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L’antispecismo o la negazione dell’esistenza di Dio

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L’antispecismo è definito dal dizionario Larousse come una «visione del mondo che rifiuta la nozione di gerarchia tra specie animali e, in particolare, la superiorità dell’essere umano sugli animali e concede a tutti gli individui, indipendentemente dalla specie a cui appartengono, lo stesso status morale». La prima parte di questa analisi presenterà il concetto esposto da uno dei suoi ferventi difensori. La seconda parte lo confuterà.

 

Da tale visione del mondo emerge immediatamente un’affermazione: l’antispecismo è una negazione – pratica – dell’esistenza di Dio.

 

Ci sono vari percorsi per arrivare a questa conclusione. Uno di questi consiste nel seguire un autore nella sua riflessione e segnare le tappe della formazione di questo pensiero antispecista che non dice necessariamente il suo nome, ma che è facilmente riconoscibile.

 

Il soggetto qui considerato è Peter Wohlleben, nato nel 1964 a Bonn, ingegnere forestale, autore di un bestseller mondiale tradotto in 32 lingue e venduto oltre un milione di copie: La vita segreta degli alberi (originale tedesco pubblicato nel 2015).

 

L’autore è tornato l’anno successivo con La vita segreta degli animali (2016 in tedesco). Mentre l’accoglienza di scienziati e specialisti della natura era stata eterogenea per il primo titolo, questo secondo libro venne severamente criticato da un punto di vista scientifico.

 

 

La vita segreta degli alberi

Alla scoperta dell’albero pensatore

Sfogliando questo libro, il cui titolo completo è: La vita segreta degli alberi. Cosa mangiano. Quando dormono e parlano. Come si riproducono. Perché si ammalano e come guariscono, il lettore nota molte affermazioni insolite per chi ha una certa conoscenza della natura, se non altro per osservazione personale.

 

La prima osservazione che ci fa l’autore è che gli alberi sono in grado di trattenere le informazioni e trasmetterle. È vero che ciò resta a livello molto rudimentale, ma è riconosciuto che alcune aggressioni – chimiche, fisiche o termiche – provocano reazioni in alcune piante, come la produzione di tossine da parte delle acacie in risposta alla nutrizione intensiva da parte degli erbivori, portando alla morte di questi.

 

Ma bisogna subito sottolineare che i termini «trattenere» e «trasmettere» in questo caso sono ambigui, perché suggeriscono una sorta di memoria e di linguaggio che assimiliamo al nostro. Il che è profondamente impreciso. Quindi, indipendentemente dal fatto che ci sia un “recettore” o meno, verrà trasmesso il segnale fisico-chimico indotto da un attacco alla pianta.

 

Wohlleben va oltre spiegando che gli alberi parlano: emettono «ultrasuoni» che sono il risultato di un fenomeno puramente meccanico indotto, ad esempio, da un’interruzione del flusso di linfa. Ma, per il nostro autore, con un paragone audace, sarebbe un «grido di sete». Da lì a dire che l’albero sente qualcosa, c’è solo un passo… che viene anche fatto.

 

Gli alberi stanno soffrendo, insiste. Citiamo questo pezzo audace: «la piantina di quercia inghiottita da un cervo soffre e muore, come soffre e muore il cinghiale sbranato da un lupo». Non è altro che una metafora. Perché, per provare sofferenza, sono necessari i sensi e una struttura centralizzata per trasformare le informazioni in dolore.

 

Infine, arriviamo al coronamento: gli alberi sono intelligenti. E, tanto per dirlo subito, il cervello si trova nel fusto o nelle radici. L’induzione sta da quanto sopra: immagazzinamento delle informazioni, controllo chimico delle funzioni, segnali elettrici, linguaggio e sofferenza.

 

E conclude con disinvoltura – o ingenuità? – «le piante hanno il cervello? Sono intelligenti? Bisogna dire che il dibattito che anima da anni la comunità scientifica è vivace. Un dibattito assente dalle pubblicazioni accademiche», riconosce Wohlleben.

 

Ma questo non lo ferma: «la maggioranza degli accademici» critica la tesi delle radici-cervello, perché, spiega l’autore, «si tende a cancellare il confine tra mondo vegetale e mondo animale». Ma, afferma: «La divisione tra pianta e animale è una scelta arbitraria basata essenzialmente sulla modalità di alimentazione», la fotosintesi da un lato, la digestione degli organismi viventi dall’altro.

 

Un modo di presentare il problema del tutto riduttivo ed erroneo che ben si addice alla tesi, su questo dovremo tornarci.

 

 

Gli alberi e i loro diritti

Dal sentimento e dall’intelligenza alla legge, il passo è breve. Wohlleben sostiene la protezione degli alberi – così come degli animali – che deve evitare di assimilarli alle cose. Riprende il suo linguaggio metaforico per parlare del «cadavere di un faggio o di una quercia» in preda alle fiamme. «Betulle e abeti abbattuti – quindi uccisi» al solo scopo di ottenere carta.

 

Poi arriva l’accusa: «usiamo esseri viventi che vengono uccisi per soddisfare i nostri bisogni». Segnaliamo che il libro dell’autore – che ha venduto oltre un milione di copie, va ricordato – ha partecipato a questa «strage». L’autore ne riconosce l’uso; ciò che condanna è l’eccesso: «Dobbiamo trattare gli alberi come trattiamo gli animali, risparmiando loro inutili sofferenze».

 

Ed elenca i diritti che dovrebbero essere riconosciuti agli alberi: «per poter soddisfare i loro bisogni di scambio e comunicazione, (…) per poter trasmettere il loro sapere alle generazioni successive. Almeno alcuni di loro devono poter invecchiare con dignità e poi morire di morte naturale».

 

 

La vita segreta degli animali

Wohlleben, nel suo ultimo capitolo, solleva la questione della possibilità di un’anima per l’animale. Dopo alcune riflessioni in cui ammette di non credere nell’aldilà per mancanza di immaginazione, attribuisce un’anima a tutti gli animali. Ma c’è ancora ambiguità: quest’anima animale, la concepisce alla maniera dell’anima umana.

 

Infatti, ammette nel suo epilogo: «se mi piace cercare analogie tra animali e umani, è perché non riesco a immaginare che i loro sentimenti siano fondamentalmente diversi dai nostri». Questa volta non è più una mancanza di fantasia, ma un bell’eccesso, che va oltre: «chiunque capisce che il cervo, il cinghiale e il corvo conducono la propria vita, perfetta in sé, e si divertono oltretutto…»

 

Questa riduzione è coronata dall’ultima parola che identifica la felicità umana con le secrezioni di ormoni. Il che è un modo per dire che anche gli animali che hanno questo tipo di ormoni sono capaci di questa sete che anima la specie umana… e solo quella. L’assimilazione è quasi totale.

 

 

Bilancio

Tutta questa accozzaglia si basa su buona parte dell’ignoranza di cosa sia veramente la vita, ogni vita. E anche su una profonda incomprensione del cosmo che è armonia – questo è il significato etimologico del termine – tra gli esseri, ordine stabilito da Dio, che è il primo bene da lui voluto nelle cose.

Ora, e questo è il punto importante, questa armonia può esistere solo tra esseri diversi e gerarchici. Un mondo di totale uguaglianza tra gli esseri non va oltre il mondo minerale – e forse nemmeno. Questa semplice osservazione mostra come l’antispecismo sia chiaramente contrario alla volontà di Dio e rappresenti una negazione della sua esistenza.

 

 

Cos’è la vita?

Una breve panoramica di questa nozione è necessaria per comprendere l’insensatezza della concezione criticata e la sua inadeguatezza alla realtà.

 

Va innanzitutto sottolineato che la parola «vita» è un termine astratto e non un termine concreto. È usato per designare esseri viventi e animati. Ma di per sé non designa altro che una classe di esseri. La «vita» non esiste, ci sono solo esseri viventi.

 

Questo punto è importante, perché capita che la parola sia analogica, cioè non abbia lo stesso significato a seconda che sia applicata a classi diverse di esseri viventi. Parlare di vita umana, animale o vegetale non significa assolutamente la stessa cosa. Certamente c’è una somiglianza, ma non un’identità.

 

Anche nel parlare della vita di Dio, la vita dell’angelo o la vita dell’uomo, si distingue allo stesso modo l’uso della parola. Pur usando la stessa parola, ci sono notevoli differenze, soprattutto se confrontiamo la vita del Creatore con quella delle sue creature, angelo o uomo.

 

Pertanto, è necessario distinguere, nel nostro mondo materiale creato, gli esseri viventi di tre categorie: piante, animali e uomini. Dire che vivono equivale ad affermare che possiedono un’anima, perché, per definizione – e per dimostrazione, ma questo ci porterebbe troppo lontano – il vivente si distingue dall’inanimato per questa parte di sé che permette di dichiararlo tale: un principio di vita, un’anima.

 

La semplice osservazione ci permette di distinguere il vegetale dall’animale e dall’uomo. Questa differenza sta nell’anima che ciascuno possiede e nel tipo di vita che provoca e realizza nel corpo che le corrisponde.

 

 

L’anima vegetativa

Alcuni potrebbero essere sorpresi da questa affermazione sull’esistenza di un’anima vegetativa, ma è comunque la verità. Bisogna capire che non si devono attribuire le caratteristiche dell’anima umana: così, quest’anima scompare completamente alla morte della pianta.

 

L’anima vegetativa si caratterizza anche per le funzioni che assume: la nutrizione della pianta, la sua crescita ed infine la sua riproduzione. Questa vita vegetativa è la base di ogni vita e tutti gli esseri viventi hanno queste funzioni – almeno la riproduzione, come è il caso del virus, che, a rigor di termini, non si nutre né cresce.

 

 

L’anima animale

L’anima degli animali aggiunge alle funzioni vegetative – che esercita in modo superiore all’anima vegetativa – altre funzioni che caratterizzano l’animale: la sensibilità legata ai cinque sensi (per gli animali che li possiedono tutti); le passioni animali come attrazione, desiderio, paura o rabbia; l’istinto, una sorta di piano interiore che permette all’animale, entro limiti invalicabili, di adattarsi ai cambiamenti del suo ambiente: cercare cibo o un partner per la riproduzione; ed infine la locomozione, per gli animali che ne sono dotati.

 

È essenziale comprendere che la vita che caratterizza l’animale è una vita qualificata come sensitiva perché basata sull’attività dei sensi. La vita vegetativa non è specifica dell’animale, ma la possiede a modo suo: gli permette di produrre ossa, sangue, contrarre muscoli, emettere suoni, ecc. Questa semplice osservazione permette di cogliere la profonda distorsione prodotta dall’antispecismo, che assimila tutti i gradi della vita in un allegro guazzabuglio.

 

 

L’anima umana

Infine, il grado più alto, l’anima umana, aggiunge alle funzioni vegetative e sensoriali la propria attività: quella delle sue facoltà spirituali – nel senso di spirito, non di vita soprannaturale – perché l’anima umana è uno spirito, fatto ad immagine di Dio che è Spirito. Questo spirito umano, a differenza dell’angelo, puro spirito, è anche un’anima che dà vita a un corpo.

 

La prima caratteristica dell’anima umana è la sua immortalità: persiste dopo la morte del corpo che le è stato unito, perché, come spirito, possiede in sé le risorse di una vita separata, sebbene mutilata in qualche modo dalla scomparsa del corpo.

 

La vita propria dell’anima umana è quella della sua intelligenza e della sua volontà, che sono spirituali quanto lei, e che non dipendono dal corpo per sussistere o agire: così la vita umana consiste propriamente nella conoscenza della verità, sia speculativa (pura conoscenza) che pratica (destinata all’azione), così come nell’esercizio della virtù.

 

Nessun animale, e a fortiori nessuna pianta, può raggiungere il minimo grado di questa vita propriamente umana. Gli animali restano bestie che l’immaginazione umana spesso colora di sentimenti umani, ad esempio per dare un insegnamento tramite una favola, ma così facendo si distorce completamente ciò che l’animale è, se si ha la malsana idea di crederci.

 

 

Uguaglianza riduttiva

Si dice molto spesso che l’uomo è stato voluto da Dio per sé stesso e l’universo per l’uomo. Ma non è la dottrina di san Tommaso, che afferma invece che ciò che per prima cosa è voluto da Dio è il bene dell’universo, quell’armonia cosmica che è l’immagine più perfetta creata della grandezza e della bontà di Dio. E, all’interno di questo universo, l’uomo occupa un posto speciale: è posto al di sopra di tutte le altre creature materiali.

 

In un bellissimo articolo della Summa Theologica (I, 47, 2) incluso nel trattato sulla creazione, san Tommaso spiega il suo pensiero. Chiedendosi se Dio sia causa della disuguaglianza nelle cose, risponde: «Bisogna dire che la sapienza di Dio, che è causa della distinzione tra gli esseri, è anche causa della loro disuguaglianza».

 

«Poiché la distinzione formale [tra specie] implica sempre la disuguaglianza. (…) Nelle cose naturali le specie sembrano ordinate per gradi, i corpi misti sono più perfetti degli elementi semplici, le piante dei minerali, gli animali delle piante, gli uomini degli altri animali».

 

«E in ciascuno di questi ordini di creature una specie è più perfetta delle altre. Perciò, come la sapienza divina è causa della distinzione tra le cose, per la perfezione dell’universo, così è causa della loro disuguaglianza. Perché l’universo non sarebbe perfetto se negli esseri si trovasse un solo grado di bontà».

 

Ora, la bontà di una creatura dipende dal modo in cui Dio la ama e le dona una maggiore somiglianza con la sua stessa perfezione. Sempre nella dottrina di san Tommaso troviamo che il minerale è riflesso di Dio perché esiste; la pianta, perché vive; l’animale, perché sente e può così assimilare – in parte – ciò che lo circonda; l’uomo, perché è spirito, intelligenza e volontà. Egli è molto più di un riflesso: è un’immagine.

 

L’uomo ha dunque ricevuto molto più di tutti gli altri esseri creati materiali perché è più amato da Dio. Senza contare che la sua natura è capace di ricevere un dono supremo, che lo assimila a Dio in modo impareggiabile: la grazia, che lo rende figlio di Dio, e gli permette di partecipare alla vita stessa di Dio.

 

È quindi attraverso la disuguaglianza tra questi ordini naturali e la loro armonia che il cosmo proclama la gloria di Dio.

 

 

Un diritto impossibile

È assolutamente impossibile attribuire diritti a qualsiasi entità diversa dall’uomo o dalla persona umana. Spieghiamolo brevemente.

 

 

La legge presuppone una certa uguaglianza

In sostanza, il diritto è un dovuto agli altri, che è specificato dalla legge, sia essa naturale o umana. Il diritto è l’oggetto della virtù di giustizia. E inoltre, il diritto è un rapporto di uguaglianza, perché nasce dal bisogno di ordine in una comunità. Questa uguaglianza non è fisica, ma morale, perché riguarda un’operazione umana, che deve adattarsi agli altri per il bene comune.

 

Tutte queste proprietà escludono già ogni diritto esterno alla persona umana: è proprio per questo che gli antispecisti vogliono livellare i viventi, affermando una – quasi – totale uguaglianza tra tutte le specie viventi.

 

 

La capacità giuridica

La persona umana è un individuo di natura razionale, che gli permette di percepire il suo bene completo e capace di perfezione in una società unita.

 

Da ciò deriva la capacità giuridica, che non è né l’autonomia della volontà né la libertà che essa presuppone, né la volontà di potenza o di grandezza, ma attitudine al perseguimento, solidale, di un fine comune.

 

Include il senso di responsabilità, cioè la possibilità di autodeterminazione. Presuppone infine la capacità di comprendere che la misura imposta dalla ragione o dalla legge, ai rapporti sociali di ogni genere, in vista del raggiungimento del bene comune, è effettivamente la legge.

 

La capacità giuridica, insomma, è radicata nella ragione, si trova nella volontà e trae la sua giustificazione immediata dalla possibilità del diritto e soprattutto dal bene comune.

 

 

L’argomento del diritto

Ogni uomo è soggetto alla legge e riceve la capacità giuridica dal Creatore.

 

L’anima umana è a immagine del suo Creatore: tale è la ragion d’essere dei suoi attributi secondo il teologo san Tommaso.

 

Agli occhi del filosofo, tutte le prerogative dell’uomo procedono dalla razionalità della sua natura. Solo l’uomo ha un fine personale a cui conduce sé stesso.

 

Il fondamento dei diritti della persona umana risiede nel suo dominio (dominium) sull’universo e sulle sue azioni. È per disposizione innata capace di raggiungere personalmente il bene dell’universo.

 

Cos’è questo dominio? Comprende tre realtà: il soggetto che è interessato dal rapporto di superiorità o sovranità, la persona o la cosa su cui si esercita tale sovranità, e la base di tale rapporto, che consiste in un potere che deriva dal suo status di essere ragionevole e gratuito.

 

Il dominium si presenta come un attributo psicologico e naturale dell’uomo: «L’uomo differisce dalle creature irrazionali in quanto gode del dominio sui suoi atti, est actuum suum dominus. Ne consegue che le sole azioni che si dicono propriamente umane sono quelle di cui egli è padrone, dominus». (1)

 

Questo dominio si trasforma in potere morale e giuridico solo nella misura in cui si riferisce a oggetti razionali: «La bontà della volontà dipende dalla ragione come dipende dall’oggetto». (2)«L’oggetto dell’atto considerato costituisce dunque il fondamento, la causa e la misura della potenza morale, e questo per tutte le virtù morali».

 

 

E gli alberi?

La domanda va davvero posta? Se si parla di diritti degli animali, delle piante o della natura, o non è più questione di diritto, ma di elucubrazione; o, in senso stretto, si tratta di regolare i doveri che l’uomo ha nei confronti dell’universo in cui Dio lo ha posto e gli ha affidato fin dalla Genesi.

 

Ma si tratta di un diritto nei suoi confronti: evitare di distruggere il proprio ambiente, farsi corrompere dalla crudeltà verso gli animali, volersi arricchire a spese dei suoi simili o dei suoi discendenti ad esempio.

 

 

Conclusione

L’antispecismo non è solo una sciocchezza intellettuale, è anche una negazione pratica dell’esistenza di Dio. Negare i gradi degli esseri e l’ordine dell’universo è negare Dio. La quarta e la quinta «via» di san Tommaso per provare l’esistenza di Dio si basano rispettivamente su queste due evidenze.

 

Negandole, o rifiutandole più o meno in blocco, l’antispecista nega indirettamente ma certamente l’esistenza del Creatore e, credendo di elevare piante e animali al livello dell’uomo, non fa che abbassare quest’ultimo al loro livello.

 

 

Don A. SélégnyNOTE1) Summa Theologiae, I-II, Prologo.2) Ibid., I-II, 19, 3.

 

 

 

Somma di due articoli previamente apparsi su FFSPX.news.

 

Il primo articolo è apparso nel numero 147 dei Cahiers Saint Raphaël.

 

 

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Il cane lupo di Biden manda all’ospedale agenti dei servizi segreti

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Il cane del presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha morso sette persone in un periodo di quattro mesi, tra cui un agente del Secrete Service (l’agenzia deputata alla sicurezza dei presidenti) che è stato ricoverato in ospedale con ferite a braccia e gambe, secondo e-mail interne ottenute da attivisti conservatori.

 

Il pericoloso cane è il secondo degli animali domestici dei Biden che terrorizza il personale la Casa Bianca.

 

L’incidente più grave è avvenuto lo scorso novembre, quando il pastore tedesco detto «Commander» – che allora aveva un anno – ha morso un agente sul braccio e sulla coscia provocandogli «un notevole dolore». L’attacco ha costretto l’agente a proteggersi con un carrello d’acciaio mentre il cane «lo inseguiva nuovamente», secondo un’e-mail dei servizi segreti pubblicata la settimana passata dall’osservatorio conservatore Judicial Watch.

 

L’agente è stato inviato in un ospedale locale dall’ufficio del medico della Casa Bianca ed è stato sospeso dal servizio attivo per tre giorni dopo l’attacco.

 

«Se non fosse stato il loro cane sarebbe già stato abbattuto», ha scritto un amico dell’agente al suo collega ferito due giorni dopo, aggiungendo che «il maledetto pagliaccio ha bisogno di una museruola».

Commander è stato donato a Biden nel dicembre 2021, diversi mesi dopo la morte a 13 anni di età del suo pastore tedesco più anziano. L’altro pastore tedesco di Biden, Major, è stato mandato nella casa di famiglia nel Delaware per aver anche lui morso ripetutamente agenti dei servizi segreti.

 

«Questo è un tipo speciale di follia e corruzione in cui un presidente permette al suo cane di attaccare e mordere ripetutamente il personale dei servizi segreti e della Casa Bianca», ha detto martedì il presidente di Judicial Watch Tom Fitton.

 

Il Commander ha attaccato altre sei persone, mordendo un altro agente sulla gamba una settimana dopo, ha rotto la pelle della mano di un agente il mese successivo e ha morso un tecnico sulla schiena a casa di Biden nel Delaware a gennaio.

 

«Quasi tutti i funzionari nella stanza con me oggi hanno parlato di incidenti specifici riguardanti il ​​cane della First Family», ha scritto un ispettore dei servizi segreti ai suoi colleghi dopo un incontro a dicembre.

 

Tutti gli incidenti segnalati da Judicial Watch si sono verificati tra ottobre 2022 e gennaio di quest’anno. Non è chiaro se Commander abbia sbranato qualcun altro nei mesi precedenti o successivi, ma il cane continua a risiedere alla Casa Bianca.

 

In un messaggio all’agenzia Associated Press, la direttrice delle comunicazioni della First Lady Jill Biden, Elizabeth Alexander, ha minimizzato gli incidenti. La Casa Bianca è «un ambiente unico e stressante» per gli animali domestici, ha scritto, aggiungendo che la famiglia Biden «sta lavorando per rendere questa situazione migliore per tutti».

 

Dopo il ritrovamento della bustina di cocaina – con l’indagine chiusa immediatamente senza trovare colpevoli – ecco un’altra storia edificante dalla Casa Bianca del vegliardo del Delaware, un uomo con evidenti problemi di senilità che epperò ha preso 81 milioni di voti, 10 più di Obama.

 

Come riportato da Renovatio 21, varie fonti indicano che Joe Biden in privato si comporta orribilmente modo nei confronti dei sottoposti. Una sua ex assistente che lo accusa di violenza sessuale è recentemente fuggita in Russia.

 

Il privilegio del clan Biden, insomma, non si estende solo al figlio Hunter, che al momento è riuscito a farla franca nonostante la quantità di materiale ora pubblico  che parla, oltre che della sua depravazione, anche della corruzione dei Biden, chiamata da Rudolph Giuliani, ex procuratore della guerra alle famiglie mafiose, «Biden Crime Family».

 

Il privilegio dei Biden si estende anche ai loro cani: mordono chi vogliono, perfino agenti dei servizi segreti, ma non vi è la conseguenza che affronterebbe un cane comune, e cioè la soppressione.

 

Il che ci riporta ad una battuta del comico Rob Schneider riguardo i problemi di senilità del presidente: «se Biden fosse un cane, lo sopprimerei».

 

«Siamo onesti su questo», ha detto al pubblico durante uno spettacolo. «Se Joe Biden fosse un cane, lo abbatteresti. Lo faresti e basta. Dovresti. Sai, lo porteresti fuori con un ferro da cinque. Guarda quel bel tramonto Fido, e boom, sarebbe finita».

 

 

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La battuta è al limite dell’accettabile e dell’illegale, per lo meno in USA, Paese dove, probabilmente a causa dell’alto numero di presidenti uccisi o feriti da attentati, la legge proibisce di parlare, nemmeno per scherzo, dell’omicidio di un presidente.

 

Lo Schneider, da sempre avversario degli obblighi vaccinali, è un sostenitore di Robert F. Kennedy jr., sfidante di Biden alle primarie democratiche.

 

 

 

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Tecnologia DNA usata per trovare i padroni dei cani che sporcano le strade

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Per risolvere il problema della cacca di cane lasciata su strade e marciapiedi, il sindaco della piccola cittadina francese di Béziers, Robert Ménard, ha istituito una politica in base alla quale i cani che camminano per le strade principali devono avere il loro DNA archiviato presso il governo locale.

 

I cittadini dovranno portare con sé i «passaporti» per cani per dimostrare di aver rispettato la legge di censimento genetico dei quadrupedi. Se viene trovata in strada una cacca di cane, la città sarà autorizzata a testarla per scoprire quale cane è stato; conseguentemente, il proprietario sarà costretto a pagare per la pulizia.

 

Dopo un periodo di grazia di due mesi, in cui le autorità cercheranno di informare i proprietari di cani della nuova politica, coloro che non hanno il passaporto genetico del proprio cane saranno multati di 38 euro.

 

Se gli escrementi ritrovati dalle autorità vengono ricondotte a un determinato cane, al proprietario verrà addebitata una bolletta per il servizio di pulizia comunale del valore di 122 euro.

 

Le autorità di Béziers sperano che la minaccia di una multa contribuirà a ridurre il tempo e il denaro che gli operatori sanitari spendono per raccogliere le feci dei cani nelle strade, cosa che hanno fatto, secondo il decreto comunale, 25.607 volte nel 2020, 39.847 volte nel 2021 e 21.313 volte al 30 novembre 2022. Ogni anno, la città spende 80.000 euro per raccogliere le deiezioni dei canidi, afferma il decreto.

 

Vi sarebbero ancora, tuttavia, dubbi sull’implementazione del sistema di biosorveglianza scatologica cinofila. La città ha in programma di lanciare un bando per assumere un laboratorio per testare i campioni dei cani; il comune non sa ancora quanto saranno accurati i risultati del test del DNA o quanto sarà costoso il processo.

 

Per incentivare i proprietari di cani, la città organizzerà test del DNA gratuiti per i cani a settembre, dove i proprietari possono inviare campioni di saliva dei loro cani e ricevere il documento, ha detto il sindaco Ménard. I proprietari di cani possono anche rivolgersi ai loro veterinari.

 

Ménard, 80 anni, ha una carriera nel giornalismo e nella pubblicistica: è, tra le altre cose, cofondatore di Reporter Sans Frontières (RSF). Allontanatosi dalle idee di sinistra nutrite in passato, è divenuto sindaco della cittadina occitana di Béziers con il sostegno del Front National e di altri movimenti della destra francese. Al momento non risultano anagrammi fatti pubblicamente sul suo cognome.

 

L’attuale sindaco ha proposto per la prima volta l’idea di test genetici per i cani nel 2016, ed è stata approvata dal consiglio comunale. Ma il voto è stato respinto da un tribunale di Montpellier a seguito di una sfida del «sous-préfet», il «sotto-prefetto», ossia il rappresentante dello stato francese in una particolare località, che avrebbe affermato che vi sarebbe una violazione delle libertà personali, riporta la radio locale France Bleu Hérault.

 

Ménard ha perfezionato la sua proposta e ha depositato nuovamente un decreto municipale a maggio. Nessuno lo ha contestato entro il periodo di due mesi stabilito per i ricorsi legali e la politica è entrata quindi in vigore la scorsa settimana.

 

Il Ménardo non è il solo a ricorrere a misure estreme per affrontare questo particolare problema: politiche simili sono state implementate da gruppi di proprietari di case e da altre città, tra cui Tel Aviv in Israele e Valencia in Spagna, dove le autorità affermano che la minaccia di multe ha contribuito ad affrontare il problema delle feci canine e non solo negli spazi pubblici.

 

A Valencia, ricorda il sindaco francese, vi è stata una riduzione del 90% della cacca di cane in strada dopo l’implementazione di una legge di questo tipo.

 

L’operazione non è priva di meriti anche riguardo la Sanità pubblica. «Le feci di cane lasciate per strada possono rappresentare un rischio per la salute pubblica perché contengono microrganismi, inclusi batteri resistenti agli antibiotici, che possono diffondersi ad altri animali e alle persone, a volte causando malattie» scrive il Washington Post.

 

La domanda che si deve fare il lettore di Renovatio 21, tuttavia, e di portata più vasta: l’incubo del totalitarismo genetico passa anche dalla cacca del vostro cane? Oppure parte proprio da essa?

 

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Mucche attaccano i turisti in Alto Adige: 40enne ferita gravemente

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Un gruppo di bovini ha aggredito un gruppo di turisti in Alto Adige ferendo due persone.

 

La proditoria aggressione dei ruminanti contro gli esseri umani è avvenuta sull’Alpe di Siusi nei pressi della Baita delle Marmotte, su un sentiero che connette Sasso Piatto e Sasso lungo, un percorso generalmente affollato di persone che cercano il relax di una bella passeggiata in alta quota (1700 metri sul mare).

 

Il Corriere del Trentino parla di come il manipolo di bovidi malvagi abbia «scatenato il panico tra gli escursionisti presenti».

 

Una signora bellunese di 40 anni avrebbe riportato gravi ferite al torace dopo essere stata caricata dalla serqua di bovini inferociti. Un escursionista trentino ha cercato di aiutarla, venendo anch’egli ferito dalla mandria malvagia.

 

L’aggressività del bestiame è continuata per diverso tempo, proseguendo anche quando è arrivato da Bolzano un elicottero Pelikan 1 per prestare soccorso.

 

«Nonostante i tentativi del personale medico sanitario di calmare gli animali, i bovini ancora tentavano di attaccare la donna ferita e i soccorritori» scrive il Corriere. «Per calmare la situazione è stato necessario un gesto eroico e ad effetto del pilota dell’elicottero che si è avvicinato agli animali con il mezzo a motori avviati, spaventandoli e disperdendoli con il rumore assordante del rotore e con il vento delle pale in movimento».

 

La donna è stata quindi elitrasportata all’ospedale San Maurizio per ricevere le cure.

 

Colpisce come dagli articoli di giornali sembra ci sia una corsa per incolpare dell’accaduto l’uomo, o comunque creature a lui vicine: c’è chi parla di sovraffollamento turistico (eccerto: le mucche non tollerano troppa densità della popolazione, le città indiane lo indicano benissimo, no?) e c’è chi ha accusato un cane senza guinzaglio che «innervosito le mucche mentre una famiglia passava loro vicino».

 

Insomma, se non è l’eccesso di esseri umani sul pianeta, è il miglior amico dell’uomo, oppure «la famiglia»: sono cronache che paiono uscite da un chatbot di Ultima Generazione o del Club di Roma.

 

I giornali scrivono che si tratta di un fenomeno raro, tuttavia negli anni scorsi era emerso che un problema di mucche aggressive lo aveva l’Austria, dove nel 2014 turista tedesca 45enne perì calpestata da una mandria di mucche violente. Negli stessi giorni, secondo le cronache, si contarono almeno tre attacchi, di cui uno con ferito grave. Nel 2019, il cancelliere di Vienna Sebastian Kurz annunciò un codice di condotta per evitare gli omicidi da parte dei bovini.

 

Nelle discoteche di Roma esiste una serata LGBT chiamata «Muccassassina», nota per la folta presenza di drag queen dai nomi curiosi (Wikipedia dice che ci sono She Wulva, Berta Bertè, Lady Diamante Stupenda, Moet Sharon, Tsunami, Obama). Chi ha trovato il nome «Muccassassina» pensava di comporre un ossimoro, invece nel 2023 anche questa contraddizione diventa realtà.

 

Quest’anno, dopo aver visto il vandalismo delle orche, la violenza dei delfini, la prepotenza dei leoni di mare, l’attitudine al ladrocinio delle lontre, abbiamo anche questa delle mucche omicide.

 

Da placidi ruminanti a mostri assassini: abbiamo visto anche questa.

 

 

 

 

 

 

 

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