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Renovatio 21 recensisce la serie documentaria Allen vs Farrow
Sull’onda delle nuove rivelazioni sulla frequentazione tra Woody Allen e Jeffrey Epstein (ma cosa potranno mai avere in comune, quei due?) Renovatio 21 ripropone un articolo apparso sul sito Mondoserie riguardo a Allen vs Farrow, serie documentaria sullo scandalo accaduto tra i due, con Allen accusato di molestie alla figlia piccola Dylan e poi la scoperta del rapporto con un’altra figlia della sua fidanzata Farrow, Soon-Yi, che diventerà infine sua moglie in una cerimonia celebrata a Venezia da Massimo Cacciari. È una storia che contiene molte cose, spesso sconcertanti.
HBO può considerarsi, più che un canale TV, una Finestra di Overton permanente. La Finestra di Overton è quel sistema, studiato dalla politica americana, con il quale si prende un’idea impensabile e la si rende, dopo vari passaggi («radicale», «accettabile», «sensibile», «popolare»…) la si rende legalizzata.
HBO ha overtonizzato l’immaginario e l’audiovisivo per decenni, ormai.
I Sopranos fu forse il primo show TV di prima serata a mostrare zizze di prostitute a profusione, violenze inaudite, situazioni moralmente ripugnanti. Di lì si passò al sesso coi vampiri (True Blood) e alle porcherie del Trono di Spade, dove al termine del primo episodio un bambino è gettato da una torre da un tizio che si accoppia con la sua stessa sorella.
Un giovane regista italiano di stanza Los Angeles ci fece un corto satirico, dove gli aspiranti attori, davanti a copioni di infinita sozzeria, si ripetono catarticamente «It’s not porn, it’s HBO».
Qualcuno arrivò a dire che sui set HBO avviene l’opposto di quanto è successo per più di un secolo di settima arte: i cineasti vogliono osare con scene di sesso e violenza, la produzione nega e al massimo taglia. Maddeché: qui è la produzione che impone il piede a tavoletta. Considerando la quantità di serie sfornate ogni anno, ora anche con lo streaming di HBO Max, un tale sistema non può che diventare una sorta di divoratore di tabù.
Ci sarebbe il tabù dei tabù – ma in verità non sappiamo nemmeno se sia l’ultimo. Ci sarebbe quella cosa, là, di cui tratta la tragedia di Edipo e, secondo Jung, la storia di Elettra, ma forse ambedue si configurano più come il racconto di Crono che ingolla la sua prole… Perché il tabù edipico, a differenza che nell’antica Grecia, può anche combinarsi con l’orrore più grande che martella l’opinione pubblica a cavallo tra XX e XXI secolo: la pedofilia.
Ecco, HBO sta facendo un suo percorso di avvicinamento (overtoniano, sì) anche a questo tema. Laddove l’audiovisivo in casi estremamente rari è riuscito a spingersi, HBO plana forte di talenti e di milioni di dollari per le produzioni – e per gli avvocati.
Il primo caso, dove la parola «pedofilo» era pronunziata solo all’ultimo minuto, fu la miniserie Leaving Neverland, dove parlavano le presunte vittime infantili di Michael Jackson. Uno spettacolo straziante, con effetti devastanti su tutto l’immaginario mondiale – Michael Jackson, diceva il sociologo francese Jean Baudrillard, era così amato perché rappresentava l’umanità ventura, né maschio né femmina, né nero né bianco… la caratteristica che si aggiunge ora rende il ritratto definitivamente inquietante. Ne parleremo forse in un altro articolo.
Il caso più conclamato è Allen v. Farrow, docuserie uscita a febbraio 2021 (in Italia vista su Sky) realizzata da Kirby Dick (nominato più volte all’oscar per i suoi documentari) e Amy Ziering, già studentessa californiana del filosofo Jacques Derrida, cui ha dedicato un documentario nel 2002.
I quattro episodi esplorano un’accusa di abuso sessuale fatta contro Woody Allen nel 1992. Perché quello che lo spettatore non sa, in ispecie fuori dagli USA, è che la storia di Woody Allen che sposa sua figlia adottiva, la coreana Soon-Yi (sposata qualche anno dopo a Venezia in una cerimonia officiata dal sindaco Massimo Cacciari) è solo la punta dell’iceberg dello scandalo che lo travolse. Anzi, qualcuno maligna: è uno schermo per un’accusa ben peggiore…
Allen ha rifiutato di partecipare alla serie, che quindi si basa interamente sulla generosità di Mia Farrow e famiglia.
Entriamo nella loro casa in Connecticut, una meravigliosa casa di campagna davanti ad un laghetto, una sorta di paradiso che pare una dacia di felicità estiva come in certi romanzi russi, tanto amati da Woody, che da fidanzato di Mia viene immerso in questo eden multirazziale di bambini.
Certo, la Farrow è un personaggio non semplice: arriva al successo giovanissima, sposa Frank Sinatra che nemmeno ha venti anni, poi fa figli con il direttore d’orchestra Previn, quindi comincia ad adottarne una discreta quantità da ogni parte del mondo – arriverà alla cifra incredibile di 14 figli, e non tutte le loro storie sono belle. C’è da dire che viene da una bella famiglia in cui i figli erano sette.
In particolare, si tratta di Dylan Farrow. La bambina, adottata in Texas, aveva 7 anni. Woody, viene detto, sviluppa un incredibile attaccamento nei suoi confronti, al punto che si parla anche di visite dallo psicologo. Insieme a Mia e Dylan Farrow, al figlio biologico di Allen e Farrow Ronan Farrow – l’iniziatore del #MeToo – e alla cantante pop amica di famiglia Carly Simon, compaiono nella serie, esperti, pubblici ministeri e investigatori.
Alcuni danno ragguagli abbastanza sensati: chi ha dato un’occhiata alle carte donate da Woody Allen all’Università di Princeton – cioè, a tutti i suoi dattiloscritti con correzioni a mano – non può non notare che una certa tendenza verso le ragazze giovanissime c’è… E in effetti, se pensate a Manhattan, Mariti e mogli (tutti usciti prima dello scandalo del 1992 (proprio di quella è la storia del film. La serie è riuscita a scovare poi un’attrice che sostiene di essere stata «romanticamente coinvolta» con Allen quando lei aveva ancora 17 anni.
Tuttavia con Dylan la storia è diversa: la bambina, ha 7 anni, non 17. La bimba la preferita da Woody che arrivò ad adottarla, denuncia abusi. Da lì partirà la lotta della Farrow contro Allen, e dopo 30 anni secchi, oramai, l’ira sua e di alcuni suoi figli non è ancora placata. O forse, più che di ira, dobbiamo parlare di traumi.
Il fatto è che con questa serie sono emersi elementi che rendono davvero difficile parteggiare per Allen – e infatti, molti dei suoi attori lo hanno ripudiato, così come è svanito il suo contratto per una serie su Amazon Prime.
Il primo documento, è la video-intervista registrata dalla Farrow appena successo il fatto. L’attrice aveva la mania degli home-movies, e di fatto per la serie la quantità di cassette messe a disposizione è una manna. Fece raccontare a Dylan quello che le fece Woody quando erano rimasti soli nel solaio.
Il video fu contestato dal partito di Allen, che sostiene che girare un video a caldo se si crede a un tale trauma sia innaturale. Una giovane giornalista del New York Times, Amanda Hess, divenuta madre di recente, ha scritto che questa accusa di non-maternità non regge. Dice che, invece, specie in era di smartphone, è il non fare foto alla prole che è considerato come segno di mancata maternità.
Il secondo documento rivelatore, che abbiamo se possibile trovato ancora più disturbante, riguarda le registrazioni telefoniche delle telefonate che comunque intercorrevano tra Allen e la Farrow.
«Se mi è rimasto un briciolo di fiducia in te, allora aiutami ora: dimmi dov’eri per quei 20 minuti», dice la Farrow, riferendosi al giorno in cui Allen avrebbe abusato di Dylan, quando la casa era piena di familiari e amici, ma nessuno sapeva dove fossero Allen o Dylan per una ventina di minuti.
«Tutti i dettagli quando sarà il momento e la verità verrà fuori», risponde Allen. Non è chiaro cosa significhi. Tuttavia, ad un certo punto, lui le assicura che non sta registrando la telefonata, che si deve fidare di lui, e lei pare cascarci. Poi lo si sente invece parlare presumibilmente con l’avvocato e comunicare che, tranquillo, sta registrando tutto.
Ecco qualcosa che il documentario ci fa scoprire: Allen, a differenza di come lo si percepisce nei film, e soprattutto in Europa, è potente. Non è solo «la quintessenza di New York» come è detto in un episodio; no, conosce persone, ha influenza, e tanto, tanto danaro. Solo questo ribaltamento – Woody non è il geniale sfigato con cui ridiamo in Zelig, Io e Annie, o ne Il dittatore dello Stato libero di Bananas – vale la visione della serie.
Anzi: avendo scavato in questo orrore, si può sentire cambiare il senso di alcuni lavori di Allen, come il suo capolavoro, Match Point. I tuoi crimini ti inseguiranno erinnicamente? Oppure riuscirai a vivere tranquillo in una cornice familiare apparentemente perfetta, semplicemente ignorando il passato e la sua abiezione?
Alcune testate hanno criticato l’opera perché presenta solo la versione dei Farrow. Allen ha denunciato la produzione perché sono stati usati brani della sua recente autobiografia A proposito di niente. I realizzatori si sono appellati alla dottrina del Fair Use., l’uso di contenuti coperti da copyright per scopo giornalistico. Pare un tentativo disperato di dare fastidio, tramite cavilli e avvocati costosi.
Nel frattempo gli attori hollywoodiani, che sceglieva a piacere, si sono tutti dileguati, o addirittura hanno intonato mea culpa per aver lavorato con il comico ebreo. Qualcuno tuttavia ancora prova a difendere Woody: il contrarian Alec Baldwin e il presentatore (HBO, peraltro) Bill Maher.
Per Allen, una carriera a dipingersi come un genio bonario, è una sorta di Crepuscolo degli Dei. Però, aspetta, quello era Wagner, il cui ascolto – una delle sue più celebri battute… – andava ad Allen l’impulso di invadere la Polonia.
Qui sono in gioco impulsi persino peggiori. Cadono tante maschere, di questi tempi.
E dove c’è qualcosa che si denuda, c’è HBO.
Immagine di David Shankbone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0); immagine tagliata.
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Deputata russa chiede il bando delle Barbie
Un membro della Duma di Stato russa, Maria Butina, ha chiesto la rimozione delle bambole Barbie dal mercato russo, sostenendo che il loro produttore Mattel stava promuovendo un «agenda LGBT» invece dei valori della famiglia.
La Butina sostiene che il film Barbie recentemente pubblicato funge da «pubblicità per il Partito Democratico [USA] e il suo programma», riporta RT.
«Cosa vediamo? Gay, trans e donne che hanno conquistato il mondo. Non c’è niente sull’unione tra un uomo e una donna, niente sull’amore», Butina, un membro della Camera bassa del Parlamento russo, è stata condannata dagli Stati Uniti per essere un agente straniero e imprigionato per 18 mesi, un’affermazione che nega, ha detto sabato a Duma TV.
La giovane deputata ha sostenuto che la Russia dovrebbe promuovere marchi di bambole nazionali che si adattano meglio ai valori della società.
La Russia ha inizialmente vietato la «propaganda LGBTQ» rivolta ai minori nel 2013. Le restrizioni sono state ulteriormente inasprite lo scorso dicembre, quando la promozione di «rapporti sessuali non tradizionali» e il transgenderismo sono stati completamente banditi.
A luglio, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che limita rigorosamente l’accesso alla chirurgia di riassegnazione sessuale e la possibilità di cambiare legalmente il proprio sesso.
Come riportato da Renovatio 21, la propaganda LGBT va verso il bando totale in Russia.
Il film di Barbie, con Margot Robbie e Ryan Gosling, è uscito nelle sale il 21 luglio 2023 ed è diventato un successo al botteghino. Il film, tuttavia, non viene proiettato in Russia a causa dell’attuale boicottaggio del Paese da parte della Warner Bros. a seguito del suo conflitto militare con l’Ucraina.
Il film presenta la Barbie come una figura femminista messianica che salva il mondo dai suoi stereotipi cattivi, dotando alla fine il suo Paese d’origine, Barbieland, di una Costituzione che impedisca l’avvento della società patriarcale, che nel frattempo ha tentato pericolosamente il Ken.
La pellicola si conclude con la prima visita di Barbie, divenuta umana, dal ginecologo. Poteva andare peggio: potevano infliggerci direttamente la sua prima interruzione di gravidanza.
L’attuale dell’aumento attenzione dovuta alla produzione hollywoodiana non ha tuttavia gettato luce sui possibili rapporti tra Barbie e l’omonimo Klaus Barbie (1913-1991), gerarca nazista conosciuto come «il boia di Lione» finito nel dopoguerra a lavorare per i servizi americani e boliviani.
Un film del 2001, Rat Race, notava l’omonimia mettendo in scena un vero e proprio «Museo Barbie».
Immagine di Pavel Starikov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
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Anche i nerd vanno in guerra: trovata brigata russa di appassionati di cartoni giapponesi
Un’unità militare russa si è trovata sotto i riflettori dei media, dopo che i video umoristici dei soldati che riprendono un veicolo Bradley (veicolo di fabbricazione statunitense donato all’esercito ucraino) sono diventati virali.
Più che per il trofeo militare, ad attirare la loro attenzione sarebbe l’interesse segnalato dai soldati per gli anime, cioè per i cartoni giapponesi.
Una delle clip mostrava i militari dell’unità di Kerch in posa davanti a un pezzo apparentemente intatto di armi fabbricate negli Stati Uniti, ringraziando sarcasticamente il presidente ucraino Vladimir Zelensky per aver consegnato loro «questo bel veicolo». Un’altra clip mostrava uno di loro che faceva una smorfia alla telecamera, con il trofeo sullo sfondo, e diceva: «Ecco, gloria alla Russia!».
#Russian fighters captured an #American M2A2 Bradley ODS-SA combat vehicle in the Zaporozhye region. pic.twitter.com/tKy1vxtGav
— Rajendran (@Rajendr67215893) July 12, 2023
M2 #Bradley is captured by Russian volunteer anime lovers pic.twitter.com/98H6PXoU37
— WeAreRussiaNs (@WeWeWeRTwE) July 12, 2023
Il filmato è apparso all’inizio della settimana ed è stato ampiamente condiviso sui social network russi, prima di farsi strada sui media nazionali. Man mano che l’interesse cresceva, alcune testate russe hanno riferito che i combattenti – tutti volontari in servizio all’esercito russo – erano anche fan degli anime.
«Anime» è parola giapponese di tipo gairaigo, cioè un termine importato dall’estero e quindi nipponizzato: viene da animēshon, il giapponese per la parola inglese animation, animazione. In tutto il mondo, ora la parola anime sta indicare i cartoni giapponesi, che sono diffusi ed apprezzati dalla gioventù internazionale oramai da decenni.
Russian anime company on the Donbass front pic.twitter.com/il3HCosLG8
— senore_amore (@SenoreAmore) July 13, 2023
Le immagini pubbliche condivise sull’app di messaggistica Telegram da uno dei membri della squadra militare russa mostrano il vivo interesse per gli anime. In una foto, si può vedere un combattente di Kerch indossare un elmetto con l’immagine di una ragazza-volpe (in giapponese kitsune) disegnata con la lingua fuori e gli occhi incrociati, un’espressione facciale nota come «ahegao» che compare negli anime erotici, detti anche hentai (che significa «perverso»), o ecchi (parola che indica la lettera latina «H», quindi riferimento al lemma precedente). Gli hentai sono di fatto perversi assai, anzi aggiungono livelli di perversione non possibili alla pornografia fotografica.
#Russia ???????? / #Ukraine ????????
Kerch Detachment of the Russian Armed Forces going full anime mode pic.twitter.com/V6nfGH13fY
— Nexx_ (@_Nex3_) July 13, 2023
Un’altra immagine mostra l’uomo dietro il canale, che si chiama Lesiy, con una toppa sul giubbotto balistico raffigurante una ragazza anime armata con un colbacco.
Dopo l’improvvisa ascesa dell’unità alla fama su internet, Lesiy ha reagito con un post scherzoso che mostrava due ragazze anime in piedi accanto a un veicolo blindato, con la didascalia: «Sembra che abbiamo aperto il vaso di Pandora».
Il tema dell’anime fa parte di uno scherzo in corso per i soldati. Leshiy, il cui vero nome è Vladislav, ha descritto il servizio in prima linea dell’unità come la partecipazione a «un festival di anime» nel Donbass in uno dei suoi primi incarichi l’anno scorso.
Donbas anime! pic.twitter.com/rVAiF6qMZ3
— Korobochka (コロボ) ????????✝️???????? (@cirnosad) March 8, 2022
Ma almeno un membro dell’unità di Kerch è un vero appassionato. Un militare di 19 anni soprannominato Shmyga è stato menzionato l’anno scorso dal leader di un gruppo di fan di anime russo, coinvolto nel supporto alle truppe russe.
Secondo la testata russa Readovka, molto presente su Telegram, il soldato in questione «ama le ragazze degli anime» e porta con sé un dakimakura, un grande cuscino in stile giapponese raffigurante un personaggio degli anime.
Non è la prima volta che vediamo succedere questo crossover tra manga e conflitto russo ucraino.
Ancora nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea, circolarono quantità di immagini del procuratore crimeano Natal’ja Poklonskaja – divenuta virale per la sua determinazione e la sua bellezza – disegnata con gli stilemi degli anime.
Natalia Poklonskaya (Наталья Поклонская) #flickr https://t.co/iKQgiydz4N
Natalia Poklonskaya (Наталья Поклонская): former Crimea's 'Gorgeous' Attorney General. https://t.co/n6gICylbsM
— Natalia Poklonskaya (@Poklonskayainfo) October 1, 2020
Non possiamo non ricordare anche come, sempre durante la guerra in Donbass di quasi dieci anni fa – sì, in Donbass già allora c’era una guerra – fu un canale di un fansubber (cioè persona che traduce e sottotitola serie e cartoni per la diffusione in rete) di cartoni giapponesi a far conoscere al mondo le vicende e i personaggi di quel conflitto, come per esempio le gesta del comandante Givi e del comandante Motorola – entrambi uccisi negli anni a seguire – i cui discorsi sotto le bombe venivano subbati (cioè sottotitolati) con stilemi e font tipici dei fansub degli anime.
Come dimenticare il comandante Givi che tira una boccata di sigaretta mentre arriva improvvisamente l’artiglieria ucraina e tutti i suoi uomini scappano? (Guardate anche, comunque, il lettering, la grafica dei sottotitoli)
E quindi, chi lo avrebbe mai detto: anche i nerd vanno in guerra?
La realtà semplice e tragica è che al fronte, ora, non ci sono i nerd, ci sono centinaia di migliaia di ragazzi, che la guerra rende uomini, ma restano ragazzi. Uomini veri, ragazzi veri, con le passioni che hanno tutti i loro coetanei in giro per il mondo.
Uomini veri, ragazzi veri – russi, ucraini – per la cui vita dobbiamo pregare.
Non ci è chiaro come siamo finiti ad accettare che una tale quantità di gioventù – con la sua leggerezza, con la sua bellezza, con la sua importanza fondamentale di generazione del presente e del futuro – fosse consegnata alla fornace della guerra.
Fermiamo l’inutile strage, subito! Facciamo vivere questi ragazzi!
Immagine da Telegram
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«Il passeggero» di Cormac McCarthy: «La bellezza fa promesse che non può mantenere»
La bruciante impressione che questo romanzo sia stato scritto proprio per noi non ci lascerà fino alla fine.
Se è vero che «la bellezza fa promesse che non può mantenere», solo pochi sanno cosa si provi quando ci si innamora di una ragazza troppo intelligente per noi: una sarcastica irriverente dal vestitino porpora o una brava stronzetta che ti cita Tommaso in latino. Forse è per questo che, a parte una scellerata scelta editoriale di non pubblicarne subito anche la seconda parte, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, Il passeggero, ha ricevuto recensioni contrastanti.
Certo, noi uomini di mezza età siamo avvantaggiati dalla consapevolezza che una dracma fa sempre cento leptoni e va bene così, però anche per noi è duro entrare nell’abisso del nichilismo sapendo di dover lasciare per strada qualcosa di infinitamente bello, come la giovinezza, le ragazze e le Papastratos.
È stato scritto di tutto su questa opera, dal capolavoro al trionfo del nichilismo, passando per un delirio incomprensibile di un pinguino con le verruche. La verità è che «i cani dell’inferno possono passare all’interno del vuoto di un cerchio»: in questo libro si trovano più pagine di letteratura che senso nella trama.
Tuttavia, un paio di cose sono assolutamente rilevanti: McCarthy rivoluziona il concetto di «frase minima». Ti conduce nel delirio del pantano nichilista su una canoa rosa, ma ti fornisce una pagaia inossidabile, perché «per il viaggiatore esperto la meta è al massimo un sentito dire», ma il viaggio s’ha da fare. Anche quando la città sembra più vecchia di Ninive o quando si cerca di orientarsi tenendo presente la piantina di Roma antica e non ci si raccapezza più nemmeno sul Palatino, perché a un tratto appare il teatro Marcello o ti esplode di scorcio la maestà del Colosseo e allora capisci «la bontà divina appare in posti strani».
Magari si sarebbe potuto evitare il dilungarsi tecnico su Oppenheimer o sul presidente Kennedy, per quanto in entrambi i casi sono certo abbia azzeccato, anzi, per quanto riguarda la balistica dell’omicidio JFK sono sicuro che dica la verità, ma cui prodest? E soprattutto: «com’è che le pecore non si ritirano sotto la pioggia?». Tutte le grandi domande della vita fanno sembrare stupidi se dette ad alta voce: «se la neve fosse nera, i ghiacciai esisterebbero lo stesso?» oppure «esiste una via dal tangibile al numerico che non sia ancora stata esplorata?».
Una buona metà della storia è costruita su deliri di un’amabile schizofrenia, per cui «ogni linea è una linea spezzata» e massime senza tempo, o che lo diventeranno. Come «non diventerai mai ricco vendendo il tuo tempo. Nemmeno facendo saldature subacquee» o «non tutto ciò che puzza è un ricordo» e «la paura non ti segue, ti aspetta al varco».
Questo libro è diverso dall’epopea della frontiera, è in qualche modo la summa di una vita, un’esperienza emotiva diversa dal solito.
Questo libro sembra scritto per noi che odiamo i ristoranti in cui «camerieri in livrea servono piatti di alta cucina a cafoni pieni di boria che hanno pensato di uscire a cena in tenuta da palestra se non addirittura in lingerie». Non abbiamo nulla contro l’alta cucina, né contro i cafoni, né tanto meno contro la lingerie: ma le tute proprio no.
Peggio della tuta quando non si pratica sport c’è solo il mix di alta cucina e cafoni in canottiera. «Ho visto famiglie intere che sarebbe facile spiegare come allucinazioni, orde di idioti sbavanti che brancolano per le strade». Perdonateci ragazzi se noi reietti dall’infanzia di mondi di carta, fionde e boschi, non abbiamo impedito che riducessero la civiltà a un mero guazzabuglio tecnologico postmoderno in grado di annichilire perfino il senso comune.
Questo libro rientra nel novero di quelli che appartengono alla profonda verità di ogni scrittore: si scrive per non dover incenerire il mondo. Perciò, parafrasando Shakespeare, «ci sono più aerei in fondo al mare che sommergibili in cielo».
Dovremo attendere la seconda parte di questa dilogia, Stella Maris, per avere chiaro il quadro d’insieme.
Nel frattempo, possiamo soffermarci una sera a riflettere sul fatto che «quel che l’uomo cerca è la bellezza, pura e semplice. Non c’è altro modo di dirlo. Il fruscìo degli abiti, il profumo. I capelli di lei che gli sfiorano la pancia nuda. Categorie quasi insignificanti per una donna». La domanda è se resistono punti fermi come la bellezza nell’ermeneutica del ventunesimo secolo.
In pochi anni la lingua stessa è stata stravolta: si è passati da «fattoni» a «consumatori», da «sesso» a «genere», da «peccato» a «discernimento», alcuni concetti dell’ermeneutica della quotidianità come quello di «onore» o «sgualdrina», poi, sono ormai del tutto privi di significato. Si è voluto trasformare un mondo di uomini malvagi in una favola invertita di personaggi da aiutare, col risultato che «senza malfattori il mondo dei giusti è completamente spogliato di senso».
Nel mondo dell’esattezza scientifica, dell’inoppugnabilità del controllo tecnico «ogni cosa sembra dipendere dalla velocità della luce, ma nessuno vuol parlare della velocità delle tenebre».
Per questo motivo, Il passeggero è scritto per chi scrive, perché le persone brillanti devono portare un bel fardello, se sia una fatica di Sisifo o meno, non è ancora abbastanza chiaro.
È chiaro, però, a tutte le ragazze più intelligenti di cui abbiamo parlato all’inizio, se non lo è lo diciamo meglio ora, che, se per lo scettico tutti gli argomenti sono viziosi, per noi classicisti drammadipendenti è normale pensare di sedersi sulle macerie del mondo aspettandoci che, alla fine, suoni il telefono.
Fosse anche soltanto per questo, vale la pena di vivere! Per tutti gli altri idioti rimane la schadenfreude.
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.









