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Nucleare

Quando le bombe atomiche cancellano la memoria

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Alcuni si chiedono, da un po’ di tempo a questa parte, perché mai tanti altri non paiano mostrare una preoccupazione adeguata alla enormità del pericolo che pure incombe sulle nostre esistenze. Perché, di fronte alla svolta bellicista nostrana, irragionevole e grossolana quanto irresponsabile, non prenda forma una rivolta spontanea, forte e diffusa, non si accenda una discussione pubblica intorno a decisioni avventate, foss’anche imposte, capaci di produrre conseguenze devastanti e irreparabili. E tanto più prende forma lo spettro di queste, tanto più stridente appare una distrazione che sembra generalizzata.

 

Tutto questo dopo i tanti anni passati a fare i conti non soltanto con le ferite inguaribili di due guerre mostruose che hanno distrutto moralmente e fisicamente l’Europa, cambiandone l’anima e l’aspetto, inghiottito intere generazioni e cancellato enormi spazi di storia. Perché in realtà nel volgere di un secolo è cambiato, insieme a tanto altro, il volto stesso della guerra, che da tragico si è fatto osceno, in virtù di quella tecnica incontrollata ormai capace di divorare ovunque il significato delle cose umane, secondo una follia che ha indossato oggi in ogni campo una veste pornografica.

 

Dopo il secondo conflitto mondiale abbiamo dovuto imparare a convivere anche con l’idea nuova che il destino della intera specie umana possa essere tenuto nella mano di pochi individui. Idea nuova e sconvolgente, capace di minare il senso della vita e della storia. Ma tuttavia ancora bilanciata dalla fiducia nell’istinto di conservazione proprio degli esseri viventi e nell’affidamento alla speranza cristiana.

 

Invece ora che anche quella fiducia e quella speranza sembrano essersi sfocate e dissolte in una asfittica ed effimera visione dell’esistenza e nella incapacità di pensare la realtà e la verità, in un mondo diventato onirico, anche l’idea di una minaccia apocalittica sembra quasi priva di sostanza e di interesse.

 

Le ragioni di questo allontanamento dalla oggettività del reale e dalla sua comprensione possono essere molteplici e articolate. Si può parlare di cambiamento antropologico e sociologico, di stacco generazionale e di trasformazione culturale sotto la dittatura mediatica e comunicativa, con conseguente incapacità del pensiero di cogliere l’intreccio e le implicazioni di una inedita complessità.

 

Tuttavia, la posta in gioco è così grande che questa sorta di indifferenza, di straniamento, quale almeno si presenta all’apparenza, risulta comunque sconcertante, e le sue ragioni vanno forse ricondotte a un fattore onnicomprensivo più profondo e radicale, che in fondo può spiegare tutti gli altri nella forma di un distacco dalla realtà delle cose speculare ad un distacco dalla memoria.

 

La cancellazione della memoria, indotta o procurata, artificiosa o spontanea, programmata o inconsapevole, è infatti il fenomeno che sembra dominare ogni aspetto e ogni ambito della contemporaneità, compresa la nuova pornografia bellica.

 

È questa la chiave di lettura che, a distanza di sessant’anni, ci viene offerta dal carteggio tra Gunther Anders e Claude Eatherly, tra il filosofo che aveva già descritto tutta la tragicità dell’uomo disarmato di fronte alle proprie perverse creazioni tecniche, e il pilota metereologo che, al comando della missione di Enola Gay, dopo avere ordinato lo sganciamento di Little Boy sul centro di Hiroshima, perché il cielo era sereno, aveva cercato disperatamente di espiare, unico nel suo ambiente, una colpa più grande di lui, prendendo su di sé il peso di una infamia di cui si era scoperto strumento inavvertito.

 

Va qui notato, per inciso, come l’inganno contenuto in quell’uso fraudolento dei nomi gentili dati a strumenti apocalittici, al pari del famoso «arbeit macht frei», copra oggi, attualissimo e incontrastato, ogni rappresentazione deviata della realtà, politica, antropologica, sessuale, pedagogica, scientifica e via discorrendo. Perché la manipolazione del linguaggio è anch’essa qualcosa che ha a che fare anzitutto con la manipolazione della memoria.

 

Il maggiore Eatherly, si era reso conto degli effetti della «missione» subito dopo averla compiuta, e da allora, rifiutata ogni onorificenza, aveva iniziato una sorta di peregrinazione esistenziale tra l’esigenza di una qualche purificazione propria e la volontà di svegliare la coscienza dei compatrioti sulla follia atomica. Tra il peso di quella colpa che chiedeva di essere espiata e la consapevolezza del significato morale che ora l’arma atomica assumeva per l’intera umanità. Aveva guardato in faccia il mostro e ne era rimasto quasi incenerito. Dopo un travaglio durato quindici anni, durante i quali aveva anche commesso piccoli reati in cerca di una qualunque punizione, e dopo due tentativi di suicidio, era approdato volontariamente all’ospedale psichiatrico di Waco riservato ai militari affetti da malattie nervose, nella speranza che i medici lo aiutassero a rielaborare il proprio dramma e a ritrovare un po’ di pace.

 

Ma qui era cominciato un altro calvario, quello della lotta contro i poteri costituiti, perché il ricovero da volontario verrà trasformato in un vero e proprio internamento sancito addirittura dal verdetto di una giuria popolare chiamata a giudicare in via processuale le sue condizioni di salute mentale. Infatti, il suo impegno instancabile contro la guerra e soprattutto contro la produzione delle armi nucleari era diventato scomodo, e dunque intollerabile. Lo stesso resoconto giornalistico del processo fornirà di proposito ai lettori l’idea che egli fosse solo un povero deficiente.

 

Quell’impegno contrastava con il canone interpretativo imposto all’opinione pubblica, e tuttora ancora duro a morire, secondo il quale le atomiche sul Giappone avevano provvidenzialmente posto fine ad una guerra devastante destinata altrimenti a durare. Una guerra che invece era già finita come lo era quella con la Germania quando fu ordinata la polverizzazione meramente punitiva di Dresda. Mentre le due atomiche, delle tre di cui disponeva l’apparato militare americano, che furono lanciate sulle inermi città giapponesi a distanza di qualche giorno l’una dall’altra servivano solo a sperimentarne funzionamento ed effetti.

 

Gunther Anders viene a conoscenza della vicenda umana di Eatherly quando è già da tempo concentrato sullo scenario del «mondo senza uomo» che i nuovi mezzi di distruzione totale stanno allestendo e dei quali gli impresari sembrano solo compiacersi. Dopo L’uomo è antiquato, ha pubblicato il Diario di Hiroshima e Nagasaki.

 

Scrive che «la bomba sta ad indicare l’essenza ultima dell’irrazionalismo morale di un sistema totalitario sulla deresponsabilizzazione degli individui» perché «la morte a distanza non solleva problemi morali». Anche perché, osserva, se la morte di un uomo ci commuove per una sorta di immedesimazione, la morte di centomila uomini è già soltanto una espressione numerica.

 

D’altra parte, la guerra aerea aveva già spalancato la porta sull’abisso, senza una adeguata coscienza comune delle sue implicazioni morali. Essa aveva cambiato il volto della guerra cambiandone anche regole e ruoli, perché aveva assunto vilmente come obiettivo i civili disarmati e indifesi. La guerra che distrugge gli inermi e cancella l’identità storica di un popolo con la distruzione delle sue memorie aveva già indossato la più mostruosa delle maschere realizzate per essa dalla modernità. L’Europa ha conosciuto bene e per prima tutta questa nuova oscenità.

 

Ma adesso, con riguardo all’atomica, si stava già insinuando l’idea che il never again valesse per Auschwitz, ma poteva non valere per Hiroshima. Perché un nuovo nemico doveva comunque essere individuato alle porte, e quel mezzo era da considerare ancora come il più efficace per chiudere definitivamente i conflitti, senza troppo spreco.

 

I sovietici erano quel nemico da tenere a bada affinché il contagio ideologico non dilagasse nell’occidente evoluto e democratico per definizione. Allora come ora. Nel febbraio del ‘49 viene istituita la NATO, quando la Russia non ha ancora finito di contare i suoi milioni di morti e non ha ancora testato «l’ordigno fine di mondo» già sperimentato con tanto successo sotto la bandiera della democrazia e della libertà.

 

Dunque, l’incubo atomico si rafforzava in modo inversamente proporzionale al senso di responsabilità del potere che l’aveva generato, e alla coscienza comune. Questo spiega perché Eatherly combattesse ormai la propria battaglia nella ostilità del suo ambiente e persino della sua famiglia. Il fratello si prodiga affinché non venga liberato.

 

Eppure, tutto il male che gli viene ora inflitto in forma sterilizzata non fiacca minimamente la sua indole generosa e la consapevolezza piena della follia che divora il mondo. Di quell’hybris ammonita dai greci e dal racconto biblico che ha preso la forma di una tecnica che l’uomo maneggia in modo sempre più autodistruttivo.

 

Eatherly ha toccato con mano il mostro, lo ha guardato in faccia correndo il rischio di esserne incenerito e combatte forte di una esperienza personale, diretta e sconvolgente, mentre il filosofo ha elaborato il fenomeno in via speculativa. Ma sono diventati compagni di viaggio legati da una amicizia profonda e dalla missione di muovere le masse contro la nuova incommensurabile follia. Eatherly si sente rincuorato da quella vicinanza diventata amicizia, anche se non ha mai abbandonato la propria lotta nemmeno nei momenti di massima solitudine. Collabora con gruppi pacifisti per la sospensione del riarmo atomico, ma scrive «non sono desiderato nelle nostre scuole e nelle nostre università», mentre il generale capo di stato maggiore dell’aviazione «cerca di impedire che si faccia pubblicità al mio caso e al mio problema».

 

Anders aveva già compilato per il Frankfurter Allgemeine Zeitung del 13 luglio 1957 anche i Comandamenti dell’era atomica dove ammoniva: «ora non abbiamo più a che fare con quella caducità da sempre comune a tutti gli uomini, ma con la stessa cancellazione del tempo. Con essa viene uccisa non solo l’umanità presente, ma anche quella passata e quella futura, tra il nulla di ciò che è stato perché nessuno può ricordarlo e il nulla di ciò che non potrà mai essere».

 

«Occorre tornare ad acquistare il senso del male prodotto che paradossalmente, più si amplia quantitativamente, meno viene percepito. Bisogna capire che l’apocalisse è opera nostra, ma anche che è impossibile non avere il potere di impedirla. E per questa impresa irrinunciabile occorre avere il coraggio di avere paura».

 

Una paura, appunto, che dovrebbe essere adeguata alla enormità del pericolo e della catastrofe, e dalla quale il tracotante ma infiacchito uomo contemporaneo, tende a non volere essere disturbato, perché refrattario all’angoscia e portato ad assistere passivamente all’evolvere degli eventi. La corrispondenza si protrae fino al luglio del 1961 e segue tutte le alterne vicende dell’internamento non più volontario di Eatherly nell’ospedale psichiatrico dove per gli apparati politici e militari egli è solo un soggetto da neutralizzare.

 

Da quella prigione non verrà più liberato e lì morirà nel 1979. Ma dalla sua vicenda si irradia una luce sinistra che ci coinvolge tutti, ci riguarda da vicino e appare come il segno distintivo della contemporaneità. Anders riferisce che il direttore dell’ospedale psichiatrico militare aveva congedato il corrispondente di France Soir inviato per raccogliere informazioni sul caso, invitandolo a dimenticare tutta la faccenda e a lasciare «che quegli uomini dimentichino il loro passato».

 

Quelle parole confermavano in Anders il «sospetto che i medici avessero cercato di produrre in lui una condizione mentale affatto priva di memoria e di esperienza. La distruzione di un uomo attraverso la distruzione della memoria».

 

Come dicevamo all’inizio, questa appare la vera chiave di lettura per decifrare la indifferenza più o meno diffusa oggi di fronte al pericolo concreto e sempre più incombente di un conflitto universalmente distruttivo. Del resto, la regola dei medici di Waco, a ben vedere, è esattamente la stessa che viene applicata con ogni mezzo dal potere in ogni ambito della vita comunitaria. Come la vera e più efficacia arma di dominio.

 

La distruzione delle identità con ogni mezzo, e quindi dell’essere stesso dei singoli e delle comunità, è lo strumento capace di assicurare un asservimento sicuro e indisturbato. La lotta contro ogni identità storica, sessuale, religiosa, etnica e culturale, contro ogni tradizione etica e contro ogni stabilità socio-economica, contro ogni realtà di senso, ovvero contro la verità delle cose, è espressione di una volontà di potenza che alimenta ossessivamente se stessa. E che trova la propria arma formidabile proprio nell’annientamento di quella memoria che dà agli individui e ai popoli la possibilità di attingere al patrimonio dell’esperienza come al terreno su cui seminare sempre di nuovo e da cui trarre sempre nuovi insegnamenti nel corso del tempo.

 

La distruzione della memoria individuale corrisponde alla distruzione della storia attraverso la guerra aerea. Alla distruzione della famiglia attraverso il dissolvimento dei ruoli e di quella compagine solidale di cui rimane impresso il ricordo, la lezione di vita. Anche la incinerazione dei corpi mira forse ad accelerare simbolicamente la distruzione della memoria. Come il sale sparso sulle rovine della città conquistata doveva spezzare la catena di una storia e di una identità di popolo.

 

Persino lo scempio architettonico dovuto alla incapacità di soddisfare una qualunque esigenza estetica ha a che fare con il rifiuto della storia e della memoria del bello espresso e acquisito. Persino le fanciulle in fiore con i jeans strappati in fabbrica da macchine apposite sono la rappresentazione vivente di questa regressione verso una dimenticanza del sé.

 

Ogni aspetto della nostra vita denuncia un oblio senza speranza. Oblio di ogni criterio di convivenza civile, oblio di principi giuridici che sembravano irrinunciabili e delle regole fondamentali del buon governo che parevano acquisite. Quando di tutta una esperienza e di una sapienza maturate nel tempo va perduta la memoria, non si va verso un grado superiore di umanità, ma verso un ritorno fatale ai primordi, e oltre.

 

E forse è stata proprio questa cancellazione progressiva della memoria, indotta anche dalla violenza nuova di guerre micidiali pensate come opportunità di potere e di guadagno, a trovarci sprovvisti di un’etica adeguata all’incontrollato e debordante strapotere della tecnica come era stato avvertito ben prima della impennata ormai vertiginosa con cui dobbiamo fare ora i conti.

 

La cancellazione della memoria sul passato impedisce la visione e la speranza del futuro. Rimane una sterile terra di mezzo effimera quanto desolata. In questa terra di mezzo si affannano individui senza orientamento, senza il coraggio di avere paura, senza temere la distruzione del tempo, e lo sgomento del nulla.

 

 

Patrizia Fermani

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

 

 

 

 

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Ambiente

La guerra nucleare non è peggiore del cambiamento climatico: la perla del segretario di Stato USA

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La minaccia dell’annientamento termonucleare non è più grave della minaccia del cambiamento climatico, ha affermato il segretario di Stato americano Antony Blinken.

 

Tale dichiarazione è stata infilata durante un’apparizione alla trasmissione australiana 60 Minutes domenica, quando al capo della diplomazia statunitense è stato chiesto se la guerra nucleare o il cambiamento climatico rappresentassero «la più grande minaccia per l’umanità».

 

«Beh, non puoi, credo, avere una gerarchia», ha risposto Blinken. «Ci sono alcune cose che sono in primo piano… incluso il potenziale conflitto, ma non c’è dubbio che il clima rappresenti una sfida esistenziale per tutti noi».

 

«Quindi per noi, questa è la sfida esistenziale dei nostri tempi», ha continuato il chitarrista del Dipartimento di Stato, aggiungendo che questo «non significa che nel frattempo non ci siano gravi sfide all’ordine internazionale come l’aggressione della Russia contro l’Ucraina».

 

Tale prospettiva climatico-apocalittica è ben diffusa nelle élite americane e mondialiste, come visibile nel caso del gruppo estremista chiamato Wolrd Economic Forum.

 

A Davos, a inizio anno, l’ex vicepresidente americano Al Gore aveva equiparò la quantità di anidride carbonica a «600 mila bombe di Hiroshima buttate sulla Terra ogni giorno». Si tratta di una colossale idiozia, ovviamente, ma il papavero del Partito Democratico USA, insignito nel tempo da una combo imprendibile di Premio Nobel e Premio Oscar, lo disse urlando e puntando il dito, senza che nessuno dei potenti nell’audience lo fact-checkasse al momento e lo svergognasse (come è poi avvenuto in rete).

 

Non c’è da sorprendersi quindi se, con uno sforza che possiamo definire perverso e infinitamente pericoloso, un alto funzionario USA riesce nell’impresa di mettere sullo stesso piano il Cambiamento Climatico e la prospettiva, sempre più vicina, di uno scontro a base di atomiche tra le superpotenze.

 

Le forze di Kiev hanno anche tentato ripetutamente di prendere di mira le centrali nucleari russe, ha avvertito il Cremlino all’inizio di questo mese, accusando l’Ucraina e i suoi sponsor di «terrorismo nucleare».

 

Come riportato da Renovatio 21, varie discussioni stanno facendo capire che l’uso di armi nucleari sta nemmeno troppo gradualmente venendo detabuizzato nel contesto americano così come in quello russo, con discorsi sulla possibilità di lanciare atomiche tattiche contro i Paesi europei che sostengono Kiev.

 

Negli Stati Uniti, gli avvertimenti sull’imminente minaccia di un conflitto nucleare sono arrivati ​​principalmente dall’ala «isolazionista» del Partito Repubblicano. L’ex presidente Trump che ha dichiarato ad aprile che il mondo stava affrontando «il periodo più pericoloso» della storia a causa di armi nucleari e leadership «incompetente» a Washington.

 

Al contrario degli «isolazionisti» repubblicani, il democratico Blinken potrebbe, come tanti personaggi neocon che spingono da decenni per la guerra contro la Russia, avere un «conflitto di interessi» (diciamo così) forse di carattere famigliare nell’ipotesi di una guerra in Ucraina.

 

Blinken proviene, come Victoria Nuland  (recentemente promossa a vice segretario di Stato), da una famiglia di ebrei di Nuova York – nello specifico, zona Yonkers – anche questi iniettati nell’alta diplomazia USA. Il padre Donald Blinken era ambasciatore in Ungheria, lo zio Alan ambasciatore in Belgio. Il nonno Maurice Henry Blinken fu uno dei primi finanziatori dello Stato di Israele.

 

«Ogni giorno che questa battaglia per procura continua, rischiamo una guerra globale», ha detto Trump a marzo, sostenendo che «dovremmo sostenere il cambio di regime negli Stati Uniti» per scongiurare il più grande rischio corso dall’umanità nella sua storia.

 

«La Terza Guerra Mondiale non è mai stata così vicina come in questo momento». In quell’occasione, Trump si scagliò direttamente contro l’ora vice di Blinken, Victoria Nuland, chiamandola per nome e accusandola del disastro dell’ora presente.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

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Geopolitica

L’accordo Cina-Niger sull’uranio è stato firmato quattro settimane prima del colpo di Stato

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Un mese prima del colpo di stato militare di questa settimana in Niger, il governo era in trattative con la Cina su diversi progetti economici, tra cui l’estrazione dell’uranio, di cui il Niger è una delle principali fonti mondiali

 

La relazione tra questo fatto e il colpo di stato in corso è da chiarire, tuttavia è chiaro che si tratta di un deal importante per il Paese africano. Così come è chiaro che dove c’è uranio, può esserci caos politico e militare.

 

Secondo un articolo del 6 luglio di Voice of America, l’ambasciatore cinese in Niger Jiang Feng ha affermato che Pechino costruirà un parco industriale che includerà strutture agricole e alimentari, manifatturiere, minerarie e immobiliari, secondo un tweet di un funzionario del presidente del Niger Mohamed Bazoumche affermava che l’accordo è stato il risultato di un forum sugli investimenti Cina-Niger che ha avuto luogo lo scorso aprile.

 

Il tweet menzionava anche che l’ambasciatore cinese ha recentemente visitato il punto di partenza dell’oleodotto di esportazione Niger-Benin e lo aveva descritto come «molto impressionante». Con la China National Petroleum Corporation come sviluppatore, il gasdotto di 2.000 km consentirebbe al Niger senza sbocco sul mare di aumentare la sua produzione di greggio e accedere al commercio internazionale attraverso un terminal sulla costa del Benin, dicono i funzionari.

 

Il tweet ha fatto seguito alla visita di una delegazione della National Uranium Company of China (CNUC), che ha discusso della ripresa dell’esplorazione e dell’estrazione dell’uranio nella miniera della regione settentrionale del Niger, chiusa da anni.

 

Il ministro delle miniere del Niger Ousseini Hadizatou Yacouba e il presidente del CNUC Xing Yongguo hanno firmato un nuovo accordo a Niamey il 27 giugno per rilanciare la miniera di uranio.

 

La China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China National Nuclear Corporation (CNNC) hanno investito rispettivamente 4,6 miliardi di dollari e 480 milioni di dollari nelle industrie del petrolio e dell’uranio del Niger.

 

Il Niger rappresenta il 5% del minerale di uranio di più alta qualità del mondo, secondo la World Nuclear Association. La Francia è stata il principale operatore in questo campo.

 

Il Niger è anche ricco di petrolio, carbone e fosfati, al quarto posto a livello mondiale nelle riserve di fosfati. I fosfati sono una risorsa chiave per l’agricoltura, l’alimentazione, la produzione chimica e le industrie farmaceutiche, nessuna delle quali è stata sviluppata in Niger.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il capo della guardia presidenziale del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, che ha architettato il rovesciamento del presidente Mohamed Bazoum questa settimana, si è dichiarato il nuovo leader del Paese.

 

Niamey riveste una certa importanza per Parigi: il Niger, con il Ciad, rappresenta l’ultimo baluardo della presenza militare francese nel Sahel dopo la cacciata dalle ex colonie Mali e Burkina Faso, dove forze militari hanno rovesciato i governi civili e attivato politiche antifrancesi. In questi casi, come in altri, vi sarebbe il ruolo della società di contractor russa Wagner che, come sottolineato recentemente da George Clooney, è oramai un player fondamentale nella politica del Continente nero.

 

Evgenij Prigozhin, capo del gruppo Wagner, ha definito il tentativo di golpe in corso come una lotta contro i colonizzatori» – ovvero i francesi. Tale dichiarazione è stata fatta proprio mentre si sta svolgendo a San Pietroburgo il secondo vertice Russia-Africa, dove il Prigozhin ha ricominciato a farsi vedere in totale tranquillità. Accuse contro la Francia «neocoloniale» erano state fatte un anno fa anche dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

Le miniere di uranio di Arlit sono essenziali per il programma nucleare della Francia, che pure ha dimostrato qualche acciacco negli ultimi anni. Macron, nonostante i problemi affrontati dalle centrali francesi (che possono riversarsi anche sull’Italia cliente), non è intenzionato a mollare l’atomo: anzi, ha parlato di una «rinascita dell’industria nucleare francese».

 

 

 

 

 

 

 

Immagine di NigerTZai via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Nucleare

L’AIEA trova mine antiuomo nella centrale nucleare di Zaporiggia

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L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha pubblicato ieri una dichiarazione secondo cui i suoi esperti della centrale nucleare di Zaporiggia hanno trovato mine antiuomo attorno al perimetro della centrale, al di fuori della sua area di lavoro.

 

Durante una visita il 23 luglio, il team dell’IAEA ha visto alcune mine situate in una zona cuscinetto tra le barriere perimetrali interne ed esterne del sito, ha riferito la dichiarazione.

 

Gli esperti hanno riferito che si trovavano in un’area riservata a cui il personale operativo dell’impianto non può accedere e si trovavano di fronte al sito.

 

Il team non ne ha osservato nessuno all’interno del perimetro interno del sito durante il percorso.

 

«Come ho riferito in precedenza, l’IAEA era a conoscenza del precedente posizionamento di mine al di fuori del perimetro del sito e anche in particolari punti all’interno. Il nostro team ha sollevato questa scoperta specifica con l’impianto e gli è stato detto che si tratta di una decisione militare e in un’area controllata dai militari», ha affermato il direttore generale Rafael Grossi.

 

«Tuttavia avere tali esplosivi sul sito è incoerente con gli standard di sicurezza dell’IAEA e le linee guida sulla sicurezza nucleare e crea ulteriore pressione psicologica sul personale dell’impianto, anche se la valutazione iniziale dell’IAEA basata sulle proprie osservazioni e sui chiarimenti dell’impianto è che qualsiasi detonazione di queste mine non dovrebbe pregiudicare la sicurezza nucleare e i sistemi di protezione del sito. Il team continuerà le sue interazioni con l’impianto», ha aggiunto Grossi.

 

Sembra, a giudicare dalle sue dichiarazioni, che l’IAEA abbia accettato la spiegazione russa secondo cui le mine sono state collocate per motivi di sicurezza, anche se non è d’accordo.

 

A parte le mine, gli ispettori dell’IAEA non hanno osservato alcuna attrezzatura militare pesante nell’area dell’impianto, ma stanno ancora cercando di accedere ai tetti delle unità 3 e 4 del reattore.

 

La dichiarazione ha anche riferito che gli ispettori non hanno osservato mine o altri esplosivi nelle aree interne che hanno ispezionato.

La centrale di Zaporiggia è stata al centro di tensioni internazionali per mesi. Nove mesi fa, secondo fonti russe le forze ucraine avrebbero tentato di ricatturare la centrale, fallendo.

 

Tre settimane fa i russi avevano detto che un attacco ucraino alla centrale sarebbe stato imminente.

 

La scorsa settimana sarebbe stato ucciso da bombe a grappolo nella zona di Zaporiggia il corrispondente dell’agenzia stampa RIA Novosti e della testata Sputnik Rostislav Zhuravlev.

 

 

 

 

 

Immagine di IAEA Imagebank via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

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