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Renovatio 21 recensisce Squid Game
Spinti da lettere di lettori che si interrogano sulla simbologia del calamaro – testé dichiarato da Renovatio 21 personaggio dell’anno – pubblichiamo, con colpevole ritardo una recensione di Squid Game, la serie più seguita del 2021. Di certo, Squid Game (tradotto, il «giuoco della seppia») non ha molto a che fare con il calamaro sanguigno e il suo attuale dominio occulto sul mondo, tuttavia nella serie sono enunciate molte cose interessanti, sempre riguardo al dominio del mondo, allo sterminio degli uomini, alle élite crudeli e mascherate, alla fine della dignità umana.
Squid game, la serie Netflix coreana dove un manipolo di persone indebitate e irrisolte competono in gare mortali per un premio in denaro, è senza dubbio la serie dell’anno. Più di 110 milioni di visualizzazioni solo il primo mese di programmazione sono una cifra piuttosto importante, che indica che l’opera può aver toccato qualche corda sensibile negli spettatori di ogni Nazione terrestre.
La serie è riuscita a diventare un fenomeno planetario nonostante degli handicap specifici come la lingua – ancora più ostica all’orecchio dello spettatore globale di quella giapponese – e soprattutto la recitazione coreana, dove i personaggi sono sempre sopra o sotto le righe, o troppo verbosi e (apparentemente) monodimensionali, o troppo silenziosi e opachi.
Squid Game è già assurta allo status di fenomeno iconico. I «soldati» incappucciati vestiti di rosa con maschere minimali (sul volto solo un triangolo, o un quadrato, o un cerchio: un segno gerarchico e al contempo uno dei segni che i bambini di Corea tracciano a terra quando fanno il «gioco della seppia») sono diventati i più gettonati di questo secondo Halloween pandemico. Si sprecano in tutto il mondo le preoccupazioni di scuole e genitori per l’identificazione dei ragazzi con un mondo di violenza gratuita ed estrema.
Da Arancia Meccanica a Parasite a Squid Game, via Carlo Marx
Niente di nuovo sotto il sole: anche per Arancia Meccanica fu così: la crudeltà «ultraviolenta» dei drughi – anche lì, individui mascherati – era uno shock per lo spettatore appena emerso dagli anni Sessanta, il quale aveva addosso magari gli ancora più rassicuranti anni Cinquanta.
Tuttavia, nel capolavoro di Kubrick tratto dal romanzo di Anthony Burgess la violenza usciva dai figli nichilisti della piccola borghesia paraproletaria. In Squid Game, invece, la violenza è sì perpetrata (o anche: autoperpetrata) dalla classe inferiore della società, ma anche organizzata – con voluttà terrificante – dalla classe dominante.
A mascherarsi non sono i poveri teppisti. Sono i membri di un’élite transnazionale miliardaria, le cui origini (a parte i coreani, ci sono americani? C’è un britannico? Un russo? Un cinese?) e le cui perversioni possiamo solo cercare di inferire.
In molti, come l’opinionista conservatore americano Ben Shapiro, hanno tentato di dare una spiegazione marxista di Squid Game, che sarebbe quindi poco più che un granguignolesco promemoria della lotta di classe nel XXI secolo.
Molti saranno d’accordo: del resto, è stato detto da varie parti, si tratta di una mistura assai riuscita di due possibili ingredienti, il film di culto giapponese (con Takeshi Kitano) Battle Royale – dove si immaginava una società dove una classe di studenti si doveva combattere su di un’isola (Hunger Games ha, di fatto, copiato, sì) – e il film rivelazione del 2019, il coreano Parasite, premiato con vari Oscar più o meno meritati.
Parasite, venne notato, era una sorta di acidissima commedia horror sul concetto caro al nuovo politicamente corretto vigente in USA: l’equality. Cioè la parità, le eque opportunità tra le persone che sembrano essere scomparse tra gruppi e classi sociali.
Tuttavia, vorremmo qui parlare di tutt’altro. Fare un discorso più oscuro, meno intellettuale. Squid Game può possedere significati che vanno al di là di quelli che si hanno con la mera analisi sociologica.
E se ci fosse qualcosa di più reale, e di più spaventoso, di Carlo Marx e dei suoi epigoni dietro a questo successo mondiale?
I significati generali che si traggono dalla serie vanno ben oltre le questioni di classe. La popolazione è numerata, sottomessa, e ha rinunciato alla democrazia una volta per tutte.
In Squid Game, il popolo è infantilizzato, anche contro la sua volontà: i giuochi di morte sono giuochi per bambini, e l’oggetto agognato è questo enorme maialino salvadanaio che vale il ritiro per sempre dalla classe lavoratrice.
Il popolo è ingannato da una élite superiore con la promessa dell’arricchimento materiale.
Tutto il resto è sangue e barbarie. Potere, comando, sacrificio umano.
L’élite rivelata dai simboli di Squid Game
Lo schema di costruzione della società moderna è illustrato già nei primi secondi, quando vediamo dall’alto il campo del gioco della seppia. Il quadrato può rappresentare la massa della popolazione generica, il triangolo che lo sovrasta è l’élite.
I due cerchi segnano in alto il vertice della classe dirigente che si ritrova ad organizzare e a consumare lo spettacolo genocida e, chiralmente, la parte più bassa della società, quella dei disperati e degli indebitati oltre ogni possibilità di riscatto.
Notate come gli stessi segni, che sembrano pulsanti della Playstation, siano riprodotti nelle maschere dei guardiani armati. E ognuna di queste forme rappresenta, pare di capire, un segno nella gerarchia del piccolo esercito fucsia.
Sacrificio umano, per sport
Il fatto che l’élite sia coinvolta in sacrifici umani organizzati non è una novità per la storia umana: potete pensare alle civiltà precolombiane, magari ripassando Apocalypto, per capire come ciò fosse in realtà la norma, prima della fine delle uccisioni rituali sancita dal Cristianesimo (che in Squid Game è puntualmente sbeffeggiato).
Negli anni ‘20 vi fu un racconto, e un film, dal titolo Most Dangerous Game che narrava di un nobile russo che cacciava esseri umani per sport. Il tema è stato ripreso numerose volte nella cinematografia americana, sia in alto che in basso. Dal grande classicone zona Italia 1 American Ninja (1985) al John Woo di Senza Tregua (1993). Per finire con il capolavoro disgraziato (linciato a scatola chiusa, rilasciato in ritardo e fatto sparire subito), politicamente ultra-divisivo ma a modo suo perfetto, The Hunt (2020). Satira superba della polarizzazione sociopolitica cristallizzata ora in USA, dove un gruppo di liberali ultra politicamente corretti rapisce una dozzina di americani medi, tendenzialmente conservatori ed elettori di Trump – in una parola, anche usata nel film, «deplorables» – per cacciarli nel modo più belluino. Essi avevano osato far commenti inappropriati sui social media.
Solo finzione? No.
Austriaci e tedeschi ricordano sommessamente il cosiddetto Massacro di Rechnitz. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, una domenica delle Palme, a Rechnitz, in Austria, si tenne una festa al castello di Margit von Batthyány, figlia di Heinrich Thyssen-Bornemisza, della famiglia delle acciaierie e delle crapulose megacollezioni d’arte. L’Armata Rossa era vicina, in dieci giorni avrebbe raggiunto il luogo, tutti lo sapevano. Così, al festone dove erano invitati vari dirigenti delle SS e della Gioventù hitleriana, verso la mezzanotte fu offerta una speciale iniziativa: l’uccisione di lavoratori forzati ebrei ungheresi, portati al castello per la bisogna.
Ne uccisero quasi due centinaia. Si distinsero un capo nazista e il direttore del castello, che forse era amante della contessa.
Squid Game non è fantascienza. Proprio no.
Squid Game e l’illusione della democrazia
I partecipanti del gioco sono deumanizzati, numerati, disorientati, tribalizzati. Tuttavia, un colpo di scena di non poco conto è quando si apprende che hanno una concreta possibilità di fuga: il voto democratico.
È una delle regole fondamentali che vengono declamate immediatamente, prima che si proceda al primo, sorprendente massacro. Se la maggioranza decide di smettere di giocare, tutti a casa. Bisogna aspettare l’ultimo episodio per capire che anche questa regola è, in fondo, truccata.
Così come è forte l’impatto della rivelazione del coinvolgimento nel gioco di forze di polizia, e quindi non solo dell’establishment finanziario internazionale.
Qui sta il pensiero più crudele inferto dalle élite al popolo: essi sulla carta hanno scelta, sono liberi. In realtà, tutto è preparato al fine di ottenere qualcosa di silenzioso e preziosissimo: la sottomissione, l’accettazione di qualsiasi privazione, qualsiasi comando, qualsiasi aberrazione, orrore, peccato, delitto.
L’illusione della democrazia è lo strumento con cui l’élite ottiene la piena adesione del cittadino alle sue architetture ingiuste e disfunzionali. La democrazia è la conditio sine qua non per il Teatro delle Crudeltà dell’élite perversa e inarrivabile. Senza democrazia, pare dire la serie, essi non avrebbero il potere di cui godono. Democrazia e oligarchia sono interrelate: la prima è solo la maschera, la crosta della seconda. Di mezzo, gente in divisa armata.
Infantilizzare e corrompere
Alcuni hanno notato che l’infantilizzazione dei partecipanti allo Squid Game, costretti a giocare ai giochi popolari tra i bambini coreani, rappresenta la volontà, più che di infantilizzare la popolazione, di corrompere l’idea stessa di infanzia.
Particolarmente disturbanti sono le bare a forma di regalo. Da una parte, esse portano verso l’idea orrenda della morte violenta come gioco d’infanzia.
Tale idea è anticipata nel primo episodio, quando il protagonista dà a sua figlia un regalo che contiene, per isbaglio, una pistola-accendino.
Dall’altra le bare-regalo sottolineano la dimensione dell’offerta religiosa – il sacrificio umano per compiacere gli dèi, che in questo caso sono i ricconi mascherati che si godono lo spettacolo tra champagne e gozzoviglie omoerotiche.
Non è priva di significato la menzione del traffico di organi di cadaveri operato di nascosto dagli stessi «secondini» del gioco. Con lo squartamento e il commercio di parti di essere umano ancora vivente si toccano abissi di corruzione della dignità umana che non sono sconosciuti dal mondo reale, dove il traffico di organi esiste eccome – ne è stato accusato il presidente di un Paese limitrofo, il kosovaro Hashim Thaci.
È lapidario, nella serie, il disprezzo delle élite per i morti: fatene quello che volete di quegli organi, dice ad un certo punto Front Man, il gestore del sistema di gioco. Potete anche mangiarveli per quanto mi riguarda… ma non turbate il disegno sottostante alla competizione. Non alterate il gioco dei potenti.
Il simbolismo massonico in Squid Game
Discutere di élite occulta e non parlare di massoneria sarebbe come parlare del caviale senza spendere una parola sul Beluga. I figli della vedova (li chiamano anche così), la «setta verde» (la chiamano anche così), nella serie coreana? Ebbene sì.
Nel penultimo episodio il riferimento è assai preciso: i sopravvissuti mangiano su un enorme tavolo triangolare (la piramide cara ai «liberi muratori» – si chiamano anche così) adagiato su un pavimento a scacchi (immancabile nelle logge dei grembiulisti – li chiamiamo noi così) con piazzate ben visibili due colonne: sono possibilmente Boaz e Yakin, le due colonne ricorrenti nell’architettura dei templi massonici, riconducibili alle colonne del Tempio di Salomone costruito dalla figura immaginaria Hiram Abif, un personaggio centrale del mito massonico.
Il lettore dirà: la massoneria in Corea? Machedaverodavero? Ebbene sì, anzi, diremo di più: la massoneria in Nord Corea pure. Si inseguono da anni dicerie sull’appartenenza del caro leader Kim Il-Sung al club squadra e compasso. Lo si accusò su giornali locali liguri, addirittura, di aver il simbolo della P2 inciso sul suo «trono» – per quanto vi possa sembrare allucinante, questa polemica è esistita veramente, perché le voci, nei circoli del PCI, giravano veloci.
Di certo, Kim e suo figlio vedevano con simpatia certi nostri connazionali molto chiacchierati, uniche figure al mondo che potevano dire di avere un pied-à-terre a Pyongyang. Non facciamo nomi.
Maschera e potere
Tuttavia, vi sono altri riferimenti visivi che connettono a cose già viste, o intraviste, dal pubblico occidentale. Su tutto, le maschere.
Maschere animali apparvero ad un party entrato nella leggenda, quello dato dalla famiglia Rothschild a Parigi nel dicembre 1972. Molti degli invitati sono ancora riconoscibili. Per esempio l’immancabile Salvador Dalì, per esempio la baronessa anglo-olandese Audrey Kathleen Ruston Hepburn – massì, quella di Colazione da Tiffany.
Questa cosa delle immagini dorate che si vedono in Squid Game, di fatto, ci ricordava qualcosa.
Tuttavia, è la questione delle maschere animali che può aver fatto fare clic nella mente di qualcuno che conosce l’episodio .In particolare, la più evidente, la maschera del cervo.
Squid Game vs Rothschild Family pic.twitter.com/rFBbM4jR51
— ! (@asdferyp2) December 3, 2022
Il sito Vigilant Citizen ci piazza anche questa foto della vecchia Chiesa di Satana di Anton LaVey.
Come non ricordare, a questo punto, la profusione di maschere dell’élite ritualista di Eyes Wide Shut.
La maschera, anche nel capolavoro finale di Kubrick, rappresentava il potere definitivo dell’élite sul popolino. Il personaggio del dottor Harford (Tom Cruise), imbucato non iniziato, in una delle scene più disturbanti della pellicola viene obbligato a togliersi la maschera davanti a tutti gli iniziati mascherati.
La disuguaglianza tra chi può coprirsi il volto – magari con un’opera d’arte – e chi deve offrire alla luce il proprio volto è percepibile come la struttura stessa della società: chi comanda porta la maschera, perché chi comanda è invisibile.
Chi porta la maschera può umiliarti e perseguitarti, finanche ucciderti, o esigere comunque un tributo di sangue.
Perché il potere, ci dicono i potenti in maschera, è il potere di dare la morte – anche per giuoco, anche gratuitamente. E ancora più sommo, questo il pensiero più oscuro di Squid Game, è il potere di indurre nella vittima la scelta del suo stesso sacrifizio.
C’è un salto di qualità: l’élite mascherata di Kubrick non godeva, almeno durante le sue riunioni, della morte dei popolani, che anzi erano esclusi.
Il loro era, paradossalmente, la riformulazione di un arcano rito di fertilità – un’orgia da paganesimo antico (come quella descritta magnificamente da Andrej Tarkovksij nell’Andrej Rublev) dove però i volti noti della buona società possono conservare la propria reputazione; un’ammucchiata esoterica come quelle dei templi crowleyani visti in Strange Angel, serie di cui abbiamo parlato qui. Insomma, il Kubrick è un rito dell’Eros – mentre in Squid Game il rito è puro Thanatos, l’esercizio di una morte inferta anche solo per capriccio.
«Cumannari è megghiu ca futtiri» dice un famoso proverbio siciliano. L’élite mascherata di Kubrick fotteva, mentre il rito di Squid Game è un rito di morte come controllo assoluto. E di qui la questione dell’illusione democratica e dell’accettazione dell’orrore discussa sopra.
In realtà, Eyes Wide Shut doveva venirci in mente anche prima, perché la villa del rito orgiastico altro non è se non una casa di campagna del Barone Mayer de Rothschild. E mica vogliamo tirare in ballo questa povera famiglia come dei complottisti ossessi: non è colpa loro se finiscono ancora sui giornali per il Trattato del Quirinale appena firmato dal loro ex impiegato Emmanuel Macron e per la consulenza di loro advisor in dossier industriali e finanziari delicati tra Italia e Francia.
Vabbè, stiamo divagando.
«Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale»
Abbiamo perso di vista gli arredi del privé, dove ci sono tavolini e seggiole a forma di esseri umani. Anzi forse sono proprio esseri umani… donne piegate in modo innaturale… dove avevamo già visto questa cosa? Ah, sì, a casa dei Podesta, luogotenenti del potere clintoniano, appassionati di UFO e massimi lobbisti a Washington, dove curano, fra gli altri, gli interessi della famiglia reale saudita. I Podesta sono quelli che nelle mail trapelate nel 2016 venivano invitati alle riservatissime serate di «Spirit Cooking» dell’artista serba Marina Abramovic. Di cui ricordiamo ancora l’odoroso ammasso di ossa e di sangue nei sotterranei del Padiglione Italia della Biennale di Venezia 1997. L’opera si chiamava «Balcan Baroque», ma sul sangue e il suo aspetto «magico» la Abramovic ha lavorato anche nelle decadi successive. Coinvolgendo un grande numero di estimatori VIP.
Come dire, il materiale per dipingere un’élite oscura e perversa c’è tutto.
Come noto, i Podesta e la Abramovic giocarono un ruolo nella discreditata storia andata virale nel post-elezioni 2016, la leggenda metropolitana chiamata Pizzagate, dove si sospettava che una élite di potenti – quelli che alla fine pubblicano queste fotografie – compisse sacrifici di bambini nel seminterrato di una pizzeria della capitale USA. La storia accese gli animi ma dopo qualche mese perse quota. Emerse, di lì a poco, un’altra «serie» sull’élite assassina e cannibale, QAnon.
Un’idea, un movimento, una nuova religione «oracolare», una forma di intrattenimento seriale live di innovazione assoluta. Che ha mosso, per lo meno fino al gennaio 2021, decine di milioni di persone in tutto il mondo. (Di QAnon Mondoserie vi parlerà a breve per tramite di una irresistibile serie documentaria HBO uscita quest’anno, QAnon into the Labyrinth)
Non c’è da stupirsi se una serie come Squid Game finisca per valere, dati Netflix, qualcosa come 900 milioni di dollari.
È una storia che in tanti vogliamo sentirci raccontare. È una storia che, da qualche parte dentro di noi, possiamo perfino pensare che sia vera.
Avete presente la frase: «ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale».
Vale anche per questo articolo.
Articolo previamente apparso su Mondoserie.it
Immagine screenshot da YouTube
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Deputata russa chiede il bando delle Barbie
Un membro della Duma di Stato russa, Maria Butina, ha chiesto la rimozione delle bambole Barbie dal mercato russo, sostenendo che il loro produttore Mattel stava promuovendo un «agenda LGBT» invece dei valori della famiglia.
La Butina sostiene che il film Barbie recentemente pubblicato funge da «pubblicità per il Partito Democratico [USA] e il suo programma», riporta RT.
«Cosa vediamo? Gay, trans e donne che hanno conquistato il mondo. Non c’è niente sull’unione tra un uomo e una donna, niente sull’amore», Butina, un membro della Camera bassa del Parlamento russo, è stata condannata dagli Stati Uniti per essere un agente straniero e imprigionato per 18 mesi, un’affermazione che nega, ha detto sabato a Duma TV.
La giovane deputata ha sostenuto che la Russia dovrebbe promuovere marchi di bambole nazionali che si adattano meglio ai valori della società.
La Russia ha inizialmente vietato la «propaganda LGBTQ» rivolta ai minori nel 2013. Le restrizioni sono state ulteriormente inasprite lo scorso dicembre, quando la promozione di «rapporti sessuali non tradizionali» e il transgenderismo sono stati completamente banditi.
A luglio, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che limita rigorosamente l’accesso alla chirurgia di riassegnazione sessuale e la possibilità di cambiare legalmente il proprio sesso.
Come riportato da Renovatio 21, la propaganda LGBT va verso il bando totale in Russia.
Il film di Barbie, con Margot Robbie e Ryan Gosling, è uscito nelle sale il 21 luglio 2023 ed è diventato un successo al botteghino. Il film, tuttavia, non viene proiettato in Russia a causa dell’attuale boicottaggio del Paese da parte della Warner Bros. a seguito del suo conflitto militare con l’Ucraina.
Il film presenta la Barbie come una figura femminista messianica che salva il mondo dai suoi stereotipi cattivi, dotando alla fine il suo Paese d’origine, Barbieland, di una Costituzione che impedisca l’avvento della società patriarcale, che nel frattempo ha tentato pericolosamente il Ken.
La pellicola si conclude con la prima visita di Barbie, divenuta umana, dal ginecologo. Poteva andare peggio: potevano infliggerci direttamente la sua prima interruzione di gravidanza.
L’attuale dell’aumento attenzione dovuta alla produzione hollywoodiana non ha tuttavia gettato luce sui possibili rapporti tra Barbie e l’omonimo Klaus Barbie (1913-1991), gerarca nazista conosciuto come «il boia di Lione» finito nel dopoguerra a lavorare per i servizi americani e boliviani.
Un film del 2001, Rat Race, notava l’omonimia mettendo in scena un vero e proprio «Museo Barbie».
Immagine di Pavel Starikov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
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Anche i nerd vanno in guerra: trovata brigata russa di appassionati di cartoni giapponesi
Un’unità militare russa si è trovata sotto i riflettori dei media, dopo che i video umoristici dei soldati che riprendono un veicolo Bradley (veicolo di fabbricazione statunitense donato all’esercito ucraino) sono diventati virali.
Più che per il trofeo militare, ad attirare la loro attenzione sarebbe l’interesse segnalato dai soldati per gli anime, cioè per i cartoni giapponesi.
Una delle clip mostrava i militari dell’unità di Kerch in posa davanti a un pezzo apparentemente intatto di armi fabbricate negli Stati Uniti, ringraziando sarcasticamente il presidente ucraino Vladimir Zelensky per aver consegnato loro «questo bel veicolo». Un’altra clip mostrava uno di loro che faceva una smorfia alla telecamera, con il trofeo sullo sfondo, e diceva: «Ecco, gloria alla Russia!».
#Russian fighters captured an #American M2A2 Bradley ODS-SA combat vehicle in the Zaporozhye region. pic.twitter.com/tKy1vxtGav
— Rajendran (@Rajendr67215893) July 12, 2023
M2 #Bradley is captured by Russian volunteer anime lovers pic.twitter.com/98H6PXoU37
— WeAreRussiaNs (@WeWeWeRTwE) July 12, 2023
Il filmato è apparso all’inizio della settimana ed è stato ampiamente condiviso sui social network russi, prima di farsi strada sui media nazionali. Man mano che l’interesse cresceva, alcune testate russe hanno riferito che i combattenti – tutti volontari in servizio all’esercito russo – erano anche fan degli anime.
«Anime» è parola giapponese di tipo gairaigo, cioè un termine importato dall’estero e quindi nipponizzato: viene da animēshon, il giapponese per la parola inglese animation, animazione. In tutto il mondo, ora la parola anime sta indicare i cartoni giapponesi, che sono diffusi ed apprezzati dalla gioventù internazionale oramai da decenni.
Russian anime company on the Donbass front pic.twitter.com/il3HCosLG8
— senore_amore (@SenoreAmore) July 13, 2023
Le immagini pubbliche condivise sull’app di messaggistica Telegram da uno dei membri della squadra militare russa mostrano il vivo interesse per gli anime. In una foto, si può vedere un combattente di Kerch indossare un elmetto con l’immagine di una ragazza-volpe (in giapponese kitsune) disegnata con la lingua fuori e gli occhi incrociati, un’espressione facciale nota come «ahegao» che compare negli anime erotici, detti anche hentai (che significa «perverso»), o ecchi (parola che indica la lettera latina «H», quindi riferimento al lemma precedente). Gli hentai sono di fatto perversi assai, anzi aggiungono livelli di perversione non possibili alla pornografia fotografica.
#Russia ???????? / #Ukraine ????????
Kerch Detachment of the Russian Armed Forces going full anime mode pic.twitter.com/V6nfGH13fY
— Nexx_ (@_Nex3_) July 13, 2023
Un’altra immagine mostra l’uomo dietro il canale, che si chiama Lesiy, con una toppa sul giubbotto balistico raffigurante una ragazza anime armata con un colbacco.
Dopo l’improvvisa ascesa dell’unità alla fama su internet, Lesiy ha reagito con un post scherzoso che mostrava due ragazze anime in piedi accanto a un veicolo blindato, con la didascalia: «Sembra che abbiamo aperto il vaso di Pandora».
Il tema dell’anime fa parte di uno scherzo in corso per i soldati. Leshiy, il cui vero nome è Vladislav, ha descritto il servizio in prima linea dell’unità come la partecipazione a «un festival di anime» nel Donbass in uno dei suoi primi incarichi l’anno scorso.
Donbas anime! pic.twitter.com/rVAiF6qMZ3
— Korobochka (コロボ) ????????✝️???????? (@cirnosad) March 8, 2022
Ma almeno un membro dell’unità di Kerch è un vero appassionato. Un militare di 19 anni soprannominato Shmyga è stato menzionato l’anno scorso dal leader di un gruppo di fan di anime russo, coinvolto nel supporto alle truppe russe.
Secondo la testata russa Readovka, molto presente su Telegram, il soldato in questione «ama le ragazze degli anime» e porta con sé un dakimakura, un grande cuscino in stile giapponese raffigurante un personaggio degli anime.
Non è la prima volta che vediamo succedere questo crossover tra manga e conflitto russo ucraino.
Ancora nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea, circolarono quantità di immagini del procuratore crimeano Natal’ja Poklonskaja – divenuta virale per la sua determinazione e la sua bellezza – disegnata con gli stilemi degli anime.
Natalia Poklonskaya (Наталья Поклонская) #flickr https://t.co/iKQgiydz4N
Natalia Poklonskaya (Наталья Поклонская): former Crimea's 'Gorgeous' Attorney General. https://t.co/n6gICylbsM
— Natalia Poklonskaya (@Poklonskayainfo) October 1, 2020
Non possiamo non ricordare anche come, sempre durante la guerra in Donbass di quasi dieci anni fa – sì, in Donbass già allora c’era una guerra – fu un canale di un fansubber (cioè persona che traduce e sottotitola serie e cartoni per la diffusione in rete) di cartoni giapponesi a far conoscere al mondo le vicende e i personaggi di quel conflitto, come per esempio le gesta del comandante Givi e del comandante Motorola – entrambi uccisi negli anni a seguire – i cui discorsi sotto le bombe venivano subbati (cioè sottotitolati) con stilemi e font tipici dei fansub degli anime.
Come dimenticare il comandante Givi che tira una boccata di sigaretta mentre arriva improvvisamente l’artiglieria ucraina e tutti i suoi uomini scappano? (Guardate anche, comunque, il lettering, la grafica dei sottotitoli)
E quindi, chi lo avrebbe mai detto: anche i nerd vanno in guerra?
La realtà semplice e tragica è che al fronte, ora, non ci sono i nerd, ci sono centinaia di migliaia di ragazzi, che la guerra rende uomini, ma restano ragazzi. Uomini veri, ragazzi veri, con le passioni che hanno tutti i loro coetanei in giro per il mondo.
Uomini veri, ragazzi veri – russi, ucraini – per la cui vita dobbiamo pregare.
Non ci è chiaro come siamo finiti ad accettare che una tale quantità di gioventù – con la sua leggerezza, con la sua bellezza, con la sua importanza fondamentale di generazione del presente e del futuro – fosse consegnata alla fornace della guerra.
Fermiamo l’inutile strage, subito! Facciamo vivere questi ragazzi!
Immagine da Telegram
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«Il passeggero» di Cormac McCarthy: «La bellezza fa promesse che non può mantenere»
La bruciante impressione che questo romanzo sia stato scritto proprio per noi non ci lascerà fino alla fine.
Se è vero che «la bellezza fa promesse che non può mantenere», solo pochi sanno cosa si provi quando ci si innamora di una ragazza troppo intelligente per noi: una sarcastica irriverente dal vestitino porpora o una brava stronzetta che ti cita Tommaso in latino. Forse è per questo che, a parte una scellerata scelta editoriale di non pubblicarne subito anche la seconda parte, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, Il passeggero, ha ricevuto recensioni contrastanti.
Certo, noi uomini di mezza età siamo avvantaggiati dalla consapevolezza che una dracma fa sempre cento leptoni e va bene così, però anche per noi è duro entrare nell’abisso del nichilismo sapendo di dover lasciare per strada qualcosa di infinitamente bello, come la giovinezza, le ragazze e le Papastratos.
È stato scritto di tutto su questa opera, dal capolavoro al trionfo del nichilismo, passando per un delirio incomprensibile di un pinguino con le verruche. La verità è che «i cani dell’inferno possono passare all’interno del vuoto di un cerchio»: in questo libro si trovano più pagine di letteratura che senso nella trama.
Tuttavia, un paio di cose sono assolutamente rilevanti: McCarthy rivoluziona il concetto di «frase minima». Ti conduce nel delirio del pantano nichilista su una canoa rosa, ma ti fornisce una pagaia inossidabile, perché «per il viaggiatore esperto la meta è al massimo un sentito dire», ma il viaggio s’ha da fare. Anche quando la città sembra più vecchia di Ninive o quando si cerca di orientarsi tenendo presente la piantina di Roma antica e non ci si raccapezza più nemmeno sul Palatino, perché a un tratto appare il teatro Marcello o ti esplode di scorcio la maestà del Colosseo e allora capisci «la bontà divina appare in posti strani».
Magari si sarebbe potuto evitare il dilungarsi tecnico su Oppenheimer o sul presidente Kennedy, per quanto in entrambi i casi sono certo abbia azzeccato, anzi, per quanto riguarda la balistica dell’omicidio JFK sono sicuro che dica la verità, ma cui prodest? E soprattutto: «com’è che le pecore non si ritirano sotto la pioggia?». Tutte le grandi domande della vita fanno sembrare stupidi se dette ad alta voce: «se la neve fosse nera, i ghiacciai esisterebbero lo stesso?» oppure «esiste una via dal tangibile al numerico che non sia ancora stata esplorata?».
Una buona metà della storia è costruita su deliri di un’amabile schizofrenia, per cui «ogni linea è una linea spezzata» e massime senza tempo, o che lo diventeranno. Come «non diventerai mai ricco vendendo il tuo tempo. Nemmeno facendo saldature subacquee» o «non tutto ciò che puzza è un ricordo» e «la paura non ti segue, ti aspetta al varco».
Questo libro è diverso dall’epopea della frontiera, è in qualche modo la summa di una vita, un’esperienza emotiva diversa dal solito.
Questo libro sembra scritto per noi che odiamo i ristoranti in cui «camerieri in livrea servono piatti di alta cucina a cafoni pieni di boria che hanno pensato di uscire a cena in tenuta da palestra se non addirittura in lingerie». Non abbiamo nulla contro l’alta cucina, né contro i cafoni, né tanto meno contro la lingerie: ma le tute proprio no.
Peggio della tuta quando non si pratica sport c’è solo il mix di alta cucina e cafoni in canottiera. «Ho visto famiglie intere che sarebbe facile spiegare come allucinazioni, orde di idioti sbavanti che brancolano per le strade». Perdonateci ragazzi se noi reietti dall’infanzia di mondi di carta, fionde e boschi, non abbiamo impedito che riducessero la civiltà a un mero guazzabuglio tecnologico postmoderno in grado di annichilire perfino il senso comune.
Questo libro rientra nel novero di quelli che appartengono alla profonda verità di ogni scrittore: si scrive per non dover incenerire il mondo. Perciò, parafrasando Shakespeare, «ci sono più aerei in fondo al mare che sommergibili in cielo».
Dovremo attendere la seconda parte di questa dilogia, Stella Maris, per avere chiaro il quadro d’insieme.
Nel frattempo, possiamo soffermarci una sera a riflettere sul fatto che «quel che l’uomo cerca è la bellezza, pura e semplice. Non c’è altro modo di dirlo. Il fruscìo degli abiti, il profumo. I capelli di lei che gli sfiorano la pancia nuda. Categorie quasi insignificanti per una donna». La domanda è se resistono punti fermi come la bellezza nell’ermeneutica del ventunesimo secolo.
In pochi anni la lingua stessa è stata stravolta: si è passati da «fattoni» a «consumatori», da «sesso» a «genere», da «peccato» a «discernimento», alcuni concetti dell’ermeneutica della quotidianità come quello di «onore» o «sgualdrina», poi, sono ormai del tutto privi di significato. Si è voluto trasformare un mondo di uomini malvagi in una favola invertita di personaggi da aiutare, col risultato che «senza malfattori il mondo dei giusti è completamente spogliato di senso».
Nel mondo dell’esattezza scientifica, dell’inoppugnabilità del controllo tecnico «ogni cosa sembra dipendere dalla velocità della luce, ma nessuno vuol parlare della velocità delle tenebre».
Per questo motivo, Il passeggero è scritto per chi scrive, perché le persone brillanti devono portare un bel fardello, se sia una fatica di Sisifo o meno, non è ancora abbastanza chiaro.
È chiaro, però, a tutte le ragazze più intelligenti di cui abbiamo parlato all’inizio, se non lo è lo diciamo meglio ora, che, se per lo scettico tutti gli argomenti sono viziosi, per noi classicisti drammadipendenti è normale pensare di sedersi sulle macerie del mondo aspettandoci che, alla fine, suoni il telefono.
Fosse anche soltanto per questo, vale la pena di vivere! Per tutti gli altri idioti rimane la schadenfreude.
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.









