ci ha detto che conosce tecniche che «vengono direttamente dal Neolitico»…
C’est vrai. Mi sovviene un paragone, affatto iperbolico a mio modesto avviso. La differenza di movimento tra le legioni di Cesare e la Grand Armée del piccolo Corso non è così significativa. Ambedue usavano equini e bovini da trasporto, con conseguente notevole lentezza negli spostamenti e penuria di sussistenza. Intendo dire che in certi ambiti le evoluzioni sono state modeste se non addirittura nulle. Le persone che ho avuto la fortuna di incontrare avevano appreso tecniche dai loro padri, nonni, compaesani, che permettevano loro di vincere la natura feroce ed i duri materiali, migliorando così la propria condizione di vita, già grama. Due esempi. Senza seghe, so ricavare da un tronco quattro travetti, bastando i cunei di ferro da infilare nella corteccia: i nostri antenati, privi di altro, usavano sassi appuntiti, a tagliola, battuti da un ramo, parimenti una rudimentale mazza. Il tramezzo: pareti interne (delle case) o esterne (delle cascine) composte da pali verticali ed un intreccio di rami forti, poi intonacate con letame fresco (in Africa si usa tuttora). Un sistema che è alla base della cesteria e della tessitura e che ebbe l’ultimo colpo di coda massiccio nelle trincee della Grande Guerra (ci costruirono anche finti cannoni atti ad ingannare la ricognizione aerea avversaria!).
Cosa pensa della situazione del mondo pandemico?
Il mio pensiero non può che andare ai nostri vecchi, scomparsi con il sospetto che il mondo che avevano contribuito a creare non fosse migliore di quello che stavano lasciando. Gente che di apocalissi (usando un’espressione di Paolo Caccia Dominioni) ne aveva vissute parecchie. Gente che era usa alle fatiche, alla fame, al dolore, forse rassegnata ma mai doma. Questi hanno affrontato la Spagnola e i virus degli anni ’50 e del’ 69 ricordando benissimo i racconti dei loro nonni circa l’ondata di colera del 1855. Ebbene c’era lo spavento della guerra, giammai quello della malattia. Strano, nevvero? Il morbo veniva affrontato con una serenità di fondo. Alla base di questa solidità d’animo c’erano una fede che vince la morte ed una società costruita su relazioni familiari e sociali strette. Noi al contrario siamo monaci senza vocazione alcuna e, per giunta, senza noviziato di prova. Investiti dal «labora» (la nostra non è forse una Costituzione basata sul lavoro piuttosto che sul valore della persona ergo sulle braccia invece che sull’anima che vive di «ora» pure?), travagliamo senza pensare, come direbbe quel cattivo maestro di Sartre. Ritirandoci poi nella nostra personale cella, pardon: l’abitazione, dove ci attendono i panem et circenses promessi. Orbene: in un tessuto siffatto la presunta pandemia non poteva che accelerare il processo di distacco, alterando completamente il senso del rapporto umano. Questa influenza dai numeri troppo esigui ha spinto a dividerci ulteriormente, quasi appartenga più al campo dell’ideologia che non a quello – scontato? – della salute. Posso dirlo apertis verbis: ad oggi rivolgo la mia attenzione non tanto alla scaturigine della malattia quanto alle conseguenze che sta subendo il mondo, con ripercussioni a livello politico, economico e massimamente sociale.
Ha comperato dei buoi in previsione di un vaccino obbligatorio per la patente?
I buoi, devo ammetterlo, sono sempre stati tra i miei desiderata. Appartengono alla storia dell’agricoltura: tra le incisioni rupestri camune se ne riconosce perfettamente una coppia aggiogata che tira l’aratro. Yo ho ben conservati todos gli attrezzi: carro, carretto a due ruote, erpice, slitta… Mancavano solo i trattori ruminanti e non potevano che essere dell’antica razza (qualcuno dice portata dai Longobardi; ipotesi simpatica ma difficilmente suffragabile) «montana», diffusa tra Parma et Genova. Estinta nel mio Ducato, rimane qualche capo nell’Oltrepò ed in Liguria ma sapevo chi poteva avere ciò che cercavo, conoscendo (oltre che artigiani) contadini ed allevatori in tutta Italia. Allorché cominciò il blocco, capii che era giunto il momento e, seguendo il consiglio di Orazio, colsi l’attimo aggiudicandomi due bestie giovani e domate da lavoro nei campi. Può sembrare una follia, certo, eppure la tendenza generale è quella di stringere un cappio intorno alla nostra libertà. Lo stesso ricatto posto ai genitori, ovverosia di portare a scuola solo bimbi vaccinati, domani potrebbe essere posto a chi guida. Personalmente, di fronte all’alternativa di perire tra i flutti o di costruire un’arca, preferisco, di gran lunga, la seconda.
È vero che per un periodo si è spostato a cavallo?
Naturlich! A differenza di tanti rodomonti nostrani, ho tratto logiche e severe conseguenze dalle lunghe e vespertine discussioni con amici e dalle solitarie meditazioni circa la salvaguardia dell’ambiente. Coerentemente con altre decisioni prese sul mio stile di vita, per 11 anni sono andato a piedi per tragitti fino ai 15 km, diversamente in corriera y treno. Un incontro inaspettato mi ha portato infine a scegliere Stella, una cavalla bardigiana (1,47 al garrese, razza rustica e robusta, talvolta nevrile ma in genere docile). Una automobile perfetta: si muoveva in tutte le stagioni, mantenimento a costo 0, niente balzelli sul mero possesso. In più mi sfornava un puledro da vendere all’anno: una meraviglia! Il fatto più divertente era andare in posta, banca o in comune e parcheggiare davanti: la gente stupita usciva dai bar per vedermi e, mentre sbrigavo le mie faccenduole, l’equino rasava il prato antistante. Comodo invero per tutti, no?
Perché ora ha comprato dei muli?
In realtà è una: Julia, tre anni, figlia di una cavalla bardigiana. Nata in un pascolo d’alta quota nella montagna piacentina e sopravvissuta ai lupi, è stata domata da sella e tiro. Nell’ottica di un restringimento delle libertà individuali mi sono deciso a cercare e comprare un mulo in quanto mezzo di trasporto ideale per le condizioni del territorio in cui vorrei o dovrò vivere. Una bestia siffatta può agevolmente portare 120 kg di legna o frutta con il basto e le ceste: niente di meglio dunque per salvaguardare la mia schiena ed arrivare in posti impervi. Non solo: percepisce il pericolo, come tanta aneddotica militare racconta.
Cosa pensa del nuovo ecologismo?
È uno dei frutti amari, terribili financo, di questo mondo moderno. Una mia amica carissima, anni fa, mi definì l’ultimo degli umanisti, riferendosi all’ immagine vitruviana dell’uomo al centro dell’ universo. Oggi invece c’è l’animale e non parmi un guadagno. Nemmanco i pagani avrebbero posto una bestia sull’ara, se non per sacrificarla (mi sovvengono, ad esempio, i suovetaurilia). Hanno classificato la religione quale superstizione invocando la ragione (gente come Massimo D’Azeglio, salvo poi passare le sere ad invocare gli spiriti e far ballare i tavolini con un medium) ed ora, in nome della stessa, adorano chi ne è privo. Sento spesso dire che siamo il cancro del pianeta ed è un’affermazione che mi fa primieramente sobbalzare indi mi ferisce. A coloro che lo sostengono porgo invariabilmente un invito: andare a Pienza ed affacciarsi dalle mura in direzione dell’Amiata. Il paesaggio è straordinario, da sindrome di Stendhal. Campi e boschi, siepi e calaie: tutto ha un ordine calibrato. C’è un perfetto equilibrio tra uomo e natura, creato dal lavoro millenario di etruschi, romani, medievali per giungere fino a noi. È la mano del contadino che pianta sapientemente il vigneto, l’oliveto e lo difende dalle infestanti e dai selvatici. Il mondo occidentale era ecologico perché dotato di buon senso. Certo, alcune montagne sono state disboscate per fini commerciali, produttivi, tuttavia fino all’arrivo della casta di rapaci individui (parola di un Gramsci) l’insieme era stato preservato. Tornando al nostro presente, quella coscienza propagandata dalla ragazzina svedese mi appare ideologica, ipocrita, inutile. Ciò che stiamo ottenendo (mi fermo al caso italiano) è la distruzione totale della nostra agricoltura in favore della creazione di un ambiente dicotomico e in egual misura caotico: agglomerati urbani più o meno grandi e foreste selvagge. Uno scenario folle che solo la discendente di un popolo barbaro può volere. I latini tagliavano per seminare e creavano giardini, di là del Reno si guardavano bene dal ferire troppe piante. Aridatece i monaci di Camaldoli, primi compilatori di un manuale di silvicoltura, o quelli di Chiaravalle e le loro marcite, altro che Greta!
Che rapporto ha con la tecnologia? Per esempio come usa lo smartphone?
Ogniqualvolta ho un colloquio con gli organizzatori di manifestazioni cui desidero prendere parte, mi scuso anticipatamente per la mia scarsa dimestichezza con la tecnologia. La frase tipica, tra serio e faceto, è: «sono un uomo dell’800». In effetti non so nemmeno accendere un computer… Guardo stupito gli altri che fanno, brigano, disfano, muovono: ne colgo l’utilità ma non mi appartiene. Per poco meno di 10 anni ho avuto il telefono fisso in casa e mi sembrava di non inficiare la coerenza: come affermava orgoglioso il mio bisnonno, erano stati personaggi nati come lui nel XIX secolo ad inventare certe faccenduole come la lampadina e la radio! Quando sono partito per l’esilio perpetuo gli amici mi hanno regalato uno smartphone (che yo chiamo acutofono) e mi hanno, bontà loro, insegnato ad usarlo. I contatti, per me che vivo di relazioni ed ho sodali sparsi da Aosta a Ragusa, sono fondamentali. La funzione telefono è surely la più gettonata, passando almeno 5 ore al giorno in comunicazione con qualcuno! Whatsapp l’ho trovata di grande aiuto per le immagini: poter inviare la foto di un pezzo di ciliegio per indicare senza fraintendimenti un colore preciso non ha prezzo. Faccialibro lo uso poco o punto. Trovo che uno dei termini più abusati oggi sia «amicizia». A mio modesto avviso ci deve essere una corrispondenza tra ciò che vivo nel reale, nel quotidiano, e quello che passa nel virtuale, in rete. Non è possibile sostituire lo sguardo, un abbraccio, il tono della voce e, magari, le gambe sotto al tavolo: antico sono. Last but not least la mia garzona ha creato un profilo Instagram per poter pubblicizzare le mie opere tuttavia, almeno per ora, il passaparola vince incontrastato nella classifica di motore di vendita.
Lei è un grande sostenitore del tabarro…
Chi mi incontra senza conoscermi di primo acchito immagina yo sia un teatrante, un eccentrico, nel peggiore dei casi un picchiatello. Li capisco, per carità: rara avis vedere un tabarro. A maggior ragione se accoppiato ad un bustino (o gilet, che dir si voglia) con la catenella della cipolla. Ancor più se le braghe sono in fustagno e con tre bottoni finali (avendo un po’ di terra, i miei vecchi hanno acquisito il diritto a portarli. Un mezzadro non ne aveva affatto mentre un ricco poteva esibirne un fottio: un codice antico come quello dei ventagli e irrimediabilmente perduto): le stesse che nell’ iconografia classica porta Renzo Tramaglino. Tornando alla nera ruota: come potrei non portarlo, dato che non ho ombrelli e nemmanco cappotti? Da 20 anni mi copro con quello: in caso di pioggia anche il 15 agosto. Ne sono orgogliosissimo, me lo sento addosso come una seconda pelle ed è un biglietto da visita che mi fa identificare da lontano. I miei valori, la mia cultura si presentano visivamente, esteticamente: l’ho compreso nel tempo. No, non potrei farne a meno (ci dormo pure dentro, avvolto come in un bozzolo).
E il camminare scalzo? Ci racconta qualcosa…
Ho iniziato a Giugno di 30 anni fa, quasi timidamente. Il caldo rendeva i miei scarponi (utili per andare a falciare) opprimenti e l’istinto mi disse: ya basta! Prima solo durante i mesi estivi, successivamente ci presi gusto, allungando vieppiù la resistenza al cuoio. Ora da metà marzo a metà novembre cammino scalzo. È un fatto di salute, certamente, ma sarebbe riduttivo credere sia solo quella la motivazione. Intanto è tradizione: una volta i poveri giravano costantemente senza scarpe, le quali venivano riservate alla messa, alla festa (per me neppure quella: sono un pellegrino). In secvndis i piedi sono senzienti, similmente alle mani. Un piacere senza pari è il percepire la carezza dell’erba, il fresco del marmo, le asperità del granito, il massaggio del selciato di fiume. Mi è capitato più e più volte di affrontare la pioggia in città o di attraversare un corso d’ acqua: et voilà, il tempo di un amen e sono asciutto, diversamente le calzature bagnate. Viaggio con un occhio vigile nel guatare vetri e spine onde bellamente evitarli ma è dopotutto un piccolo prezzo che pago volentieri per il senso massimo di libertà che mi regala.
Parliamo della sua arte…
Nella mia famiglia sono più di 200 anni che c’è un falegname: ogni generazione ne ha espresso uno. Fin da piccino ho sempre sentito una forte attrazione per il legno: colori, profumi, alterazioni. Iniziai con riproduzioni di armi dell’ultima guerra per le manovre campali con gli amici poi la mia attenzione si riversò verso la scultura. Dopo aver recuperato la bottega in casa (che già fu del trisnonno) andai a garzone dal mio maestro (dopo 27 anni mi reco ancora da lui: non si finisce giammai di imparare) e dopo un anno potevo menar vanto di essere diventato un ebanista. Scelgo accuratamente i tronchi nei miei boschi, li sego e li lascio riposare in una lenta essicazione naturale. Dalle assi mature ricavo mobili scolpiti ed intarsiati, cornici in stile, taglieri, attrezzi da cucina e contadini, giuocattoli. Finisco con olio d’oliva extra vergine e di lino, gommalacca e sandracca. Il bisnonno, carpentiere negli Stati Uniti, sapeva usare il fil di ferro ed yo ho voluto fortissimamente, come Alfieri, imparare da autodidatta. Et voilà: cesteria (in tecnica mista con essenze legnose o puro), complementi di arredo, manichini, lampade, bugie con meccanismo di risalita, porta-bottiglie e porta-vasi pensili. Costruisco muri in pietra a secco, erigo tramezzi (le antiche pareti) e copro le case in lastre di arenaria. Infine, da appassionato cultore di tutto ciò che è tradizione, insegno (oltre a tutte le tecniche sunnominate) danza popolare, con coreografie supportate da un repertorio musicale più o meno antico ed abbastanza ben conservato.
Questa intervista genererà interesse e richieste di contatto da parte dei nostri lettori. Possiamo dare la sua mail e il suo numero di telefono a chi ce lo chiederà?
Claro que sì! Il mio recapito telefonico è 3335347433 (ed ha, incredibile dictv, Whatsapp) ed il mio indirizzo di posta elettronica è: gipi.malvisi@gmail.com.
Grazie signor dei Malvisi. Grazie per la testimonianza e l’esempio che ci dà.
Civiltà
Blackout in tutta Italia. A cosa ci stanno preparando?
Blackout ovunque nel Paese. I giornali ne parlano, ma notiamo che non viene fatto un discorso d’insieme: si reperiscono per lo più gli articoli nelle cronache dei giornali locali.
Intere zone della capitale – Casal Bruciato, Pigneto, Parioli, Tuscolano, Corcolle, San Lorenzo – sono state senza elettricità, a volte anche per 18 ore di fila. Si moltiplicano le testimonianze di disagi infernali per chi deve gestire i malati. Buttate quantità di farmaci e cibo che era contenuto nei frigoriferi.
Anche Ostia e Ostia antica sarebbero rimaste senza luce.
Interruzioni di corrente si verificherebbero da giorni a Napoli, con gravi danni alle imprese, denuncia la Confcommercio della provincia.
A Catania un blackout elettrico definito «enorme» si è protratto per due giorni e passa. È arrivato, di conseguenza, anche lo stacco degli impianti di produzione idrica: senza energia e senza acqua.
Anche Palermo sta soffrendo blackout continui. Per scongiurare i danni economici, qualche attività sta noleggiando gruppi elettrogeni.
Blackout anche a Bari, nel quartiere della Madonnella, in pieno centro. Stessa cosa a Bisceglie. Idem a Vasto, dove il sindaco Menna diffida l’Enel e minaccia di richiedere il risarcimento danni.
Non solo il Sud. A Cremona il blackout è arrivato dopo una maxi-grandinata.
Ora, la spiegazione sparata immediatamente dai giornali la avete ben presente: a generare i blackout sono i condizionatori, tenuti a palla a causa della canicola.
In pratica, vi stanno dicendo: i blackout sono colpa vostra. Non è una novità.
Tuttavia in rete, e fuori dalla rete, si moltiplicano quelli che credono che la raffica di blackout possa aver un secondo effetto programmatico: abituare la popolazione alla mancanza di energia elettrica dovuta alla mancanza di gas russo.
O forse, ancora più nel profondo, instillare nella gente l’idea che la luce non è qualcosa che va dato per garantito, va, magari, meritato – come la libertà di andare a lavorare, andare a scuola, andare al bar, che abbiamo capito si può subordinare ad un vaccino genico sperimentale e ad una piattaforma informatica biosecuritaria.
Avere la luce in casa diverrà un «premio» all’ubbidienza del cittadino, come è stato per il green pass? Possono farlo, hanno speso anni per mettere in piedi la narrativa necessaria a distruggere i consumi, anche quelli più basilari: è l’ecologia ossessivo-compulsiva di Greta Thunberga e degli zeloti ambientalisti imbrattatori di quadri e interruttori del traffico, spalmata in ogni possibile articolo di giornale, serie TV, corso di aggiornamento, Intelligenza Artificiale…
Ti togliamo la luce, ma per il bene del pianeta. A meno che tu… La meccanica premiale della nuova società del controllo bionformatico, dove non siete cittadini ma utenti, dove non avete diritti ma «accessi» temporizzati correlati ai vostri comportamenti, dove lo Stato è una piattaforma elettronica e il danaro un software programmabile, dovrebbe esservi oramai chiara.
Chi segue Renovatio 21 sa che è un discorso che facciamo da tanto tempo. Il tema dei blackout divenne inevitabile a cavallo tra il 2021 e il 2022, prima ancora della guerra ucraina – dopo la quale, divenne discusso, a volte apertamente a volte no, da vari governi.
Un anno fa, quando cominciò lo shock dei prezzi energetici, si calcolava che un miliardo di persone sarebbe presto divenuto a rischio di stare senza corrente.
Seguì quantità di blackout effettivi o minacciati in ogni angolo della Terra: dalla Svezia allo Sri Lanka, dall’Australia al Giappone, dal Texas alla Kazakistan, dal Pakistan alla Turchia, dalla Francia alla Cina, dalla Svizzera a Porto Rico, – inclusa ovviamente l’Italia.
In Germania l’inverno passato si misero a pensare esattamente a un green pass energetico così come a pazzesche consegne di contante nelle case della gente in caso di interruzione totale dell’elettricità. Si tratta del Paese che a causa della privatizzazione ha rischiato a inizio anno un blackout del gas, ad un certo punto a marzo 2022 le ferrovie hanno fermato tutti i treni merci a causa della mancanza di corrente elettrica, mentre lo Stato mandava in onda spot apocalittici per preparare i tedeschi (e gli immigrati in Germania, a giudicare dal video) ad un inverno in cui poteva venire a mancare il riscaldamento – dove si era arrivati ad ipotizzare l’esistenza di veri e propri «sfollati energetici».
Paesi UE come l’Austria e la Romania avevano cominciato a parlare a livello politico e in TV di blackout già lo scorso autunno.
Blackout previsti nel Regno Unito, in USA: Paesi del primo mondo, Paesi detti «sviluppati».
Recentemente abbiamo visto blackout in Argentina e quelli, non senza intrighi di contorno, in Sudafrica – qui sei mesi fa hanno tentato di uccidere il capo della società elettrica nazionale avvelenandolo con il cianuro.
E non pensate che siano l’unico mistero occorso in questa storia: Renovatio 21 ha riportato dei diversi strani casi di sabotaggio di infrastrutture elettriche si sono registrati negli USA. Che significa: c’è qualcuno che sta attaccando, anche con armi da fuoco, le centrali elettriche.
Ovunque nel mondo diviene chiaro che le rinnovabili sono parte del problema: totalmente inaffidabili, hanno portato il Texas a serie di blackout anche letali.
Abbiamo visto, l’inverno scorso, il blackout di Buffalo, Stato di New York, e i suoi effetti: razzie e assalti ai negozi. In pratica, blackout e immediata anarco-tirannia.
Come aveva detto l’esperto Mario Pagliaro a Renovatio 21 un mese fa, finora l’Italia si era finora salvata dai blackout grazie al crollo dei consumi industriali. Già di per sé, la situazione era una catastrofe: ora l’Italia consuma e non produce, e la rete non regge, o forse non vogliono che continui a reggersi.
E non è così sbagliato pensare che possa esserci la volontà precisa di qualcuno di staccarvi la spina. Ricordatevi quegli auspici proferiti nella Davos del Grande Reset dal gruppo estremista chiamato World Economic Forum.
«Dobbiamo accettare che ci sarà dolore nel processo… aprirà a carenze energetiche. Creerà pressioni inflazionistiche… forse dobbiamo cominciare a parlare del fatto che quel dolore in realtà vale la pena di patirlo».
In pratica, vi stanno dicendo: vi infliggeremo i blackout, ma state certi che è per il vostro bene. Conoscete, oramai, questo tipo di discorso.
Il tema dei blackout era stato trattato da un documento del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), l’organo che controlla i servizi segreti italiani.
«L’Italia potrebbe (…) subire indirettamente gli effetti di razionamenti energetici condotti a livello europeo ovvero di fenomeni di blackout in uno dei Paesi dell’Unione che inciderebbero sugli scambi commerciali intra UE e quindi sulla tenuta del sistema produttivo nazionale» scriveva il rapporto dell’Intelligence nazionale.
Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – l’organo del Parlamento della Repubblica Italiana che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – il 13 gennaio ha trasmesso alle presidenze una Relazione sulla sicurezza energetica nell’attuale fase di transizione ecologica».
Il documento fa apertamente riferimento alla possibilità di blackout sul territorio nazionale: «l’Italia potrebbe, comunque, subire indirettamente gli effetti di razionamenti energetici condotti a livello europeo ovvero di fenomeni di blackout in uno dei Paesi dell’Unione che inciderebbero sugli scambi commerciali intra UE e quindi sulla tenuta del sistema produttivo nazionale».
«L’impennata dei prezzi dell’energia elettrica e del gas naturale espone l’Europa al rischio di blackout energetici. Il timore è che in un sistema di approvvigionamento energetico estremamente interconnesso come quello europeo, lo spegnimento di una singola centrale – ad esempio per mancanza di carburante – possa generare una reazione a catena in vari Stati membri».
«Il timore di un possibile blackout si starebbe diffondendo in tutta Europa» dichiaravano le spie italiane. «A partire dall’Austria dove la ministra della Difesa Klaudia Tanner ha paventato il rischio di un possibile “grande blackout”, sino alla Spagna dove i consumatori iberici, nonostante le rassicurazioni delle Istituzioni nazionali, hanno dato il via ad acquisti compulsivi di bombole di butano, fornelli da campeggio, torce e batterie, esaurendo le scorte disponibili». Tale audizione fu trasmessa il 13 gennaio 2022, quando di fatto l’italiano sta ancora digerendo il panettone.
Ma non è l’unico caso in cui la questione è arrivata in superficie. Il ministro dello Sviluppo Economico del governo Draghi Giancarlo Giorgetti davanti ad una platea di imprenditori pure aveva parlato apertis verbis di rischio blackout.
Come ripetuto da Renovatio 21, il blackout è una forma più avanzata di lockdown, perché blocca la Civiltà in modo definitivo, creando danni ancora maggiori, vista la dipendenza che abbiamo nei riguardi dell’elettricità per sanità ed alimentazione.
Ci hanno mostrato la deindustrializzazione, magari convincendoci che saremmo divenuti una società di puri consumatori (reddito di cittadinanza, Universal Basic Income, etc.). Ora distruggono anche i consumi:
Non siete più lavoratori, non siete più consumatori. Cosa siete? Siete niente, non servite a nulle, siete di troppo sul pianeta, andate neutralizzati, sterilizzati e disintegrati, andate fatti sparire. Nel quadro mentale di schiavitù in cui hanno piombato larga parte della popolazione è probabile pure che, bovinamente, moltissimi lo accettino.
I blackout potrebbero servire a ricordarlo: abbiamo noi in mano le vostre vite, vi dicono, sottomettetevi.
Noi, al rischio di rimanere con la sola luce della cera d’api (di cui sappiamo qualcosa, per questioni vetero-liturgiche), non siamo disposti. Per niente.
Prepariamoci organicamente al caos che potrebbe seguire se la corrente se ne andasse del tutto. Per una volta, ascoltiamo quello che ci stanno dicendo i Signori della Morte e del buio: non date per scontato la luce elettrica.
Non sottovalutate i disastri che abbiamo davanti: perché qualcuno lavora attivamente per farli accadere, per fare soffrire la vostra prole, per impedire la continuazione delle vostre famiglie.
Impariamo a non aver paura del buio. Perché, alla fine, sappiate che tutto questo accade perché i padroni del buio che hanno paura di noi.
Roberto Dal Bosco
Civiltà
Il programma dell’anarco-tirannia è in atto
Alcuni lettori mi hanno scritto sconvolti per i fatti delle città francesi messe ferro ignique dalle bande nordafricane.
Qualcuno mi parla di profezie sulla Francia, qualcun altro si chiede, tremando, quando succederà in Italia. Altri ancora mi chiedono cosa stia accadendo nel profondo.
I militari non intervengono per poter istituire un sistema di controllo ancora più capillare? Oppure i soldati sono tenuti nelle caserme perché a quel punto si potrebbe ufficialmente parlare di guerra civile? (Che era, per nemesi storica, l’accusa che Macron in campagna elettorale rivolgeva alla sfidante Marine Le Pen)
La Francia non risolve la questione perché, sapendo che ha a che fare con gruppi armati, come visto in plurimi video circolanti, sa che vi sarebbe una carneficina, che sancirebbe la divisione etno-sociale una volta per tutte, mettendo fine alla finzione del Paese illuminato e multietnico?
Macron sta aspettando che passi a’nuttata, per spazzare tutto sotto il tappeto delle banlieue, esattamente come fece Chirac nel 2005?
Ognuna di queste possibilità può essere veritiera. Tuttavia, scendendo ad un livello ancora più profondo, credo che stiamo assistendo in diretta ad una mutazione programmata dallo Stato moderno. Una trasformazione dell’ordine sociale, del cosmo della cittadinanza, a lungo preparata, con operazioni immani durate decenni se non secoli, dai padroni del vapore.
La democrazia liberale scompare. Le fiamme di Nanterre e delle altre città francofone d’Europa sono i colori esatti del suo tramonto. Al contempo, quei bagliori coincidono con la forma futura della società: l’anarco-tirannia.
Il termine fu coniato dallo scrittore e giornalista americano Sam Todd Francis (1947-2005) a inizio degli anni Novanta, per poi riprenderlo a inizio 2000 in un brevissimo saggio intitolato «Synthesizing Tyranny». Francis preconizzava l’imminente ascesa di una dittatura armata che però, a differenza di quanto visto in passato, non imponesse in alcun modo alla popolazione una legge, anzi, lasciasse la società in balia dell’incertezza e della violenza.
Si trattava, scrive Francis, «di una sorta di sintesi hegeliana di due opposti: l’anarchia e la tirannia», cioè una dimensione in cui uno Stato che regola in modo tirannico o oppressivo la vita dei cittadini ma non è in grado o non vuole far rispettare la legge protettiva fondamentale.
«Il concetto elementare di anarco-tirannia è abbastanza semplice. La storia conosce molte società che hanno ceduto all’anarchia quando le autorità governative si sono dimostrate incapaci di controllare criminali, signori della guerra, ribelli e predoni invasori. Oggi, questo non è il problema negli Stati Uniti. Il governo, come può dirvi qualsiasi contribuente (soprattutto quelli morosi), non accenna a crollare o a dimostrarsi incapace di svolgere le sue funzioni. Oggi negli Stati Uniti il governo lavora in modo efficiente. Le tasse vengono riscosse (puoi scommetterci), la popolazione viene contata (più o meno), la posta viene consegnata (a volte) e Paesi che non ci hanno mai infastidito vengono invasi e conquistati».
L’anarco-tirannia, secondo lo scrittore, permette ai violenti di prosperare. L’importante è la sottomissione, innanzitutto fiscale, della maggioranza della popolazione».
«Sotto l’anarco-tirannia, il controllo di elementi veramente pericolosi come (…) è messo in secondo piano. Il vero problema è come spremere denaro dai comuni cittadini che non si lamenteranno, non reagiranno e non inizieranno a colpire le persone in faccia».
Sbaglia chi pensa che si tratti di un segno di debolezza terminale di una società che ha perso radici e orientamento morale. «L’anarco-tirannia, quindi, non è solo una deformazione del sistema di governo tradizionale né un sintomo di “decadenza”» avverte Francis.
No, «l’anarco-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello stato da quella impegnata a proteggere la cittadinanza rispettosa della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nel migliore dei casi, una patologia sociale e, nel peggiore, un nemico».
È la sensazione che hanno molti, quando magari aspettano ore in questura per denunciare che gli hanno svaligiato la casa, e poi trovarsi nessun risultato, e magari gli stessi poliziotti che li fermano per strada in modo randomatico. È l’idea che usciva dalla bocca di una borseggiatrice di autobus, beccata dal famoso programma televisivo delle otto e mezza di sera. La ragazza, rincorsa dal giornalista-giustiziere, diceva con sicumera: ma cosa vi interessa se rubo, non interessa neanche alla polizia…
Tuttavia, il cittadino può ricordare, e con un certo fremito, il comportamento delle forze dell’ordine durante la pandemia, con i jogger inseguiti in spiaggia, i droni, i controlli nei bar, il timore generico che si aveva degli agenti pandemici. Ricordate, per caso, quelle immagini di due anni fa, le ultime proteste a Milano? Noi sì, e ancora ci divora la tristezza.
C’è, sì, una bella inversione. Il criminale, quello che vive infrangendo l’ordine, viene ignorato, tollerato, e se acciuffato per qualcosa, in caso liberato subito. Il cittadino che vive rispettando la legge può vedere invece, come in Francia, la sua macchina bruciata in strada, gli spari di Kalashnikov sotto casa, il proprio negozio distrutto da una razzia furiosa.
Anche senza i fuochi di Nanterre, tuttavia, possiamo vedere come la questione riguardi oramai la struttura stessa delle città. I cittadini assistono impotenti allo spaccio di droga, che avviene sempre nei soliti posti, e che avvelena la gioventù.
I proprietari di case possono vedere il valore dell’immobile dimezzarsi o ancora peggio quando lo Stato, senza spiegare perché, piazza nel condominio, o nel condominio a fianco, masnade di sconosciuti africani arrivati con i barconi, mantenuti per anni tra vitto e alloggio gratuito, telefonini, vestiti alla moda, monopattini elettrici – il tutto a spese, ovviamente, della stessa persona che paga le tasse pur vedendo degradato il valore dei suoi beni. Alcuni figliano, perché magari chi li gestisce gli ha sussurrato qualcosa sullo ius soli e i ricongiungimenti.
Nelle cittadine, anche piccole, sorgono moschee abusive, che generano sempre movimento, e finiscono magari nelle cronache perché si scopre che dentro c’è qualcuno che predica l’islamismo salafita, con magari qualche possibile connessione con il terrorismo internazionale.
Tutti questi fenomeni sono pienamente accettati dalla popolazione: è questa la vera chiave di volta per comprendere l’anarco-tirannia.
Perché la violenza anarcoide portata programmaticamente dalle masse importate con i gommoni Kalergi è solo una faccia della medaglia. L’altra, la tirannia, prevede proprio la sottomissione del popolo. È la famosa inversione dello stato di diritto vista con il green pass, che sarà ancora più evidente quando, a breve, la nostra esistenza sarà piattaformata tramite ID digitale (prima preoccupazione di Macron appena rieletto) e danaro programmabile, cioè dall’euro digitale di sorveglianza della BCE Lagarde.
Se il cittadino non è libero, è uno schiavo. Se lo Stato non offre libertà, allora infligge la sottomissione. E la forma politica della sottomissione è la tirannide.
Potete vedere ovunque segni di questo squilibrio. Le tasse rendono impossibile la vita di tantissimi – specie i lavoratori autonomi – tuttavia ecco stanziamenti gargantueschi per mantenere gli immigrati (anche durante il governo Meloni: quanti sono? Tre miliardi? Cinque? Otto? Qualcuno lo vuole dire), più fiumi di danari e armi (al punto da rendersi sprotetti!) all’Ucraina.
Una decisione del vertice, neanche italiano magari, ma verso cui il popolo non pensa di reagire. Allarga le braccia, china la testa. Lavora, arriva a fine mese. Tollera tutto. Non ti muovere, stai lì e subisci, come una pietra, come un santo, come Fantozzi, come la brava persona che sei, che deve pensare prima a portare a casa da mangiare per la famiglia, e che non vuole grane con la polizia o con la magistratura.
È così che l’anarco-tirannide è divenuta strutturale. Colpisce, ad esempio, il recente omicidio di Primavalle, a Roma, quello della ragazza trovata nel cassonetto. Il ragazzo fermato, immigrato di seconda generazione, dicono l’abbia uccisa per un debito di droga da 30 euro. Il giorno prima di venire massacrata aveva presentato il sospetto assassino alla madre. «Signora, stia tranquilla, voglio bene a sua figlia». Poi, coltellate al collo, alla schiena, all’addome, il cadavere sanguinante messo su un carrello verso i bidoni della spazzatura. Su Instagram il ragazzino di origine cingalese ha più di 10 mila follower, ha inciso un pezzo Trap pubblicato su Spotify, si atteggia da duro. Lei invece era attiva in altri ambiti: faceva la volontaria al Centro accoglienza degli immigrati.
È un’immagine che dice tutto. Tuttavia, non possiamo non sentire gli echi di situazioni passate: Pamela Mastropietro, venti anni, squartata da spacciatori dell’Africa nera con precisione mai vista – forse rituale. Oppure Desiré Mariottini, drogata, stuprata e uccisa da un branco che ha poi lasciato il cadavere in uno stabile abbandonato. Aveva sedici anni. E poi, chissà quanti altri casi, e non solo in Italia. In Francia si è avuto il caso, agghiacciante di Lola Daviet, violentata e torturata e uccisa, messa in una valigia da una strana immigrata maghrebina – forse anche qui con una cifra rituale non ancora ben compresa.
Non sono storie dell’orrore metropolitano, e nemmeno è solo cronaca nera dell’immigrazione: si tratta di tasselli che compongono il quadro dell’anarco-tirannia che va caricandosi nel sistema operativo dello Stato Europeo.
Pensate agli stupri collettivi subiti dalle donne tedesche sotto il Duomo di Colonia. O, sempre a capodanno, allo stesso fenomeno inflitto alle ragazze milanesi sotto il Duomo di Milano.
Pensate all’invasione di Peschiera del 2 giugno 2022, dove divenne visibile, e pure filmata e messa sui social, l’impotenza delle forze antisommossa, che caricavano sul lungo lago tra sghignazzi, urla e cachinni, completamente circondati da orde di ragazzini di origine africana che rivendicavano di aver de-italianizzato la cittadina lacustre, resa, per un giorno «Africa».
Come noto, nel treno stracarico, al ritorno verso Milano, vennero molestate delle minorenni italiane (a cui, al contempo, è stato usato razzismo: il vagone era solo per africani, dissero) che tornavano da Gardaland. È notizia di pochi giorni fa che l’inchiesta sarà archiviata, le vittime non riescono a riconoscere i volti della bolgia, e le telecamere sul regionale, sorpresa, non funzionavano…
E ancora: i «festeggiamenti» per le vittorie ai mondiali del Qatar del Marocco li rammentate? E dell’ultimo capodanno di Berlino qualcuno, a parte Renovatio 21, vi ha parlato?
Oppure, uscendo dalla questione migratoria, pensate alla storia dei grandi rave estivi: migliaia di persone che occupano un terreno privato, spacciano in modo massivo, producono continue emergenze sanitarie (l’MDMA, alle volte, non fa benissimo), inquinano come niente. La polizia è fuori a guardare, non interviene.
Ognuno di questi episodi serve a farvi comprendere che, malgrado paghiate le tasse e rispettate la legge, siete in balìa di una ferocia che può scoppiare da un momento all’altro, e togliervi tutto: l’attività, la macchina, la casa, la dignità, la sicurezza… i figli.
Ogni luogo che credevate dominato dallo Stato democratico è in realtà passibile di divenire una TAZ, una «zona temporaneamente autonoma», come teorizzava negli anni Novanta l’ideologo dell’antagonismo da Centro Sociale Hakim Bey (il quale, en passant, era un grande apologeta della pedofilia).
Di più: ogni tessera di questo mosaico umiliante serve in realtà a sottomettervi in modo ancora più profondo, intimo. È quella che, quasi sessanta anni fa, l’esperimento dello psicologo Martin Seligman chiamò Learned Helplessness, ossia «impotenza appresa».
Seligman metteva dei cani in una grande scatola, divisa in due da una piccola barriera, che la cavia poteva superare con un piccolo salto, cosa che il cane faceva subito quando si mandava una pesante scossa elettrica sotto le zampe della sezione in cui si trovava. Tuttavia, notò lo psicologo, se si elettrificavano entrambi i pavimenti della scatola – non lasciando quindi uno spazio privo di scosse – il cane rinunciava a muoversi. Diveniva, tecnicamente, depresso, accettava il fatto di essere percosso da una violenza continua e invisibile. Tale tecnica, è emerso in questi anni, è stata utilizzata dalla CIA negli interrogatori nei suoi black sites sparsi in giro per il mondo. E la forma di tortura che piega definitivamente l’animo umano, facendolo sentire, una volta per tutte, impotente…
Ecco cosa vi sta succedendo. Ecco perché vi sentite così. Ecco perché stanno lasciando che le vostre vite siano distrutte. Per insegnarvi a sentirvi impotenti, esasperati, senza via d’uscita.
Sarete così esausti che obbedirete a tutto. Al massimo, ve la prenderete con il criminale lasciato – appositamente – a delinquere rovinandovi la vita. Ma non vi rivolterete mai. Perché voi siete stati resi docili dal miraggio del pascolo, vi hanno distolto dalla prospettiva del macello che vi aspetta facendovi ruminare uno stipendio e tanta roba d’intrattenimento (Netflix, gli hobby, lo sport, la musica classica e moderna, la libertà sessuale e religiosa, i diritti degli animali e degli LGBT) siete stati bovinizzati – perché voi siete la massa vaccina.
Ma chi può volere una cosa del genere?
Se ve lo chiedete, non conoscete l’élite al potere, o quantomeno ignorate quale cultura la informi – una cultura che odia l’uomo, odia la donna, odia il bambino, predica la loro riduzione ed escogita trappole di ogni tipo per ferirli, mutilarli, distruggerne il corpo, l’esistenza, la dignità, una cultura che inverte tutto, il bello con il brutto, la fertilità con la sodomia, l’innocenza con la perversione, la vittima con il carnefice – in una parola la Necrocultura, la Cultura della Morte.
Tutti i libri che leggono quelli che vi comandano – Attali, Harari, Platone – parlano solo di questo, rassicurano i membri dell’Olimpo che è giusto così, alla popolazione umana va inferta la tecnocrazia più crudele, e loro saranno premiati, vivranno in stupende magioni protette dai lapilli della violenza in strada, magari estenderanno pure la loro vita indefinitamente grazie alla tecnologia transumanista.
Si tratta degli alti funzionari di quello che hanno chiamato la Managerial Class, cioè il personale del Managerial State, lo «Stato gestionale» – ossia l’élite che gestisce il Moloch burocratico statale e sovrastatale – in pratica, i guardiani del totalitarismo dell’ora presente, reale quanto non dichiarato.
A loro è stato promesso che avranno un destino diverso rispetto a quello dei popolani. Pensate al Macron di queste ore: la Francia brucia, ma lui è a ballare al concerto dell’omosessuale affittatore di uteri Elton John (quello celebrato nei film biografici finanziati dal Vaticano…).
Il senso di impudenza, di tracotanza, di vera hybris che questi trasudano è incredibile: tuttavia in nessun modo essi perderanno il potere che hanno accumulato, spiegava Francis decenni fa.
Perché «dopo aver conquistato l’apparato statale, gli anarco-tiranni sono la vera classe egemonica nella società contemporanea, e la loro funzione è quella di formulare e costruire la nuova “cultura” del nuovo ordine che immaginano, una cultura che rifiuta come repressiva e patologica la cultura tradizionale e civiltà».
Siamo a bordo di una civiltà dirottata per distruggere se stessa, da cui ricomporranno un ordine nuovo, un mondo nuovo dove subirete violenza perenne, gratuita, pur continuando ad obbedire – vaccinandovi, accettando ogni parafilia insegnata ai vostri figli, facendovi portare amabilmente verso la guerra contro una potenza termonucleare – e non smettendo mai di pagare le tasse.
Sottomessi, assistete all’inversione di tutte le cose: il bene con il male, la virtù con il peccato, la salute con la malattia, l’onestà con l’assassinio, la pace con la guerra, la vita con la morte.
Questo mondo in caricamento, sì, somiglia un po’ all’inferno.
Ci arrivate, ora, a capire cosa sta succedendo?
Roberto Dal Bosco
Arte
Leggere Dostoevskij per comprendere il presente (e anche il futuro)
Lo spettacolo indecoroso cui stiamo assistendo non è inedito, anche perché i suoi ingredienti fondamentali ne fanno solo una replica – con qualche sostituzione degli attori nelle parti secondarie – di quello a cui assisteva con sconsolata lucidità Dostoevskij, e che annotava nel suo Diario.
Aveva sotto gli occhi l’ingrossarsi come un fiume in piena della «questione d’Oriente». Quando cioè centinaia di migliaia di cristiani venivano massacrati nella indifferenza delle potenze occidentali concentrate nell’accaparramento di propri vantaggi territoriali dalla dissoluzione dell’impero turco, e quindi quasi ansiose che la pulizia etnico religiosa fosse portata a termine, quale arma di contenimento della Russia. Questa, infatti, una volta tolto di mezzo l’Impero Ottomano «si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà».
«Si mentiva spudoratamente su tutto, allo scopo di eccitare all’odio le masse del popolo non contro i massacratori musulmani, ma contro il presunto imminente nemico».
Così come oggi, per bocca di mentitori seriali televisivi, la guerra travestita e preparata dagli Stati Uniti su una terra di confine, per avviare la guerra contro la Russia, capovolge fatti e responsabilità.
«E per di più in Europa si negano i fatti», scriveva il nostro autore, «li si smentiscono nei Parlamenti, non si crede, si fa finta di non credere: no, non è successo, è esagerato, sono loro stessi, i bulgari, che hanno trucidato sessantamila dei loro per accusare i turchi». Forse prendendo spunto dal memorabile «Eccellenza, Lei si è frustata da sé» che si legge nell’Ispettore generale di Gogol’.
Lo stesso paradosso che non solo viene servito con imperturbabile sfrontatezza dai cucinieri occidentali e dai loro alleati ad est, ma anche digerito beotamente dalle moltitudini teleemancipate. Non per nulla, e per l’eterno ritorno dell’uguale, a queste, comprese forse anche quelle tedesche, è apparso subito evidente che, con straordinario slancio autopunitivo, anche i gasdotti siano stati messi fuori uso dai legittimi proprietari, come le popolazioni russofone del Donbass si siano state autoperseguitate e uccise nel corso di quasi un decennio. Tutti del resto conosciamo una vecchia metafora un po’ scabrosa su certe possibili vendette coniugali autolesioniste che è sconveniente citare per esteso.
In quei fatti Dostoevskij ravvisava «l’ultima parola di una civiltà dopo diciotto secoli di evoluzione, di tutta quella umanizzazione del genere umano per cui l’Europa ha distrutto il commercio dei negrieri e il dispotismo, ha proclamato i diritti dell’uomo, creato la scienza, celebrato l’anima umana con l’arte, promesso agli uomini giustizia e verità, per poi voltare le spalle ai cristiani massacrati per ordine del sultano».
Del resto, vale la pena di ricordare come qualche decennio dopo quei fatti, con lo stesso cinismo, gli evoluti occidentali abbiano voltato le spalle anche di fronte al genocidio armeno sul quale rimane steso a distanza di più di un secolo un imbarazzante e imbarazzato silenzio, a fronte del clamore attivato su quello hitleriano, almeno finché il suo ricordo è tornato utile. Infatti, ora anche Auschwitz rischia di tornare in penombra perché, se da un lato i tedeschi hanno interiorizzato la colpa fino a cambiare pelle, mettere da parte ogni orgoglio e memoria identitaria, per adattarsi infine anche alla nuova povertà energetica ed economica, dall’altro il nuovo nazismo ucraino a uso e consumo angloamericano viene alimentato e potenziato in vista di una nuova ma da sempre vagheggiata operazione Barbarossa.
È il nazismo esibito impunemente sul petto da un signore in visita al vescovo di Roma insieme a un plotone di commilitoni in tuta mimetica, secondo la nuovissima etichetta approvata dalla Segreteria di Stato Vaticana. Una aggiornata etichetta nazionalpopolare che ha esteso il bianco, riservato da secoli alle regine cattoliche in visita al pontefice, anche a quelle delle borgate romane rappresentate per competenza territoriale dalla disinvolta signora Giorgia.
Ma leggiamo ancora nel Diario: «da che deriva tutto ciò? Perché non si vuol vedere, sentire, e si mente? perché si getta del fango su se stessi? È perché c’è di mezzo la Russia. Infatti, la Russia disturba, è colpevole di essere la Russia, che come un’orda barbarica si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà, quella civiltà, appunto, che ad un tratto si è rivela un bluff»
Dunque, nulla pare cambiato da allora. E la civiltà è quella che è capace di sequestrare le opere d’arte dell’Hermitage in prestito alle gallerie occidentali. Di impossessarsi indebitamente dei beni privati e dei depositi bancari dei cittadini russi. Che ha sottoscritto trattati di pace solo allo scopo di ingannare strategicamente la controparte, trasgredendo la sola regola cogente vantata dal vantato diritto internazionale elaborato dalla civiltà occidentale, ovvero il pacta sunt servanda. Mentre questa stessa regola rimane «intangibile» per continuare a stringere al collo gli inermi sudditi europei imprigionati a Maastrichtt.
Ma occorre essere realisti. Ha vinto a tutto campo l’utilitarismo anglosassone, versione plebea e becera del fine che giustifica i mezzi adottato anche dagli ottusi abitatori continentali delle istituzioni europee, forniti o meno di titoli nobiliari o accademici che non impediscono di fare affari milionari privati con tutti i malfattori transatlantici, a spese dell’ignaro contribuente della stessa UE. Senza contare gli svizzeri che, dell’utilitarismo essendo i cultori assoluti, hanno messo l’armatura anche alla loro amata e proverbiale neutralità.
Del resto, la separazione tra politica ed etica, era problema antico e presente alla coscienza ben prima di Machiavelli che tuttavia, scriveva Croce, «scopre la necessità e l’autonomia della politica, che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta».
Anche se, aggiungeva, «quello che di solito non viene osservato, è l’acre amarezza con la quale il Machiavelli accompagna questa asserzione della politica e della sua necessità».
Infatti, in ogni caso, l’utilità del tranello e della strage di Senigallia ordita dal duca Valentino si iscrive, nelle intenzioni dell’autore, nell’utile ma non certo nell’onore.
Come nel caso di Remirro de Orco, luogotenente del duca, che pacificata la regione per mezzo di inaudite efferatezze, fu messo una mattina sulla piazza di Cesena «in due parti con un coltello sanguinoso a lato sicché i cittadini rimasero satisfatti e stupidi».
Possiamo inoltre osservare come la stessa politica internazionale abbia uno statuto «etico» a sua volta differenziato anche rispetto a quello della politica interna. Si tratta di una diversità venuta a formarsi spontaneamente per la diversità degli interessi e degli obiettivi in gioco, che sono, anzi dovrebbero essere, in una visione ideale, la pacifica convivenza fra i popoli da un lato, e il bene della comunità nazionale dall’altro.
Ma anche questa differenza cade, quando, come oggi, le nazioni europee, non più indipendenti e sovrane, non godono più di autonomia politica perché in stato di vassallaggio rispetto gli Stati Uniti, non solo dal punto di vista militare, ma anche, tramite l’UE che ne è la longa manus, per le direttive educative, culturali, economiche e «ideologiche». Sicché neppure di vassallaggio è corretto parlare, quanto di totale, mortificante asservimento.
Ma Dostoevskij, a partire dalla autonomia di fatto riconosciuta proprio della politica internazionale, fa un passo ulteriore. Egli non era di certo un ingenuo e sprovveduto idealista incapace di afferrare il problema filosofico della doppia moralità che segna rispettivamente il proprium della politica e della vita individuale.
Tuttavia, si chiede: «Dove sono le verità conquistate con tante sofferenze? Basta una causa pratica, e tutto vola via?».
Infatti, aveva ben presente quello che Machiavelli non poteva ancora prendere in considerazione perché venuto dopo di lui. Tutto il lavorio di pensiero, tutta quella riflessione sulla realtà della politica, e tutti quei fatti storici che avevano portato, attraverso un travaglio interconnesso di eventi e di idee, alla concezione dello stato moderno e alle altre conquiste di cui si fregia il pensiero politico della cosiddetta civiltà occidentale.
Quella approdata poi malamente alla vuota retorica sui diritti, sulla democrazia, sulla coesistenza pacifica, sulla libertà e l’uguaglianza, sullo stato di diritto, sulla protezione delle minoranze, e chi più ne ha più ne metta, ovvero su tutta una congerie di parole prive di senso vero che servono a mascherare l’involuzione verso il rinnegamento di quello che era stato venduto, ma anche sentito dalle masse, come progresso.
Così leggiamo ancora nel Diario:
«Tuttavia non è neppure giustificato rimanere attestati sul piano brutale del doppio binario e non elevarsi ad un piano speculativo più alto e convincente. Infatti, con questo riconoscimento della santità degli interessi correnti, del guadagno diretto e immediato, del diritto di sputare sull’onore e la coscienza pur di strappare per sé un fiocco di lana, si può andare di certo molto lontani. Ma solo i vantaggi pratici, solo i guadagni correnti rappresentano il vantaggio vero di una nazione e la sua politica “alta”? Al contrario, non è per una grande nazione proprio questa politica dell’onore, della magnanimità e della giustizia la migliore politica, anche se apparentemente in contrasto, ma in realtà non in contrasto, con i suoi interessi? La politica del disinteresse e dell’onore, ovvero le idee grandi e oneste sono quelle che trionfano alla fine nei popoli e nelle nazioni. La politica dell’onore e del disinteresse non è soltanto la più nobile ma forse anche la più vantaggiosa per una grande nazione, appunto perché nobile… mentre il continuo gettarsi di qua e di là, dove è più vantaggioso, riduce uno stato alla meschinità, alla interiore impotenza».
Non avrebbe dovuto essere questo il nuovo traguardo della civilizzazione almeno per l’Europa?
E ripudiare quelle leggi belluine per cui anche Machiavelli sentiva disgusto? Dopo gli esiti osceni di una rivoluzione approdata nella follia e nelle rapine napoleoniche, dopo le guerre fratricide e i crimini del colonialismo?
Ma quell’auspicio era utopistico e la contraddizione è risultata ben più paradossale, perché siamo approdati ad un grado allora inimmaginabile di dissennata disumanizzazione, con le immani tragedie e le oscenità in cui è sfociato nel Novecento il miraggio e la presunzione del progresso dell’umanità, nella degenerazione e nella contraddizione delle idee che avrebbe dovuto assicurarlo.
L’Europa è stata risucchiata dentro la egemonia tentacolare statunitense in cambio della distruzione materiale subita, mentre la sbandierata democrazia indigena o di importazione si è trasformata nel dispotismo formalmente autorizzato, modello 1933. E sempre in virtù di un trasformismo indisturbato, ora, dopo ottant’anni di pacifismo di facciata, interrotto senza remore ogni volta che un potere egemone lo ha deciso, dopo ogni tipo di inganno perpetrato ai danni della popolazione inerme in balia delle oligarchie anglosassoni, si getta a capofitto nella guerra che queste hanno programmato ad hoc.
Oligarchie tentacolari e aperte ad ogni corruttela, guidate dall’utilitarismo e dalla volontà di potenza che possono sfoggiare impunemente in ogni sorta di menzogna, in ogni rovesciamento di principi prima sbandierati, in ogni falsa morale e farisaica decisione, ogni tradimento e ogni meschinità, ogni intento distruttivo senza pudore e senza assunzione di responsabilità, dietro varie maschere di scena.
Come quelle andate a commemorare senza ritegno le vittime della bomba atomica insieme a chi quella bomba non si vergogna di averla sganciata e di quell’orrore non si è mai pentito. Un quadro desolante che sembrava impensabile, quello dei due tristi figuri, l’europea e l’americano insieme, in mezzo ad altrettanti tristi e meschini figuranti. Di cartapesta, si dirà, eppure in grado di muovere indisturbati i destini di infinite e irripetibili vite perché il gregge da cui traggono esistenza è stato debitamente narcotizzato e svirilizzato.
Le oligarchie dominanti hanno preso in mano il potere politico grazie alle degenerazioni del sistema democratico e rappresentativo, ma soprattutto alla riduzione preventiva delle capacità di comprensione e reazione dei sudditi. Di uomini a una dimensione, figurine piatte incollate nell’album della storia da burattinai capaci di tutto perché mancanti della coscienza propria degli uomini veri.
I politicanti e le politicanti che pullulano oggi nel prestigioso mondo occidentale, ovvero nel giardino fiorito di Borrell, di qua e di là dell’Oceano, prefigurano i pericolosi automi progettati per sollevare l’umanità residuale del futuro dalla fatica di vivere umanamente e di pensare.
Non per nulla quelle che erano un tempo le arti della diplomazia, disciplina troppo impegnativa per essere coltivata dalle menti deboli di automi semianalfabeti, sono state soppresse e sostituite da un vaniloquio che oscilla minacciosamente fra tracotanza, stupidità, e menzogna. Cosa che scopre la pericolosità di costoro e degli apparati in cui essi sono annidati.
Basti pensare alle dichiarazioni del sempre querulo Stoltenberg, che non perde mai nessuna occasione per mostrare la propria caratura. Esemplare il discorso recentissimo sull’avvicinamento ad una applicazione estensiva dell’articolo 5 del trattato della NATO.
Un capolavoro di ipocrisia farisaica per dire in soldoni che sulla lettera della norma prevarrà manu militari l’interpretazione, sicché tutti i firmatari saranno obbligati a partecipare anche con i propri eserciti alla guerra accanto alla Ucraina, anche se questa non fa parte della alleanza. Ovvero ha fatto balenare nella nebulosa truffaldina delle parole l’istituzione di fatto di una belligeranza diretta obbligatoria.
Più esplicito, nella volgarità della sua violenza primigenia, il ministro ucraino che dopo l’attentato di Lugansk dice: se non ci darete le armi che chiediamo, anche voi dovrete aspettarvi degli attentati. Cosa che penalmente parlando si chiama minaccia, ma la cui abnormità e volgarità sembrano non arrivare ad essere percepite come tali neppure da quanti dovrebbero avere dimestichezza, diretta o attraverso la filmografia, con il codice comunicativo e operativo delle varie cose nostre, gloria nazionale universalmente conosciuta ed esportata.
Ora, a proposito di tante manifestazioni eloquenti di un degrado generalizzato, di strumenti truffaldini della politica sempre più sfacciatamente ostentati, c’è da osservare che, a giustificare ogni aporia in nome della ragion di Stato, nell’epoca dell’azzeramento mediatico di ogni coscienza critica, la massa finisce per assorbire l’idea della normalità di quell’etica e di poterla fare propria anche nella vita quotidiana.
Se non si percepiscono più come tali la menzogna o il tradimento, il discorso truffaldino e il ricatto, l’obiettivo distruttivo nascosto o la falsificazione della realtà, anche perché genericamente normalizzati e dunque genericamente legittimati; se non li si inseriscono più neppure nel recinto chiuso di una politica che obbedisce ad un codice proprio e particolare, il passaggio verso l’assorbimento di quell’habitus nella morale corrente è quasi obbligato. Quell’etica deviata e particolare di cui non si vedono più la genesi e le articolazioni finisce per diventare moneta corrente anche al di fuori del recinto della politica e anzi diventa un modello accettabile per i rapporti privati arrivando a pervertire la coscienza individuale.
Dunque, inutile dire come, in un momento storico al quale non sappiamo neppure se ne potrà seguire realmente un altro, l’auspicio di Dostoevskij di una politica «alta», suoni inattuale. Quanto mai lontana e utopistica appare la possibilità della messa a frutto della ricchezza di storia accumulata dal pensiero occidentale, insieme ad una ininterrotta riflessione filosofica, e al patrimonio della spiritualità cristiana prima della sua contaminazione. Sembra impossibile in questo sfascio culturale, la sublimazione con cui la vita matura controlla gli eventi guardando al di là di ciò che è meschino e particolare, fasullo e insignificante da un orizzonte più ampio ed elevato.
Questo è il momento degli sciacalli e delle iene, o forse dei marabunta. E nell’avvento di animali superiori pare quasi impossibile anche poter sperare.
Tuttavia, non bisogna neppure dimenticare che anche i figuranti di cartapesta, per quanto nefasti, al pari del terribile giudice Morton nemico di Roger Rabbit, con un po’ di impegno e tanta fortuna potrebbero essere dissolti nel nulla proprio grazie alla loro reale inconsistenza.
Almeno in questo dobbiamo tornare a sperare, forse… anche al di là di ogni ragionevole dubbio!?
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.




















