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«Quella Messa è intrinsecamente divina»: messaggio di Monsignor Viganò sulla Messa antica

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Renovatio 21 pubblica questo messaggio di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

 

DILECTA MEA

 

Voi che vi permettete di proibire la Santa Messa apostolica, l’avete mai celebrata?

 

Voi che dall’alto delle vostre cattedre di liturgia sentenziate piccati sulla «vecchia Messa», avete mai meditato le sue preghiere, i suoi riti, i suoi gesti antichi e sacri?

 

Me lo sono chiesto più volte, in questi ultimi anni: perché io stesso, che pure questa Messa ho conosciuto sin da piccolo; che quando ancora portavo i calzoni corti avevo imparato a servirla e a rispondere al celebrante, l’avevo quasi dimenticata e perduta. Introibo ad altare Dei. In ginocchio sui gelidi gradini dell’altare, prima di andare a scuola, in inverno. A sudare sotto la veste di chierichetto, nella canicola di certe giornate estive.

 

Voi che vi permettete di proibire la Santa Messa apostolica, l’avete mai celebrata?

L’avevo dimenticata, quella Messa, che pure fu quella della mia Ordinazione, il 24 Marzo 1968: un’epoca in cui si percepivano già le avvisaglie di quella rivoluzione che di lì a breve avrebbe privato la Chiesa del suo tesoro più prezioso per imporre un rito contraffatto. 

 

Ebbene, quella Messa che la riforma conciliare ha cancellato e proibito nei miei primi anni di Sacerdozio, rimaneva come un remoto ricordo, come il sorriso di una persona cara lontana, lo sguardo di un parente scomparso, il suono di una domenica con le sue campane, le sue voci amiche. Ma era qualcosa che riguardava la nostalgia, la giovinezza, l’entusiasmo di un’epoca in cui gli impegni ecclesiastici erano ancora di là da venire, in cui tutti volevamo credere che il mondo potesse risollevarsi dal dopoguerra e dalla minaccia del Comunismo con un rinnovato slancio spirituale.

 

Volevamo pensare che il benessere economico potesse in qualche modo accompagnarsi ad una rinascita morale e religiosa del Paese. Nonostante il Sessantotto, le occupazioni, il terrorismo, le Brigate Rosse, la crisi del Medioriente. Così, tra i mille impegni ecclesiastici e diplomatici, si era cristallizzato nella mia memoria il ricordo di qualcosa che in realtà rimaneva irrisolto, messo «momentaneamente» da parte per decenni. Qualcosa che pazientemente attendeva, con l’indulgenza che solo Dio usa nei nostri riguardi.

 

 

La mia decisione di denunciare gli scandali dei Prelati americani e della Curia Romana fu l’occasione che mi riportò a considerare, sotto un’altra luce, non solo il mio ruolo di Arcivescovo e di Nunzio Apostolico, ma anche l’anima di quel Sacerdozio che il servizio in Vaticano prima e da ultimo negli Stati Uniti, avevano in qualche modo lasciato incompleto: più per il mio essere sacerdote che non per il Ministero.

 

E quello che sino ad allora non avevo ancora compreso, mi fu chiaro per una circostanza apparentemente inaspettata, quando la mia sicurezza personale sembrò in pericolo e mi trovai, mio malgrado, a dover vivere quasi nella clandestinità, lontano dai palazzi della Curia. Fu allora che quella benedetta segregazione, che oggi considero come una sorta di scelta monastica, mi portò a riscoprire la Santa Messa tridentina.

Voi che dall’alto delle vostre cattedre di liturgia sentenziate piccati sulla «vecchia Messa», avete mai meditato le sue preghiere, i suoi riti, i suoi gesti antichi e sacri?

 

Ricordo bene il giorno in cui al posto della casula indossai i paramenti tradizionali, con il cappino ambrosiano e il manipolo: ricordo il timore che provai nel pronunciare, dopo quasi cinquant’anni, quelle preghiere del Messale che riaffiorarono alla bocca come se le avessi recitate fino a poco prima. Confitemini Domino, quoniam bonus, al posto del Salmo Judica me, Deus del rito romano. Munda cor meum ac labia mea. Quelle parole non erano più quelle del chierichetto o del giovane seminarista, ma le parole del celebrante, di me che nuovamente, oserei dire per la prima volta, celebravo dinanzi alla Santissima Trinità.

 

Perché è pur vero che il Sacerdote è una persona che vive essenzialmente per gli altri – per Dio e per il prossimo – ma è altrettanto vero che se egli non ha la consapevolezza della propria identità e non coltiva la propria santità, il suo apostolato è sterile come il cembalo che tintinna. 

 

So bene che queste riflessioni possono lasciare impassibile, se non addirittura suscitare compatimento, in chi non ha mai avuto la grazia di celebrare la Messa di sempre. Ma accade la stessa cosa, immagino, per chi non si è mai innamorato e non comprende l’entusiasmo e il casto trasporto dell’amato verso l’amata, per chi non conosce la gioia del perdersi nei suoi occhi.

 

Il grigio liturgista romano, il Prelato con il suo clergyman sartoriale e la croce pettorale nel taschino, il consultore di Congregazione con l’ultima copia di Concilium o di Civiltà Cattolica in bella vista, guardano la Messa di San Pio V con gli occhi dell’entomologo (la scienza che studia gli insetti), scrutando quella pericope come un naturalista osserva le venature di una foglia o le ali di una farfalla. Anzi, talvolta mi chiedo se non lo facciano con l’asetticità del patologo che incide col bisturi un corpo vivente. Ma se un sacerdote con un minimo di vita interiore si accosta alla Messa antica, a prescindere dal fatto di averla mai conosciuta o di scoprirla per la prima volta, rimane profondamente scosso dalla composta maestà del rito, come se uscisse dal tempo ed entrasse nell’eternità di Dio. 

Quella Messa è intrinsecamente divina, perché vi si percepisce il sacro in un modo viscerale: si è letteralmente rapiti in cielo, al cospetto della Santissima Trinità e della Corte celeste, lontano dallo strepito del mondo

 

Quello che vorrei far comprendere ai miei Confratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio è che quella Messa è intrinsecamente divina, perché vi si percepisce il sacro in un modo viscerale: si è letteralmente rapiti in cielo, al cospetto della Santissima Trinità e della Corte celeste, lontano dallo strepito del mondo.

 

È un canto d’amore, in cui la ripetizione dei segni, delle riverenze, delle parole sacre non ha nulla di inutile, proprio come la madre non si stanca mai di baciare il suo figlio, la sposa di ripetere «Ti amo» allo sposo.

 

Vi si dimentica tutto, perché tutto ciò che in essa si dice e si canta è eterno, tutti i gesti che vi si compiono sono perenni, al di fuori della storia, eppure immersi in un continuum che unisce il Cenacolo, il Calvario e l’altare sul quale si celebra.

 

Il celebrante non si rivolge all’assemblea, con la preoccupazione di essere comprensibile o di rendersi simpatico o di apparire à la page, ma a Dio: e dinanzi a Dio vi è solo il senso di infinita gratitudine per il privilegio di poter portare con sé le preghiere del popolo cristiano

Il celebrante non si rivolge all’assemblea, con la preoccupazione di essere comprensibile o di rendersi simpatico o di apparire à la page, ma a Dio: e dinanzi a Dio vi è solo il senso di infinita gratitudine per il privilegio di poter portare con sé le preghiere del popolo cristiano, le gioie e i dolori di tante anime, i peccati e le mancanze di chi implora perdono e misericordia, la riconoscenza per le grazie ricevute, i suffragi per i nostri cari defunti.

 

Si è soli, e allo stesso tempo ci si sente intimamente uniti ad una sterminata schiera di anime che attraversa il tempo e lo spazio. 

 

Quando celebro la Messa apostolica, penso che su quel medesimo altare, consacrato con le reliquie dei Martiri, hanno celebrato tanti Santi e migliaia di sacerdoti, usando le mie stesse parole, ripetendo gli stessi gesti, compiendo gli stessi inchini e le medesime genuflessioni, indossando gli stessi paramenti. Ma soprattutto, comunicandosi allo stesso Corpo e Sangue di Nostro Signore, al Quale tutti siamo stati assimilati nell’offerta del Santo Sacrificio.

 

Quando celebro la Messa di sempre, mi rendo conto nel modo più sublime e completo del vero significato di ciò che la dottrina ci insegna.

 

L’agire in persona Christi non è una ripetizione meccanica di una formula, ma la consapevolezza che la mia bocca profferisce le stesse parole che il Salvatore ha pronunciato sul pane e sul vino nel Cenacolo; che mentre elevo al Padre l’Ostia e il Calice ripeto l’immolazione che Cristo fece di Sé sulla Croce; che nel comunicarmi consumo la Vittima sacrificale e mi nutro di Dio, e non sto partecipando a un festino.

 

E con me c’è tutta la Chiesa: quella trionfante che si degna di unirsi alla mia preghiera implorante, quella sofferente che la attende per abbreviare il soggiorno delle anime in Purgatorio, quella militante che se ne rafforza nella quotidiana battaglia spirituale. Ma se davvero, come professiamo con fede, la nostra bocca è la bocca di Cristo, se davvero le nostre parole nella Consacrazione sono quelle di Cristo, se le mani con cui tocchiamo l’Ostia santa e il Calice sono le mani di Cristo, quale rispetto dovremo avere per il nostro corpo, conservandolo puro e incontaminato?

 

Quale migliore sprone per rimanere nella Grazia di Dio?

 

Mundamini, qui fertis vasa Domini. E con le parole del Messale: Aufer a nobis, quæsumus, Domine, iniquitates nostras: ut ad sancta sanctorum puris mereamur mentibus introire

 

Mentre la celebrazione della Messa tridentina è un costante richiamo ad una continuità ininterrotta dell’opera della Redenzione costellata di Santi e Beati, altrettanto non mi pare avvenga con il rito riformato

Il teologo mi dirà che questa è dottrina comune, e che la Messa è esattamente questo, a prescindere dal rito. Non lo nego, razionalmente. Ma mentre la celebrazione della Messa tridentina è un costante richiamo ad una continuità ininterrotta dell’opera della Redenzione costellata di Santi e Beati, altrettanto non mi pare avvenga con il rito riformato.

 

Se guardo alla tavola versus populum, vi vedo l’altare luterano o la mensa protestante; se leggo le parole dell’Istituzione in forma di narrazione dell’Ultima Cena, vi sento le modifiche del Common Book of Prayer di Cranmer, e il servizio di Calvino; se scorro il calendario riformato vi trovo espunti gli stessi Santi che cancellarono gli eretici della Pseudoriforma.

 

E così per i canti, che farebbero inorridire un Cattolico inglese o tedesco: sentire sotto le volte di una chiesa i corali di chi martirizzava i nostri sacerdoti e calpestava il Santissimo Sacramento in spregio alla «superstizione papista» dovrebbe far comprendere l’abisso tra la Messa cattolica e la sua contraffazione conciliare. Senza parlare della lingua: i primi ad abolire il latino furono proprio gli eretici, in nome di una maggior comprensione dei riti per il popolo; un popolo che essi ingannavano, impugnando la Verità rivelata e propagando l’errore.

 

Tutto è profano, nel Novus Ordo. Tutto è momentaneo, tutto accidentale, tutto contingente, variabile, mutevole. Non c’è nulla di eterno, perché l’eternità è immutabile, come immutabile la Fede. Come immutabile è Dio

Tutto è profano, nel Novus Ordo. Tutto è momentaneo, tutto accidentale, tutto contingente, variabile, mutevole. Non c’è nulla di eterno, perché l’eternità è immutabile, come immutabile la Fede. Come immutabile è Dio.

 

Vi è un altro aspetto della Santa Messa tradizionale che mi preme sottolineare, e che ci unisce ai Santi e ai Martiri del passato.

 

Sin dai tempi delle catacombe e fino alle ultime persecuzioni, ovunque un sacerdote celebri il Santo Sacrificio, fosse anche in una soffitta o in una cantina, nella boscaglia, in un granaio o persino in un furgone, egli è misticamente in comunione con quella schiera di eroici testimoni della Fede, e su quell’altare improvvisato si posa lo sguardo della Santissima Trinità, dinanzi ad esso genuflettono adoranti tutte le schiere angeliche, ad esso guardano le anime purganti.

 

Ognuno di noi comprende come la Tradizione crei un legame indissolubile attraverso i secoli non solo nella gelosa custodia di quel tesoro, ma nell’affrontare le prove che essa comporta, fosse anche la morte. Dinanzi a questo pensiero, l’arroganza del tiranno presente, con i suoi deliranti decreti, ci deve rafforzare nella fedeltà a Cristo e farci sentire parte integrante della Chiesa di tutti i tempi

Anche in questo, soprattutto in questo, ognuno di noi comprende come la Tradizione crei un legame indissolubile attraverso i secoli non solo nella gelosa custodia di quel tesoro, ma nell’affrontare le prove che essa comporta, fosse anche la morte. Dinanzi a questo pensiero, l’arroganza del tiranno presente, con i suoi deliranti decreti, ci deve rafforzare nella fedeltà a Cristo e farci sentire parte integrante della Chiesa di tutti i tempi, perché non si conquista la palma della vittoria se non si è pronti a combattere il bonum certamen.

 

Vorrei che i miei Confratelli osassero l’inosabile: vorrei che si accostassero alla Santa Messa tridentina non per compiacersi del pizzo di un camice o del ricamo di una pianeta, o per una mera convinzione razionale sulla sua legittimità canonica o sul fatto che essa non sia mai stata abolita; ma con il timore reverenziale con cui Mosè si avvicinò al roveto ardente: sapendo che ciascuno di noi, al ridiscendere dall’altare dopo l’ultimo Vangelo, in qualche modo è interiormente trasfigurato perché vi ha incontrato il Santo dei Santi.

 

È solo lì, su quel mistico Sinai, che possiamo comprendere l’essenza stessa del nostro Sacerdozio, che è donazione di sé a Dio, anzitutto; oblazione di tutto se stesso assieme a Cristo Vittima, per la maggior gloria di Dio e la salvezza delle anime; sacrificio spirituale che dalla Messa trae forza e vigore; rinuncia di sé, per lasciar posto al Sommo Sacerdote; segno di vera umiltà, nell’annichilimento della propria volontà e nell’abbandono alla volontà del Padre, sull’esempio del Signore; gesto di autentica «comunione» con i Santi, nella condivisione della medesima professione di Fede e dello stesso rito.

 

E vorrei che questa «esperienza» la facessero non solo quanti da decenni celebrano il Novus Ordo, ma soprattutto i giovani sacerdoti e quanti svolgono il proprio Ministero in prima linea: la Messa di San Pio V è per spiriti indomiti, per anime generose ed eroiche, per cuori ardenti di Carità per Dio e per il prossimo. 

 

Lo so bene: la vita dei sacerdoti di oggi è fatta di mille prove, di stress, di sensazione di essere soli a combattere contro il mondo, nel disinteresse e nell’ostracismo dei Superiori, di un lento logorio che distrae dal raccoglimento, dalla vita interiore, dalla crescita spirituale. E so benissimo che questa sensazione di assedio, di trovarsi come un marinaio solo a dover governare una nave in tempesta, non è appannaggio dei tradizionalisti né dei progressisti, ma è destino comune di tutti coloro che hanno offerto la propria vita al Signore e alla Chiesa, ognuno con le proprie miserie, con i problemi economici, le incomprensioni con il Vescovo, le critiche dei confratelli, le richieste dei fedeli.

 

E quelle ore di solitudine, in cui la presenza di Dio e la compagnia della Vergine sembrano svanire, come nella notte oscura di San Giovanni della Croce. Quare me repulisti? Et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?

 

Quando il demonio serpeggia maligno tra internet e la televisione, quærens quem devoret, approfittando a tradimento della nostra stanchezza. In quei casi, che tutti noi affrontiamo come Nostro Signore nel Getsemani, è il nostro Sacerdozio che Satana vuole colpire, presentandosi suadente come Salomé dinanzi a Erode, chiedendoci in dono la testa del Battista. Ab homine iniquo, et doloso erue me. Nella prova, siamo tutti uguali: perché la vittoria che il Nemico vuole riportare non è solo sulla nostra povera anima di battezzati, ma su Cristo Sacerdote, del quale portiamo l’Unzione. 

 

Oggi più che mai, la Santa Messa tridentina è l’unica ancora di salvezza del Sacerdozio cattolico, perché in essa il sacerdote rinasce, tutti i giorni, in quel tempo privilegiato di intima unione con la Trinità beata

Per questo, oggi più che mai, la Santa Messa tridentina è l’unica ancora di salvezza del Sacerdozio cattolico, perché in essa il sacerdote rinasce, tutti i giorni, in quel tempo privilegiato di intima unione con la Trinità beata, e da essa trae le grazie indispensabili per non cadere nel peccato, per progredire sulla via della santità, per ritrovare il sano equilibrio con il quale affrontare il Ministero.

 

Credere che tutto ciò possa liquidarsi come una mera questione cerimoniale o estetica, significa non aver capito nulla della propria Vocazione. Perché la Santa Messa «di sempre» – e lo è davvero, come da sempre è avversata dall’Avversario – non è un’amante compiacente che si offre a chiunque, ma una sposa gelosa e casta, come geloso è il Signore. 

 

Volete piacere a Dio o a chi vi tiene lontani da Lui? La domanda, in fondo, è sempre questa: la scelta tra il soave giogo di Cristo e le catene della schiavitù dell’avversario. La risposta vi apparirà chiara e limpida nel momento in cui anche voi, stupendovi di questo incommensurabile tesoro che vi è stato tenuto nascosto, scoprirete cosa significhi celebrare il Santo Sacrificio non come patetici «presidenti dell’assemblea», ma come «ministri di Cristo e dispensatori dei Misteri di Dio» (ICor 4, 1). 

 

Prendete in mano il Messale, chiedete aiuto a un sacerdote amico, e salite sul monte della Trasfigurazione: Emitte lucem tuam et veritatem tuam: ipsa me deduxerunt, et adduxerunt in montem sanctum tuum, et in tabernacula tua. Come Pietro, Giacomo e Giovanni esclamerete: Domine, bonum est nos hic esse, «Signore, è bello per noi restare qui» (Mt 17, 4). O, con le parole del Salmista che il celebrante ripete all’Offertorio: Domine, dilexi decorem domus tuæ, et locum habitationis gloriæ tuæ.

 

Quando l’avrete scoperto, nessuno potrà più togliervi ciò per cui il Signore non vi chiama più servi, ma amici (Gv 15, 15).

 

Nessuno potrà mai convincervi a rinunziarvi, costringendovi ad accontentarvi della sua adulterazione partorita da menti ribelli.

 

Eratis enim aliquando tenebræ: nunc enim lux in Domino. Ut filii lucis ambulate. «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce» (Ef 5, 8).

 

Propter quod dicit: Surge qui dormis, et exsurge a mortuis, et illuminabit te Christus. «Perciò sta scritto: Risvegliati, o tu che dormi, risorgi dai morti, e Cristo risplenderà su di te» (Ef 5, 14).

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

2 Gennaio 2022

Sanctissimi Nominis JESU

 

 

 

 

 

Immagine di Jim The Photographer via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0); immagine modificata nel colore

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Gender

Malawi, i cattolici manifestano contro il matrimonio omosessuale

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Su invito dell’episcopato, il 13 luglio i cattolici del Malawi e altri cristiani hanno manifestato in tutto il Paese contro il matrimonio omosessuale e per la difesa del matrimonio e della famiglia. Migliaia di persone hanno ricordato pacificamente l’importanza della famiglia fondata sull’unione di un uomo e una donna.

 

Il Malawi, piccolo stato africano avvolto intorno all’omonimo lago, ha una popolazione di poco più di 21 milioni di abitanti, di cui il 77,3% cristiani, che si suddivide in 17,2% cattolici, 33,5% protestanti e 26,6% membri di chiese africane. I musulmani rappresentano il 13,8%.

 

In Malawi, le relazioni omosessuali sono punibili fino a 14 anni di carcere. Ma nel 2012 il ministero della Giustizia aveva dichiarato una moratoria su arresti e azioni penali per atti contro natura commessi. Tuttavia, nel 2016, l’ordinanza è stata sospesa dalla Corte Costituzionale per verifica.

 

Attualmente, l’Alta Corte sta esaminando un caso che coinvolge un cittadino olandese, un dipendente di una ONG e una donna transgender del Malawi, che chiedono il riconoscimento dei loro «diritti fondamentali», in altre parole, la modifica della legge attraverso il loro caso.

 

La Conferenza episcopale del Malawi, a causa delle «discussioni e dei dibattiti fuorvianti in corso in questo momento in varie sedi» ha deciso di «rendere nota e chiara la sua posizione», per questo dirama una lettera e organizza questo evento.

 

La lettera sottolinea l’importanza della famiglia per la società e afferma che la «famiglia» deve includere un marito, sua moglie ei loro figli. Ricorda inoltre che gli atti sessuali sono consentiti solo tra persone sposate (maschio e femmina) e che ogni atto deve esprimere amore e apertura alla procreazione.

 

Continua dicendo che dobbiamo «fare molto di più per sostenere e animare le famiglie… soprattutto oggi che affrontano tanti problemi». Ma, aggiungono i vescovi, «purtroppo questi problemi sono in gran parte imposti all’Africa… da società straniere; approfittando della miseria assoluta dei nostri paesi».

 

Il resto non manca di orgoglio e brio: «nonostante la nostra povertà, dobbiamo alzarci in difesa della famiglia e della cultura anche quando siamo sotto la forte pressione delle società ricche ma virtualmente pagane che purtroppo sembrano respingerci verso la via della colonizzazione». E richiama l’esempio dei martiri dell’Uganda.

 

La lettera continua: «paradossalmente, i martiri dell’Uganda hanno ricevuto la fede che hanno difeso con il loro sangue da eroici missionari degli stessi Paesi che stanno attaccando la stessa fede per la quale sono morti molti missionari come hanno fatto i martiri dell’Uganda».

 

In questa lotta contro i peccati di ignominia, i protestanti si sono associati ai cattolici, oltre che ai musulmani.

 

Questa salutare reazione, che si trova ovunque in Africa, sarà forse il granello di sabbia che potrà fermare la macchina del sinodo mondiale, almeno su questo tema, grazie ai delegati africani.

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

 

 

Immagine di Benjamin Dahlhoff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

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Spirito

Il corpo incorrotto di un santo perduto nell’incendio siciliano

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Un devastante incendio ha distrutto l’antica chiesa di Santa Maria di Gesù a Palermo, in Sicilia, provocando la scomparsa del suo patrimonio storico e religioso. E, perdita irreparabile, il corpo incorrotto di san Benedetto da Palermo, che era venerato nella chiesa, è andato perduto tra le fiamme.

 

La Chiesa di Santa Maria di Gesù, eretta nel 1426 dal Beato Matteo Guimerà e situata accanto al convento dei Frati Minori nella città di Palermo, in Sicilia, è stata completamente rasa al suolo da un grande incendio.

 

Oltre alla perdita dell’edificio, i fedeli si rammaricano profondamente di aver perso nell’incendio il corpo incorrotto di San Benedetto da Palermo, che vi era custodito: si sono salvati solo pochi frammenti ossei.

 

San Benedetto da Palermo

Benedetto il Moro o Benedetto il Nero o Benedetto l’Africano (1526-1589) era un francescano italiano, nato in Sicilia, da genitori schiavi. Entrò nei Frati Minori Riformati della Stretta Osservanza in un convento vicino a Palermo. Nel 1578, anche se non sapeva né leggere né scrivere, fu eletto superiore dell’ordine per 3 anni.

 

Egli ricevette dallo Spirito Santo un particolare dono di scienza per spiegare le Sacre Scritture, di intelligenza per risolvere le questioni teologiche, e di consiglio per aiutare tutti coloro che venivano a consultarlo. Verso la fine della sua vita, chiese di essere sollevato dall’incarico e di poter tornare al suo lavoro in cucina. Morì all’età di 63 anni e il suo corpo rimase incorrotto.

 

Nonostante San Benedetto sia compatrono di Palermo, il suo culto nella regione non è molto diffuso. Ciò è dovuto all’abbondanza di altri santi che sono fioriti nel paese, facendo sì che questo umile frate francescano passasse relativamente inosservato.

 

Tuttavia, la sua devozione si diffuse in modi sorprendenti grazie ai marinai che portarono con sé la fede nel loro viaggio verso il Nuovo Mondo. Fu in Brasile che San Benedetto conquistò un gran numero di seguaci.

 

Il suo culto è molto popolare oltreoceano: è il santo patrono dei neri del Nord America e dell’America Latina. La parrocchia è diventata un luogo di pellegrinaggio per centinaia di latinoamericani.

 

Sebbene i vigili del fuoco siano stati informati dell’incidente il prima possibile, non hanno potuto intervenire prontamente. I fedeli hanno cercato di salvare la chiesa da soli.

 

Pochissime invece le ossa del beato Matteo Guimerà, anch’esse conservate nella chiesa, che sono state recuperate.

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

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Gender

Gesuita omosessualista parlerà alla Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona

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Padre James Martin, gesuita noto per il suo inesausto operato pro-LGBT, è pronto a parlare ai partecipanti della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) di Lisbona. Lo riporta Lifesitenews.

 

Padre Martin parteciperà all’evento con un team di gesuiti che ospita una serie di eventi nel programma ufficiale della GMG.

 

La rivelazione arriva dai sui social del gesuita omosessualista dove scrive che dovrebbe parlare all’evento Magis pre-GMG dei gesuiti, prima di parlare alla stessa GMG.

 

La Giornata Mondiale della Gioventù si svolge dall’1 al 6 agosto a Lisbona, in Portogallo. Papa Francesco si unirà ai giovani per oltre la metà dell’evento di più giorni. Comprende numerose attività, sessioni di preghiera, conferenze, laboratori musicali e conferenze e incontri informali.

 

 

Alla base degli eventi chiave di ogni giornata c’è un «Festival della Gioventù», che si svolge durante l’intera giornata e offre ai partecipanti varie opzioni di attività a cui partecipare. È in alcuni di questi che Martin incontrerà i pellegrini della GMG, poiché i gesuiti stanno organizzando numerosi eventi a Largo da Misericórdia.

 

Secondo America Magazine, rivista dei gesuiti americani diretta dallo stesso padre Martin, il Largo da Misericórdia vuole essere «uno spazio che sarà aperto a tutto il mondo nel cuore della città ed è il risultato di una collaborazione tra la Compagnia di Gesù e la Santa Casa da Misericórdia de Lisboa», un istituto di beneficenza a Lisbona, in Portogallo, che fornisce servizi sociali e sostegno a chi ne ha bisogno.

 

Dettagli più approfonditi vengono forniti solo tramite l’app ufficiale della GMG, anche se non è ancora chiaro in quali eventi particolari sarà coinvolto padre Martin e di cosa parlerà.

 

Ma alcuni degli eventi organizzati dai gesuiti includono: «Verità e tolleranza: sull’essere cristiani in un’epoca pluralistica»; «Ascolta il tuo corpo/te stesso»; «Vivere la svolta ecologica nella fede».

 

Don Martin sta anche parlando all’evento MAGIS 2023 gestito dai gesuiti. Secondo America, l’evento di 10 giorni che precede la Giornata Mondiale della Gioventù porta a Lisbona «2.000 giovani provenienti da 82 paesi legati alla Compagnia di Gesù».

 

La manifestazione MAGIS è prestigiosa, come testimoniano i nomi ad essa annessi. Il superiore provinciale portoghese del gesuita offrirà la messa di apertura, mentre il superiore generale dei gesuiti – il «papa nero» come viene colloquialmente chiamato a Roma – celebrerà la messa di chiusura. Francesco ha anche inviato un messaggio personale salutando i partecipanti.

 

La partecipazione di Martin all’evento della Giornata Mondiale della Gioventù – che si autodefinisce «pellegrinaggio, festa della gioventù, espressione della Chiesa universale e momento intenso di evangelizzazione per il mondo giovanile» con un’identità cattolica «chiaramente evidente» – è motivo di preoccupazione per i fedeli cattolici.

 

Il gesuita indefessamente pro-LGBT, anche membro del Dicastero per le comunicazioni, ha goduto di un crescente favore papale nonostante la sua lunga storia di promotore dell’ideologia LGBT in dissenso dall’insegnamento cattolico.

 

In questi anni, il gesuita filomofilia anche promosso un’immagine tratta da una serie di opere blasfeme e omoerotiche che mostrano Gesù Cristo come omosessuale, ha promosso unioni civili tra persone dello stesso sesso e ha descritto vedere Dio come maschio come «dannoso».

 

Tuttavia, la partecipazione del Martin alla GMG 2023 non è senza precedenti. Nel 2018, il Vaticano lo ha invitato a parlare all’Incontro mondiale delle famiglie a Dublino, in Irlanda, con argomento «Esplorare come le parrocchie possono sostenere quelle famiglie con membri che si identificano come LGBTI+».

 

Negli ultimi mesi, Martin ha goduto anche di un notevole e consistente sostegno da parte di Francesco, nonostante i precedenti di eterodossia del sacerdote su numerose questioni dell’insegnamento cattolico.

 

Nel novembre 2022, Francesco aveva descritto pubblicamente il suo confratello gesuita come «un uomo che ha dei valori, un comunicatore che sa anche insegnarti la via della comunicazione con Dio».

 

Come riportato da Renovatio 21, lo scorso novembre Bergoglio aveva dapprima concesso un’udienza privata al Martin, per poi elogiarlo pubblicamente durante l’assemblea plenaria del Dicastero per le comunicazioni vaticane.

 

Un anno fa, il Martin aveva dichiarato in pratica che la dottrina del catechismo sull’omosessualità uccide, in quanto porterebbe taluni alla morte per suicidio. Il papa la scorsa estate gli scrisse una lettera di incoraggiamento: «Vi incoraggio a continuare a lavorare sulla cultura dell’incontro, che accorcia le distanze e ci arricchisce delle nostre differenze, come ha fatto Gesù, che si è fatto vicino a tutti».

 

Come nota Lifesite, la partecipazione di Martin alla GMG diviene meno sorprendente se si esamina più da vicino la descrizione dell’evento: «sebbene la sua identità cattolica sia chiaramente evidente, la GMG apre le sue porte a tutti, non importa quanto vicini o lontani dalla Chiesa siano».

 

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

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