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Siamo tecnicamente tutti detenuti

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Renovatio 21 pubblica il testo dell’intervento di Elisabetta Frezza al convegno Sapiens^3. Superare un’antropologia disumana, Roma, 4 dicembre 2021.

 

 

 

 

 

Giunti al punto in cui siamo giunti, qualsiasi discorso che cerchi di fornire una lettura ragionata dei fatti può sembrare vano e inconcludente.

 

 

Là fuori, infatti, c’è un tran tran che continua imperterrito, in apparenza sempre uguale a se stesso, e ha però i connotati di una parodia: viaggia su un piano parallelo, «sterilizzato», e ormai svuotato di ogni verità.

 

 

E noi siamo le comparse involontarie di questo teatro dell’assurdo. Per cui vien da pensare che sia proprio l’assurdo l’unica chiave per leggere infallibilmente la realtà delle cose.

 

Siamo condannati senza giudizio al 41 bis o, in alternativa, se muniti di tessera tecnosanitaria, alla libertà vigilata: in ogni caso, soggetti a un regime penitenziario più o meno rigido, ma siamo tecnicamente tutti dei detenuti

 

 

Basti pensare che siamo condannati senza giudizio (o con giudizio sommario, che non contempla l’esercizio del diritto di difesa) al 41 bis o, in alternativa, se muniti di tessera tecnosanitaria, alla libertà vigilata (comunque a scadenza fino a successivo rinnovo): in ogni caso, soggetti a un regime penitenziario più o meno rigido, ma siamo tecnicamente tutti dei detenuti.

 

 

Molti vengono privati addirittura del lavoro, dello studio, cioè dei mezzi di sostentamento fisico e intellettuale. E tutto sulla base di una premessa indimostrata, semplicemente perché indimostrabile.

 

 

Forse il senso di continuare ad analizzare e interpretare i fatti sta nella necessità di capire come e perché bisogna ostinatamente resistere, senza farsi inghiottire dal film – un po’ come avviene nella Rosa Purpurea del Cairo – ma di seguirne la trama con uno sguardo disincantato, il più possibile lucido, anche per disporre degli argomenti utili per sottrarre qualcun altro a un micidiale meccanismo di immedesimazione. È difficile, è logorante, perché sappiamo bene che dentro quel film non si spara a salve, ma si giocano davvero le nostre vite e, soprattutto, le vite dei nostri figli.

 

 

Fatta questa premessa, proverò ora a mettere insieme qualche riflessione sparsa, ben conscia della mia inadeguatezza a trattare di un tema, come quello della libertà, così sterminato da dare le vertigini.

 

 

La libertà è materia impastata con l’uomo, ha a che fare con la sua creaturalità e con la sua natura di essere razionale.

 

 

Fin dalle origini del pensiero, da quando, agli albori della nostra civiltà, l’uomo ha cominciato a interrogarsi su se stesso – sulle costanti e le varianti della sua natura – e sulla realtà che lo circonda, il tema della libertà è stato al centro di una speculazione – filosofica, teologica, etica e politica – mai interrotta.

 

La libertà appartiene all’uomo: nelle sue estrinsecazioni fondamentali – libertà personale, di pensiero e di manifestazione del pensiero, di religione, di circolazione, di associazione e di riunione, eccetera – è poi entrata nel diritto (in particolare, in età moderna, nelle Costituzioni degli Stati di diritto) essendone un antecedente; è, cioè, un a-priori della legge: fenomeno pregiuridico

 

 

La libertà appartiene all’uomo: nelle sue estrinsecazioni fondamentali – libertà personale, di pensiero e di manifestazione del pensiero, di religione, di circolazione, di associazione e di riunione, eccetera – è poi entrata nel diritto (in particolare, in età moderna, nelle Costituzioni degli Stati di diritto) essendone un antecedente; è, cioè, un a-priori della legge: fenomeno pregiuridico che il diritto positivo (lo ius positum) non fonda ex novo, ma deve semplicemente riconoscere, e quindi tutelare, anche e soprattutto contro l’arbitrio, sempre in agguato, del potere costituito.

 

 

In un ordinamento che si definisca democratico, una eventuale e per forza di cose circoscritta limitazione di questa sfera essenziale di libertà non può prescindere dalla presenza di presupposti di fatto certi, verificati e dimostrati, che la giustifichino e, in ogni caso, da uno scrupoloso bilanciamento tra esigenze e interessi concorrenti.

 

 

 

Sta di fatto che lo Stato di diritto è chiamato a proteggere i suoi cittadini anche da se stesso, ossia contro le proprie derive autoritarie, ogniqualvolta si affacci la tentazione di travalicare gli argini che presidiano quel nucleo inscalfibile e irriducibile che si può distillare nel concetto (atecnico, ma pregnante) di «dignità» umana.

 

 

 

La divisione dei poteri, l’indipendenza e il reciproco controllo tra gli organi che li impersonano, serve a rendere effettivo questo presidio e ad evitare degenerazioni liberticide.

 

 

È evidente che il diritto, lo ius – che non per nulla condivide la sua radice etimologica con quella della iustitia – deve avere un fondamento che lo trascende: un fondamento sostanziale solido e non fluttuante secondo gli estri di maggioranze estemporanee. Se così non fosse, si manifesterebbe nel mero uso della forza di cui il sovrano dispone per rendere effettivo il proprio potere.

 

 

Il buon funzionamento di qualsivoglia sistema normativo contingente dipende cioè dalla sua adesione a un riferimento esterno ad esso, un riferimento oggettivo e superiore, fatto di un novero di principi fondamentali che afferisce alla natura immutabile dell’uomo e che, proprio per questo, può e deve orientare e limitare l’esercizio del potere sovrano.

 

Del resto, che al di sopra della volontà del sovrano insista un modello superiore di giustizia, era chiaro già agli antichi: lo sapeva re Salomone quando invocava la grazia di essere un legislatore giusto; lo gridava Antigone quando disobbediva all’editto di Creonte per dare sepoltura al fratello Polinice, a costo della propria vita.

 

La produzione di norme sganciate da un criterio oggettivo di valore non può, viceversa, che generare mostri.

 

Ecco per esempio che, con decreto imperiale, Caligola insignì il proprio cavallo del titolo di senatore.

 

Ecco che il partito nazionalsocialista, a Norimberga, nel 1935, in occasione del «raduno della libertà» promulgò le leggi razziali.

 

In un ordinamento che si definisca democratico, una eventuale e per forza di cose circoscritta limitazione di questa sfera essenziale di libertà non può prescindere dalla presenza di presupposti di fatto certi, verificati e dimostrati, che la giustifichino e, in ogni caso, da uno scrupoloso bilanciamento tra esigenze e interessi concorrenti

 

 

Ecco che con raffiche di DPCM (fonte peraltro inventata per l’occasione, inesistente in rerum natura), di decreti-legge, e poi, a cascata, di circolari, ordinanze, protocolli e altra paccottiglia palesemente illegittima (in quanto sconta appunto un vizio di origine), i nuovi despoti grandi e piccini, centrali e periferici, tutti servi di altri padroni, praticano senza freni e in modo continuato, in danno dei cittadini, l’abuso legalizzato (e ormai normalizzato) del diritto, fingendosi tuttora al riparo di un ordinamento costituzionale che, di fatto, è stato proditoriamente sbaraccato. Ma che viene tenuto lì, esposto alla vista dei sudditi, come una mummia, come un’insegna luminosa appesa sulla facciata pericolante di un rudere diroccato.

 

 

Maestranze ottuse o ottusamente conniventi, al guinzaglio di avventurieri senza scrupoli, se ne stanno infrattate nei gangli delle burocrazie, a riprodurre in serie schemi e procedure del sistema cosiddetto democratico – inscenano i suoi riti – per instaurare un sostanziale assolutismo.

 

 

Non è un caso che la ripartizione dei poteri, di cui dicevamo poc’anzi – teorizzata a garanzia di un equilibrio necessario per salvaguardare le libertà – oggi sia appannata, se non del tutto dissolta, perché il potere, oggi, fa capo a un’unica centrale operativa, tecnocratica, occupata stabilmente sempre dalle stesse pedine, fluttuanti tra Quirinale, Consulta, Palazzo Chigi, Magistrature superiori. Mentre il Parlamento, l’organo rappresentativo, è disattivato.

 

 

Costoro eseguono i diktat che sono formulati in sede extra e sovranazionale da organismi opachi, senza volto e senza responsabilità, e che sono diramati da altri groppuscoli tecnico-scientifici dai molti nomi, apparecchiati nelle retrovie istituzionali per fare da ripetitore e da cinghia di trasmissione di quei diktat, contestualmente esautorando la politica; o meglio, ciò che resta di una politica da tempo ostaggio di personaggi per lo più privi del senso stesso del mestiere che, per grazia ricevuta, si trovano a praticare.

 

È una anomalia politica quella che avvolge e sconvolge il nostro presente, individuale e collettivo, facendoci affondare nelle sabbie mobili del caos mentre un potere sadico e vorace demolisce tutt’intorno, giorno dopo giorno, le regole scritte e non scritte del vivere civile, della ragione, della stessa religione

 

 

È una anomalia politica quella che avvolge e sconvolge il nostro presente, individuale e collettivo, facendoci affondare nelle sabbie mobili del caos mentre un potere sadico e vorace demolisce tutt’intorno, giorno dopo giorno, le regole scritte e non scritte del vivere civile, della ragione, della stessa religione.

 

 

Il paradosso è che lo strapotere che veste i panni liberal democratici, in questa vorticosa giostra di artifizi e raggiri, riesce nell’incantesimo di inglobare i sudditi nel proprio stesso corpo, di farli parte integrante di sé dopo averli ipnotizzati e plasmati in funzione del proprio perpetuarsi. Lo fa attraverso la torsione delle parole e lo sgretolamento dei concetti, riempiendo le une e gli altri di contenuti cangianti, strumentali ai propri obiettivi.

 

 

In tal modo gli stessi sudditi, adeguatamente addomesticati, da antagonisti genetici del potere si trasformano nel suo corpo di guardia: diventano insomma i pretoriani pronti a reprimere, e potenzialmente sopprimere, i propri simili non allineati.

 

 

Fatte salve le poche e luminose eccezioni che ormai tutti conosciamo e che ancor più brillano nella eclissi totale delle idee e delle parole sensate, ciò che più colpisce, in questa grottesca sceneggiata infarcita e ricoperta da strati di menzogna, è l’afasia di quanti dovrebbero gridare per primi alla nudità del re – soprattutto giuristi, legulei, magistrati e giusfilosofi, o sedicenti intellettuali, tutti ovviamente democraticissimi. Costoro fino a ieri pomposamente predicavano quanto oggi vedono impunemente calpestato sotto i loro occhi, e tacciono con ignominia di fronte alla normalizzazione dell’incertezza del diritto e del suo sistematico sfregio.

 

 

In effetti viene da domandarsi cosa mai si insegni, oggi, nelle lezioni di diritto costituzionale in Università.

 

 

Si tengono ancora, nelle aule delle facoltà di giurisprudenza, i corsi di diritto costituzionale? Se sì, con quale coraggio? Lo chiedo con sincera curiosità, da allieva, in un tempo ormai lontano, di un docente che fu anche presidente di Corte Costituzionale e che raccontava tutt’altra storia di quei 139 articoli e 18 disposizioni transitorie tuttora formalmente vigenti. Norme che, tanto più in quanto apicali nella gerarchia delle fonti, dovrebbero preservare il loro significato e la loro ratio al di là della prevalenza estemporanea dell’uno o dell’altro flusso di potere, o della linea bassamente politica del momento al cui servizio vengono invece piegate, come un ferro caldo.

 

 

In compenso, questo vuoto pneumatico e questo silenzio tombale da parte degli interpreti naturali del diritto sono stati riempiti dallo starnazzo perpetuo dei piazzisti televisivi variamente qualificati i quali, anch’essi a libro paga dei tenutari di un’agenda inflessibile nella sua mostruosità, si prestano a ruminare le battute farsesche e volgari di un copione fantascientifico e fantasanitario che, scritto da qualche sceneggiatore psicopatico, è calato sulle vite di tutti, dei volenti e dei nolenti.

 

 

A sentire Monti, nel suo recente invito a scoprire le carte, dovrebbero essere questi fenomeni pappagalleschi ad aggiudicarsi l’esclusiva dell’informazione, in regime di monopolio. «I potere è nostro e guai a chi ce lo tocca», insomma, senza più tanti giri di parole.

 

La «prevalenza» dell’interesse collettivo è il nuovo totem al quale sacrificare i diritti fondamentali dell’individuo: l’interesse collettivo si impone oggi come concetto di ordine quantitativo, avulso dallo sforzo di un giudizio di valore che investirebbe invece quel piano del dover essere su cui per definizione si muove il diritto, con le sue norme

 

 

I nuovi pensatori e le nuove pensatrici sono quelli che, al suono della parola libertà, partono in quarta a intonare i ritornelli di repertorio, il più famoso (e idiota) dei quali suona: «la tua libertà finisce dove comincia quella degli altri».

 

 

Un giochetto di parole che, per la sua orecchiabilità, piace tanto sia ai guitti sia all’uditorio belante. Nessuno di essi però – essendo tutti in vacanza cerebrale di gruppo per motivi di salute pubblica – è in grado di fare una analisi del testo e di domandarsi se la filastrocca, al di là del bel suono, voglia effettivamente dire qualcosa.

 

 

Basterebbe chiedersi: chi ha titolo per tracciare questo confine tra la mia libertà e quella altrui? Con quale criterio verrebbe definito il discrimine? Con quale metro si misura lo spazio rispettivo? Chi sarebbero gli “altri” la cui libertà per definizione limiterebbe la mia?

 

Tanto per cominciare, gli altri sono una sommatoria di enne individui, che quindi, in virtù del mero fattore numerico, appaiono ictu oculi prevalenti sul singolo, grazie alla mistica de «la maggioranza vince» e all’onnipresente equivoco democratico.

 

 

La «prevalenza» dell’interesse collettivo è il nuovo totem al quale sacrificare i diritti fondamentali dell’individuo: l’interesse collettivo si impone oggi come concetto di ordine quantitativo, avulso dallo sforzo di un giudizio di valore che investirebbe invece quel piano del dover essere su cui per definizione si muove il diritto, con le sue norme – che sono, per definizione, generali e astratte, e anche tendenzialmente stabili e dunque certe.

 

La collettività non è altro che la massa inerte a trazione mediatica nel cui nome la sedicente autorità – cioè chi detiene il potere e dispone dell’uso della forza – si appropria del titolo per diventare onnipotente e disfarsi dell’intralcio di minoranze disfunzionali alla realizzazione del proprio programma

 

 

Di fatto quindi, la collettività non è altro che la massa inerte a trazione mediatica nel cui nome la sedicente autorità – cioè chi detiene il potere e dispone dell’uso della forza – si appropria del titolo per diventare onnipotente e disfarsi dell’intralcio di minoranze disfunzionali alla realizzazione del proprio programma: e così, per esempio, può impossessarsi del mio corpo contro la mia volontà e la mia salute, può irrompere nello spazio sacro e inviolabile della mia sovranità famigliare e biologica, e ghermire i miei figli contro la mia volontà e la loro salute.

 

 

Allora, per tornare alla formuletta ebete e tralatizia sulla libertà mia e altrui, il confine tra le due, e il criterio per tracciarlo – vista la assoluta relatività dei concetti in gioco, evidentemente non oggettivizzabili – alla fine non possono essere che quelli decisi discrezionalmente dal dominus di turno, in funzione degli obiettivi prescelti.

 

 

A margine, notiamo come tra i pensatori e le pensatrici del nuovo corso diversamente democratico, pronti a invocare la tortura e l’apartheid per i refrattari alla sperimentazione di massa, spiccano quelli che fino a ieri abitavano un luogo chiamato Casa delle libertà: oggi, inebriati dal vento igienista e rigorista che soffia fuori, brandiscono baldanzosi il nuovo manganello che gli è stato dato in dotazione.

 

… Straordinario paradigma della involuzione dell’ominide neolibertario, destinato per vocazione a ricoprire lo status del più servile strumento nelle mani del tiranno

 

 

Loro non lo sanno, ma la parabola che li vede protagonisti rappresenta uno straordinario paradigma della involuzione dell’ominide neolibertario, destinato per vocazione a ricoprire lo status del più servile strumento nelle mani del tiranno.

 

 

Ma cos’ha potuto farci precipitare tanto in basso e con tanta stupefacente velocità?

 

 

La recente accelerazione ha attecchito su un terreno già reso fertile dalla progressiva inesorabile demolizione delle strutture portanti di una civiltà in seno alla quale erano stati elaborati i sistemi concettuali e le forme di pensiero capaci tanto di ordinare e regolare il vivere comune, quanto di rispondere alle esigenze spirituali profonde dell’uomo di ogni tempo; in seno a questa civiltà erano fioriti la filosofia, l’arte, il diritto e la politica, l’etica e l’estetica, la poesia e la letteratura, la scienza e l’economia, e la fede cristiana: tutto quel patrimonio di bellezza e di senso che ha innervato nei secoli il tessuto sociale della nostra terra, e che l’onda montante della demenza globalizzata e della barbarie travestita da progresso ha calpestato assieme alla identità e alla memoria di un popolo.

 

 

Di questa vertiginosa involuzione ci ha regalato una sintesi folgorante Cingolani, tenutario di un dicastero di cui non sentivamo la mancanza, che ha esposto la propria ricetta risolutiva per l’istruzione d’avanguardia: «non serve studiare quattro volte le guerre puniche, servono più digital manager». E a noi non servono i commenti.

 

 

Ma quel terreno era stato reso fertile, per paradosso, anche dalla ipostatizzazione dello stesso concetto di libertà, previamente contraffatto per funzionare da arma di distrazione e distruzione di massa.

 

 

La libertà (quella vera) ha potuto essere soppressa impunemente proprio nel nome di tutte le libertà (false) che sono state innalzate una dopo l’altra sull’altare della cosiddetta autodeterminazione.

 

Con pagamento anticipato, in cambio della nostra libertà, ci avevano già elargita l’illusione di poterci autodeterminare senza limiti nel disporre della nostra vita, e di decidere anche della nostra morte

 

 

Con pagamento anticipato, in cambio della nostra libertà, ci avevano già elargita l’illusione di poterci autodeterminare senza limiti nel disporre della nostra vita, e di decidere anche della nostra morte.

 

 

E ci avevano già convinti che questa sbornia libertaria fosse cosa buona e giusta, attraverso il suo graduale assorbimento nella legge. La legittimazione giuridica di una condotta è capace, infatti, di far evaporare pian piano la percezione del suo disvalore intrinseco: perché tutto ciò che viene reso giuridicamente lecito, nell’immaginario collettivo diventa anche moralmente accettabile; in altri termini, viene istintivo identificare il bene e il male con ciò che la legge consente e non consente.

 

E così ci hanno convinti di poter decidere – liberamente, è chiaro – di sopprimere la vita nascente; di interrompere quella già nata, ma fragile, giudicata non all’altezza di fluttuanti standard di qualità; di poter decidere di traslocare da un sesso all’altro e ritorno, portandoci dietro, o anche no, i pezzi in dotazione e quelli di ricambio; di assemblare nuovi agglomerati diversamente assortiti, e chiamarli famiglia; di fabbricare esseri umani in provetta, manipolarli e programmarli geneticamente, e di chiamarli figli; di consumare liberamente la pornografia e di praticarla anche, con esemplari di tutte le età.

 

 

Insomma, nel fantastico mondo delle finte libertà legalizzate, l’uomo misura di tutte le cose, ubriacato dal proprio delirio di onnipotenza (la hybris antica), sobbollendo nel brodo edonistico ed egoistico preparato per lui, è arrivato fino al punto di sbarazzarsi della realtà, della natura e della stessa fisiologia. Fieramente persuaso della propria sconfinata facoltà di autodeterminarsi, non si accorge di essere in realtà sommamente eterodiretto, e scagliato a tutta velocità verso il proprio annientamento programmato.

 

 

Non possiamo dire che non ci avessero avvisati per tempo dei prevedibili esiti di questa degenerazione, che è poi la somma di tante degenerazioni.

 

Nel fantastico mondo delle finte libertà legalizzate, l’uomo misura di tutte le cose, ubriacato dal proprio delirio di onnipotenza (la hybris antica), sobbollendo nel brodo edonistico ed egoistico preparato per lui, è arrivato fino al punto di sbarazzarsi della realtà, della natura e della stessa fisiologia

 

 

Alcuni fatti, per chi si è preso la briga di osservarli, di capirli e necessariamente di patirli, erano stati esibiti al pubblico quasi a mo’ di esplicito avvertimento; di sicuro hanno rappresentato uno spartiacque nel processo di dissoluzione.

 

 

La storia di Alfie Evans, per esempio, il piccolo inglese (ma che, ricordiamolo, ottenne anche la cittadinanza italiana in un tentativo estremo di sottrarlo ai suoi carnefici) che fu ammazzato per il suo «miglior interesse» dalle istituzioni, laiche e religiose insieme, alleate nella missione diabolica di sacrificare l’innocente in mondovisione, letteralmente strappandolo alle braccia dei suoi genitori, sotto lo sguardo sgomento di tante persone di buona volontà.

 

 

Come dire (ed ecco l’avvertimento): non decidi tu, caro cittadino, caro genitore, del bene di tuo figlio; se il potere stabilisce che è fragile, imperfetto e, in previsione futura, la sua vita non raggiungerà una qualità soddisfacente, può prendertelo e sopprimerlo.

 

 

Così la prossima volta tu magari impari a pensarci prima e a programmarlo senza vizi di fabbricazione, come la biotecnologia di Big Pharma oggi consente; e tu genitore, se ti ostini a prescindere da queste meraviglie del progresso, beh, sei un egoista che gioca alla roulette russa della natura contro il “best interest” della progenie.

 

 

La stella polare del best interest risorge ora in tema di vaccini. Il tribunale di Milano ha stabilito che un quattordicenne dovrà vaccinarsi contro il COVID nonostante non lo vogliano né lui né sua madre: dovrà farlo nel suo miglior interesse, che tanto lui quanto sua madre secondo i giudici non sono in grado di discernere perché assestati su «posizioni aprioristiche che trascurano gli approdi della scienza internazionale». E poi anche perché lo ha detto Mattarella (in motivazione si legge infatti che va considerato «il monito del PdR che il 28 luglio ha detto che la vaccinazione è un dovere morale e civico»). Bergoglio invece, per stavolta, non è diventato fonte di diritto. Quindi: la tanto pompata volontà del minore viene valorizzata solo se va nella direzione conveniente alla regia.

 

 

Il quadro, agghiacciante, si completa considerando come, pressoché contemporaneamente, si sia pronunciato il presidente della società italiana di pediatria dicendo che i bambini devono essere vaccinati per il loro miglior interesse: «per i bimbi è fondamentale la qualità della vita, che è un bene supremo, necessario per crescere in salute» (il metro di misura della qualità la decidono loro, ovviamente); «la vaccinazione, oltre ad essere una straordinaria opportunità, è un diritto per i bambini».

 

 

Tradotto: tu genitore, che eserciti cautela e applichi il principio di precauzione, sei inadeguato, egoista e anche pericoloso perché cresci come disadattati sociali i tuoi figli, che invece devono vivere marchiati, iperconnessi e contenti. Felici di ottenere il Natale-premio per buona condotta. E questo anche se il mistero, o il segreto, intorno agli effetti delle pozioni magiche, del pharmakon universale, verrà svelato nel 2076, come ci dice la Pizia di Big Pharma.

 

La stella polare del best interest risorge ora in tema di vaccini

 

 

Come sempre dunque, a coprire le peggiori nefandezze, è invocato il motivo umanitario (il bene della vittima). Insomma, sopra tutto ci sta sempre l’amore. Che è un’arma impropria micidiale perché, inteso come mero moto emozionale svincolato da ogni criterio superiore di giudizio, è capace di servire qualunque causa e mascherare ogni azione intrinsecamente malvagia.

 

 

Il passaggio dalla libertà alla tanto invocata autodeterminazione non è stata una operazione meramente cosmetica. È stata una metamorfosi di senso, perché sottintende l’adesione a una concezione dell’individuo come arbitro incontrastato del bene e del male e, in apparenza, del proprio destino (quando in realtà, per paradosso, è ridotto a schiavo delle superstizioni spacciate dall’alto).

 

 

La libertà senza limiti coincide infatti con la subalternità più totale, perché interiorizzata, perché inconsapevole e dunque consenziente. Non per nulla oggi, dietro l’emancipazione di facciata, domina l’obbedienza cadaverica a ogni genere di sopruso e prevaricazione.

 

 

È su questo terreno che negli ultimi tempi hanno potuto smantellare definitivamente e senza sforzo lo Stato di diritto, con tutti i suoi ammennicoli. E sarà impossibile riesumarne il cadavere: lo Stato di diritto appare infatti come un modello ormai sfibrato ed esaurito.

 

 

Insieme allo Stato di diritto, viene meno anche la fictio dei diritti umani, altra conquista dello Stato moderno.

 

 

I diritti c.d. innati, poi ribattezzati umani, sono entrati in scena quando particolari contingenze storiche hanno suggerito l’utilità di assicurare una specifica tutela al suddito nei confronti del potere sovrano, conferendo veste giuridica, anche nominale, a valori ritenuti fondamentali perché appartenenti all’uomo in quanto tale. Ma i c.d. diritti umani restano una emanazione (id est: una elargizione) del sovrano, che può toglierne o annetterne a piacimento alla lista. La loro apparente e originaria consonanza con i principi della legge naturale ha creato l’utile equivoco della loro sovrapponibilità a quest’ultima.

 

La libertà senza limiti coincide infatti con la subalternità più totale, perché interiorizzata, perché inconsapevole e dunque consenziente. Non per nulla oggi, dietro l’emancipazione di facciata, domina l’obbedienza cadaverica a ogni genere di sopruso e prevaricazione

 

 

In realtà, sono diritto positivo e, quando salta il patto sociale, cioè la tendenziale convergenza della legge scritta con la legge non scritta, diventano un grimaldello privilegiato perché, dietro una etichetta inattaccabile, scardinano proprio quella legge naturale sulla cui scia si erano trionfalmente aperti la strada conquistando referenze invincibili.

 

 

Torniamo dunque alla libertà. La libertà, che appartiene all’uomo e che, come abbiamo detto, precede il diritto, non ha più ragion d’essere quando l’uomo non è più uomo, ma è ridotto ad automa mercificato, animale globale, robot antropomorfo, codice informatico. A questa nuova entità non si addice la libertà, per essa tutto ruota intorno alla categoria del controllo, che è l’antitesi della libertà e le cui funzioni vengono appaltate alla macchina. Alla fine, infatti, proprio la macchina è chiamata a prendere il sopravvento sull’uomo, prima ibridandolo, poi telepilotandolo, infine sostituendolo.

 

 

Insomma, il tempo della libertà codificata e dei diritti c.d. umani codificati è giunto al capolinea perché l’obiettivo dello Stato, e del Superstato a cui lo Stato risponde, è quello di cancellare l’uomo al quale la libertà è connaturata. Cancellazione che avviene sia brutalmente attraverso il sacrificio umano, sia attraverso lo snaturamento dell’uomo, via via trasformato in qualcosa di ontologicamente altro da sé, in un cyborg senza senz’anima e senza sentimenti, in un OGM, e comunque in una merce come un’altra, inserita all’interno di una filiera produttiva che risponde alle dinamiche del mercato e alla logica del profitto, in balìa delle industrie biotecnologiche e delle multinazionali del farmaco.

 

 

Come un dispositivo elettronico qualsiasi, dovrà scaricare, a scadenze comandate, gli aggiornamenti implementati dalla casa madre, altrimenti questa gli blocca il funzionamento: la seconda, la terza, la quarta, la ennesima dose, non sono altro che l’ennesimo aggiornamento farmaco-genetico.

 

 

Ecco quindi che al post-umano, che è trans-umano e intrinsecamente dis-umano, servono altre categorie di riferimento.

 

 

Non c’è posto per la libertà laddove l’uomo non è più creatura, ma è manufatto ingegnerizzato. Non c’è più spazio per l’empatia, per la pietas, per la ragione, per la parola: il cinismo cui abbiamo assistito con orrore verso la sofferenza e la malattia, la perversione verso i più piccoli e indifesi, il disprezzo per la morte e il suo mistero, l’abdicazione violenta a tutti quei riti, fisici e carnali, che da sempre hanno connotato la civiltà umana, tutto questo segna indiscutibilmente la sua fine definitiva e l’avvento del mondo nuovo sterilizzato, informatizzato, snaturalizzato.

 

Non c’è più nulla di umano in una società che prescrive e istituzionalizza la fabbrica della vita negli alambicchi di laboratorio, la sua conservazione nei congelatori, la manomissione del codice genetico, la produzione seriale di ibridi e chimere, l’eugenetica e l’eutanasia, e ancora la morte in solitudine, la distruzione dei corpi, il divieto del culto ai propri defunti

 

 

Non c’è più nulla di umano in una società che prescrive e istituzionalizza la fabbrica della vita negli alambicchi di laboratorio, la sua conservazione nei congelatori, la manomissione del codice genetico, la produzione seriale di ibridi e chimere, l’eugenetica e l’eutanasia, e ancora la morte in solitudine, la distruzione dei corpi, il divieto del culto ai propri defunti.

 

Non c’è più nulla di umano in una società che, a colpi di decreti, pretende di manipolare e sacrificare i suoi figli.

 

 

Dunque, non ha più senso agitarsi per cercare di ripristinare, erga omnes, un assetto politico e giuridico che è già spazzato via da forze ben più grandi di noi. La libertà non è più di questo mondo qui, semplicemente perché la libertà è prerogativa dell’uomo, e questo mondo non vuole più essere umano.

 

 

La libertà deve essere recuperata altrove, al di fuori della struttura sociale e istituzionale dentro la quale eravamo abituati a considerarla incapsulata, tanto da ritenerla pacifica, scontata e definitivamente al sicuro. Deve essere innanzitutto ritrovata nel suo significato più profondo e vero. Deve essere poi custodita e coltivata, con rinnovata cura, da coloro che desiderino ostinatamente rimanere uomini, e che proprio per questo, incompatibili con un sistema irreversibilmente corrotto perché disumanizzato e disumanizzante, saranno segregati e perseguitati.

 

 

Diario Clandestino è l’opera di Giovannino Guareschi sull’esperienza della prigionia vissuta in Polonia tra il 1943 e il 1945. Dedicata «ai miei compagni che non tornarono».

 

 

Guareschi racconta una storia «dalla quale io esco senza nastrini e senza medaglie, ma vittorioso perché, nonostante tutto e tutti, sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno. Anzi, sono riuscito a ritrovare un prezioso amico: me stesso».

 

 

Tra le pagine, scritte nel lager e per il lager, in quanto lette passando di baracca in baracca per regalare un sorriso o un motivo di riflessione, una distrazione, un conforto, ai suoi compagni di sventura, quella che segue racchiude il cuore di questo libro.

 

Qualcuno diceva che è la verità che ci rende liberi. Di certo non ci rende liberi l’ubriacatura degli istinti, che azzera le facoltà mentali e ci riduce a terra di facile conquista da parte di chi ci vuole schiavi obbedienti, uguali, invertebrati

 

 

«Mi volsi e vidi che ero uscito da me stesso, mi ero sfilato dal mio involucro di carne. Ero libero. Vidi l’altro me stesso allontanarsi, e con lui si allontanavano tutti i miei affetti, e di essi mi rimaneva solo l’essenza (…). Ritroverò l’altro me stesso? Mi aspetta forse fuori del reticolato per riprendermi ancora? Ritornerò laggiù oppresso sempre dal mio involucro di carne e di abitudini? Buon Dio, se dev’essere così, prolunga all’infinito la mia prigionia. Non togliermi la mia libertà».

 

 

Guareschi ci dimostra come sia possibile essere liberi anche all’interno di un campo di prigionia, perché la radice della libertà non sta nel poter fare quello che si vuole, ma nell’avere fiducia in qualcosa di più grande di noi, che ci sovrasta e ci resiste, perché è stabile e vero.

 

 

Solo in questo modo è possibile che un prigioniero privato di tutto, invece che inveire contro il proprio aguzzino, sia felice di ritrovare se stesso e, con se stesso, gli altri che condividono con lui un’esperienza tanto estrema da ricondurre all’essenziale. Infatti, una volta rimasto solo «con le cose che aveva dentro», egli trova l’occasione per scavare a fondo, fino incontrare la sua anima. Questa, una volta liberata, è capace di volare alta anche sopra i reticolati (che non sono necessariamente quelli fatti di filo spinato).

 

 

Qualcuno diceva che è la verità che ci rende liberi. Di certo non ci rende liberi l’ubriacatura degli istinti, che azzera le facoltà mentali e ci riduce a terra di facile conquista da parte di chi ci vuole schiavi obbedienti, uguali, invertebrati.

 

 

C’è qualcosa, insomma, che fa parte di noi e che nessuno potrà mai aggredire o portarci via. Qualcosa le cui frequenze risuonano in altri che, invece di accomodarsi nella confortevole poltrona allestita dalla propaganda, fanno lo sforzo di mettersi a cercare la verità delle cose.

 

 

In questo fecondo incontro di anime libere che si riconoscono e si ritrovano – ed è un fenomeno ormai tanto reale e palpabile, quanto temuto – si annida il germe della rinascita, che deve indurci oggi a sperare contro ogni speranza.

 

 

Da quel seme – che tutti noi, consci di ciò che sta davvero accadendo, abbiamo il dovere morale di conservare integro, ad ogni costo – si potrà pian piano cominciare a ricostruire sulle macerie del diritto, della logica, del buon senso, delle più elementari leggi del buon governo.

 

Ci serve più che mai una «generazione fertile, perché dovrà ripopolare la storia di uomini e non di macchine»

 

 

Per fare questo, servono ora coesione, responsabilità, determinazione e coraggio; servono la pazienza e l’umiltà necessarie per rimettere insieme i frammenti di un patrimonio dissipato e prezioso, quello che ai Cingolani e ai Bianchi preme distruggere in fretta, perché non ne sono all’altezza; serve recuperare la forza del pensiero e della parola, sconosciuta anch’essa ai Cingolani, ai Draghi e a quanti come loro sragionano e straparlano, travolti dal proprio delirio di onnipotenza.

 

 

Soprattutto, serve una nuova generazione consapevole dello stato delle cose e del suo perché, capace di decifrare e interpretare i fatti e i loro nessi causali: una generazione forte, pronta a sacrificare tanto di ciò che si dava ormai per acquisito, in previsione però di un traguardo enormemente più grande; come hanno scritto proprio questi studenti di Roma, ci serve più che mai una «generazione fertile, perché dovrà ripopolare la storia di uomini e non di macchine».

 

 

E allora sì dobbiamo essere certi che, nonostante la sproporzione delle forze in campo, con l’aiuto della Provvidenza torneremo a riveder le stelle.

 

 

Elisabetta Frezza

 

 

Articolo previamente pubblicato sul sito dell’autrice.

 

 

 

Immagine di ptitvinc via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-ND 3.0)

Civiltà

Blackout in tutta Italia. A cosa ci stanno preparando?

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Blackout ovunque nel Paese. I giornali ne parlano, ma notiamo che non viene fatto un discorso d’insieme: si reperiscono per lo più gli articoli nelle cronache dei giornali locali.

 

Intere zone della capitale – Casal Bruciato, Pigneto, Parioli, Tuscolano, Corcolle, San Lorenzo – sono state senza elettricità, a volte anche per 18 ore di fila. Si moltiplicano le testimonianze di disagi infernali per chi deve gestire i malati. Buttate quantità di farmaci e cibo che era contenuto nei frigoriferi.

 

Anche Ostia e Ostia antica sarebbero rimaste senza luce.

 

Interruzioni di corrente si verificherebbero da giorni a Napoli, con gravi danni alle imprese, denuncia la Confcommercio della provincia.

 

A Catania un blackout elettrico definito «enorme» si è protratto per due giorni e passa. È arrivato, di conseguenza, anche lo stacco degli impianti di produzione idrica: senza energia e senza acqua.

 

Anche Palermo sta soffrendo blackout continui. Per scongiurare i danni economici, qualche attività sta noleggiando gruppi elettrogeni.

 

Blackout anche a Bari, nel quartiere della Madonnella, in pieno centro. Stessa cosa a Bisceglie. Idem a Vasto, dove il sindaco Menna diffida l’Enel e minaccia di richiedere il risarcimento danni.

 

Non solo il Sud. A Cremona il blackout è arrivato dopo una maxi-grandinata.

 

Ora, la spiegazione sparata immediatamente dai giornali la avete ben presente: a generare i blackout sono i condizionatori, tenuti a palla a causa della canicola.

 

In pratica, vi stanno dicendo: i blackout sono colpa vostra. Non è una novità.

 

Tuttavia in rete, e fuori dalla rete, si moltiplicano quelli che credono che la raffica di blackout possa aver un secondo effetto programmatico: abituare la popolazione alla mancanza di energia elettrica dovuta alla mancanza di gas russo.

 

O forse, ancora più nel profondo, instillare nella gente l’idea che la luce non è qualcosa che va dato per garantito, va, magari, meritato – come la libertà di andare a lavorare, andare a scuola, andare al bar, che abbiamo capito si può subordinare ad un vaccino genico sperimentale e ad una piattaforma informatica biosecuritaria.

 

Avere la luce in casa diverrà un «premio» all’ubbidienza del cittadino, come è stato per il green pass? Possono farlo, hanno speso anni per mettere in piedi la narrativa necessaria a distruggere i consumi, anche quelli più basilari: è l’ecologia ossessivo-compulsiva di Greta Thunberga e degli zeloti ambientalisti imbrattatori di quadri e interruttori del traffico, spalmata in ogni possibile articolo di giornale, serie TV, corso di aggiornamento, Intelligenza Artificiale…

 

Ti togliamo la luce, ma per il bene del pianeta. A meno che tu… La meccanica premiale della nuova società del controllo bionformatico, dove non siete cittadini ma utenti, dove non avete diritti ma «accessi» temporizzati correlati ai vostri comportamenti, dove lo Stato è una piattaforma elettronica e il danaro un software programmabile, dovrebbe esservi oramai chiara.

 

Chi segue Renovatio 21 sa che è un discorso che facciamo da tanto tempo. Il tema dei blackout divenne inevitabile a cavallo tra il 2021 e il 2022, prima ancora della guerra ucraina – dopo la quale, divenne discusso, a volte apertamente a volte no, da vari governi.

 

Un anno fa, quando cominciò lo shock dei prezzi energetici, si calcolava che un miliardo di persone sarebbe presto divenuto a rischio di stare senza corrente.

 

Seguì quantità di blackout effettivi o minacciati in ogni angolo della Terra: dalla Svezia allo Sri Lanka, dall’Australia al Giappone, dal Texas alla Kazakistan, dal Pakistan alla Turchia, dalla Francia alla Cina, dalla Svizzera a Porto Rico,  – inclusa ovviamente l’Italia.

 

In Germania l’inverno passato si misero a pensare esattamente  a un green pass energetico così come a pazzesche consegne di contante nelle case della gente in caso di interruzione totale dell’elettricità. Si tratta del Paese che a causa della privatizzazione ha rischiato a inizio anno un blackout del gas, ad un certo punto a marzo 2022 le ferrovie hanno fermato tutti i treni merci a causa della mancanza di corrente elettrica, mentre lo Stato mandava in onda spot apocalittici per preparare i tedeschi (e gli immigrati in Germania, a giudicare dal video) ad un inverno in cui poteva venire a mancare il riscaldamento – dove si era arrivati ad ipotizzare l’esistenza di veri e propri «sfollati energetici».

 

 

Paesi UE come l’Austria e la Romania avevano cominciato a parlare a livello politico e in TV di blackout già lo scorso autunno.

 

Blackout previsti nel Regno Unito, in USA: Paesi del primo mondo, Paesi detti «sviluppati».

 

Recentemente abbiamo visto blackout in Argentina e quelli, non senza intrighi di contorno, in Sudafrica – qui sei mesi fa hanno tentato di uccidere il capo della società elettrica nazionale avvelenandolo con il cianuro.

 

E non pensate che siano l’unico mistero occorso in questa storia: Renovatio 21 ha riportato dei diversi strani casi di sabotaggio di infrastrutture elettriche si sono registrati negli USA. Che significa: c’è qualcuno che sta attaccando, anche con armi da fuoco, le centrali elettriche.

 

Ovunque nel mondo diviene chiaro che le rinnovabili sono parte del problema: totalmente inaffidabili, hanno portato il Texas a serie di blackout anche letali.

 

Abbiamo visto, l’inverno scorso, il blackout di Buffalo, Stato di New York, e i suoi effetti: razzie e assalti ai negozi. In pratica, blackout e immediata anarco-tirannia.

 

Come aveva detto l’esperto Mario Pagliaro a Renovatio 21 un mese fa, finora l’Italia si era finora salvata dai blackout grazie al crollo dei consumi industriali. Già di per sé, la situazione era una catastrofe: ora l’Italia consuma e non produce, e la rete non regge, o forse non vogliono che continui a reggersi.

 

E non è così sbagliato pensare che possa esserci la volontà precisa di qualcuno di staccarvi la spina.  Ricordatevi quegli auspici proferiti nella Davos del Grande Reset dal gruppo estremista chiamato World Economic Forum.

 

«Dobbiamo accettare che ci sarà dolore nel processo… aprirà a carenze energetiche. Creerà pressioni inflazionistiche… forse dobbiamo cominciare a parlare del fatto che quel dolore in realtà vale la pena di patirlo».

 

 

In pratica, vi stanno dicendo: vi infliggeremo i blackout, ma state certi che è per il vostro bene. Conoscete, oramai, questo tipo di discorso.

 

Il tema dei blackout era stato trattato da un documento del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), l’organo che controlla i servizi segreti italiani.

 

«L’Italia potrebbe (…) subire indirettamente gli effetti di razionamenti energetici condotti a livello europeo ovvero di fenomeni di blackout in uno dei Paesi dell’Unione che inciderebbero sugli scambi commerciali intra UE e quindi sulla tenuta del sistema produttivo nazionale» scriveva il rapporto dell’Intelligence nazionale.

 

Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica – l’organo del Parlamento della Repubblica Italiana che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – il 13 gennaio ha trasmesso alle presidenze una Relazione sulla sicurezza energetica nell’attuale fase di transizione ecologica».

 

Il documento fa apertamente riferimento alla possibilità di blackout sul territorio nazionale: «l’Italia potrebbe, comunque, subire indirettamente gli effetti di razionamenti energetici condotti a livello europeo ovvero di fenomeni di blackout in uno dei Paesi dell’Unione che inciderebbero sugli scambi commerciali intra UE e quindi sulla tenuta del sistema produttivo nazionale».

 

«L’impennata dei prezzi dell’energia elettrica e del gas naturale espone l’Europa al rischio di blackout energetici. Il timore è che in un sistema di approvvigionamento energetico estremamente interconnesso come quello europeo, lo spegnimento di una singola centrale – ad esempio per mancanza di carburante – possa generare una reazione a catena in vari Stati membri».

 

«Il timore di un possibile blackout si starebbe diffondendo in tutta Europa» dichiaravano le spie italiane. «A partire dall’Austria dove la ministra della Difesa Klaudia Tanner ha paventato il rischio di un possibile “grande blackout”, sino alla Spagna dove i consumatori iberici, nonostante le rassicurazioni delle Istituzioni nazionali, hanno dato il via ad acquisti compulsivi di bombole di butano, fornelli da campeggio, torce e batterie, esaurendo le scorte disponibili». Tale audizione fu trasmessa il 13 gennaio 2022, quando di fatto l’italiano sta ancora digerendo il panettone.

 

Ma non è l’unico caso in cui la questione è arrivata in superficie. Il ministro dello Sviluppo Economico del governo Draghi Giancarlo Giorgetti davanti ad una platea di imprenditori pure aveva parlato apertis verbis di rischio blackout.

 

Come ripetuto da Renovatio 21, il blackout è una forma più avanzata di lockdown, perché blocca la Civiltà in modo definitivo, creando danni ancora maggiori, vista la dipendenza che abbiamo nei riguardi dell’elettricità per sanità ed alimentazione.

 

Ci hanno mostrato la deindustrializzazione, magari convincendoci che saremmo divenuti una società di puri consumatori (reddito di cittadinanza, Universal Basic Income, etc.). Ora distruggono anche i consumi:

 

Non siete più lavoratori, non siete più consumatori. Cosa siete? Siete niente, non servite a nulle, siete di troppo sul pianeta, andate neutralizzati, sterilizzati e disintegrati, andate fatti sparire. Nel quadro mentale di schiavitù in cui hanno piombato larga parte della popolazione è probabile pure che, bovinamente, moltissimi lo accettino.

 

I blackout potrebbero servire a ricordarlo: abbiamo noi in mano le vostre vite, vi dicono, sottomettetevi.

 

Noi, al rischio di rimanere con la sola luce della cera d’api (di cui sappiamo qualcosa, per questioni vetero-liturgiche), non siamo disposti. Per niente.

 

Prepariamoci organicamente al caos che potrebbe seguire se la corrente se ne andasse del tutto. Per una volta, ascoltiamo quello che ci stanno dicendo i Signori della Morte e del buio: non date per scontato la luce elettrica.

 

Non sottovalutate i disastri che abbiamo davanti: perché qualcuno lavora attivamente per farli accadere, per fare soffrire la vostra prole, per impedire la continuazione delle vostre famiglie.

 

Impariamo a non aver paura del buio. Perché, alla fine, sappiate che tutto questo accade perché i padroni del buio che hanno paura di noi.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

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Civiltà

Il programma dell’anarco-tirannia è in atto

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Alcuni lettori mi hanno scritto sconvolti per i fatti delle città francesi messe ferro ignique dalle bande nordafricane.

 

Qualcuno mi parla di profezie sulla Francia, qualcun altro si chiede, tremando, quando succederà in Italia. Altri ancora mi chiedono cosa stia accadendo nel profondo.

 

I militari non intervengono per poter istituire un sistema di controllo ancora più capillare? Oppure i soldati sono tenuti nelle caserme perché a quel punto si potrebbe ufficialmente parlare di guerra civile? (Che era, per nemesi storica, l’accusa che Macron in campagna elettorale rivolgeva alla sfidante Marine Le Pen)

 

La Francia non risolve la questione perché, sapendo che ha a che fare con gruppi armati, come visto in plurimi video circolanti, sa che vi sarebbe una carneficina, che sancirebbe la divisione etno-sociale una volta per tutte, mettendo fine alla finzione del Paese illuminato e multietnico?

 

Macron sta aspettando che passi a’nuttata, per spazzare tutto sotto il tappeto delle banlieue, esattamente come fece Chirac nel 2005?

 

Ognuna di queste possibilità può essere veritiera. Tuttavia, scendendo ad un livello ancora più profondo, credo che stiamo assistendo in diretta ad una mutazione programmata dallo Stato moderno. Una trasformazione dell’ordine sociale, del cosmo della cittadinanza, a lungo preparata, con operazioni immani durate decenni se non secoli, dai padroni del vapore.

 

La democrazia liberale scompare. Le fiamme di Nanterre e delle altre città francofone d’Europa sono i colori esatti del suo tramonto. Al contempo, quei bagliori coincidono con la forma futura della società: l’anarco-tirannia.

 

Il termine fu coniato dallo scrittore e giornalista americano Sam Todd Francis (1947-2005) a inizio degli anni Novanta, per poi riprenderlo a inizio 2000 in un brevissimo saggio intitolato «Synthesizing Tyranny». Francis preconizzava l’imminente ascesa di una dittatura armata che però, a differenza di quanto visto in passato, non imponesse in alcun modo alla popolazione una legge, anzi, lasciasse la società in balia dell’incertezza e della violenza.

 

Si trattava, scrive Francis, «di una sorta di sintesi hegeliana di due opposti: l’anarchia e la tirannia», cioè una dimensione in cui uno Stato che regola in modo tirannico o oppressivo la vita dei cittadini ma non è in grado o non vuole far rispettare la legge protettiva fondamentale.

 

«Il concetto elementare di anarco-tirannia è abbastanza semplice. La storia conosce molte società che hanno ceduto all’anarchia quando le autorità governative si sono dimostrate incapaci di controllare criminali, signori della guerra, ribelli e predoni invasori. Oggi, questo non è il problema negli Stati Uniti. Il governo, come può dirvi qualsiasi contribuente (soprattutto quelli morosi), non accenna a crollare o a dimostrarsi incapace di svolgere le sue funzioni. Oggi negli Stati Uniti il ​​governo lavora in modo efficiente. Le tasse vengono riscosse (puoi scommetterci), la popolazione viene contata (più o meno), la posta viene consegnata (a volte) e Paesi che non ci hanno mai infastidito vengono invasi e conquistati».

 

L’anarco-tirannia, secondo lo scrittore, permette ai violenti di prosperare. L’importante è la sottomissione, innanzitutto fiscale, della maggioranza della popolazione».

 

«Sotto l’anarco-tirannia, il controllo di elementi veramente pericolosi come (…) è messo in secondo piano. Il vero problema è come spremere denaro dai comuni cittadini che non si lamenteranno, non reagiranno e non inizieranno a colpire le persone in faccia».

 

Sbaglia chi pensa che si tratti di un segno di debolezza terminale di una società che ha perso radici e orientamento morale. «L’anarco-tirannia, quindi, non è solo una deformazione del sistema di governo tradizionale né un sintomo di “decadenza”» avverte Francis.

 

No, «l’anarco-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello stato da quella impegnata a proteggere la cittadinanza rispettosa della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nel migliore dei casi, una patologia sociale e, nel peggiore, un nemico».

 

È la sensazione che hanno molti, quando magari aspettano ore in questura per denunciare che gli hanno svaligiato la casa, e poi trovarsi nessun risultato, e magari gli stessi poliziotti che li fermano per strada in modo randomatico. È l’idea che usciva dalla bocca di una borseggiatrice di autobus, beccata dal famoso programma televisivo delle otto e mezza di sera. La ragazza, rincorsa dal giornalista-giustiziere, diceva con sicumera: ma cosa vi interessa se rubo, non interessa neanche alla polizia…

 

Tuttavia, il cittadino può ricordare, e con un certo fremito, il comportamento delle forze dell’ordine durante la pandemia, con i jogger inseguiti in spiaggia, i droni, i controlli nei bar, il timore generico che si aveva degli agenti pandemici. Ricordate, per caso, quelle immagini di due anni fa, le ultime proteste a Milano? Noi sì, e ancora ci divora la tristezza.

 

C’è, sì, una bella inversione. Il criminale, quello che vive infrangendo l’ordine, viene ignorato, tollerato, e se acciuffato per qualcosa, in caso liberato subito. Il cittadino che vive rispettando la legge può vedere invece, come in Francia, la sua macchina bruciata in strada, gli spari di Kalashnikov sotto casa, il proprio negozio distrutto da una razzia furiosa.

 

Anche senza i fuochi di Nanterre, tuttavia, possiamo vedere come la questione riguardi oramai la struttura stessa delle città. I cittadini assistono impotenti allo spaccio di droga, che avviene sempre nei soliti posti, e che avvelena la gioventù.

 

I proprietari di case possono vedere il valore dell’immobile dimezzarsi o ancora peggio quando lo Stato, senza spiegare perché, piazza nel condominio, o nel condominio a fianco, masnade di sconosciuti africani arrivati con i barconi, mantenuti per anni tra vitto e alloggio gratuito, telefonini, vestiti alla moda, monopattini elettrici – il tutto a spese, ovviamente, della stessa persona che paga le tasse pur vedendo degradato il valore dei suoi beni. Alcuni figliano, perché magari chi li gestisce gli ha sussurrato qualcosa sullo ius soli e i ricongiungimenti.

 

Nelle cittadine, anche piccole, sorgono moschee abusive, che generano sempre movimento, e finiscono magari nelle cronache perché si scopre che dentro c’è qualcuno che predica l’islamismo salafita, con magari qualche possibile connessione con il terrorismo internazionale.

 

Tutti questi fenomeni sono pienamente accettati dalla popolazione: è questa la vera chiave di volta per comprendere l’anarco-tirannia.

 

Perché la violenza anarcoide portata programmaticamente dalle masse importate con i gommoni Kalergi è solo una faccia della medaglia. L’altra, la tirannia, prevede proprio la sottomissione del popolo. È la famosa inversione dello stato di diritto vista con il green pass, che sarà ancora più evidente quando, a breve, la nostra esistenza sarà piattaformata tramite ID digitale (prima preoccupazione di Macron appena rieletto) e danaro programmabile, cioè dall’euro digitale di sorveglianza della BCE Lagarde.

 

Se il cittadino non è libero, è uno schiavo. Se lo Stato non offre libertà, allora infligge la sottomissione. E la forma politica della sottomissione è la tirannide.

 

Potete vedere ovunque segni di questo squilibrio. Le tasse rendono impossibile la vita di tantissimi – specie i lavoratori autonomi – tuttavia ecco stanziamenti gargantueschi per mantenere gli immigrati (anche durante il governo Meloni: quanti sono? Tre miliardi? Cinque? Otto? Qualcuno lo vuole dire), più fiumi di danari e armi (al punto da rendersi sprotetti!) all’Ucraina.

 

Una decisione del vertice, neanche italiano magari, ma verso cui il popolo non pensa di reagire. Allarga le braccia, china la testa. Lavora, arriva a fine mese. Tollera tutto. Non ti muovere, stai lì e subisci, come una pietra, come un santo, come Fantozzi, come la brava persona che sei, che deve pensare prima a portare a casa da mangiare per la famiglia, e che non vuole grane con la polizia o con la magistratura.

 

È così che l’anarco-tirannide è divenuta strutturale. Colpisce, ad esempio, il recente omicidio di Primavalle, a Roma, quello della ragazza trovata nel cassonetto. Il ragazzo fermato, immigrato di seconda generazione, dicono l’abbia uccisa per un debito di droga da 30 euro. Il giorno prima di venire massacrata aveva presentato il sospetto assassino alla madre. «Signora, stia tranquilla, voglio bene a sua figlia». Poi, coltellate al collo, alla schiena, all’addome, il cadavere sanguinante messo su un carrello verso i bidoni della spazzatura. Su Instagram il ragazzino di origine cingalese ha più di 10 mila follower, ha inciso un pezzo Trap pubblicato su Spotify, si atteggia da duro. Lei invece era attiva in altri ambiti: faceva la volontaria al Centro accoglienza degli immigrati.

 

È un’immagine che dice tutto. Tuttavia, non possiamo non sentire gli echi di situazioni passate: Pamela Mastropietro, venti anni, squartata da spacciatori dell’Africa nera con precisione mai vista – forse rituale. Oppure Desiré Mariottini, drogata, stuprata e uccisa da un branco che ha poi lasciato il cadavere in uno stabile abbandonato. Aveva sedici anni. E poi, chissà quanti altri casi, e non solo in Italia. In Francia si è avuto il caso, agghiacciante di Lola Daviet, violentata e torturata e uccisa, messa in una valigia da una strana immigrata maghrebina – forse anche qui con una cifra rituale non ancora ben compresa.

 

Non sono storie dell’orrore metropolitano, e nemmeno è solo cronaca nera dell’immigrazione: si tratta di tasselli che compongono il quadro dell’anarco-tirannia che va caricandosi nel sistema operativo dello Stato Europeo.

 

Pensate agli stupri collettivi subiti dalle donne tedesche sotto il Duomo di Colonia. O, sempre a capodanno, allo stesso fenomeno inflitto alle ragazze milanesi sotto il Duomo di Milano.

 

Pensate all’invasione di Peschiera del 2 giugno 2022, dove divenne visibile, e pure filmata e messa sui social, l’impotenza delle forze antisommossa, che caricavano sul lungo lago tra sghignazzi, urla e cachinni, completamente circondati da orde di ragazzini di origine africana che rivendicavano di aver de-italianizzato la cittadina lacustre, resa, per un giorno «Africa».

 

Come noto, nel treno stracarico, al ritorno verso Milano, vennero molestate delle minorenni italiane (a cui, al contempo, è stato usato razzismo: il vagone era solo per africani, dissero) che tornavano da Gardaland. È notizia di pochi giorni fa che l’inchiesta sarà archiviata, le vittime non riescono a riconoscere i volti della bolgia, e le telecamere sul regionale, sorpresa, non funzionavano…

 

E ancora: i «festeggiamenti» per le vittorie ai mondiali del Qatar del Marocco li rammentate? E dell’ultimo capodanno di Berlino qualcuno, a parte Renovatio 21, vi ha parlato?

 

Oppure, uscendo dalla questione migratoria, pensate alla storia dei grandi rave estivi: migliaia di persone che occupano un terreno privato, spacciano in modo massivo, producono continue emergenze sanitarie (l’MDMA, alle volte, non fa benissimo), inquinano come niente. La polizia è fuori a guardare, non interviene.

 

Ognuno di questi episodi serve a farvi comprendere che, malgrado paghiate le tasse e rispettate la legge, siete in balìa di una ferocia che può scoppiare da un momento all’altro, e togliervi tutto: l’attività, la macchina, la casa, la dignità, la sicurezza… i figli.

 

Ogni luogo che credevate dominato dallo Stato democratico è in realtà passibile di divenire una TAZ, una «zona temporaneamente autonoma», come teorizzava negli anni Novanta l’ideologo dell’antagonismo da Centro Sociale Hakim Bey (il quale, en passant, era un grande apologeta della pedofilia).

 

Di più: ogni tessera di questo mosaico umiliante serve in realtà a sottomettervi in modo ancora più profondo, intimo. È quella che, quasi sessanta anni fa, l’esperimento dello psicologo Martin Seligman chiamò Learned Helplessness, ossia «impotenza appresa».

 

Seligman metteva dei cani in una grande scatola, divisa in due da una piccola barriera, che la cavia poteva superare con un piccolo salto, cosa che il cane faceva subito quando si mandava una pesante scossa elettrica sotto le zampe della sezione in cui si trovava. Tuttavia, notò lo psicologo, se si elettrificavano entrambi i pavimenti della scatola – non lasciando quindi uno spazio privo di scosse – il cane rinunciava a muoversi. Diveniva, tecnicamente, depresso, accettava il fatto di essere percosso da una violenza continua e invisibile. Tale tecnica, è emerso in questi anni, è stata utilizzata dalla CIA negli interrogatori nei suoi black sites sparsi in giro per il mondo. E la forma di tortura che piega definitivamente l’animo umano, facendolo sentire, una volta per tutte, impotente…

 

Ecco cosa vi sta succedendo. Ecco perché vi sentite così. Ecco perché stanno lasciando che le vostre vite siano distrutte. Per insegnarvi a sentirvi impotenti, esasperati, senza via d’uscita.

 

Sarete così esausti che obbedirete a tutto. Al massimo, ve la prenderete con il criminale lasciato – appositamente – a delinquere rovinandovi la vita. Ma non vi rivolterete mai. Perché voi siete stati resi docili dal miraggio del pascolo, vi hanno distolto dalla prospettiva del macello che vi aspetta facendovi ruminare uno stipendio e tanta roba d’intrattenimento (Netflix, gli hobby, lo sport, la musica classica e moderna, la libertà sessuale e religiosa, i diritti degli animali e degli LGBT) siete stati bovinizzati – perché voi siete la massa vaccina.

 

Ma chi può volere una cosa del genere?

 

Se ve lo chiedete, non conoscete l’élite al potere, o quantomeno ignorate quale cultura la informi – una cultura che odia l’uomo, odia la donna, odia il bambino, predica la loro riduzione ed escogita trappole di ogni tipo per ferirli, mutilarli, distruggerne il corpo, l’esistenza, la dignità, una cultura che inverte tutto, il bello con il brutto, la fertilità con la sodomia, l’innocenza con la perversione, la vittima con il carnefice – in una parola la Necrocultura, la Cultura della Morte.

 

Tutti i libri che leggono quelli che vi comandano – Attali, Harari, Platone – parlano solo di questo, rassicurano i membri dell’Olimpo che è giusto così, alla popolazione umana va inferta la tecnocrazia più crudele, e loro saranno premiati, vivranno in stupende magioni protette dai lapilli della violenza in strada, magari estenderanno pure la loro vita indefinitamente grazie alla tecnologia transumanista.

 

Si tratta degli alti funzionari di quello che hanno chiamato la Managerial Class, cioè il personale del Managerial State, lo «Stato gestionale» – ossia l’élite che gestisce il Moloch burocratico statale e sovrastatale – in pratica, i guardiani del totalitarismo dell’ora presente, reale quanto non dichiarato.

 

A loro è stato promesso che avranno un destino diverso rispetto a quello dei popolani. Pensate al Macron di queste ore: la Francia brucia, ma lui è a ballare al concerto dell’omosessuale affittatore di uteri Elton John (quello celebrato nei film biografici finanziati dal Vaticano…).

 

Il senso di impudenza, di tracotanza, di vera hybris che questi trasudano è incredibile: tuttavia in nessun modo essi perderanno il potere che hanno accumulato, spiegava Francis decenni fa.

 

Perché «dopo aver conquistato l’apparato statale, gli anarco-tiranni sono la vera classe egemonica nella società contemporanea, e la loro funzione è quella di formulare e costruire la nuova “cultura” del nuovo ordine che immaginano, una cultura che rifiuta come repressiva e patologica la cultura tradizionale e civiltà».

 

Siamo a bordo di una civiltà dirottata per distruggere se stessa, da cui ricomporranno un ordine nuovo, un mondo nuovo dove subirete violenza perenne, gratuita, pur continuando ad obbedire – vaccinandovi, accettando ogni parafilia insegnata ai vostri figli, facendovi portare amabilmente verso la guerra contro una potenza termonucleare – e non smettendo mai di pagare le tasse.

 

Sottomessi, assistete all’inversione di tutte le cose: il bene con il male, la virtù con il peccato, la salute con la malattia, l’onestà con l’assassinio, la pace con la guerra, la vita con la morte.

 

Questo mondo in caricamento, sì, somiglia un po’ all’inferno.

 

Ci arrivate, ora, a capire cosa sta succedendo?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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Arte

Leggere Dostoevskij per comprendere il presente (e anche il futuro)

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Lo spettacolo indecoroso cui stiamo assistendo non è inedito, anche perché i suoi ingredienti fondamentali ne fanno solo una replica – con qualche sostituzione degli attori nelle parti secondarie – di quello a cui assisteva con sconsolata lucidità Dostoevskij, e che annotava nel suo Diario.

 

Aveva sotto gli occhi l’ingrossarsi come un fiume in piena della «questione d’Oriente». Quando cioè centinaia di migliaia di cristiani venivano massacrati nella indifferenza delle potenze occidentali concentrate nell’accaparramento di propri vantaggi territoriali dalla dissoluzione dell’impero turco, e quindi quasi ansiose che la pulizia etnico religiosa fosse portata a termine, quale arma di contenimento della Russia. Questa, infatti, una volta tolto di mezzo l’Impero Ottomano «si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà».

 

«Si mentiva spudoratamente su tutto, allo scopo di eccitare all’odio le masse del popolo non contro i massacratori musulmani, ma contro il presunto imminente nemico».

 

Così come oggi, per bocca di mentitori seriali televisivi, la guerra travestita e preparata dagli Stati Uniti su una terra di confine, per avviare la guerra contro la Russia, capovolge fatti e responsabilità.

 

«E per di più in Europa si negano i fatti», scriveva il nostro autore, «li si smentiscono nei Parlamenti, non si crede, si fa finta di non credere: no, non è successo, è esagerato, sono loro stessi, i bulgari, che hanno trucidato sessantamila dei loro per accusare i turchi». Forse prendendo spunto dal memorabile «Eccellenza, Lei si è frustata da sé» che si legge nell’Ispettore generale di Gogol’.

 

Lo stesso paradosso che non solo viene servito con imperturbabile sfrontatezza dai cucinieri occidentali e dai loro alleati ad est, ma anche digerito beotamente dalle moltitudini teleemancipate. Non per nulla, e per l’eterno ritorno dell’uguale, a queste, comprese forse anche quelle tedesche, è apparso subito evidente che, con straordinario slancio autopunitivo, anche i gasdotti siano stati messi fuori uso dai legittimi proprietari, come le popolazioni russofone del Donbass si siano state autoperseguitate e uccise nel corso di quasi un decennio. Tutti del resto conosciamo una vecchia metafora un po’ scabrosa su certe possibili vendette coniugali autolesioniste che è sconveniente citare per esteso.

 

In quei fatti Dostoevskij ravvisava «l’ultima parola di una civiltà dopo diciotto secoli di evoluzione, di tutta quella umanizzazione del genere umano per cui l’Europa ha distrutto il commercio dei negrieri e il dispotismo, ha proclamato i diritti dell’uomo, creato la scienza, celebrato l’anima umana con l’arte, promesso agli uomini giustizia e verità, per poi voltare le spalle ai cristiani massacrati per ordine del sultano».

 

Del resto, vale la pena di ricordare come qualche decennio dopo quei fatti, con lo stesso cinismo, gli evoluti occidentali abbiano voltato le spalle anche di fronte al genocidio armeno sul quale rimane steso a distanza di più di un secolo un imbarazzante e imbarazzato silenzio, a fronte del clamore attivato su quello hitleriano, almeno finché il suo ricordo è tornato utile. Infatti, ora anche Auschwitz rischia di tornare in penombra perché, se da un lato i tedeschi hanno interiorizzato la colpa fino a cambiare pelle, mettere da parte ogni orgoglio e memoria identitaria, per adattarsi infine anche alla nuova povertà energetica ed economica, dall’altro il nuovo nazismo ucraino a uso e consumo angloamericano viene alimentato e potenziato in vista di una nuova ma da sempre vagheggiata operazione Barbarossa.

 

È il nazismo esibito impunemente sul petto da un signore in visita al vescovo di Roma insieme a un plotone di commilitoni in tuta mimetica, secondo la nuovissima etichetta approvata dalla Segreteria di Stato Vaticana. Una aggiornata etichetta nazionalpopolare che ha esteso il bianco, riservato da secoli alle regine cattoliche in visita al pontefice, anche a quelle delle borgate romane rappresentate per competenza territoriale dalla disinvolta signora Giorgia.

 

Ma leggiamo ancora nel Diario«da che deriva tutto ciò? Perché non si vuol vedere, sentire, e si mente? perché si getta del fango su se stessi? È perché c’è di mezzo la Russia. Infatti, la Russia disturba, è colpevole di essere la Russia, che come un’orda barbarica si getterà sull’Europa e ne distruggerà la civiltà, quella civiltà, appunto, che ad un tratto si è rivela un bluff» 

 

Dunque, nulla pare cambiato da allora. E la civiltà è quella che è capace di sequestrare le opere d’arte dell’Hermitage in prestito alle gallerie occidentali. Di impossessarsi indebitamente dei beni privati e dei depositi bancari dei cittadini russi. Che ha sottoscritto trattati di pace solo allo scopo di ingannare strategicamente la controparte, trasgredendo la sola regola cogente vantata dal vantato diritto internazionale elaborato dalla civiltà occidentale, ovvero il pacta sunt servanda. Mentre questa stessa regola rimane «intangibile» per continuare a stringere al collo gli inermi sudditi europei imprigionati a Maastrichtt.

 

Ma occorre essere realisti. Ha vinto a tutto campo l’utilitarismo anglosassone, versione plebea e becera del fine che giustifica i mezzi adottato anche dagli ottusi abitatori continentali delle istituzioni europee, forniti o meno di titoli nobiliari o accademici che non impediscono di fare affari milionari privati con tutti i malfattori transatlantici, a spese dell’ignaro contribuente della stessa UE. Senza contare gli svizzeri che, dell’utilitarismo essendo i cultori assoluti, hanno messo l’armatura anche alla loro amata e proverbiale neutralità.

 

Del resto, la separazione tra politica ed etica, era problema antico e presente alla coscienza ben prima di Machiavelli che tuttavia, scriveva Croce, «scopre la necessità e l’autonomia della politica, che è di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta».

 

Anche se, aggiungeva, «quello che di solito non viene osservato, è l’acre amarezza con la quale il Machiavelli accompagna questa asserzione della politica e della sua necessità».

 

Infatti, in ogni caso, l’utilità del tranello e della strage di Senigallia ordita dal duca Valentino si iscrive, nelle intenzioni dell’autore, nell’utile ma non certo nell’onore.

 

Come nel caso di Remirro de Orco, luogotenente del duca, che pacificata la regione per mezzo di inaudite efferatezze, fu messo una mattina sulla piazza di Cesena «in due parti con un coltello sanguinoso a lato sicché i cittadini rimasero satisfatti e stupidi».

 

Possiamo inoltre osservare come la stessa politica internazionale abbia uno statuto «etico» a sua volta differenziato anche rispetto a quello della politica interna. Si tratta di una diversità venuta a formarsi spontaneamente per la diversità degli interessi e degli obiettivi in gioco, che sono, anzi dovrebbero essere, in una visione ideale, la pacifica convivenza fra i popoli da un lato, e il bene della comunità nazionale dall’altro.

 

Ma anche questa differenza cade, quando, come oggi, le nazioni europee, non più indipendenti e sovrane, non godono più di autonomia politica perché in stato di vassallaggio rispetto gli Stati Uniti, non solo dal punto di vista militare, ma anche, tramite l’UE che ne è la longa manus, per le direttive educative, culturali, economiche e «ideologiche». Sicché neppure di vassallaggio è corretto parlare, quanto di totale, mortificante asservimento.

 

Ma Dostoevskij, a partire dalla autonomia di fatto riconosciuta proprio della politica internazionale, fa un passo ulteriore. Egli non era di certo un ingenuo e sprovveduto idealista incapace di afferrare il problema filosofico della doppia moralità che segna rispettivamente il proprium della politica e della vita individuale.

 

Tuttavia, si chiede: «Dove sono le verità conquistate con tante sofferenze? Basta una causa pratica, e tutto vola via?».

 

Infatti, aveva ben presente quello che Machiavelli non poteva ancora prendere in considerazione perché venuto dopo di lui. Tutto il lavorio di pensiero, tutta quella riflessione sulla realtà della politica, e tutti quei fatti storici che avevano portato, attraverso un travaglio interconnesso di eventi e di idee, alla concezione dello stato moderno e alle altre conquiste di cui si fregia il pensiero politico della cosiddetta civiltà occidentale.

 

Quella approdata poi malamente alla vuota retorica sui diritti, sulla democrazia, sulla coesistenza pacifica, sulla libertà e l’uguaglianza, sullo stato di diritto, sulla protezione delle minoranze, e chi più ne ha più ne metta, ovvero su tutta una congerie di parole prive di senso vero che servono a mascherare l’involuzione verso il rinnegamento di quello che era stato venduto, ma anche sentito dalle masse, come progresso.

 

Così leggiamo ancora nel Diario:

 

«Tuttavia non è neppure giustificato rimanere attestati sul piano brutale del doppio binario e non elevarsi ad un piano speculativo più alto e convincente. Infatti, con questo riconoscimento della santità degli interessi correnti, del guadagno diretto e immediato, del diritto di sputare sull’onore e la coscienza pur di strappare per sé un fiocco di lana, si può andare di certo molto lontani. Ma solo i vantaggi pratici, solo i guadagni correnti rappresentano il vantaggio vero di una nazione e la sua politica “alta”? Al contrario, non è per una grande nazione proprio questa politica dell’onore, della magnanimità e della giustizia la migliore politica, anche se apparentemente in contrasto, ma in realtà non in contrasto, con i suoi interessi? La politica del disinteresse e dell’onore, ovvero le idee grandi e oneste sono quelle che trionfano alla fine nei popoli e nelle nazioni. La politica dell’onore e del disinteresse non è soltanto la più nobile ma forse anche la più vantaggiosa per una grande nazione, appunto perché nobile… mentre il continuo gettarsi di qua e di là, dove è più vantaggioso, riduce uno stato alla meschinità, alla interiore impotenza».

 

Non avrebbe dovuto essere questo il nuovo traguardo della civilizzazione almeno per l’Europa?

 

E ripudiare quelle leggi belluine per cui anche Machiavelli sentiva disgusto? Dopo gli esiti osceni di una rivoluzione approdata nella follia e nelle rapine napoleoniche, dopo le guerre fratricide e i crimini del colonialismo?

 

Ma quell’auspicio era utopistico e la contraddizione è risultata ben più paradossale, perché siamo approdati ad un grado allora inimmaginabile di dissennata disumanizzazione, con le immani tragedie e le oscenità in cui è sfociato nel Novecento il miraggio e la presunzione del progresso dell’umanità, nella degenerazione e nella contraddizione delle idee che avrebbe dovuto assicurarlo.

 

L’Europa è stata risucchiata dentro la egemonia tentacolare statunitense in cambio della distruzione materiale subita, mentre la sbandierata democrazia indigena o di importazione si è trasformata nel dispotismo formalmente autorizzato, modello 1933. E sempre in virtù di un trasformismo indisturbato, ora, dopo ottant’anni di pacifismo di facciata, interrotto senza remore ogni volta che un potere egemone lo ha deciso, dopo ogni tipo di inganno perpetrato ai danni della popolazione inerme in balia delle oligarchie anglosassoni, si getta a capofitto nella guerra che queste hanno programmato ad hoc.

 

Oligarchie tentacolari e aperte ad ogni corruttela, guidate dall’utilitarismo e dalla volontà di potenza che possono sfoggiare impunemente in ogni sorta di menzogna, in ogni rovesciamento di principi prima sbandierati, in ogni falsa morale e farisaica decisione, ogni tradimento e ogni meschinità, ogni intento distruttivo senza pudore e senza assunzione di responsabilità, dietro varie maschere di scena.

 

Come quelle andate a commemorare senza ritegno le vittime della bomba atomica insieme a chi quella bomba non si vergogna di averla sganciata e di quell’orrore non si è mai pentito. Un quadro desolante che sembrava impensabile, quello dei due tristi figuri, l’europea e l’americano insieme, in mezzo ad altrettanti tristi e meschini figuranti. Di cartapesta, si dirà, eppure in grado di muovere indisturbati i destini di infinite e irripetibili vite perché il gregge da cui traggono esistenza è stato debitamente narcotizzato e svirilizzato.

 

Le oligarchie dominanti hanno preso in mano il potere politico grazie alle degenerazioni del sistema democratico e rappresentativo, ma soprattutto alla riduzione preventiva delle capacità di comprensione e reazione dei sudditi. Di uomini a una dimensione, figurine piatte incollate nell’album della storia da burattinai capaci di tutto perché mancanti della coscienza propria degli uomini veri.

 

I politicanti e le politicanti che pullulano oggi nel prestigioso mondo occidentale, ovvero nel giardino fiorito di Borrell, di qua e di là dell’Oceano, prefigurano i pericolosi automi progettati per sollevare l’umanità residuale del futuro dalla fatica di vivere umanamente e di pensare.

 

Non per nulla quelle che erano un tempo le arti della diplomazia, disciplina troppo impegnativa per essere coltivata dalle menti deboli di automi semianalfabeti, sono state soppresse e sostituite da un vaniloquio che oscilla minacciosamente fra tracotanza, stupidità, e menzogna. Cosa che scopre la pericolosità di costoro e degli apparati in cui essi sono annidati.

 

Basti pensare alle dichiarazioni del sempre querulo Stoltenberg, che non perde mai nessuna occasione per mostrare la propria caratura. Esemplare il discorso recentissimo sull’avvicinamento ad una applicazione estensiva dell’articolo 5 del trattato della NATO.

 

Un capolavoro di ipocrisia farisaica per dire in soldoni che sulla lettera della norma prevarrà manu militari l’interpretazione, sicché tutti i firmatari saranno obbligati a partecipare anche con i propri eserciti alla guerra accanto alla Ucraina, anche se questa non fa parte della alleanza. Ovvero ha fatto balenare nella nebulosa truffaldina delle parole l’istituzione di fatto di una belligeranza diretta obbligatoria.

 

Più esplicito, nella volgarità della sua violenza primigenia, il ministro ucraino che dopo l’attentato di Lugansk dice: se non ci darete le armi che chiediamo, anche voi dovrete aspettarvi degli attentati. Cosa che penalmente parlando si chiama minaccia, ma la cui abnormità e volgarità sembrano non arrivare ad essere percepite come tali neppure da quanti dovrebbero avere dimestichezza, diretta o attraverso la filmografia, con il codice comunicativo e operativo delle varie cose nostre, gloria nazionale universalmente conosciuta ed esportata.

 

Ora, a proposito di tante manifestazioni eloquenti di un degrado generalizzato, di strumenti truffaldini della politica sempre più sfacciatamente ostentati, c’è da osservare che, a giustificare ogni aporia in nome della ragion di Stato, nell’epoca dell’azzeramento mediatico di ogni coscienza critica, la massa finisce per assorbire l’idea della normalità di quell’etica e di poterla fare propria anche nella vita quotidiana.

 

Se non si percepiscono più come tali la menzogna o il tradimento, il discorso truffaldino e il ricatto, l’obiettivo distruttivo nascosto o la falsificazione della realtà, anche perché genericamente normalizzati e dunque genericamente legittimati; se non li si inseriscono più neppure nel recinto chiuso di una politica che obbedisce ad un codice proprio e particolare, il passaggio verso l’assorbimento di quell’habitus nella morale corrente è quasi obbligato. Quell’etica deviata e particolare di cui non si vedono più la genesi e le articolazioni finisce per diventare moneta corrente anche al di fuori del recinto della politica e anzi diventa un modello accettabile per i rapporti privati arrivando a pervertire la coscienza individuale.

 

Dunque, inutile dire come, in un momento storico al quale non sappiamo neppure se ne potrà seguire realmente un altro, l’auspicio di Dostoevskij di una politica «alta», suoni inattuale. Quanto mai lontana e utopistica appare la possibilità della messa a frutto della ricchezza di storia accumulata dal pensiero occidentale, insieme ad una ininterrotta riflessione filosofica, e al patrimonio della spiritualità cristiana prima della sua contaminazione. Sembra impossibile in questo sfascio culturale, la sublimazione con cui la vita matura controlla gli eventi guardando al di là di ciò che è meschino e particolare, fasullo e insignificante da un orizzonte più ampio ed elevato.

 

Questo è il momento degli sciacalli e delle iene, o forse dei marabunta. E nell’avvento di animali superiori pare quasi impossibile anche poter sperare.

 

Tuttavia, non bisogna neppure dimenticare che anche i figuranti di cartapesta, per quanto nefasti, al pari del terribile giudice Morton nemico di Roger Rabbit, con un po’ di impegno e tanta fortuna potrebbero essere dissolti nel nulla proprio grazie alla loro reale inconsistenza.

 

Almeno in questo dobbiamo tornare a sperare, forse… anche al di là di ogni ragionevole dubbio!?

 

 

Patrizia Fermani

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

 

 

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