Storia
Quegli americani che si sono opposti alla NATO
È un errore pensare che la NATO abbia trovato sempre d’accordo tutti gli americani – a partire da grandi figure della politica e dell’amministrazione degli Stati Uniti.
Donald Trump, come noto, ebbe un rapporto duro con l’Alleanza Atlantica, trattando non sempre benissimo il suo segretario Stoltenberg e arrivando, già prima di essere eletto presidente, a fare una domanda semplice quanto inaudita a Washington: a cosa serve la NATO oggi? Perché gli USA la finanziano? Perché gli altri Stati alleati non pagano altrettanto?
Queste semplici domande, a cui in pochi in realtà avevano mai pensato, gli costarono l’odio assoluto da parte dello Stato profondo americano. Come ha detto Tucker Carlson – che ha con onestà riconosciuto di non essersi posto nemmeno lui la questione prima che lo svegliassero le uscite elettorali del futuro presidente – le conversazioni riguardo il sostegno al candidato Trump, perfino tra repubblicani, divennero impossibili dal momento in cui The Donald toccò la NATO. Carlson osserva che chi cominciò a mostrare disprezzo cieco per Trump tuttavia non rispondeva mai alle domande di cui sopra: perché la NATO, oggi?
In realtà, vi furono grandi figure politiche americane che rifiutarono la NATO prima ancora che nascesse. Uno è George Frost Kennan (1904-2005), ex ambasciatore USA in URSS, lucido, geniale politologo capofila della scuola «realista» delle Relazioni Estere (quella oggi portata avanti dall’accademico John Mearsheimer) e funzionario di governo considerato «il padre della guerra fredda».
Kennan si oppose alla NATO sin dalla sua creazione: la sua idea di contenimento dell’URSS non prevedeva mezzi militari – in quanto, ripeteva, non aveva la sensazione che Mosca volesse invadere militarmente l’Europa occidentale – non si basava su soldati ed armi ma su fattori politici, ideologici, economici e se vogliamo pure spionistici.
Approfondì la sua idiosincrasia per il Patto Atlantico decenni dopo in un celeberrimo editoriale sul tema dell’allargamento della NATO pubblicato dal New York Times nel 1997: «è in gioco qualcosa della massima importanza. E forse non è troppo tardi per avanzare un punto di vista che, credo, non è solo mio, ma è condiviso da un certo numero di altri con una vasta e nella maggior parte dei casi più recente esperienza nelle questioni russe» scriveva Kennan oramai 93enne. «L’opinione, dichiarata senza mezzi termini, è che l’espansione della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica americana nell’intera era post-guerra fredda».
Sono parole che oggi suonano tragicamente profetiche: con il rischio della guerra termonucleare alle porte – e i politologi russi che davvero cominciano a discuterne, potrebbe proprio essere così, allargare la NATO a Est potrebbe portare all’annientamento stesso degli Stati Uniti.
Vogliamo tuttavia qui ricordare anche il senatore americano Robert Taft (1889-1953). Repubblicano dell’Ohio, Taft fu uno dei soggetti descritto nel libro di John Kennedy Ritratti del coraggio (1955), dove JFK lo descrive come uno dei cinque più importanti senatori nella storia degli Stati Uniti d’America.
Il 26 luglio 1949 il senatore di Cincinnati fece questo discorso in opposizione al Trattato del Nord Atlantico:
«Perché ho votato contro il Patto Atlantico? Volevo votare a favore, almeno volevo votare per far sapere alla Russia che se avesse attaccato l’Europa occidentale, gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra. Credo che sarebbe un deterrente alla guerra».
«Abbiamo emesso proprio questo avvertimento nella Dottrina Monroe [l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano, ndr], e sebbene fossimo una nazione molto meno potente, ha impedito l’aggressione contro l’America centrale e meridionale. Quello era solo un messaggio del presidente al Congresso, e non c’erano obblighi di trattato e armi per altre Nazioni. Ma è stata una delle misure di pace più efficaci nella storia del mondo. Preferirei una Dottrina Monroe per l’Europa occidentale. Ma il Patto Atlantico va ben oltre. Ci obbliga ad andare in guerra se in qualsiasi momento durante i prossimi 20 anni qualcuno effettua un attacco armato contro una qualsiasi delle 12 Nazioni».
«Sotto la Dottrina Monroe potremmo cambiare la nostra politica in qualsiasi momento. Potremmo giudicare se forse uno dei Paesi avesse dato la causa dell’attacco. Solo il Congresso poteva dichiarare guerra in virtù della dottrina. Con il nuovo patto il presidente può portarci in guerra senza il Congresso. Ma, soprattutto, il trattato fa parte di un programma molto più ampio con il quale armiamo tutte queste Nazioni contro la Russia».
Come Kennan, Taft non vedeva la forza militare come principale strumento per la politica estera americana. Anche lui, temeva l’errore fatale di una prossima guerra ultradistruttiva.
«È già stato fatto un programma militare congiunto (…) Diventa così un’alleanza militare offensiva e difensiva contro la Russia. Credo che la nostra politica estera debba mirare principalmente alla sicurezza e alla pace, e credo che una tale alleanza abbia più probabilità di produrre la guerra che la pace. Una terza guerra mondiale sarebbe la più grande tragedia che il mondo abbia mai sofferto. Anche se vincessimo la guerra, questa volta probabilmente subiremmo un’enorme distruzione, il nostro sistema economico verrebbe paralizzato e perderemmo le nostre libertà e il nostro sistema libero proprio come la seconda guerra mondiale ha distrutto i sistemi liberi dell’Europa. Potrebbe facilmente distruggere la civiltà su questa terra».
Il senatore già 70 anni fa vedeva il pericolo di quello che era ed è, de facto, un accerchiamento malevolo della Russia da parte degli USA e dei loro alleati, ancora oggi pienamente visibile nei documenti della RAND Corporation, il controverso think tank che crea la politica militare americana – oggi più che mai.
«C’è un’altra considerazione. Se ci impegniamo ad armare tutte le Nazioni intorno alla Russia, dalla Norvegia a nord alla Turchia a sud, e la Russia si vede circondata gradualmente dalle cosiddette armi difensive dalla Norvegia e dalla Danimarca alla Turchia e alla Grecia, potrebbe formarsi un’opinione diversa. Può decidere che l’armamento dell’Europa occidentale, indipendentemente dal suo scopo attuale, preveda un attacco alla Russia. Il suo punto di vista può essere irragionevole, e penso che lo sia. Ma dal punto di vista russo potrebbe non sembrare irragionevole. Potrebbero benissimo decidere che se la guerra è il risultato certo, è meglio che la guerra avvenga ora piuttosto che dopo che l’armamento dell’Europa sarà completato».
Con estrema chiarezza, Taft prevedeva la crisi di missili di Cuba.
«Come ci sentiremmo se la Russia si impegnasse ad armare un paese al nostro confine; Il Messico, per esempio? (…), infine, credo che ci sia solo una vera speranza di pace nel mondo a venire: un’associazione di Nazioni che si obblighi a rispettare una legge che governi le nazioni e sia amministrata da una corte di giustizia legale. Tale risultato giudiziario non deve essere soggetto al veto di nessuna Nazione e deve esserci una forza internazionale per far rispettare il decreto del tribunale. Un tale piano può avere successo solo se l’opinione pubblica mondiale è educata a insistere sull’applicazione della giustizia».
Anche le parole di Taft, come quelle di Kennan e pure di Trump, sono oggi davvero di attualità estrema.
Immagine di George Kennan di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata con AI
Geopolitica
Putin dice che la Russia è pronta per il confronto con la NATO
La Russia è «sempre pronta per qualsiasi scenario», ha detto sabato il presidente Vladimir Putin ai giornalisti, commentando un potenziale confronto diretto tra le forze armate russe e della NATO. Lo riporta il sito governativo russo RT.
Putin stava rispondendo a una domanda sulle recenti quasi collisioni che hanno coinvolto velivoli russi e americani in Siria.
«Nessuno lo vuole», ha aggiunto il presidente, indicando le linee di prevenzione dei conflitti esistenti che consentono agli ufficiali russi e statunitensi di parlare direttamente di «qualsiasi situazione di crisi». Il fatto che queste linee funzionino ancora dimostra che nessuna parte è interessata a un conflitto, ha aggiunto. «Se qualcuno lo vuole – e non siamo noi – allora siamo pronti», ha aggiunto Putin.
L’esercito russo ha segnalato un totale di 23 incidenti pericolosi che hanno coinvolto aerei russi e quelli della coalizione guidata dagli Stati Uniti dall’inizio del 2023, ha affermato l’ammiraglio Oleg Gurinov, capo del Centro di riconciliazione russo per la Siria. La maggior parte degli incidenti è avvenuta durante questo luglio, ha aggiunto.
In 11 casi i piloti russi hanno registrato di essere stati presi di mira con sistemi di puntamento aerei occidentali. Tali azioni da parte della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno portato all’ingaggio automatico dei sistemi di difesa a bordo, che ha visto gli aerei russi rilasciare razzi esca, ha detto l’ammiraglio ai giornalisti.
Lo scorso venerdì, in un incontro con i leader africani all’interno vertice Russia-Africa in svolgimento a San Pietroburgo, il presidente russo aveva detto che Russia è pronta a cercare una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina, ma Kiev ei suoi sostenitori negli Stati Uniti e nella NATO si rifiutano di parlare con Mosca.
«Tutte le differenze devono essere risolte al tavolo dei negoziati», ha dichiarato Putin. «Il problema è che si rifiutano di parlare con noi».
«Anche l’attuale regime ucraino rifiuta i negoziati e lo ha annunciato ufficialmente. Il presidente ucraino aveva firmato un decreto rilevante» lo scorso autunno, ha detto Putin.
Il capo del Cremlino ha affermato che la radice del conflitto tra Mosca e Kiev era «la creazione di minacce alla sicurezza della Russia da parte degli Stati Uniti e della NATO».
Tuttavia, Washington e i suoi alleati «rifiutano anche i negoziati sulle questioni relative alla garanzia di uguale sicurezza per tutte le parti, inclusa la Russia», ha detto Putin, ricordando che Mosca ha sempre tenuto aperta la porta dei negoziati. «Abbiamo detto molte volte – e l’ho dichiarato ufficialmente – che siamo pronti per quei colloqui».
«Non possiamo forzarli a questi negoziati», ha continuato Putin, aggiungendo che «deve esserci anche un dialogo con l’altra parte» da parte della comunità internazionale per convincere l’Ucraina a impegnarsi nei colloqui.
Putin ha anche sottolineato che Mosca è «grata agli amici africani» per i loro sforzi per trovare una soluzione pacifica al conflitto ucraino.
Una missione di alti dirigenti e funzionari africani, compresi i presidenti di Sudafrica, Senegal e Zambia, aveva già visitato San Pietroburgo e Kiev a metà giugno per proporre la loro iniziativa di pace in dieci punti a Putin e Zelens’kyj. In quell’occasione, come riportato da Renovatio 21, Putin aveva per la prima volta mostrato pubblicamente la bozza di accordo discussa con l’Ucraina nel marzo 2022, prima che, dopo un improvviso viaggio di Boris Johnson a Kiev, il regime Zelens’kyj abbandonasse il tavolo della trattativa facendo praticamente saltare una pace già raggiunta.
Il piano proposto dagli africani prevede, tra le altre proposte, garanzie di sicurezza e la libera circolazione del grano attraverso il Mar Nero, nonché il rilascio dei prigionieri e il rapido avvio dei negoziati di pace.
Giovedì, in un’intervista a RIA Novosti, il presidente delle Comore Azali Assoumani, che è presidente dell’Unione africana (UA) e faceva parte della delegazione di pace, ha affermato che lui e le sue controparti «non hanno ancora ricevuto alcuna conferma convincente dell’interesse» di Zelens’kyj nell’intraprendere negoziati con la Russia.
Il mese scorso, il presidente ucraino aveva ribadito la sua posizione secondo cui i colloqui con Mosca potrebbero iniziare solo dopo che le forze russe si saranno ritirate da tutto il territorio ucraino all’interno dei suoi confini del 1991, compresa la Crimea.
La Russia ha respinto le richieste di Zelens’kyj come irrealistiche, sostenendo che sono un segno della riluttanza di Kiev a risolvere il conflitto con mezzi diplomatici. Secondo Mosca, questo non le lascia altra scelta che continuare a lavorare per raggiungere i suoi obiettivi in Ucraina con mezzi militari.
La prospettiva che l’Ucraina diventi membro della NATO è una minaccia esistenziale per la sicurezza nazionale russa e non sarà tollerata, ha detto venerdì il presidente russo Vladimir Putin ai rappresentanti di diversi Paesi africani.
Nel documento che ha inaugurato l’indipendenza dell’Ucraina dall’Unione Sovietica, «è scritto nero su bianco che l’Ucraina è uno stato neutrale», ha ricordato Putin ai leader africani in visita, durante la parte pubblica del loro incontro a San Pietroburgo. Il presidente si riferiva alla dichiarazione del 1990 che proclamava l’Ucraina sovietica uno stato sovrano che si sarebbe sforzato di diventare «un Paese permanentemente neutrale».
«Questo è di fondamentale importanza. Perché l’Occidente abbia iniziato a trascinare l’Ucraina nella NATO non ci è molto chiaro. Ma questo ha creato, a nostro avviso, una minaccia fondamentale per la nostra sicurezza», ha aggiunto Putin, facendo capire che non è possibile per la Russia accettare l’avanzata verso i suoi confini delle infrastrutture militari di un blocco che le è di fatto ostile – concetto ribadito dal presidente russo anche due settimane fa durante un Forum tecnologico a Mosca: «per quanto riguarda l’adesione dell’Ucraina alla NATO, come abbiamo detto molte volte, questo ovviamente crea una minaccia alla sicurezza della Russia. Infatti, la minaccia dell’adesione dell’Ucraina alla NATO è la ragione, o meglio una delle ragioni dell’operazione militare speciale» aveva detto Putin.
Mentre la Russia si è sempre detta pronta a negoziare la fine delle ostilità, Kiev ha approvato una legge che vieta i colloqui con Mosca e ha rinnegato l’accordo negoziato nel marzo 2022 a Istanbul, ha affermato Putin a San Pietroburgo dinanzi ai delegati del Continente nero.
Secondo Putin, durante l’incontro dello scorso anno in Turchia, la delegazione ucraina ha inizialmente accettato di firmare un patto di neutralità che avrebbe limitato anche le armi pesanti e l’hardware dell’Ucraina. Tuttavia, l’accordo preliminare è stato «respinto» poco dopo, ha affermato il leader russo all’inizio di quest’anno.
I funzionari ucraini si sono ritirati dai negoziati dopo aver accusato l’esercito russo di atrocità a Bucha e in altre aree intorno alla capitale del Paese. Mosca ha negato che le sue truppe stessero uccidendo civili.
Kiev in seguito ha affermato che negoziati significativi non possono iniziare fino a quando Mosca non si arrende alla Crimea e ad altri quattro territori che hanno votato per lasciare l’Ucraina e diventare parte della Russia. Mosca ha ripetutamente sottolineato che era impossibile.
Nel suo discorso pietroburghese di venerdì, il presidente russo ha ribadito la sua posizione di lunga data secondo cui l’attuale crisi è stata causata dal «colpo di Stato anticostituzionale, armato e sanguinoso» del 2014 a Kiev, condotto con il «sostegno attivo» degli Stati Uniti e di altri governi occidentali.
I Paesi occidentali hanno passato anni a guidare l’Ucraina verso un conflitto con la Russia, poiché pianificavano di utilizzare Kiev come strumento per minare la sicurezza nazionale della Russia, ha spiegato Putin, sostenendo così come sia giustificata la rappresaglia della Russia, inclusa la sua operazione militare in corso, spodestando il presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovich.
«È stato davvero un sanguinoso colpo di stato armato anticostituzionale, sostenuto attivamente dai paesi occidentali, che ha scartato tutte le norme del diritto internazionale», ha affermato il presidente russo.
Putin ha quindi ribadito la posizione di lunga data della Russia secondo cui si trattava del punto di svolta della crisi.
«Questo problema non è stato creato ieri. È stato istigato da alcune forze in Occidente, che da tempo stavano preparando una guerra ibrida contro il nostro Paese, e ha fatto di tutto per trasformare l’Ucraina in uno strumento per minare le basi della sicurezza della Federazione Russa», ha detto durante uno degli incontri del Summit Russia-Africa.
Il presidente ha aggiunto che l’Occidente aveva pianificato di utilizzare Kiev per «danneggiare le posizioni della Russia sulla scena mondiale e per minare la nostra statualità».
La spiegazione migliore del perché Putin non può permettersi un’Ucraina nella NATO fu spiegata a chiare lettere a Oliver Stone nel corso delle lunghe interviste che il cineasta americano fede al presidente russo, poi viste anche nel documentario russo Ucraina in fiamme, il film che racconta il colpo di Stato di Maidan intervistando tutti i massimi protagonisti.
«La base, di per sé, non significa nulla», aveva detto Putin rispondendo ad una domanda di Stone riguardo la base di Sebastoli, in Crimea, che alcuni sostengono essere la ragione dell’annessione della penisola a Mosca.
«Perché reagiamo con tanta veemenza all’espansione della NATO? Ci preoccupiamo del processo decisionale. So come vengono prese le decisioni. Non appena il Paese diventa membro della NATO, non può resistere alla pressione degli USA. E molto presto qualsiasi cosa può apparire in un Paese del genere: sistemi di difesa missilistica, nuove basi o, se necessario, nuovi sistemi di attacco».
«Cosa dovremmo fare? Dobbiamo prendere contromisure, nel senso, puntare i nostri sistemi missilistici verso le nuove strutture che riteniamo ci minaccino».
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Geopolitica
Nixon aveva predetto il conflitto in Ucraina già nel 1994
L’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon ha avvertito il suo successore Bill Clinton quasi 30 anni fa che l’Ucraina potrebbe precipitare in un sanguinoso tumulto, prevedendo importanti cambiamenti politici in Russia, secondo un documento reso disponibile al pubblico la scorsa settimana.
In una lettera di sette pagine datata 21 marzo 1994 e citata dal Wall Street Journal, il defunto presidente ha espresso la sua opinione sull’instabile panorama politico post-sovietico subito dopo essere tornato da un viaggio in Russia e Ucraina.
Nixon ha descritto l’Ucraina come «indispensabile» e ha avvertito che la situazione era «altamente esplosiva». «Se si lascia andare fuori controllo, farà sembrare la Bosnia una festa in giardino», ha detto, riferendosi al conflitto etnico nei Balcani del 1992-1995 che ha causato la morte di decine di migliaia di persone.
L’ex presidente ha indicato una situazione politica «imprevedibile» nel Paese, lamentando che «il Parlamento ucraino… è anche peggio della Duma russa». Ha esortato Clinton a rafforzare la presenza diplomatica americana in Ucraina e a dare priorità ai finanziamenti per Kiev.
Nixon ha anche osservato che il peso politico dell’allora presidente russo Boris Eltsin si era «rapidamente deteriorato», aggiungendo che «i giorni della sua indiscussa leadership della Russia sono contati», osservando che Eltsin è arrivato a concedersi bevute più lunghe e non poteva più mantenere i suoi impegni con i leader occidentali in «un ambiente sempre più antiamericano nella Duma e nel Paese».
L’ex leader degli Stati Uniti era incerto su chi potesse sostituire Eltsin, ma ha suggerito che le forze anti-occidentali della Russia potrebbero produrre un «candidato credibile alla presidenza». Eltsin si è dimesso alla fine del 1999, con Vladimir Putin che ha preso le redini della Nazione risolvendo dapprima il conflitto in Cecenia (dove gli islamisti separatisti erano con estrema probabilità armati e finanziati dai soliti noti) e poi dedicandosi a migliorare il tenore di vita russo (con stipendi e pensioni aumentati anche di sette volte) e alla ricostruzione del senso di dignità nazionale russa.
La nascita dell’Ucraina moderna fu in larga parte dovuta ai Clinton e ai loro progetti di ridefinizione del mondo, il larga parte ereditati dalla cerchia angloamericana di cui parla lo storico Carroll Quigley nel suo libro «maledetto» Tragedy and Hope. Quigley, che poté consultare l’archivio del Council for Foreign Relations, dovette ritirare il suo volume (di oltre 1200 pagine) in cui di fatto delineava nomi e progetti del gruppo di persone che comandava su larga parte del mondo. Quigley fu professore di Clinton all’Università gesuita di Georgetown.
Come da mirabile definizione di Steve Bannon, «l’Ucraina non esiste, non è nemmeno un Paese, esiste solo perché creata dai Clinton per estrarne danaro».
La politica di Nixon e Kissinger di déténte – cioè allentamento delle relazioni tese – fu a quel tempo duramente criticata dal politologo Zbigniew Brzezinski, riconosciuto come il pensatore geopolitico che, nello zelo antirusso più totale, concepì l’idea di separare l’Ucraina dalla Russia per far perdere a Mosca lo status di potenza europea e quindi «asiatizzarla».
Brzezinski e le sue idee trovarono poi sbocco nelle amministrazioni successive a quella di Nixon, anche grazio alla sua creazione grazie ai Rockefeller della Commissione Trilaterale. A lui si deve, ad esempio, l’Operazione Ciclone, ossia il sostegno dato ai mujaheddin afghani contro le truppe sovietiche.
Brzezinski forse nutriva un odio personale per Mosca: la sua famiglia di aristocratici polacchi un tempo regnava sul Voivodato di Ternopoli, un tempo territorio polacco e austro-ungarico poi divenuto parte dell’URSS e quindi dell’Ucraina indipendente.
È stato detto che il fantasma di Brezinski, che già cinquanta anni fa si opponeva a Nixon e alle sue idee di pace con la Russia, aleggia ancora nell’Ucraina piagata dalla guerra. – i memorandum NATO del figlio pure.
Geopolitica
L’ambasciatore russo a Roma: siamo aperti a una soluzione diplomatica. Lo dice sul giornale degli Agnelli, con cui c’è qualche trascorso
Due giorni dopo l’incontro tra il presidente degli Stati Uniti Biden e l’inviato pontificio cardinale Matteo Zuppi, e sei giorni prima dell’incontro del 27 luglio tra il presidente degli Stati Uniti Biden e il premier italiano Giorgia Meloni a Washington, il nuovo ambasciatore russo a Roma Alexej Paramonov ha scritto un lungo editoriale per La Repubblica in cui afferma che Mosca è aperta a una soluzione non militare per l’Ucraina e invita Roma a svolgere un ruolo.
La pubblicazione dell’editoriale dell’ambasciatore parrebbe la cappa russofobica che pare inscalfibile: sembrerebbe, quindi, un segnale importante. Come vedremo più sotto, la scelta di farlo sul giornale degli Agnelli ricopre oggi un peso storico non indifferente.
Paramonov ha iniziato riconoscendo l’eredità comune di Russia e Italia nel plasmare la storia e la cultura in Eurasia, ricostruendo il processo di deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente, culminato con il colpo di stato di Kiev del 2014 e l’operazione militare speciale russa del 2022.
Dopo l’avvio dell’operazione militare speciale, che per la Russia era inevitabile come dovere di difesa della popolazione del Donbass, «il panorama dei rapporti bilaterali è cambiato fino a diventare irriconoscibile», ha scritto Paramonov.
«Non ci si può aspettare che la politica estera di Roma possa cambiare, poiché l’Italia è saldamente inserita nel sistema delle strutture euro-atlantiche. In quanto tale, l’Italia diventa volente o nolente coinvolta in azioni ostili contro Mosca e nella fornitura di armi all’Ucraina, che la trascinano sempre più nel conflitto e allontanano le prospettive di una sua conclusione».
«Nonostante tutto, ancora oggi Mosca lascia aperta la porta alle iniziative diplomatiche, ritiene tuttora possibile cambiare situazione in Ucraina con mezzi diversi da quelli militari e accetta con rispetto qualsiasi proposta di pace da chiunque provenga: il Vaticano, un gruppo di Stati africani, Indonesia, Brasile o Cina. Purtroppo, ogni giorno che passa, e soprattutto dopo il vertice NATO di Vilnius, diventa sempre più evidente che l’Occidente persevera nella sua sconsiderata e ostinata intenzione di sconfiggere o indebolire ad ogni costo la Russia, di espellerla dal novero delle grandi potenze, di compromettere sua leadership nel movimento per la costruzione di un nuovo ordine mondiale multipolare, più democratico e giusto» dice l’ambasciatore.
Il messaggio per l’Italia del diplomatico della Federazione Russa è piuttosto concreto
«Negli ambienti diplomatici si ricorda che nel passato Roma ha potuto dimostrare la flessibilità e creatività della propria diplomazia nella messa a punto dei formati di interazione per superare problemi più` difficili. Nelle circostanze attuali, sembra che si avanzi la necessità di un nuovo modello di coesistenza con gli Stati europei, tenendo conto del principio di indivisibilità della sicurezza, della prossimità geografica, della complementarietà economica. Ci potrebbero essere d’aiuto anche i persistenti interessi reciproci nell’ambito del clima, spazio, sanità, nuove sfide, cultura».
«In Russia c’è un grande rispetto per il popolo italiano, insieme al quale, nel corso di oltre cinque secoli è stato creato un invidiabile patrimonio comune. Questo non può essere cancellato, così come non può essere cancellata la richiesta di convivenza e cooperazione pacifica tra cittadini comuni russi e italiani».
«Naturalmente, l’uscita dalla “comfort zone” che per molti anni è stata la condizione abituale delle relazioni russo-italiane, l'”autoisolamento” dell’Occidente dalla Russia, genera un sentimento di delusione. Oggi più che mai i Paesi dell’Europa continentale possono perdere completamente la Russia se non riprendono coscienza dei propri interessi e non acquisiscono una visione più indipendente ed equilibrata dei processi geopolitici».
La Repubblica, come noto, è un giornale degli Agnelli, che possiedono, assieme alla famiglia Rotschild, anche parte anche dell’Economist di Londra.
Gli Agnelli hanno una lunga e contorta storia con Mosca: in era sovietica la FIAT collaborò per la creazione di una fabbrica di automobili nella città di Tol’jatti (in Italia in genere chiamata erroneamente «Togliattigrad»), da cui uscì la famosa Zhiguli.
Al contempo vi è un elemento «russo» dissonante ella storia della dinastia agnellica. Margherita Agnelli, la madre di quello che tecnicamente è oggi il capo del clan, John Elkann, una volta divorziata dal padre di Jaki (lo scrittore e personaggio TV di origine ebraica Alain Elkan) si risposa, come uso sempiterno della famiglia, con un nobile vero, Serge de Pahlen, nato in Normandia ma di famiglia di antichissima nobiltà russa scappata dalla Rivoluzione d’Ottobre. Margherita e de Pahlen hanno cinque figli. Arrivato al vertice della FIAT, Jaki licenzia il patrigno, che da 22 anni lavorava in azienda. Sono gli anni della denuncia in tribunale di Margherita per avere la sua parte del famoso tesoro all’estero di Gianni Agnelli, di cui sono ancora sconosciute dimensioni e origini – ma della cui esistenza oramai pochi dubitano.
In un libro pubblicato tre anni fa in Gran Bretagna (che coincidenza!), una giornalista del Financial Times scriveva che de Pahlen era stato «reclutato dal KGB durante gli anni Ottanta», con la missione di trasferire tecnologia a Mosca. «La FIAT era sempre stata un partner chiave dei sovietici, e secondo due ex intermediari del KGB, divenne un fornitore di tecnologia dual-use (cioè che si può usare in ambito civile come in quello militare, ndr), attraverso una miriade di società amiche».
Va anche ricordato chi è l’attuale direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, che, scrive l’enciclopedia online, è «nato a Roma in una famiglia di origine ebraica» e che ha studiato «all’Harris Manchester College dell’Università di Oxford e all’Università Ebraica di Gerusalemme», ha scritto per il giornale del PRI e vinto premi della Fondazione Spadolini. Chi ha compilato la voce per l’enciclopedia online tiene a farci sapere anche che è sposato con una signora «ebrea italo-libica, avvocato. La coppia ha quattro figli, tutti nati a New York». Per un decennio è stato il corrispondente da Nuova York de La Stampa, il giornale degli Agnelli, per poi, prima di rientrare a Torino, esserlo stato anche a Bruxelles e Gerusalemme.
Molinari ai tempi della guerra di Iraq era ritenuto da taluni vicino alle posizioni dei neocon americani – lo stesso gruppo di potere dello Stato profondo USA additato da vari (Trump, Robert Kennedy jr.) come responsabile della presente guerra ucraina. Negli scorsi anni, prima di essere «promosso» alla direzione di Repubblica acquisita dagli Agnelli (anche se comunque da sempre partecipata dai loro parenti Caracciolo) era stato direttore della Stampa, il vero house organ del casato FIAT.
Nel 2020 si consumò uno scontro al fulmicotone tra La Stampa di Molinari e diplomazia ed esercito della Federazione Russa, anche ad altissimi livelli: un giornalista della testata, specializzato in articoli non esattamente filorussi, attaccò con veemenza la missione umanitaria russa in Lombardia nelle prime settimane del COVID. Agli articoli del giornale di Molinari rispero prima il già ambasciatore Razov, poi il portavoce dell’esercito maggior generale Igor Konashenkov, quindi la portavoce del ministero degli degli esteri Marija Zakharova.
Come riportato da Renovatio 21, la cosa si complicò al punto da divenire, d’un tratto, una spy story. Konashenkov comincia a parlare di «reali committenti della russofobia de La Stampa», che pure gli sarebbero noti. La Zakharova, indomita già allora, parla di un «intermediario» dietro all’articolo, «una società registrata a Londra, i cui rappresentanti si sono rifiutati di fornire qualsiasi informazione…»
Paramonov, già console russo a Milano, fu direttamente coinvolto con la missione COVID-Lombardia in quanto direttore del Primo dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo. Polemiche successive lo videro criticare il ministro italiano Guerini. «All’Italia è stata fornita un’assistenza significativa attraverso il ministero della Difesa, il ministero dell’Industria e Commercio e il ministero della Salute della Russia» aveva scritto l’anno scorso, all’apice delle polemiche antirusse, Paramonov. «A proposito, una richiesta di assistenza alla parte russa fu inviata allora dal ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini, che oggi è uno dei principali falchi e ispiratori della campagna antirussa nel governo italiano» aggiunse il diplomatico.
Paramonov aveva quindi parlato di «conseguenze irreversibili», cosa che indusse taluni a pensare che fosse in procinto rivelare una qualche forma didi accordo segreto tra Italia e Russia.
I trascorsi tra le due realtà – i giornali degli Agnelli diretti e il Cremlino – riuscirono a complicarsi ulteriormente. Nel 2022, con l’operazione militare speciale russa in Ucraina, sempre La Stampa pubblica un articolo intitolato «Se uccidere Putin è l’unica via d’uscita». L’allora ambasciatore Razov, predecessore dell’attuale Paramonov, va a denunciare. L’autore dell’articolo dice che il russo ha capito male, e che anzi l’idea «che qualche russo ammazzi Putin» sia «priva di senso e immorale, e questo c’era scritto bene in evidenza». Ad ogni modo articolista e giornale incassano la difesa di Mario Draghi, che provvede ad insultare ulteriormente i russi: «forse non è una sorpresa che l’ambasciatore russo si sia così inquietato: lui è l’ambasciatore di un Paese in cui non c’è libertà di stampa, da noi c’è, è garantita dalla Costituzione» dice l’uomo che con il greenpass ha nuclearizzato un certo numero di articoli della Carta costituzionale.
Insomma, la scelta dello Stato russo di pubblicare un messaggio su Repubblica, ha un suo senso che a molti, magari, può sfuggire.
Notiamo infine come la lettera del legato di Mosca sia pubblicata sul sito di Repubblica dietro paywall, cioè considerato materiale a pagamento. Tuttavia è possibile leggerla, ovviamente in forma gratuita, sul sito ufficiale dell’ambasciata russa in Italia.
Immagine di Dmitrij Shuleiko via Wikipedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)









