Spirito
Mons. Viganò e il 60° anniversario del Concilio Vaticano II
Renovatio 21 pubblica questo scritto di Monsignor Carlo Maria Viganò. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
REPETITA JUVANT
Come con la propria autoreferenzialità la «chiesa conciliare»
si ponga di fatto fuori dal solco della Tradizione della Chiesa di Cristo
Con la prosopopea che contraddistingue la propaganda ideologica, il recente panegirico bergogliano (qui) in occasione del sessantesimo anniversario dell’Apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II non ha mancato di confermare, al di là della vuota retorica, la totale autoreferenzialità della «chiesa conciliare», ossia di quella organizzazione eversiva nata in modo quasi impercettibile dal Concilio e che in questi sessant’anni ha quasi totalmente eclissato la Chiesa di Cristo occupandone i vertici e usurpandone l’autorità.
La «chiesa conciliare» si considera erede del Vaticano II prescindendo dagli altri venti Concili Ecumenici che l’hanno preceduto nel corso dei secoli: questo è il fattore principale della sua autoreferenzialità. Essa vi prescinde nella Fede, proponendo una dottrina contraria a quella insegnata da Nostro Signore, predicata dagli Apostoli e trasmessa dalla Santa Chiesa; essa vi prescinde nella Morale, derogando ai principi in nome della morale situazionale; essa vi prescinde infine nella Liturgia, che in quanto espressione orante della lex credendi si è voluto adattare al nuovo magistero, e allo stesso tempo si è prestata essa stessa come potentissimo strumento di indottrinamento dei fedeli.
La Fede del popolo è stata corrotta scientificamente tramite l’adulterazione della Santa Messa operata con il Novus Ordo, grazie al quale gli errori contenuti in nuce nei testi del Vaticano II hanno preso corpo nell’azione sacra e si sono diffusi come un contagio.
Ma se da un lato la «chiesa conciliare» ci tiene a ribadire di non voler aver nulla a che fare con la «vecchia Chiesa», e tantomeno con la «vecchia Messa», dichiarando l’una e l’altra lontane e improponibili proprio perché incompatibili con il fantomatico «spirito del Concilio»; dall’altro essa confessa impunemente il venir meno di quel vincolo di continuità con la Traditio che è il necessario presupposto – voluto da Cristo stesso – per l’esercizio dell’autorità e del potere da parte della Gerarchia, i cui membri, dal Romano Pontefice al più ignoto Vescovo in partibus, sono Successori degli Apostoli e come tali devono pensare, parlare, agire.
Questo taglio radicale con il passato – evocato a tinte fosche dal primitivo eloquio di chi conia neologismi come «indietrismo» e scaglia anatemi contro «i merletti della nonna» – non si limita ovviamente alle forme esterne – con tutto che esse siano appunto forma di una ben precisa sostanza, non a caso manomessa – ma si estende ai fondamenti stessi della Fede e della Legge naturale, giungendo ad un vero e proprio sovvertimento dell’istituzione ecclesiastica, tale da contraddire la volontà del divino Fondatore.
Alla domanda «Mi ami tu?», la chiesa bergogliana – ma prima ancora quella conciliare, con meno spudoratezza, ma sempre giocando su mille distinguo – «si interroga su se stessa», perché «lo stile di Gesù non è tanto quello di dare risposte, ma di fare domande». Verrebbe da chiedersi, a prendere seriamente queste parole inquietanti, in cosa consistano la divina Rivelazione e il ministero terreno di Nostro Signore, il messaggio del Vangelo, la predicazione degli Apostoli e il Magistero della Chiesa, se non nel rispondere alle domande dell’uomo peccatore, che è egli stesso a fare domande, ad avere sete della Parola di Dio, bisogno di conoscere le Verità eterne e di sapere come conformarsi alla Volontà del Signore per conseguire la beatitudine in Cielo.
Il Signore non fa domande, ma insegna, ammonisce, ordina, comanda. Perché Egli è Dio, Re, sommo ed eterno Pontefice. Egli non ci chiede chi sia la Via, la Verità, la Vita, ma indica Sé stesso come Via, Verità e Vita, come Porta dell’ovile, come Pietra angolare. E a Sua volta sottolinea la propria obbedienza al Padre nell’economia della Redenzione, mostrandoci la Sua santa sottomissione come esempio da imitare.
La visione di Bergoglio capovolge i rapporti, li sovverte: il Signore pone a Pietro una domanda con la quale egli, rispondendo, sa bene cosa significhi nella pratica amare Nostro Signore. E la risposta non è facoltativa, né può essere negativa o sfuggente, come invece fa la «chiesa conciliare», che per non spiacere al mondo e non apparire fuori moda, dà maggiore importanza alle seduzioni delle ideologie caduche e ingannatorie, rifiutandosi di trasmettere nella sua integrità ciò che il Suo Capo le ha ordinato di insegnare fedelmente.
«Mi ami tu?», chiede il Signore ai Cardinali inclusivi, ai Vescovi sinodali, ai Prelati ecumenici; ed essi rispondono come gli invitati alle nozze: «Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato» (Lc 14, 18). Ci sono impegni ben più pressanti, ben più remunerativi, dai quali ottenere prestigio e approvazione sociale. Non c’è tempo per seguire Cristo né tantomeno per pascere le Sue pecorelle, peggio ancora se ostinate nell’«indietrismo», qualsiasi cosa voglia significare.
Per questo non ci sono più altri Concili, se non il loro Vaticano II; il quale, per il fatto di essere l’unico a cui si appellano, si mostra contemporaneamente estraneo, se non del tutto opposto nelle forme e nei contenuti, a ciò che sono tutti i Concili Ecumenici: unica voce dell’unico Maestro, dell’unico Pastore. Se la voce del loro concilio non è compatibile con quella del Magistero che l’ha preceduto; se il culto pubblico non può esprimersi nella forma tradizionale perché lo considerano in contraddizione con la «nuova ecclesiologia» della «nuova chiesa», la spaccatura tra prima e dopo c’è ed è innegabile; ed anzi ne vanno fieri, presentandosi come innovatori di qualcosa che non est innovandum. E perché non si veda che vi è un’alternativa credibile e sicura, ecco che tutto ciò che rappresenta e ricorda il passato dev’essere denigrato, ridicolizzato, banalizzato e infine rimosso, applicando per primi quella cancel culture oggi fatta propria dall’ideologia woke. Da ciò si comprende l’avversione alla Liturgia antica, alla sana dottrina, all’eroismo della santità testimoniata con le opere e non enunciata in fatui proclami senz’anima.
Bergoglio parla di una «chiesa che ascolta»; ma proprio perché «per la prima volta nella storia, ha dedicato un Concilio a interrogarsi su sé stessa, a riflettere sulla propria natura e sulla propria missione» egli dimostra di voler fare da sé, di poter rinunciare all’eredità della Tradizione e a rinnegare la propria identità, «per la prima volta nella storia», appunto. Questa autoreferenzialità parte dal presupposto di un “meglio” da attuarsi rispetto a un “peggio” da correggere, e questo non riguarda le debolezze e le infedeltà dei suoi singoli membri, ma «la propria natura e la propria missione», che Nostro Signore ha stabilito una volta per tutte e che non sta ai Suoi Ministri mettere in discussione.
Eppure Bergoglio afferma: «Torniamo al Concilio per uscire da noi stessi e superare la tentazione dell’autoreferenzialità, che è un modo di essere mondano», mentre proprio il «tornare al Concilio» è la prova più sfrontata della sua autoreferenzialità e della rottura col passato.
Così i secoli di maggior espansione della Chiesa – durante i quali si è scontrata con gli eretici e ha reso più esplicita la dottrina che riguardava le verità che essi impugnavano – sono considerati una imbarazzante parentesi di «clericalismo» da dimenticare, perché quegli stessi errori li ritroviamo tutti nelle deviazioni del Concilio.
Il passato remoto – quello della presunta antichità cristiana, dei «secoli primitivi», delle «agapi fraterne» – nella narrazione conciliare è sostanzialmente un falso storico, che nasconde deliberatamente la virile testimonianza dei primi Cristiani e dei loro Pastori, perseguitati e martirizzati a causa della loro Fede, del loro rifiuto di bruciare incenso alla statua di Cesare, della loro condotta morale in contrasto con i costumi corrotti dei pagani.
Quella coerenza, anche di donne e di fanciulli, dovrebbe far vergognare coloro che profanano la Casa di Dio rendendo culto alla pachamama per assecondare i deliri amazzonici del green deal, dando scandalo ai semplici e offendendo la Maestà divina con atti idolatri.
Non è questa autoreferenzialità, giunta a violare il Primo Comandamento pur di inseguire i propri farneticamenti ecumenici?
Non lasciamoci ingannare da queste parole seducenti, che non sono buttate lì a caso: la Chiesa di Cristo non è mai stata «autoreferenziale», ma cristocentrica, perché essa è il Corpo Mistico di cui Cristo è Capo, e senza Capo non può sussistere. È viceversa inesorabilmente autoreferenziale quella sua versione desolatamente mondana e priva di orizzonti soprannaturali che si definisce «chiesa conciliare» e che esercita il proprio potere sull’inganno di presentarsi come fautrice di un ritorno alla purezza delle origini dopo secoli in cui essa si sarebbe chiusa «nei recinti delle comodità e convinzioni», e contemporaneamente pretendere di poterne adulterare l’insegnamento che Cristo ha comandato di trasmettere fedelmente.
Quali «comodità» avrebbero contraddistinto la storia bimillenaria della Sposa dell’Agnello, guardando alla ininterrotta persecuzione che essa ha subito, al sangue versato dai Martiri, alle battaglie mosse dagli eretici e dagli scismatici, all’impegno dei suoi Ministri nella diffusione del Vangelo e della Morale cristiana?
E quali sarebbero le difficoltà di una chiesa che si interroga senza convinzioni, che si genuflette zelante alle istanze del mondo, che si accoda all’ideologia green e al transumanesimo, che benedice le unioni omosessuali, che si dice pronta ad accogliere i peccatori senza la pretesa di convertirli, che si accorda con i potenti della terra addirittura nella propaganda vaccinale sperando di sopravvivere a se stessa?
Vi è un qualcosa di terribilmente egocentrico, tipico dell’orgoglio luciferino, nel pretendersi migliori di chi ci ha preceduto, rimproverandogli a torto un autoritarismo cui si ricorre per primi e con scopi opposti alla salvezza delle anime.
Segno ulteriore di autoreferenzialità è il voler imporre alla Chiesa una struttura democratica che sovverte l’impianto essenzialmente monarchico (anzi, direi imperiale) voluto da Cristo.
Vi è infatti una Chiesa docente costituita dai Pastori sotto la guida del Romano Pontefice, e una Chiesa discente costituita dal popolo di Dio, i fedeli. La cancellazione dell’impostazione gerarchica – che Bergoglio definisce «il peccato brutto del clericalismo che uccide le pecore, non le guida, non le fa crescere» – mira ad un altro e ben più grave inganno, anzi ad una vera e propria eversione nel corpo ecclesiale: fingere di poter condividere la potestà di chi ha la responsabilità di trasmettere il Magistero autentico con coloro che, non ordinati e pertanto non assistiti dalla grazia di stato, hanno invece il diritto di esser condotti in pascoli sicuri.
La parola magister porta in sé la superiorità ontologica – magis – di chi insegna su chi apprende ciò che ancora ignora. E il pastore non può certo decidere con le pecore dove condurle, perché come gregge esse non sanno dove andare e sono esposte agli assalti dei lupi.
Far credere che l’interrogarsi «sulla propria natura e sulla propria missione» possa rappresentare un ritorno alle origini è una colossale menzogna: «voi siete miei amici, se farete ciò che vi comando» (Gv 15, 14), ha detto Cristo. E così devono comandare i Suoi Ministri, che in quanto tali, finché rimangono a Lui sottomessi, esercitano l’autorità vicaria del Capo del Corpo Mistico. Ministri (da minus, che indica l’inferiorità gerarchica) nel senso etimologico di servitori, soggetti all’autorità del loro padrone; sicché la Gerarchia cattolica è Magistra nell’insegnare solo ciò che come Ministra ha ricevuto da Cristo e gelosamente custodisce.
Abbiamo conferma di questa visione democratica e antigerarchica della «chiesa conciliare» anzitutto nella sua liturgia, in cui il ruolo ministeriale del celebrante è quasi negato, a vantaggio del «popolo sacerdotale» teorizzato da Lumen Gentium e messo nero su bianco nell’eretica formulazione dell’art. 7 della Institutio Generalis del Messale montiniano del 1969: «La cena del Signore, o messa, è la sacra sinassi o assemblea del popolo di Dio, presieduta dal sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. Vale perciò eminentemente per questa assemblea locale della Santa Chiesa, la promessa del Cristo: “Là dove due o tre sono radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt. XVIII, 20)».
Cos’è questa, se non autoreferenzialità nel giungere a modificare la definizione stessa della Messa sulla falsariga di quello «spirito del Concilio» e in contraddizione con i Canoni dogmatici del Tridentino e dell’intero Magistero precedente al Vaticano II?
La Chiesa non è e non può essere democratica, né «sinodale», come piace chiamarla eufemisticamente oggi: il popolo santo di Dio non «esiste per pascere gli altri, tutti gli altri», ma perché vi sia una Gerarchia che gli assicuri i mezzi soprannaturali per giungere alla meta eterna, e perché «tutti gli altri» – molti, ma non tutti – siano condotti nell’unico ovile sotto la guida dell’unico Pastore dalla Provvidenza di Dio. «E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre» (Gv 10, 16).
La forte denuncia del Card. Mueller sulla minaccia che rappresenta l’impostazione ereticale della sinodalità – i cui infausti frutti si vedono già – è in tal senso quantomai motivata e testimonia il grave malessere di tanti Pastori combattuti tra la fedeltà all’ortodossia cattolica e l’evidenza del tradimento in atto da parte dei suoi indegnissimi, odierni custodi.
Costoro potevano forse non essere contro la «chiesa conciliare» e contro il «concilio» – tra virgolette – finché non era evidente la sua portata devastante sulla vita dei singoli fedeli, dell’intero corpo ecclesiale e del mondo; ma oggi, dinanzi all’evidenza del fallimento più completo e disastroso del Vaticano II e della scelta sciagurata di abbandonare la Sacra Tradizione, anche i più prudenti e moderati sono costretti a riconoscere lo strettissimo rapporto di correlazione tra scopo prefisso, mezzi adottati e risultato ottenuto.
Anzi, proprio nella considerazione dello scopo che si voleva raggiungere, dovremmo chiederci se quanto ci veniva entusiasticamente annunciato come «primavera conciliare»non fosse un pretesto, dietro cui in realtà si celava il piano inconfessabile contro la Chiesa di Cristo.
I fedeli non solo non partecipano con maggior consapevolezza ai Santi Misteri come si era loro promesso, ma sono arrivati a considerarli superflui, portando la frequenza alla Messa a livelli infimi. Né si può dire che i giovani trovino alcunché di entusiasmante o eroico nell’abbracciare il Sacerdozio o la Vita religiosa, dal momento che l’uno e l’altra sono stati banalizzati, privati della loro specificità, del senso di offerta e di sacrificio sull’esempio di Nostro Signore, che ogni azione davvero cattolica deve portare con sé.
La vita civile si è imbarbarita oltre ogni dire, e con essa la morale pubblica, la santità del matrimonio, il rispetto stesso della vita e dell’ordine della Creazione. E questi propagandisti del Vaticano II rispondono con le sfide della bioingegneria, del transumanesimo, vagheggiando esseri prodotti in serie e connessi alla rete globale come se mettere mano alla natura umana non fosse un’aberrazione satanica indegna di essere anche solo ipotizzata.
Li sentiamo pontificare che «l’esclusione dei migranti è schifosa, è peccaminosa, è criminale» (qui), mentre le ONG, le Caritas e le associazioni assistenziali lucrano sul traffico dei clandestini a spese dello Stato e rifiutano accoglienza agli stessi Italiani, abbandonati dalle istituzioni e vessati dalle crisi indotte dal Sistema. Esortano al disarmo le Nazioni «sovraniste» e portano a vergognarsi della propria identità i cittadini, ma teorizzano la liceità dell’invio di armi in Ucraina a un fantoccio del Nuovo Ordine Mondiale, finanziato dagli enti globalisti e dalle principali organizzazioni dell’élite.
Un altro gravissimo errore teologico che adultera la vera natura della Chiesa risiede nelle basi essenzialmente laiciste dell’ecclesiologia conciliare, non solo per quanto concerne la visione dell’istituzione e il suo ruolo nel mondo, ma anche per aver spezzato il vincolo di gerarchica complementarietà tra l’autorità spirituale della Chiesa e l’autorità civile dello Stato, che entrambe hanno la propria origine nella Signoria di Cristo.
Questo tema, apparentemente complesso nella sua trattazione quasi iniziatica da parte dei cultori del Vaticano II, è stato oggetto di un recente intervento di Joseph Ratzinger (qui) e mi ripropongo di affrontarlo separatamente.
«Tu che ci ami – dice Bergoglio nell’omelia della “memoria di San Giovanni XXIII” – liberaci dalla presunzione dell’autosufficienza e dallo spirito della critica mondana. Liberaci dell’autoesclusione dall’unità. Tu, che ci pasci con tenerezza, portaci fuori dai recinti dell’autoreferenzialità. Tu, che ci vuoi gregge unito, liberaci dall’artificio diabolico delle polarizzazioni, degli “ismi”».
Parole di un’impudenza inaudita, quasi beffarde.
Ebbene, è giunto il momento in cui i chierici e i fedeli della «chiesa conciliare» si interroghino se essa non sia la prima a presumere di poter essere autosufficiente, ad alimentare la critica mondana deridendo i buoni Cattolici come rigidi e intolleranti, ad escludersi deliberatamente dall’unità nella Tradizione, a peccare orgogliosamente di autoreferenzialità.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
26 Ottobre 2022
Evaristi Papæ et Martyris
Immagine di Lothar Wolleh via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine tagliata
Gender
Malawi, i cattolici manifestano contro il matrimonio omosessuale
Su invito dell’episcopato, il 13 luglio i cattolici del Malawi e altri cristiani hanno manifestato in tutto il Paese contro il matrimonio omosessuale e per la difesa del matrimonio e della famiglia. Migliaia di persone hanno ricordato pacificamente l’importanza della famiglia fondata sull’unione di un uomo e una donna.
Il Malawi, piccolo stato africano avvolto intorno all’omonimo lago, ha una popolazione di poco più di 21 milioni di abitanti, di cui il 77,3% cristiani, che si suddivide in 17,2% cattolici, 33,5% protestanti e 26,6% membri di chiese africane. I musulmani rappresentano il 13,8%.
In Malawi, le relazioni omosessuali sono punibili fino a 14 anni di carcere. Ma nel 2012 il ministero della Giustizia aveva dichiarato una moratoria su arresti e azioni penali per atti contro natura commessi. Tuttavia, nel 2016, l’ordinanza è stata sospesa dalla Corte Costituzionale per verifica.
Attualmente, l’Alta Corte sta esaminando un caso che coinvolge un cittadino olandese, un dipendente di una ONG e una donna transgender del Malawi, che chiedono il riconoscimento dei loro «diritti fondamentali», in altre parole, la modifica della legge attraverso il loro caso.
La Conferenza episcopale del Malawi, a causa delle «discussioni e dei dibattiti fuorvianti in corso in questo momento in varie sedi» ha deciso di «rendere nota e chiara la sua posizione», per questo dirama una lettera e organizza questo evento.
La lettera sottolinea l’importanza della famiglia per la società e afferma che la «famiglia» deve includere un marito, sua moglie ei loro figli. Ricorda inoltre che gli atti sessuali sono consentiti solo tra persone sposate (maschio e femmina) e che ogni atto deve esprimere amore e apertura alla procreazione.
Continua dicendo che dobbiamo «fare molto di più per sostenere e animare le famiglie… soprattutto oggi che affrontano tanti problemi». Ma, aggiungono i vescovi, «purtroppo questi problemi sono in gran parte imposti all’Africa… da società straniere; approfittando della miseria assoluta dei nostri paesi».
Il resto non manca di orgoglio e brio: «nonostante la nostra povertà, dobbiamo alzarci in difesa della famiglia e della cultura anche quando siamo sotto la forte pressione delle società ricche ma virtualmente pagane che purtroppo sembrano respingerci verso la via della colonizzazione». E richiama l’esempio dei martiri dell’Uganda.
La lettera continua: «paradossalmente, i martiri dell’Uganda hanno ricevuto la fede che hanno difeso con il loro sangue da eroici missionari degli stessi Paesi che stanno attaccando la stessa fede per la quale sono morti molti missionari come hanno fatto i martiri dell’Uganda».
In questa lotta contro i peccati di ignominia, i protestanti si sono associati ai cattolici, oltre che ai musulmani.
Questa salutare reazione, che si trova ovunque in Africa, sarà forse il granello di sabbia che potrà fermare la macchina del sinodo mondiale, almeno su questo tema, grazie ai delegati africani.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
Immagine di Benjamin Dahlhoff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
Spirito
Il corpo incorrotto di un santo perduto nell’incendio siciliano
Un devastante incendio ha distrutto l’antica chiesa di Santa Maria di Gesù a Palermo, in Sicilia, provocando la scomparsa del suo patrimonio storico e religioso. E, perdita irreparabile, il corpo incorrotto di san Benedetto da Palermo, che era venerato nella chiesa, è andato perduto tra le fiamme.
La Chiesa di Santa Maria di Gesù, eretta nel 1426 dal Beato Matteo Guimerà e situata accanto al convento dei Frati Minori nella città di Palermo, in Sicilia, è stata completamente rasa al suolo da un grande incendio.
Oltre alla perdita dell’edificio, i fedeli si rammaricano profondamente di aver perso nell’incendio il corpo incorrotto di San Benedetto da Palermo, che vi era custodito: si sono salvati solo pochi frammenti ossei.
San Benedetto da Palermo
Benedetto il Moro o Benedetto il Nero o Benedetto l’Africano (1526-1589) era un francescano italiano, nato in Sicilia, da genitori schiavi. Entrò nei Frati Minori Riformati della Stretta Osservanza in un convento vicino a Palermo. Nel 1578, anche se non sapeva né leggere né scrivere, fu eletto superiore dell’ordine per 3 anni.
Egli ricevette dallo Spirito Santo un particolare dono di scienza per spiegare le Sacre Scritture, di intelligenza per risolvere le questioni teologiche, e di consiglio per aiutare tutti coloro che venivano a consultarlo. Verso la fine della sua vita, chiese di essere sollevato dall’incarico e di poter tornare al suo lavoro in cucina. Morì all’età di 63 anni e il suo corpo rimase incorrotto.
Nonostante San Benedetto sia compatrono di Palermo, il suo culto nella regione non è molto diffuso. Ciò è dovuto all’abbondanza di altri santi che sono fioriti nel paese, facendo sì che questo umile frate francescano passasse relativamente inosservato.
Tuttavia, la sua devozione si diffuse in modi sorprendenti grazie ai marinai che portarono con sé la fede nel loro viaggio verso il Nuovo Mondo. Fu in Brasile che San Benedetto conquistò un gran numero di seguaci.
Il suo culto è molto popolare oltreoceano: è il santo patrono dei neri del Nord America e dell’America Latina. La parrocchia è diventata un luogo di pellegrinaggio per centinaia di latinoamericani.
Sebbene i vigili del fuoco siano stati informati dell’incidente il prima possibile, non hanno potuto intervenire prontamente. I fedeli hanno cercato di salvare la chiesa da soli.
Pochissime invece le ossa del beato Matteo Guimerà, anch’esse conservate nella chiesa, che sono state recuperate.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Gender
Gesuita omosessualista parlerà alla Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona
Padre James Martin, gesuita noto per il suo inesausto operato pro-LGBT, è pronto a parlare ai partecipanti della Giornata Mondiale della Gioventù (GMG) di Lisbona. Lo riporta Lifesitenews.
Padre Martin parteciperà all’evento con un team di gesuiti che ospita una serie di eventi nel programma ufficiale della GMG.
La rivelazione arriva dai sui social del gesuita omosessualista dove scrive che dovrebbe parlare all’evento Magis pre-GMG dei gesuiti, prima di parlare alla stessa GMG.
La Giornata Mondiale della Gioventù si svolge dall’1 al 6 agosto a Lisbona, in Portogallo. Papa Francesco si unirà ai giovani per oltre la metà dell’evento di più giorni. Comprende numerose attività, sessioni di preghiera, conferenze, laboratori musicali e conferenze e incontri informali.
Dear friends: God willing, I'll be travelling to Lisbon tonight to speak at @magis2023, the gathering of students from Jesuit schools from around the world, and then at World Youth Day @wyd_en. So I won't be posting as much here. Also, I would very much appreciate your prayers!
— James Martin, SJ (@JamesMartinSJ) July 27, 2023
Alla base degli eventi chiave di ogni giornata c’è un «Festival della Gioventù», che si svolge durante l’intera giornata e offre ai partecipanti varie opzioni di attività a cui partecipare. È in alcuni di questi che Martin incontrerà i pellegrini della GMG, poiché i gesuiti stanno organizzando numerosi eventi a Largo da Misericórdia.
Secondo America Magazine, rivista dei gesuiti americani diretta dallo stesso padre Martin, il Largo da Misericórdia vuole essere «uno spazio che sarà aperto a tutto il mondo nel cuore della città ed è il risultato di una collaborazione tra la Compagnia di Gesù e la Santa Casa da Misericórdia de Lisboa», un istituto di beneficenza a Lisbona, in Portogallo, che fornisce servizi sociali e sostegno a chi ne ha bisogno.
Dettagli più approfonditi vengono forniti solo tramite l’app ufficiale della GMG, anche se non è ancora chiaro in quali eventi particolari sarà coinvolto padre Martin e di cosa parlerà.
Ma alcuni degli eventi organizzati dai gesuiti includono: «Verità e tolleranza: sull’essere cristiani in un’epoca pluralistica»; «Ascolta il tuo corpo/te stesso»; «Vivere la svolta ecologica nella fede».
Don Martin sta anche parlando all’evento MAGIS 2023 gestito dai gesuiti. Secondo America, l’evento di 10 giorni che precede la Giornata Mondiale della Gioventù porta a Lisbona «2.000 giovani provenienti da 82 paesi legati alla Compagnia di Gesù».
La manifestazione MAGIS è prestigiosa, come testimoniano i nomi ad essa annessi. Il superiore provinciale portoghese del gesuita offrirà la messa di apertura, mentre il superiore generale dei gesuiti – il «papa nero» come viene colloquialmente chiamato a Roma – celebrerà la messa di chiusura. Francesco ha anche inviato un messaggio personale salutando i partecipanti.
La partecipazione di Martin all’evento della Giornata Mondiale della Gioventù – che si autodefinisce «pellegrinaggio, festa della gioventù, espressione della Chiesa universale e momento intenso di evangelizzazione per il mondo giovanile» con un’identità cattolica «chiaramente evidente» – è motivo di preoccupazione per i fedeli cattolici.
Il gesuita indefessamente pro-LGBT, anche membro del Dicastero per le comunicazioni, ha goduto di un crescente favore papale nonostante la sua lunga storia di promotore dell’ideologia LGBT in dissenso dall’insegnamento cattolico.
In questi anni, il gesuita filomofilia anche promosso un’immagine tratta da una serie di opere blasfeme e omoerotiche che mostrano Gesù Cristo come omosessuale, ha promosso unioni civili tra persone dello stesso sesso e ha descritto vedere Dio come maschio come «dannoso».
Tuttavia, la partecipazione del Martin alla GMG 2023 non è senza precedenti. Nel 2018, il Vaticano lo ha invitato a parlare all’Incontro mondiale delle famiglie a Dublino, in Irlanda, con argomento «Esplorare come le parrocchie possono sostenere quelle famiglie con membri che si identificano come LGBTI+».
Negli ultimi mesi, Martin ha goduto anche di un notevole e consistente sostegno da parte di Francesco, nonostante i precedenti di eterodossia del sacerdote su numerose questioni dell’insegnamento cattolico.
Nel novembre 2022, Francesco aveva descritto pubblicamente il suo confratello gesuita come «un uomo che ha dei valori, un comunicatore che sa anche insegnarti la via della comunicazione con Dio».
Come riportato da Renovatio 21, lo scorso novembre Bergoglio aveva dapprima concesso un’udienza privata al Martin, per poi elogiarlo pubblicamente durante l’assemblea plenaria del Dicastero per le comunicazioni vaticane.
Un anno fa, il Martin aveva dichiarato in pratica che la dottrina del catechismo sull’omosessualità uccide, in quanto porterebbe taluni alla morte per suicidio. Il papa la scorsa estate gli scrisse una lettera di incoraggiamento: «Vi incoraggio a continuare a lavorare sulla cultura dell’incontro, che accorcia le distanze e ci arricchisce delle nostre differenze, come ha fatto Gesù, che si è fatto vicino a tutti».
Come nota Lifesite, la partecipazione di Martin alla GMG diviene meno sorprendente se si esamina più da vicino la descrizione dell’evento: «sebbene la sua identità cattolica sia chiaramente evidente, la GMG apre le sue porte a tutti, non importa quanto vicini o lontani dalla Chiesa siano».
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