Stato
Putin: la sovranità dello sviluppo sta battendo il sistema occidentale «neocoloniale e razzista» del «miliardo d’oro»
Lo scorso 20 luglio il presidente russo Vladimir Putin è intervenuto a un forum chiamato «Idee forti per un nuovo tempo», organizzato dall’Agenzia per le iniziative strategiche (ASI), che si definisce come una piattaforma per i russi per presentare idee per progetti civili e iniziative necessarie in il Paese, proposte su come migliorare la vita nelle loro regioni a livello nazionale. Lo riporta EIRN.
Quest’anno, circa 90.000 proposte sono state presentate da 300.000 russi provenienti da 85 entità.
«Questo meccanismo è pienamente in sintonia con i compiti del nostro sviluppo interno e il momento in cui le trasformazioni veramente rivoluzionarie stanno prendendo slancio e si rafforzano», ha detto Putin a proposito degli sforzi dell’ASI.
«Sono in corso processi nazionali e globali per sviluppare i fondamenti e i principi di un ordine mondiale armonioso, più equo, più incentrato sulla comunità e più sicuro come alternativa all’ordine mondiale esistente o all’ordine mondiale unipolare in cui vivevamo».
«La sovranità riguarda la libertà di sviluppo nazionale e, quindi, lo sviluppo di ogni individuo. Riguarda la solvibilità tecnologica, culturale, intellettuale ed educativa di uno Stato, ecco cos’è. Senza dubbio, la società civile responsabile, attiva e orientata alla nazione e alla nazione è la componente più importante della sovranità».
«Sono convinto che per essere forti, indipendenti e competitivi, dobbiamo migliorare i meccanismi che consentono alle persone di partecipare alla vita del Paese e renderle più aperte ed eque. Ciò include meccanismi per la democrazia diretta e il coinvolgimento delle persone nell’affrontare i problemi critici che la società e il pubblico devono affrontare».
Putin quindi ha accusato il «modello di dominio totale del cosiddetto miliardo d’oro… Perché questo miliardo d’oro, che è solo una parte della popolazione mondiale, dovrebbe dominare tutti gli altri e far rispettare le sue regole di condotta basate sull’illusione di eccezionalità? Divide il mondo in persone di prima e seconda classe ed è quindi essenzialmente razzista e neocoloniale».
«L’ideologia globalista e pseudo-liberale sottostante sta diventando sempre più simile al totalitarismo e sta frenando lo sforzo creativo e la libera creazione storica».
Il presidente russo ha quindi fatto l’esempiodel saccheggio dell’India da parte dell’Impero britannico come un esempio di come «il miliardo d’oro ha raggiunto il suo oro», arrivando «dove ora si trova derubando altri popoli in Asia e in Africa. Così è stato».
«L’India è stata derubata per un lungo periodo di tempo. Questo è il motivo per cui l’élite del miliardo d’oro è terrorizzata dal fatto che altri centri di sviluppo globali possano potenzialmente inventare le proprie alternative di sviluppo».
Sono parole di lucidità assoluta. Solo gli Stati genuinamente sovrani sono in grado di garantire un’elevata dinamica di crescita e diventare un modello per gli altri in termini di standard di vita e qualità della vita, protezione dei valori tradizionali e alti ideali umanistici e modelli di sviluppo in cui l’essere umano è non un mezzo, ma il fine ultimo.
È con discorsi come questo che la Russia si rivela dispensatrice, oltre che di risorse, di una vera filosofia politica alternativa a quella della decadenza mondialista e, a questo punto, necessaria per uscire dall’impasse mortale in cui è caduto il mondo moderno.
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Ambiente
Il terrorismo climatico e ambientale come nuova tappa della strategia della tensione emergenziale. Intervista al prof. Luca Marini
Il clima e l’ambiente stanno diventando il pretesto per giustificare nuove crisi e nuovi «whatever it takes», secondo la famosa espressione di Mario Draghi, quello che stampava miliardi di euro BCE con il quantitative easing e poco dopo metteva la popolazione nazionale sotto la sorveglianza della piattaforma bioelettronica del green pass.
Uno Stato in continua emergenza può permettere di infliggere alla popolazione cambiamenti radicali di tipo economico, politico, sociale, psicologico. Lo Stato moderno pare aver scoperto l’emergenza come forma di governo, di controllo della cittadinanza, e quindi di esistenza dello Stato stesso.
Di questa deriva emergenziale, nella peculiare prospettiva costituita dalla riflessione bioetica, torniamo a parlare con il professor Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma, già vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica.
Il professor Marini ha recentemente curato il volume Ecotruffa. Le mani sul clima (Edizioni La Vela, Lucca) con il contributo di climatologici, chimici, ingegneri, economisti e politologi. Il volume, ampiamente recensito in questi giorni anche dalla grande stampa, è già destinato a sollevare polemiche proprio nel momento in cui taluni, abbiamo visto, arrivano a invocare il reato di «negazionismo climatico».
Allora, prof. Marini, cosa c’entra la bioetica con l’ambiente?
Pochi sanno che il termine «bioetica», già presente nel dibattito teologico tedesco degli anni Venti, ha acquisito l’attuale notorietà solo dopo la pubblicazione del libro Bioethics: a bridge to the future, pubblicato nel 1971 da un noto oncologo americano. E quasi nessuno ricorda che l’oncologo in questione, Van Rensselaer Potter II [1911-2001, ndr], utilizzò il termine «bioetica» nel contesto peculiare della salvaguardia dell’ambiente in un momento storico di forte sensibilità per le sorti del pianeta e dell’habitat umano, che di lì a breve avrebbe condotto alla prima conferenza internazionale sull’ambiente: la celebre conferenza di Stoccolma del 1972. In seguito, come invece tutti sanno, il termine «bioetica» è stato utilizzato quasi esclusivamente in ambito medico-sanitario e anche i successivi sviluppi della riflessione bioetica, che hanno portato alla nascita del biodiritto, non sono andati al di là del peculiare ambito della biomedicina.
Col tempo la bioetica avrebbe quindi subito una vera e propria reductio ad unum?
Personalmente ritengo che si sia trattato di una riduzione epistemologica pianificata a tavolino allo scopo precipuo di concentrare e pilotare il dibattito bioetico verso l’esaltazione acritica delle rutilanti prospettive della biomedicina, evitando così che l’opinione pubblica si ponesse troppi dubbi in merito ai rischi e ai limiti delle biotecnologie e delle altre tecnologie biomedicali. È prova di ciò l’esperienza italiana, dove il dibattito bioetico, biopolitico e biogiuridico si è di fatto esaurito nelle contrapposizioni ideologiche, culturali e confessionali sui temi di inizio-vita (clonazione, cellule staminali, statuto dell’embrione) e di fine-vita (accertamento della morte, stato vegetativo, testamento biologico), senza peraltro produrre alcun risultato concreto: basti pensare, tra i tanti, al problema degli embrioni soprannumerari.
Né sembra che la bioetica, almeno in Italia, sia andata molto più lontano dei temi che lei ha appena ricordato.
Dirò di più. Oggi, dopo la grande truffa del COVID, la bioetica medica deve considerarsi clinicamente morta: azzerati i principi di beneficenza, non maleficenza e giustizia, calpestato il principio di precauzione, stuprato il principio del consenso informato, della cosiddetta riflessione bioetica non restano che gli escamotages verbali di quanti, ossequiando il feticcio costituito dal preteso primato della scienza e della medicina, si sforzano di legittimare la deriva totalitaristica di governi tecnocratici espressi dalle élites finanziarie internazionali.
La scomparsa della bioetica medica, purtroppo, non ha comportato la rivalutazione della bioetica ambientale.
Direi proprio di no. Anzi, il terrorismo climatico e ambientale, orchestrato dalle élites poc’anzi citate con la complicità dei soliti circuiti accademici, politici e mediatici, costituisce la nuova tappa di quella strategia della tensione avviata dal COVID e intesa a strumentalizzare situazioni di crisi – reali o fittizie – per giustificare e legittimare, sul piano etico-giuridico, l’introduzione di meccanismi di soggiogamento di intere popolazioni, in tutto simili al green pass vaccinale.
Può farci un esempio di quanto sostiene?
Basti pensare alla normativa europea sul cosiddetto «efficientamento» energetico delle abitazioni o degli autoveicoli che, ponendo limiti severi rispettivamente alla vendita degli immobili o all’acquisto di automobili difformi dagli standard introdotti, viene di fatto a svuotare di contenuti il diritto di proprietà. Oppure alla cronaca italiana delle scorse settimane, dove gli allagamenti e le inondazioni hanno rapidamente scalzato, nella comunicazione mainstream, la pretesa crisi idrica di cui tanto si è parlato in precedenza. Oppure al caldo di questi giorni, tipico di una calda estate mediterranea, subito spacciato dai soliti galantuomini come sintomo evidente di una «situazione fuori controllo». O una volta per tutte, a quanto sta emergendo, e probabilmente emergerà in modo ancora più eclatante in futuro, sulla manipolazione dei dati climatici da parte dei cosiddetti esperti dell’ONU sul climate change.
Cosa fare, quindi?
Personalmente, ritengo che per arrestare la deriva in atto sia necessario, oggi più che mai, promuovere e sollecitare una adeguata riflessione pubblica sul grado di controllo che le élites finanziarie internazionali esercitano sui circuiti scientifici, accademici, produttivi, comunicativi, politici e decisionali nella società contemporanea, mettendo in guardia i cittadini in merito ai rischi per i diritti e le libertà fondamentali derivanti da questo controllo e dalla manipolazione dell’informazione da esso derivante.
E in questo quadro come vede la costellazione di movimenti del dissenso politico che si è sviluppata negli ultimi due anni?
Male. L’impegno politico, anche in funzione dissidente, è davvero relativo, perché la politica – esattamente come la violenza – è solo una scorciatoia rispetto alla conoscenza e all’approfondimento dei problemi. Ciò che occorre non è politica, almeno per come funziona in Italia, né tantomeno violenza, ma formazione, cultura e senso critico: proprio ciò che non vogliono le élites finanziarie, i governi liberisti e i media transumanisti. Ognuno tragga le sue conclusioni.
Pensiero
Sintesi dell’Anarco-tirannia
Renovatio 21 traduce e ripubblica questo testo dello scrittore americano Sam Todd Francis (1947-2005), colui che ancora negli anni Novanta aveva coniato il termine «anarco-tirannia» per descrivere la situazione di una società che è al contempo degradata dall’incuranza delle leggi e al contempo sottomessa ad un potere tirannico (poliziesco, fiscale, morale).
In pratica, per Francis l’anarco-tirannia è una dittatura armata senza stato di diritto, una sintesi hegeliana di quando lo Stato regola tirannicamente o opprimente la vita dei cittadini ma non è in grado o non vuole far rispettare la legge protettiva fondamentale.
L’articolo originale «Synthesizing Tyranny» era apparso nel numero di aprile 2005 di Chronicles, un articolo non più visibile online. L’importanza di scritti come questo, dopo i fatti delle rivolte etniche francesi ma anche di quelle italiane (Peschiera del Garda, 2 giugno 2022) è fuori di discussione.
Con buona pace di William Butler Yeats, la mera anarchia non si scatena nel mondo.
Ciò di cui godiamo in questo Paese [gli USA, ndt], e in larga misura nella maggior parte delle altre Nazioni occidentali, è un po’ più complicato della semplice anarchia. È, infatti, il risultato unico del genio politico dell’era moderna: ciò che, nel 1992, ho chiamato «anarco-tirannia», una sorta di sintesi hegeliana di due opposti: anarchia e tirannia.
Il concetto elementare di anarco-tirannia è abbastanza semplice. La storia conosce molte società che hanno ceduto all’anarchia quando le autorità governative si sono dimostrate incapaci di controllare criminali, signori della guerra, ribelli e predoni invasori.
Oggi, questo non è il problema negli Stati Uniti.
Il governo, come può dirvi qualsiasi contribuente (soprattutto quelli morosi), non accenna a crollare o a dimostrarsi incapace di svolgere le sue funzioni. Oggi negli Stati Uniti il governo lavora in modo efficiente. Le tasse vengono riscosse (ci puoi scommettere), la popolazione viene contata (più o meno), la posta viene consegnata (a volte) e Paesi che non ci hanno mai infastidito vengono invasi e conquistati.
Eppure, allo stesso tempo, il Paese sguazza abitualmente in una condizione che spesso ricorda lo stato di natura di Thomas Hobbes: cattivo, brutale e basso.
I tassi di criminalità sono effettivamente diminuiti nell’ultimo decennio o giù di lì, ma il crimine violento rimane così comune nelle città più grandi e nelle loro periferie che sia i residenti che i visitatori vivono in un continuo stato di paura, se non di terrore.
Il segno più evidente di quella che normalmente si chiamerebbe anarchia è l’invasione dell’immigrazione. Secondo alcune serie stime, non meno di 11-13 milioni di stranieri clandestini ora vivono negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali dal Messico o dall’America centrale. Il governo messicano incoraggia attivamente questa invasione e, come recentemente riportato dalla stampa, fornisce persino ai propri cittadini una guida su come realizzarla.
Il nostro governo non fa nulla di serio per fermare l’invasione, per arrestare gli invasori, o per scoraggiare l’aggressione che lo stato messicano sta perpetrando. Gli invasori – poiché i residenti dell’Arizona, dove circa il 40 per cento degli stranieri clandestini entrano nel paese, si lamentano costantemente – minacciano la vita, la sicurezza e la proprietà dei cittadini americani rispettosi della legge; abbassare i salari; divorare il benessere; e costituiscono una nuova sottoclasse oggetto di manipolazione politica demagogica da parte di politici sia americani che messicani.
(I clandestini in questo Paese non possono votare legalmente, anche se ciò non li ferma necessariamente, ma rimangono elettori in Messico, e i politici messicani ora fanno regolarmente campagne per i loro voti negli Stati Uniti.)
Il governo federale ha invaso l’Iraq, sebbene l’Iraq non ci abbia mai danneggiato o minacciato, non fa praticamente nulla per resistere alla massiccia invasione (e alla fine alla conquista) del proprio Paese e alla deliberata violazione delle proprie leggi da parte del Messico.
Ciò che abbiamo oggi in questo Paese, quindi, è sia l’anarchia (l’incapacità dello stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, la tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato per scopi oppressivi; la criminalizzazione degli onesti e degli innocenti attraverso tasse esorbitanti, regolamentazione burocratica, invasione della privacy e ingegneria delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso programmi di «formazione alla sensibilità» e multiculturalisti, leggi sui «crimini d’odio», leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarco-tirannia.
Un esempio della coesistenza di anarchia e tirannia deve bastare. Il 9 gennaio di quest’anno, un uomo di nome Mustafa Mohammed, un immigrato somalo, è stato arrestato nella casa di riposo di Alexandria, in Virginia, dove lavorava, per aver ripetutamente sfregiato i volti dei residenti. Circa sei residenti anziani sono rimasti feriti, uno con il collo rotto e un altro che ha richiesto 200 punti di sutura. Il signor Mohammed, il presunto colpevole, è già stato nei guai per un violento alterco commesso mentre lavorava in una farmacia locale. Quando alcuni altri lavoratori lo hanno preso in giro, ha iniziato a colpire uno di loro, un compagno immigrato somalo, in faccia. Le accuse contro il signor Mohammed sono state ritirate dopo che la sua vittima ha rifiutato di testimoniare («perché altri membri della comunità somala lo hanno pregato di non andare avanti», come riportato dal Washington Post).
Nello stesso momento in cui la polizia, i tribunali e la comunità somala avevano a che fare con il signor Mohammed, la polizia di Washington era impegnata in affari più seri. Stavano schierando altre quattro telecamere nascoste nel Distretto di Columbia per catturare gli automobilisti che superano i limiti di velocità
Nonostante le precedenti assicurazioni del governo distrettuale secondo cui lo scopo delle telecamere era la sicurezza pubblica, il sindaco di Washington Anthony Williams ha riconosciuto nell’autorizzare i quattro nuovi dispositivi che «la continua elaborazione dei biglietti del distretto e la riscossione delle entrate del distretto» ne erano le ragioni. Dall’agosto 2001, simili telecamere nascoste hanno incassato la bella somma di 63 milioni di dollari per il Distretto.
Sotto l’anarco-tirannia, il controllo di elementi veramente pericolosi come Mustafa Mohammed è messo in secondo piano. Il vero problema è come spremere denaro dai comuni cittadini che non si lamenteranno, non reagiranno e non inizieranno a colpire le persone in faccia.
L’anarco-tirannia, ovviamente, non è limitata agli Stati Uniti. Nell’Europa occidentale, secondo alcune stime, ci sono circa 800 persone ora incarcerate per quelli che possono essere chiamati solo «reati di pensiero» – per violazioni delle leggi di vari Paesi contro la «diffamazione» razziale (di solito, usando epiteti e insulti razziali o etnici), negazione dell’olocausto, lamentele riguardo all’immigrazione, discorsi di differenze razziali e persino per critiche alle religioni non occidentali.
Lo scorso dicembre, la polizia britannica ha arrestato due leader del British National Party anti-immigrazione, Nick Griffin e il fondatore del BNP, John Tyndall, perché telecamere nascoste (non per eccesso di velocità o multe ma per spionaggio) li avevano registrati mentre dicevano cose poco gentili sull’Islam. Secondo quanto riferito, il signor Griffin l’ha definita «una religione malvagia». La polizia del West Yorkshire si vantava di aver dispiegato una squadra di agenti per il caso Griffin «cinque giorni alla settimana, dieci ore al giorno».
Come ha commentato Rod Liddle, giornalista del London Spectator, in un articolo sul caso:
«Ora, a questo punto dell’articolo, un bravo giornalista ti direbbe quanto fosse grande quella squadra di poliziotti. E quanto era costata al contribuente l’inchiesta. E lo ha anche incrociato con quanti furti con scasso, rapine, etc., Erano stati effettuati nell’area del West Yorkshire da luglio al 12 dicembre. Soprattutto quelli irrisolti. Ma non sono riuscito a trovare quella roba: la polizia non vuole dirmelo. Ma ricordiamoci: una squadra di poliziotti, cinque giorni alla settimana, dieci ore al giorno».
Proprio come gli interessi finanziari nascosti sono stati i motivi immediati per l’installazione delle telecamere per il traffico a Washington, c’erano motivi politici nascosti per il rastrellamento di Mr. Griffin, un avvocato istruito a Cambridge che stava progettando di candidarsi al Parlamento nel collegio elettorale di David Blunkett, allora ministro degli Interni nel regime di Blair.
Il Ministero dell’Interno, come ha chiarito abbastanza chiaramente l’articolo di Spectator, sembra aver avuto più che poco a che fare con il blitz di Griffin.
Il signor Blunkett, suggerisce il Liddle, «desiderava placare l’enorme elettorato musulmano del New Labour che negli ultimi tempi è stato lamentoso, in parte per la guerra contro l’Iraq, in parte per gli arresti di sospetti terroristi musulmani qui nel Regno Unito. Quale modo migliore per placare un po’ che radunare gli orribili razzisti del BNP?»
Ma motivi pragmatici come volere più soldi per il governo o imbavagliare i rivali politici non sono i veri motori dell’anarco-tirannia. Né è il semplice calcolo di molte forze dell’ordine che velocisti e corridori a luci rosse di solito non rispondono al fuoco. Solo i veri criminali lo fanno, quindi è molto più sicuro fare i duri con gli pseudocriminali che con quelli veri. Ma questi e altri casi simili sono semplicemente esempi di come politici e amministratori essenzialmente corrotti sfruttino il sistema anarco-tirannico per il proprio guadagno immediato o lo usino per evitare di svolgere i lavori spesso pericolosi e difficili che dovrebbero svolgere.
Ciò che guida veramente il sistema è la rivoluzione del nostro tempo, l’assalto interno contro le identità e i valori tradizionali che viene solitamente definito la «”guerra culturale*.
Le leggi che vengono applicate sono quelle che estendono o rafforzano il potere dello stato e dei suoi alleati e delle élite interne (la polizia, i militari, le burocrazie, la classe dell’insegnamento e del lavaggio del cervello, gli esattori delle tasse, gli ingegneri sociali professionisti i cui affari sono è progettare e attuare la rivoluzione, etc.) oppure sono le leggi che puniscono direttamente quegli elementi recalcitranti e «patologici» della società che si ostinano a comportarsi secondo le norme tradizionali – persone che non amano pagare le tasse, indossare le cinture di sicurezza, o consegnare i propri figli ai terapisti stravaganti che gestiscono le scuole pubbliche; o le persone che possiedono e custodiscono armi da fuoco, espongono o addirittura indossano la bandiera confederata, montano alberi di Natale, sculacciano i propri figli, e citano la Costituzione o la Bibbia, per non parlare delle figure politiche dissidenti che effettivamente si candidano e cercano di fare qualcosa contro l’immigrazione di massa delle popolazioni del Terzo Mondo. Tali elementi pericolosi sono i principali bersagli della parte tirannica dell’anarco-tirannia.
Del resto, sono anche gli obiettivi principali della parte sull’anarchia. Le leggi che non vengono applicate sono quelle che proteggono tali elementi e le loro famiglie e comunità: leggi contro l’immigrazione stessa così come leggi che dovrebbero proteggere i comuni cittadini dai comuni criminali.
Nella rivoluzione, vedete, il criminale ordinario, così come l’immigrato clandestino, è almeno un membro onorario, se non un ufficiale a tutti gli effetti, della classe rivoluzionaria, come il proletariato di Karl Marx o gli studenti universitari e gli hippy controculturali di Herbert Marcuse.
Al contrario, i teppisti comuni che commettono stupri, rapine e omicidi fungono de facto da truppe sul campo della guerra culturale, e non è certo un caso che ora ci sia un crescente movimento per estendere il voto a quei criminali abbastanza sfortunati da essere sbarcati in prigione.
L’anarco-tirannia, quindi, non è solo una deformazione del sistema di governo tradizionale né un sintomo di «decadenza».
Lo Stato oggi è perfettamente in grado di far rispettare le leggi contro l’immigrazione clandestina e di catturare e deportare i clandestini che sono già qui. È anche perfettamente in grado di catturare e imprigionare o giustiziare assassini, stupratori e rapinatori che continuano a infestare le nostre strade e i nostri quartieri, così come è perfettamente in grado di catturare automobilisti che superano i limiti di velocità e che passano con il rosso.
La spiegazione conservatrice convenzionale di tali «fallimenti» da parte dello stato, come risultato di «debolezza di volontà» o qualcosa del genere, non fila. Lo Stato e coloro che lo controllano hanno chiaramente la volontà di far rispettare le leggi che desiderano far rispettare. Lo stato non «fallisce» nel far rispettare il resto; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo.
L’anarco-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato da quella impegnata a proteggere la cittadinanza rispettosa della legge a uno stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nel migliore dei casi, una patologia sociale e, nel peggiore, un nemico.
Dopo aver conquistato l’apparato statale, gli anarco-tiranni sono la vera classe egemonica nella società contemporanea, e la loro funzione è quella di formulare e costruire la nuova «cultura» del nuovo ordine che immaginano, una cultura che rifiuta come repressiva e patologica la cultura tradizionale e civiltà.
L’equivoco conservatore e l’errata caratterizzazione dell’anarco-tirannia come «decadente» o frutto di «debolezza di volontà» (o, in alternativa, di «relativismo» o «nichilismo»), infatti, non fa che mascherare e consolidare le reali finalità del sistema e funzioni.
Finché coloro che riconoscono che c’è qualcosa che non va nel sistema penseranno che si tratti solo di una sorta di problema tecnico – il risultato della corruzione, della tipica inefficienza burocratica, o della decadenza, etc. – allora penseranno che può essere «riparato» attraverso mezzi politici convenzionali. Basta cacciare i barboni ed eleggere un nuovo gruppo di buoni repubblicani onesti e conservatori del movimento che leggono la National Review, e tutto andrà bene. Faranno rispettare la legge e l’ordine e rafforzeranno la pattuglia di frontiera. Va tutto bene.
Certo, non va tutto bene, perché l’anarco-tirannia è il sistema stesso, non solo un problema nel sistema, e un motivo importante per cui è riuscita a trionfare e a chiudersi al potere è che dipende proprio dalla passività e dal conservatorismo instilla nella popolazione che governa.
La popolazione che sta schiavizzando non ha bisogno di resistere come i criminali violenti che gli anarco-tiranni si rifiutano di controllare, ma deve essere disposta ad agire come i cittadini della vera repubblica che l’anarco-tirannia ha sovvertito e spostato.
Solo se i servi della gleba sono disposti e in grado di assumersi i compiti e i doveri di governare se stessi piuttosto che semplicemente sopportare ciò che i loro padroni trasmettono loro, il gemellaggio tra anarchia e tirannia che l’attuale sistema impone comincerà a sgretolarsi.
«Chi vorrebbe essere libero», ha scritto Lord Byron, «lui stesso deve sferrare il colpo».
Sam Francis
Aprile 2005
Pensiero
Vaccino «costituzionale», avevamo predetto l’assist del governo Meloni alla Corte
Lo avrete visto, in settimana è stato depositato il testo della sentenza 14/2023 della Corte Costituzionale sulla legittimità delle misure volte all’allontanamento dal lavoro del personale sanitario che ha rifiutato la vaccinazione contro SARS-CoV-2.
Come noto, il responso era già stato anticipato, ma non le motivazioni.
Si è trattato di fatto, come tutti si aspettavano, di un giudizio finale (forse) sul green pass, ossia l’apartheid biotica inflitta a milioni e milioni di cittadini italiani, che hanno percepito i diritti espressi dalla Carta costituzionale calpestati uno per uno – a partire dal primo.
Anche se conoscevamo l’esito, non possiamo evitarci il senso di smarrimento di fronte alle parole del massimo collegio giuridico della Repubblica.
«Il rischio di insorgenza di un evento avverso, anche grave, non rende di per sé costituzionalmente illegittima la previsione di un obbligo vaccinale, costituendo una tale evenienza titolo per l’indennizzabilità» scrive la Corte. Cioè, se vi è sfuggita la logica: se ti risarcisco il danno, allora posso usare coercizione – se qualcosa va storto poi ti godi dei danari (magari dopo lunghissimi procedimenti, che per legge non riguardano le farmaceutiche produttrici), una situazione che, pare di capire, dovrebbe valere anche per chi muore.
In pratica, se lo Stato potenzialmente è disposto a pagarti, può farti del male – o anche ammazzarti. Il significato di questo passaggio ci fa venire le vertigini: è possibile esporre il cittadino ad un rischio di fronte alla prospettiva di una compensazione economica. Filosoficamente, questo è il trionfo più estremo dell’utilitarismo, la riprova che esso è oramai il sistema operativo dello Stato moderno. Ma non ne discuteremo qui.
Tranquilli, se si muore per il vaccino siam qui. Bisogna dire che non è la prima volta che provo questa sensazione. Ricordo bene, in era prepandemica, i discorsi dei dottori che vogliono vaccinarti con botte di polivalente il bambino: non si preoccupi, se il bimbo va in shock anafilattico, qui abbiamo il defibrillatore. Il genitore del piccolo vaccinando ha di che fidarsi: si dipinga nella mente l’immagine del corpicino di un piccolo di tre anni – il suo piccolo – mentre viene attraversato da immani scosse elettriche, sballonzolato violentemente, forse vivo, forse morto, sul tavolo di un ambulatorio.
Non fa una grinza: c’è il defibrillatore, allora vaccino il bambino. C’è l’indennizzo, se vengo danneggiato – magari ne muoio – quindi mi sottopongo immantinente alla sierizzazione genica sperimentale mRNA. La logica, come vedete, è la stessa. Rimedi e compensazioni, post-danno, e anche post-mortem.
La Corte va oltre, e ci parla di scienza: «in coerenza con il dato medico-scientifico che attesta la piena efficacia del vaccino e l’idoneità dell’obbligo vaccinale rispetto allo scopo di ridurre la circolazione del virus, la non irragionevolezza del ricorso ad esso, a fronte di un virus respiratorio altamente contagioso, diffuso in modo ubiquo nel mondo, e che può venire contratto da chiunque, caratterizzato da rapidità e imprevedibilità del contagio».
C’è un subordine del diritto alla Scienza, pare di capire. Già questo è un argomento enorme. Tuttavia ci colpisce come i supremi giudici parlino di riduzione della circolazione del virus. Ritenevamo che non fosse più un argomento che fosse possibile usare, dopo la confessione dinanzi al Parlamento Europeo della dirigente Pfizer, che ha ammesso che il siero mai era stato testato per ridurre il contagio – e così inficiando l’intera architettura internazionale delle restrizioni pandemiche.
La Corte, invece, rimane lì: bisogna vaccinarsi per salvare gli altri, e pazienza se il vaccino è dichiarato inefficace per questo scopo dalla stessa farmaceutica produttrice, pazienza se persino Bill Gates, che all’OMS «dona» molta più denari della Repubblica Italiana e sui vaccini ha investito forse ancora più soldini, sia arrivato anche lui a questa conclusione.
Pazienza perché, ripetiamo, c’è una «coerenza con il dato medico-scientifico che attesta la piena efficacia del vaccino e l’idoneità dell’obbligo vaccinale rispetto allo scopo di ridurre la circolazione del virus», una frase che oggi non comprendiamo come si possa giustificare.
Vi sarebbe molto altro da scrivere, tuttavia quest’articolo serve ad altro. Non riguarda la Corte Costituzionale, che, a differenza degli USA, mai si è resa vera protagonista della politica nazionale, ma, appunto, la politica stessa – cioè la politica del governo.
Vogliamo ricordare al lettore uno degli articoli di Renovatio 21 più letti negli scorsi mesi. Si intitolava «La trappola del decreto di reintegro dei medici non vaccinati». È stato pubblicato il 4 novembre 2022.
Lì mettevamo in guardia rispetto agli entusiasmi delle moltitudini rispetto al varo del decreto legge 162/2002, il primo atto del governo Meloni, l’atto con cui la romana avrebbe – scrisse il quotidiano La Verità – «smontato la gabbia del COVID».
Il decreto – quanti non lo capirono! – non prendeva nessuna posizione rispetto alla siringa mRNA di Stato, si limitava ad accorciare (di pochissimo) i tempi: l’obbligo vaccinale per i sanitari decadeva quindi subito invece che a fine dicembre.
La manovra, quindi, ci era sembrata subito altamente sospetta.
«Non prendendo alcuna posizione sulla siringa di Stato, il decreto crea un vuoto che non può essere lasciato esistere, un vuoto che, immancabilmente, chiamerà qualcuno che lo riempirà. E noi pensiamo alla Corte Costituzionale» avevamo preconizzato.
«È inevitabile: quello che è considerato il più alto organo di garanzia di rispetto della Carta sarà chiamato, una volta per tutte, a dirimere la questioni dei vaccini, che si trascina dall’anno lorenziniano 2017, e che ora non è più rinviabile, specie quando la Costituzione è chiamata in causa da coloro che erano, e in larga parte ancora sono, giudicati dall’esprit du temps come nemici pubblici, i no-vax. Quindi, il decreto Meloni è un cross fatto in area per la Corte Costituzionale? Parrebbe: e aggiungete che il portiere è a farfalle i giocatori della difesa sono già negli spogliatoi. Basterà appoggiarla in rete».
Che possiamo dire? Il cross è arrivato in area, e l’attaccante – la Corte – l’ha schiacciata in rete: «l’imposizione di un trattamento sanitario obbligatorio trova giustificazione in quel principio di solidarietà che rappresenta la base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal Costituente» sono le parole della sentenza di cui stiamo parlando. In breve, il vaccino non solo è lecito, è coperto dalla Carta. Parole che resteranno per sempre; parole che a loro modo ora sono legge suprema.
È accaduto quello che temevamo: l’assist del governo ha prodotto il vaccino costituzionale.
Non è che lo diciamo noi piccoli sciagurati. Lo abbiamo sentito pochi giorni fa anche dalle labbra di un insigne costituzionalista, il professor Carlo Iannello, dell’Università Vanvitelli della Campania. In un’intervista a La Verità, il professor Iannello sostiene che «l’anticipazione del reintegro dei sanitari diventa così parte della motivazione che giustifica la ragionevolezza della norma. Cosa sarebbe successo se il governo non avesse anticipato la fine dell’obbligo vaccinale?»
Già, cosa sarebbe successo senza questa strana mossa di novembre? Glielo chiede anche il giornalista Alessandro Rico, che gli pone una bella domanda: «sta dicendo che, paradossalmente, il governo Meloni e il Ministro Orazio Schillaci hanno servito un assist alla Consulta per salvare il decreto di Mario Draghi?». Quel «paradossalmente» ci perplime, ma la domanda è più che buona, e pure la risposta.
«Ero qui che volevo arrivare» replica il costituzionalista. «Il giudice costituzionale ha potuto fare una valutazione ex ante, cioè mettendosi nella prospettiva del legislatore ad aprile 2021, proprio perché l’obbligo, a fine novembre 2022, non era più attuale. Altrimenti, la valutazione ex ante sarebbe stata impossibile: la Consulta non avrebbe potuto glissare sullo scenario Omicron».
«È impossibile pensare che sia stato fatto apposta?» chiede cautamente il giornalista.
«Non lo posso affermare», risponde con altrettanta cautela il professore.
Qui invece la palla l’abbiamo vista partire a novembre, quando tanti stappavano lo spumante.
Del resto, non è chiaro cosa vi aspettavate.
Il ministro della Sanità scelto dalla Meloni è un membro del CTS (davvero: pensateci un attimo). E non è che non si veda.
Scopriamo che la commissione sul COVID indetta dal deputato Galeazzo Bignami (che conosciamo perché aveva partecipato ad un evento di Renovatio 21 sul caso Bibbiano, tema per cui l’onorevole si era speso con generosità) riguarderà, a quanto capiamo, mascherine, respiratori, forse di Bergamo, e poco altro – non le morti improvvise (che, memento Camilla, erano partite da subito), non i decessi in eccesso (che stanno martoriando il pianeta), nemmeno i patti e gli SMS tra il CEO di Pfizer e la Von der Leyen. A capo della Commissione ci hanno messo l’onorevole Faraone renziano, quello che andava alla TV nazionale per dire: «spero che potremo approvare una legge che obblighi al vaccino tutti gli operatori sanitari, così come spero nell’approvazione di uno scudo penale per i medici… Trovo paradossale e incredibile che la nostra legislazione preveda che un medico vada sotto processo perché vaccina e al tempo stesso metta al riparo i medici che contagiano in corsia».
Il problema del biennio COVID, insomma, sono gli appalti per le mascherine. Un po’ come il problema di Palermo, «cioppo ciaffico».
La Meloni, ricordatelo, ha firmato al G20 di Bali per il passaporto vaccinale globale: non è che l’hanno obbligata, dicendole «firma qua o ti togliamo la tessera di sovranista». Il lettore capisce che è la stessa che ha dichiarato in ogni modo – facendolo dire perfino ai famigliari – che non avrebbe toccato l’aborto, cosa che poi ha rivendicato perfino nel suo discorso di insediamento, e piazzando come ministro della Famiglia Eugenia Roccella – un fenomeno che abbiamo chiamato, lo sapete, «inchino a Moloch», a cui la premier si è prestata con brio.
Noi dubbi non ne avevamo, almeno dal 25 settembre 2021 – abbiamo scritto 2021, non 2022. Ricordate? Piazza Duomo, sabato, qualcuno ha l’idea di far fare un comizio della Meloni – con megapalco e tesserati ammaestrati con le loro bandierine a favore di telecamera – proprio nel giorno e nelle ore in cui si ritrovavano spontaneamente in Piazza Fontana (cioè, a 100 metri…) i no green pass, numericamente molto, molto superiori ai sostenitori della Meloni.
Giorgia, rammentiamolo, in quel momento era all’opposizione. E il lavoro dell’opposizione, uno pensa, è saldare attorno a sé, per quanto possibile, ogni altra forza si opponga al governo. Un ammiccamento al popolo no-green pass le avrebbe fatto guadagnare chissà quanti voti. E invece niente. La Meloni praticamente fugge dalla scena. In piazza vi sono addirittura cenni di scontro tra i no-green pass e i sostenitori di FdI, con in mezzo i celerini.
Abbiamo spesso mostrato questi video. Dicono davvero tutto.
Quindi, davvero, cosa vi aspettavate?
Quanto a noi, che possiamo dire: Renovatio 21 ha avuto ancora una volta ragione. E con largo anticipo. A inizio novembre, tra i coriandoli per il decreto, avevamo visto partire il cross malefico. Avevamo fiutato la trappola.
Ora, se non l’avete ancora fatto, realizzatelo: di queste tagliole maledette ne vedremo ancora moltissime, alcune già ci hanno morso a sangue le gambe. Pensate all’Ucraina. Sono piazzate lì per immobilizzarvi, per ferirvi, per prendervi di sorpresa. Perché oramai siamo animali nel bosco, con i cacciatori che credono di disporre della nostra vita come credono.
Capitela una volta per tutte: le elezioni non hanno cambiato nulla. La battaglia per la vostra sopravvivenza è tutto meno che finita.
Roberto Dal Bosco









