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Sanità

Non cercano il tasso di reinfezioni. Perché?

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Leggendo i vari report sanitari che da due anni vengono aggiornati quotidianamente da tutti i Paesi Occidentali, balza all’occhio una lacuna enorme. Questi report infatti non raccolgono il numero di ricontagi.

 

Le autorità sanitarie catalogano i casi COVID sotto molti parametri (età, genere, regioni geografiche, etc.) e la raccolta dati è stata ulteriormente aggiornata introducendo nuovi parametri monitoriati: ad esempio, avrete fatto caso che da dicembre 2021 – per argomentare l’utilità della terza dose – i report inglesi e italiani hanno introdotto lo screening di parametri nuovi come il conteggio dei casi positivi distinti tra persone vaccinate da più di 120 giorni e meno di 120 giorni.

 

Possiamo immaginare che questa raccolta dati sia stata aggiornata semplicemente facendo una domanda ai pazienti (o cercando banalmente nella rispettiva cartella clinica): quando il paziente aveva fatto l’ultima dose di vaccino? Più o meno di 120 giorni dal momento in cui è stato trovato positivo?

 

Però, facendo un po’ di storia delle gestione pandemica, balza all’occhio una lacuna incredibile: nessuno ha mai cercato se e quanto tempo prima un paziente fosse giù risultato positivo. Cioè, nessuno ha mai cercato qual è la possibilità di ricontagiarsi dal COVID.

 

Questo è ciò che permetterebbe di capire la copertura immunitaria acquisita naturalmente da infezione COVID e confrontarla con quella acquisita tramite le vaccinazioni disponibili.

 

Provate a fare questa domanda al ministero della Salute: un soggetto non vaccinato che ha avuto l’infezione può reinfettarsi e quando? Tale soggetto mai vaccinato e infettato può poi reinfettarsi più facilmente rispetto a un soggetto vaccinato che ha comunque avuto l’infezione?

 

Non è possibile rispondere, perché incredibilmente nessuna autorità sanitaria sta ricercando questo banale (e doveroso) parametro, per cui vi sono solo supposizioni basate su qualche screening a posteriori, i cui numeri non sono però divulgati né accertabili.

 

Troviamo da mesi opinioni discordanti a riguardo, espresse da qualche virostar sui giornali, senza che vi siano alle spalle dati strutturati, nemmeno si trattasse del campionato di fantacalcio.

 

Eppure i dati da studiare già esisterebbero: esistendo la banca dati su cui si fonda il green pass, sarebbe sufficiente estrarre i dati in modo anonimo e verificare quanti e quali pazienti hanno avuto più casi di reinfezione. Sarebbe un lavoro di Big Data che richiederebbe qualche ora coi moderni database in uso dalle autorità sanitarie. Quindi, virtualmente dato già esiste, ma nessuno lo estrae dai database del sistema sanitario.

Ora, non serve scomodare Conan Doyle, per dedurre che se questi dati portassero acqua al mulino della vaccinazioni del Ministero della Salute, li avremmo già visti raccolti e pubblicati. Ma così non è.

 

Esattamente come abbiamo visto introdotto il parametro «vaccinato da più di 120 giorni» a dicembre 2021 per convincere le persone a farsi il booster. È altresì probabile che proprio tale parametro verrà tolto dai report qualora si scoprisse che anche la dose booster decade dopo 120 giorni.

 

Cosa che sembra ormai di dominio pubblico se ne parla pure il Corriere del 27 marzo:

 

«Quanto dura la protezione della terza dose di vaccino? Si tende a pensare che la durata sia di almeno quattro mesi, ma il tempo varia da individuo a individuo in quanto la risposta allo stimolo vaccinale è molto soggettiva».

 

Il fatto, dunque, che il tasso di reinfezioni non sia mai stato pubblicato – nonostante sarebbe già raccolto e potenzialmente processabile come spiegato sopra – lascia dedurre che il regime sanitario troverebbe in esso un argomento sfavorevole alle direttive dell’autorità.

 

Di quale argomenti si potrebbe trattare?

 

Le ipotesi si stringono a due:

 

1) potrebbe emergere che la percentuale di persone non vaccinate o vaccinate che contrae infezione sviluppa una protezione naturale molto duratura. E siccome le persone che hanno avuto il COVID sono stimate a circa il 30 % della popolazione totale, questo toglierebbe argomenti per obbligare ai richiami il 30% della popolazione. Dunque, se ci svelassero che un contagiato è altamente coperto da reinfezione per 12 mesi, avremmo un argomento scientifico facile per rifiutare la vaccinazione per i prossimi 12 mesi.

 

Più il governo ti rivela che un guarito è coperto, più si abbassa lo stato di emergenza sanitaria. Fino a diventare endemia, cioè un virus col quale si convive, come tanti.

 

Ecco che allora il governo sanitario non deve renderlo noto e deve far credere di essere sempre altamente esposti al pericolo di ricontagio.

 

2) oppure potrebbe emergere qualcosa di ancora più sfavorevole al regime sanitario vaccinista: si potrebbe scoprire che una persona mai vaccinata e contagiata sviluppa una difesa contro la reinfezione superiore a quella di un soggetto vaccinato e infettato.

 

Questo scenario scatenerebbe addirittura una richiesta di risarcimento danni da parte dei soggetti vaccinati, visto che la vaccinazione risulterebbe peggiorativa.

 

Un soggetto non a rischio – prendiamo un ragazzo – direbbe infatti «mi sarebbe allora convenuto fare il COVID piuttosto che sottopormi alle tue 3 dosi di vaccino».

 

L’idea può essere venuta a moltissimi, vista l’aneddotica circolata soprattutto durante l’ultima ondata, quella di inizio inverno: soggetti giovani guariti non contagiati, nonostante contatto pieno con i positivi; soggetti omologhi freschi di booster ammalati.

 

Questo dimostrerebbe che in certi soggetti l’immunità naturale acquisita è potente e duratura.

 

Esistono spiegazioni possibili a questa dinamica? Sì. E per certo alcune sono scientificamente basate.

 

A) I vaccini mRna «addestrano» il sistema immunitario a riconoscere la proteina spike del virus, che tuttavia rappresenta una parte specifica dello stesso. E siccome le vaccinazioni mRna ancora oggi in uso sono state progettate sulla spike della prima versione del COVID del 2020 (la variante Alfa), rimane plausibile che il sistema immunitario non riconosca allo stesso modo varianti che abbiano una proteina spike che si discosta di molto da quella Alfa.

 

La cosa invece non accade se il sistema immunitario ha imparato a riconoscere tutta la superficie del virus (e non solo la spike), cosa che tendenzilmente avviene a seguito di infezione naturale.

 

A questo punto – poiché non cercano questi dati come sopra spiegato – non è chiaro se un soggetto vaccinato che prenda il COVID riesca a sviluppare immunità su tutta la superficie del virus oppure se la vaccinaizone mRna gli precluda questa possibilità. Ciò  sarebbe un fenomeno gravissimo di immunodeficienza acquisita, di cui ci sono alcune recenti prove in laboratorio, e di cui parleremo in un altro articolo dedicato.

 

B) Un team italiano ha svolto uno studio pubblicato da Lancet a dicembre 2021 che avevamo già esposto su Renovatio 21. La vaccinazione mRNA elimina gli anticorpi neutralizzanti dalle mucose orali. Queste sono la prima barriera di contrasto all’infezione.

 

A questo riguardo si osserva che tale fenomeno accertato potrebbe essere peggiorativo anche della salute di soggetti non vaccinati che hanno sviluppato immunità naturale a seguito di infezione: noi siamo portati a credere che con le altre ondate influenzali (con altri coronavirus) il tasso di ricontagio fosse più basso di quello che vediamo oggi.

 

Ma in quei contesti non c’era il 90% della popolazione che aveva perso anticorpi neutralizzanti a seguito di vaccinazione mRNA.

 

Pertanto potremmo aver un numero maggiore di soggetti non vaccinati che sembrano sviluppare immunità naturale meno duratura rispetto alle altre forme influenzali per il semplice fatto che il 90% di popolazione vaccinata li espone a continui ricontagi. Cosa che normalmente non avviene perché il «gregge» aiuta a limitare la circolazione del virus.

 

In altre parole – avendo vaccinato il 90 % della popolazione che rimane poi priva di anticorpi neutralizzanti nelle mucose orali – si verificherebbe quella che potremmo chiamare una anti-immunità di gregge.

 

Cosa che nelle normali epidemie influenzali non avveniva.

 

C) con una normale influenza l’immunità naturale dura pochi mesi perché il sistema immunitario viene stimolato contemporanemente in milioni di soggetti ed in tutti questi la copertura va scemando simultaneamente. Ma che cosa accade se la diffusione del contagio viene dilazionata attraverso misure di contenimento (lockdown, isolamenti, mascherine e tamponi)?

 

Accade che un soggetto si troverà mediamente esposto a continui contatti col virus che ne stimoleranno continuamente la risposta immunitaria.

 

Dunque, un ragazzo che fosse guarito dal COVID – frequentando in seguito la scuola che mantiene misure di contenimento – potrebbe avere una risposta immunitaria al massimo grado per molti mesi: appunto perché i suoi compagni di classe non si ammalano tutti contemporanemante a lui, ma pochi alla volta. Si tratta di fatto di continui booster naturali per un soggetto già guarito. Dopo un certo arco di tempo tutta la classe dovrebbe trovarsi ad essere iper protetta e la circolazione sarebbe soffocata, essendo composta da soggetti guariti e ampiamente «boosterati» tra di loro.

 

Questo però non sta avvenendo, nonostante il tasso dei contagi sia sempre molto alto. Dunque, non dipende dal fatto che le misure di contenimento funzionino troppo efficacemente, bensì dipende necessariamente dal fatto che qualcuno non riesce mai ad acquisire immunità naturale rispetto al virus: cioè continua a contagiarsi e a ricontagiare.

 

Quanti sono? Domandiamo, non è che sono in maggioranza i soggetti vaccinati a presentare questo inconveniente?

 

Non lo sappiamo, perché nessuno cerca questo parametro.

 

Ma dovremmo cercarlo, perché se fossero i soggetti vaccinati a presentare questo inconveniente, significherebbe che proprio la campagna vaccinale prolungherà la circolazione del COVID all’infinito.

 

In conclusione, senza che le autorità sanitarie si degnino di pubblicare i dati sui ricontagi, tutte le questioni sopra indicate rimarranno indeterminate. È  questo che vogliono?

 

Lo stesso dicasi della questione legata alla «velocità di diffusione» delle nuove varianti. Quando sentiamo dire che le nuove varianti si sono diffuse perché sono più veloci a diffondersi, potremmo essere in presenza di una confusione logica tra effetto e causa.

 

Ad esempio, per ipotesi, il fatto che la variante Omicron si diffonda più velocemente della variante Delta potrebbe essere semplicemente l’effetto di un indebolimento collettivo del sistema immunitario causato dalla vaccinazione, e non la causa della minore performance del sistema immunitario rispetto alla variante. Cioè, significherebbe che, se nessuno si fosse vaccinato, la velocità di diffusione della variante Omicron sarebbe rimasta e percepita analoga a quella della Delta.

 

Esiste una prova di questa ipotesi?

 

Certamente esiste e l’abbiamo dimostrata su Renovatio 21 coi numeri dei report inglesi: dopo alcune settimane i vaccinati hanno un tasso di contagio che è il doppio rispetto ai non vaccinati.

 

Il che spiega come – visto dall’esterno – sembra che complessivamente la variante Omicron abbia una velocità di diffusine più elevata. In realtà non è la variante ad avere intrinscamente una maggiore velocità di diffusione, bensì la maggiore velocità di diffusione dipende dal fatto che essa trovi la strada spianata in una popolazione vaccinata al 90%.

 

Il sospetto è che nessun governo mai pubblicherà i dati sui ricontagi divisi per cluster (mai vaccinati, vaccinati doppia dose e vaccinati tripla dosi) perché questi argomenti diventerebbero autoevidenti. E i cittadini chiederebbero i danni o rigetterebbero ulteriori obblighi vaccinali.

 

A maggior ragione invece – se i dati sui ricontagi supportassero le campagne vaccinali – perché i governi non li hanno ancora pubblicati? Sarebbe così facile.

 

 

Gian Battista Airaghi

 

 

 

 

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Sanità

Due iniezioni di chirurgia estetica su tre non vengono somministrate dai medici in Gran Bretagna

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Da

Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

Ben il 68% dei professionisti cosmetici che somministrano iniezioni come il Botox non sono medici qualificati, secondo un’analisi dell’industria dei cosmetici iniettabili del Regno Unito da parte dei ricercatori dell’University College di Londra.

 

Lo studio, pubblicato sul Journal of Plastic, Reconstructive & Aesthetic Surgery, è il primo sondaggio nel Regno Unito su chi fornisce servizi cosmetici iniettabili, come la tossina botulinica (Botox) e i filler dermici.

 

Gli accademici hanno esaminato 3.000 siti web e identificato 1.224 cliniche indipendenti e 3.667 professionisti. Delle professioni rappresentate, il 32% erano medici, il 13% infermieri, il 24% dentisti e l’8% infermieri dentali. Dei 1.163 medici individuati, il 41% era iscritto all’albo degli specialisti e il 19% era iscritto all’albo dei MMG. Tra le 27 specialità rappresentate nell’albo specialistico, la chirurgia plastica era il gruppo più numeroso (37%) seguita dalla dermatologia (18%).

 

Si prevede che il mercato degli iniettabili nel Regno Unito raggiungerà gli 11,7 miliardi di sterline entro il 2026, ma di fatto non è regolamentato. Il governo del Regno Unito avvierà una consultazione pubblica sul settore ad agosto. Le raccomandazioni dovrebbero informare gli emendamenti alla legge medica nel 2024.

 

Il dottor David Zargaran, coautore dello studio, ha dichiarato: «la gamma di background apre una questione più ampia relativa alla competenza e al consenso. Una delle sfide principali che deve affrontare il sistema di licenze del governo è garantire che i professionisti a cui è stata concessa una licenza possiedano le competenze e l’esperienza necessarie per somministrare in sicurezza il loro trattamento per ridurre al minimo i rischi per i pazienti».

 

Un secondo studio degli stessi autori pubblicato a luglio ha rilevato che il 69% degli intervistati aveva sperimentato effetti avversi di lunga durata, come dolore, ansia e mal di testa.

 

La professoressa Julie Davies, coautrice, ha commentato:

 

«L’industria britannica degli iniettabili cosmetici si è espansa rapidamente negli ultimi anni. Ciò è avvenuto in gran parte senza controllo o supervisione. I nostri risultati dovrebbero essere un campanello d’allarme per i legislatori affinché implementino normative efficaci e standard professionali per salvaguardare i pazienti dalle complicazioni. Sebbene i rischi associati alle iniezioni siano spesso lievi e temporanei, le complicazioni fisiche possono essere permanenti e debilitanti. Ci sono anche gravi conseguenze psicologiche, emotive e finanziarie per i pazienti quando le procedure vanno male».

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Sanità

Mille australiani denunciano i chirurghi estetici

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Da

Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.

 

 

Un’azione legale collettiva da parte di quasi 1000 pazienti inizierà presto nello stato australiano di Victoria. Gli imputati sono il famoso chirurgo estetico in pensione Daniel Lanzer e sei soci.

 

Solo un paio di anni fa, nel 2021, il dottor Lanzer e uno degli altri imputati, il dottor Daniel Aronov, erano sensazioni sui social media. Il dottor Lanzer aveva il suo programma televisivo e 5,5 milioni di follower su TikTok; il dottor Aronov ne aveva 13 milioni. Secondo ABC News, uno dei suoi post grotteschi era «prendere un pezzo di carne di una paziente tagliata dal suo ventre e mostrarglielo mentre è ancora sveglia sul tavolo operatorio».

 

Una denuncia dei giornali ABC Four Corners e Nine ha rilevato che si erano verificati gravi problemi di salute e sicurezza nella catena di cliniche del dottor Lanzer. Un certo numero di pazienti aveva sofferto di dolore estremo dopo le loro procedure. Tra le presunte lesioni c’erano «deformità, danni ai nervi, traumi psicologici, perdita di movimento e funzionalità degli arti».

 

Gli imputati hanno negato ogni addebito.

 

Secondo l’ABC, lo scoop «ha scatenato una serie di revisioni nei medici e nel settore più ampio a causa di normative e leggi fallite che consentivano a strutture discutibili per operazioni e medici con una laurea in medicina di base o una formazione chirurgica limitata di definirsi chirurghi estetici, anche se non sono chirurghi specializzati registrati, come i chirurghi plastici, che ricevono da otto a 12 anni di formazione chirurgica post-laurea».

 

Tuttavia, nonostante alcuni piccoli emendamenti alle normative che disciplinano la chirurgia estetica, operatori loschi continuano a lavorare nel settore da 1,4 miliardi di dollari australiani, afferma la ABC.

 

Alcuni di loro ora si definiscono «aesthetic proceduralists» («proceduralisti estetici») anziché «cosmetic surgeons» («chirurghi estetici»).

 

 

Michael Cook

 

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

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Farmaci

Cause legali per i pazienti COVID morti dopo il remdesivir

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health DefenseLe opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Nonostante la ricerca abbia dimostrato che il remdesivir è inefficace contro il COVID-19 e può causare alti tassi di insufficienza d’organo, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha autorizzato il farmaco antivirale sperimentale per l’uso contro il COVID-19 — ed è ancora in uso.

 

 

La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato il farmaco antivirale sperimentale remdesivir, nome commerciale Veklury, per l’uso di emergenza contro il COVID-19 nel maggio 2020.

 

A ottobre 2020, aveva ricevuto la piena approvazione. Rimane un trattamento primario per il COVID-19 negli ospedali, nonostante la ricerca dimostri che manca di efficacia e può causare alti tassi di insufficienza d’organo.

 

Su Twitter, John Beaudoin chiede un’indagine penale sul remdesivir, che potrebbe aver ucciso 100.000 persone negli Stati Uniti secondo i dati.

 

«Sanno», dice, «o si rifiutano volontariamente di sapere. In ogni caso, si tratta di omicidio».

 

L’uso di farmaci che causano insufficienza d’organo, come il remdesivir, non è nel migliore interesse della salute pubblica. Il fatto che le autorità sanitarie statunitensi si siano concentrate su questo e su farmaci altrettanto dannosi escludendo tutti gli altri, compresi quelli più vecchi con alti tassi di efficacia e profili di sicurezza superiori, trasmette un messaggio molto inquietante.

 

Il remdesivir ha ucciso migliaia di persone in Massachusetts?

Beaudoin ha intentato una causa presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti e ritiene che un picco di decessi per insufficienza renale acuta (ARF) nel Massachusetts sia dovuto al remdesivir, prodotto da Gilead Sciences.

 

Utilizzando una richiesta del Freedom of Information Act (FOIA), Beaudoin ha esaminato tutti i certificati di morte in Massachusetts dal 2015 al 2022.

 

Ha quindi rappresentato graficamente i dati FOIA, trovando 1.840 decessi in eccesso per insufficienza renale acuta dal 1 gennaio 2021 al 30 novembre 2022. Beaudoin ha anche rivelato un aumento dei decessi per insufficienza renale acuta in ogni fascia di età oltre i 15 anni, dal 2015 al 2022.

 

«Migliaia di morti con insufficienza renale acuta nel Massachusetts, probabilmente a causa del Remdesivir. Ciò richiede un’indagine PENALE», ha twittato.

 

 

L’uso di Remdesivir non si è diffuso fino al 2020. Da quel momento fino a ottobre 2021, almeno 7.491 reazioni avverse al farmaco (vedi pagina 11) sono state segnalate al VigiAccess dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tra cui 560 decessi, 550 disturbi cardiaci gravi e 475 lesioni renali acute.

 

Per confronto, solo 5.674 reazioni avverse al farmaco sono state segnalate per l’ivermectina dal 1992 al 13 ottobre 2021. Nonostante il suo forte profilo di sicurezza ed efficacia, l’ivermectina è stata ampiamente diffamata durante la pandemia.

 

Per non parlare del fatto che il remdesivir costa tra 2.340 e 3.120 dollari, mentre il costo medio del trattamento per l’ivermectina è di 58 dollari. Pensi che questo abbia qualcosa a che fare con la promozione del remdesivir e la denigrazione dell’ivermectina?

 

Sebbene l’OMS abbia aggiornato le sue linee guida nell’aprile 2022 per raccomandare l’uso di remdesivir in «pazienti COVID-19 lievi o moderati ad alto rischio di ospedalizzazione», uno studio pubblicato su The Lancet non ha riscontrato «alcun beneficio clinico» dall’uso di remdesivir nei pazienti ospedalizzati.

 

Inoltre, i ricercatori ritenevano che tre decessi durante lo studio fossero correlati al remdesivir.

 

I legami politici di Gilead messi in discussione dal persistere dell’uso di remdesivir

Tuttavia, rimane la domanda sul perché il remdesivir continui a essere utilizzato.

 

Nel novembre 2020, l’OMS ha pubblicato un bollettino contro l’uso di remdesivir nei pazienti COVID-19, affermando: «Attualmente non ci sono prove che il remdesivir migliori la sopravvivenza e il decorso in questi pazienti».

 

È possibile che le forti connessioni politiche di Gilead abbiano influenzato le approvazioni e le raccomandazioni del governo?

 

Vale la pena notare che Donald Rumsfeld è stato il presidente di Gilead dal 1997 fino a quando non è entrato nell’amministrazione Bush nel 2001. Rumsfeld aveva precedentemente ricoperto il ruolo di segretario alla difesa sotto il presidente Gerald Ford dal 1975 al 1977 e di nuovo sotto il presidente George W. Bush dal 2001 al 2006.

 

La FDA ha persino approvato il remdesivir per i bambini

Alla fine di aprile 2022, la FDA ha persino approvato il remdesivir come primo e unico trattamento COVID-19 per i bambini sotto i 12 anni, compresi i bambini di appena 28 giorni, approvazione sconvolgente, considerando che il COVID-19 è raramente grave nei bambini mentre il remdesivir è inefficace e comporta un rischio di effetti collaterali gravi e mortali.

 

Quel che è peggio, il farmaco è stato approvato anche per l’uso ambulatoriale nei bambini, per la prima volta. La dott.ssa Meryl Nass ha espresso le sue preoccupazioni in merito all’approvazione da parte della FDA del remdesivir per uso ambulatoriale nei bambini, affermando:

 

«La FDA ha appena autorizzato Remdesivir per bambini di appena un mese. Possono riceverlo sia i bambini ricoverati sia i pazienti ambulatoriali. Il farmaco potrebbe funzionare nei pazienti ambulatoriali, ma la stragrande maggioranza dei bambini ha un rischio molto basso di morire di COVID. Se 7 decessi su 1.000 derivano dal farmaco, come … Gli studiosi europei pensavano … è possibile che danneggerà o ucciderà più bambini di quanti ne salverà.

 

«La FDA non avrebbe dovuto aspettare più a lungo per vedere cosa ha fatto il trattamento ambulatoriale precoce per le età più anziane? O studiato un gruppo molto più ampio di bambini? Molto poco è stato pubblicato su bambini e remdesivir».

 

«Quando guardiamo al comunicato stampa rilasciato da Gilead, apprendiamo che l’approvazione si basava su uno studio in aperto, a braccio singolo, su 53 bambini, 3 dei quali sono morti (il 6% di questi bambini è morto); il 72% ha avuto un evento avverso e il 21% ha avuto un evento avverso grave».

 

Altre cause intentate contro remdesivir

Due donne stanno facendo causa al Kaiser Permanente e al Redlands Community Hospital in California per aver somministrato remdesivir ai loro mariti senza consenso. Entrambi gli uomini sono morti per insufficienza renale e d’organo dopo la somministrazione di remdesivir.

 

«Il giorno in cui è stato ricoverato, il 12 agosto, hanno iniziato il remdesivir e il [17 agosto] è quando hanno finito», ha raccontato Christina Briones a CBS News. «Cinque dosi. Il 17 i suoi reni hanno iniziato a cedere».

 

In California, sono state intentate cause per conto di almeno 14 famiglie contro i fornitori di servizi medici per aver prescritto remdesivir senza fornire le informazioni necessarie al riguardo, portando alla morte dei pazienti.

 

Un’altra causa per omicidio colposo è stata presentata in Nevada, dopo che un paziente è morto per insufficienza renale e insufficienza respiratoria una settimana dopo aver ricevuto remdesivir.

 

Segnale di sicurezza rivelato per remdesivir e insufficienza renale

Nel frattempo, uno studio pubblicato su Clinical Pharmacology and Therapeutics nell’aprile 2021 ha rilevato un potenziale segnale di sicurezza per remdesivir e insufficienza renale acuta:

 

«La combinazione dei termini «insufficienza renale acuta» e «remdesivir» ha prodotto un segnale di sproporzionalità statisticamente significativo con 138 casi osservati invece dei nove previsti. Il ROR [rapporto di probabilità] di insufficienza renale acuta con remdesivir era 20 volte superiore a quello dei farmaci comparativi.

 

«Sulla base dei casi di insufficienza renale acuta riportati in VigiBase e nonostante gli avvertimenti inerenti alle circostanze COVID-19, abbiamo rilevato un segnale di farmacovigilanza statisticamente significativo di nefrotossicità associato al remdesivir, che merita una valutazione qualitativa approfondita di tutti i dati disponibili».

 

Nel maggio 2021, un’altra analisi di farmacovigilanza ha rivelato segnali di allarme contro il remdesivir.

 

«Rispetto all’uso di clorochina, idrossiclorochina, desametasone, sarilumab o tocilizumab, l’uso di remdesivir è stato associato a un aumento della segnalazione di disturbi renali», ha rilevato lo studio.

 

«I nostri risultati, basati su dati di vita reale post-marketing di >5000 pazienti COVID-19, supportano che i disturbi renali, quasi esclusivamente AKI [danno renale acuto], rappresentano una reazione avversa al farmaco grave, precoce e potenzialmente fatale di remdesivir. Questi risultati sono coerenti con i risultati di un altro gruppo. I medici dovrebbero essere consapevoli di questo potenziale rischio ed eseguire uno stretto monitoraggio dei reni quando prescrivono remdesivir» ha concluso.

 

Nel marzo 2022, un’altra analisi di farmacovigilanza ha avvertito di una significativa associazione tra remdesivir e danno renale acuto (AKI), soprattutto nei pazienti di sesso maschile e in quelli di età superiore ai 65 anni.

 

«Sebbene la causalità non sia stata confermata», hanno osservato, «l’associazione tra remdesivir e AKI non dovrebbe essere ignorata, specialmente nei pazienti maschi più anziani ricoverati con COVID-19».

 

Il governo degli Stati Uniti paga gli ospedali per utilizzare remdesivir

Remdesivir è stato sviluppato come farmaco antivirale e testato durante l’epidemia di Ebola nel 2014. Il farmaco è risultato avere un tasso di mortalità molto elevato e non è stato perseguito ulteriormente. Nei primi mesi del 2020, tuttavia, il farmaco è stato inserito in studi COVID.

 

Anche quelle prove sono state più che deludenti.

 

Non solo il farmaco era inefficace contro l’infezione, ma aveva anche effetti collaterali significativi e pericolosi per la vita, tra cui insufficienza renale e danni al fegato.

 

Il dottor Paul Marik, specialista in cure polmonari e critiche e membro fondatore della Front Line COVID-19 Critical Care Alliance, ha spiegato che durante la pandemia l’unico farmaco che gli era permesso prescrivere era il remdesivir.

 

Quando ha rifiutato di seguire il protocollo remdesivir, è stato sottoposto a una «revisione fittizia», un processo non ufficiale ma ben noto in cui un medico «scomodo» è accusato di illeciti e fondamentalmente messo fuori pratica. Alla fine, è stato licenziato e segnalato alla banca dati nazionale dei praticanti e al consiglio di medicina.

 

Le motivazioni finanziarie per segnalare medici che vanno controcorrente sono profonde. Secondo Marik, il governo degli Stati Uniti paga agli ospedali un supplemento del 20% sull’intera fattura ospedaliera quando viene utilizzato il remdesivir.

 

Il Citizens Journal ha anche riferito che il governo degli Stati Uniti paga agli ospedali un «bonus» sull’intera fattura ospedaliera se usano il remdesivir. Ha descritto questa pratica come una taglia posta sulla tua vita, con pagamenti legati al declino della salute invece che al recupero:

 

«Per il remdesivir, gli studi dimostrano che tra il 71% e il 75% dei pazienti subisce un effetto avverso e il farmaco spesso doveva essere interrotto dopo 5-10 giorni a causa di questi effetti, come danni ai reni e al fegato e morte».

 

«Gli studi sul remdesivir durante l’epidemia di ebola nell’Africa occidentale del 2018 hanno dovuto essere interrotti perché il tasso di mortalità superava il 50%. Eppure, nel 2020, Anthony Fauci ha stabilito che il remdesivir doveva essere il farmaco utilizzato dagli ospedali per trattare il COVID-19, anche quando gli studi clinici COVID sul remdesivir hanno mostrato effetti avversi simili».

 

«… Ora vediamo l’assistenza medica governativa al punto peggiore della storia, da quando il governo federale ha imposto questi trattamenti inefficaci e pericolosi per il COVID-19 e, quindi, ha creato incentivi finanziari per ospedali e medici per utilizzare solo quegli approcci «approvati» (e pagati). La nostra comunità medica, precedentemente fidata, di ospedali e personale medico impiegato in ospedale è effettivamente diventata un «cacciatore di taglie» per la vostra vita».

 

I funzionari promuovono trattamenti costosi e rischiosi

Oltre al remdesivir, il Paxlovid di Pfizer ha ottenuto l’autorizzazione all’uso di emergenza per il trattamento del COVID-19 da lieve a moderato nel dicembre 2021.

 

Il farmaco è costituito da compresse di nirmatrelvir — la componente antivirale — e compresse di ritonavir, che hanno lo scopo di rallentare la degradazione di nirmatrelvir.

 

Ma, come il remdesivir, ci sono molti problemi con Paxlovid. In questo caso, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) hanno emesso un avvertimento agli operatori sanitari e ai dipartimenti di sanità pubblica sul potenziale rimbalzo del COVID-19 dopo il trattamento con Paxlovid.

 

Inoltre, Pfizer ha interrotto un ampio studio su Paxlovid in pazienti a rischio standard perché non mostrava una protezione significativa contro il ricovero in ospedale o la morte in questo gruppo.

 

Paxlovid costa 529 dollari per trattamento di cinque giorni ed è costato ai contribuenti statunitensi 5,29 miliardi dollari, mentre esistono opzioni sicure e meno costose.

 

Un’indagine della Cornell University, pubblicata sul server di preprint dell’Università il 20 gennaio 2022, ha rilevato che l’ivermectina ha surclassato altri 10 farmaci contro il COVID-19.

 

Poiché non ci si può fidare della FDA e del CDC, e anche le mani dei medici sono spesso legate dalla burocrazia normativa, è imperativo assumersi la responsabilità della propria salute.

 

Nel caso del COVID-19, cerca un trattamento precoce utilizzando un protocollo efficace e sicuro, non uno che mette i profitti al di sopra dei pazienti.

 

 

 

Pubblicato originariamente da Mercola.

 

 

© 14 marzo  2023, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente le opinioni di Children’s Health Defense.

 

Traduzione di Alessandra Boni

 

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