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Bioetica

La vaccinazione con i feti abortiti è moralmente lecita? (I parte)

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Renovatio 21 pubblica la prima parte dell’articolo di Don Curzio Nitoglia «La vaccinazione con i feti abortiti è moralmente lecita? – Risposta a “Corrispondenza Romana (del 23.XII.2020)», previamente apparso sul suo sito.

Le Quattro Ipotesi di Corrispondenza Romana

Il 23 dicembre 2020 Corrispondenza Romana ha pubblicato un articolo intitolato «Possiamo vaccinarci?», in cui l’Autore (don Alfredo Morselli) si pone la domanda sulla liceità morale della vaccinazione antiCOVID-19, iniettata tramite un siero, in cui sarebbero (1)  presenti cellule di feti abortiti o linee cellulari di feti abortiti.

Ammesso che il vaccino antiCOVID-19 sia efficace e non pericoloso, ma è la medicina che deve dare una risposta, allora ci si pone il problema morale della liceità del suddetto vaccino; siccome l’Autore non è un medico non può risolvere il quesito, però lo dà per scontato e ammette l’efficacia e sicurezza del vaccino antiCOVID-19

Egli risolve il problema dopo aver enunciato una serie di definizioni e distinzioni, in materia di teologia morale, che possono essere riassunte in quattro punti o ipotesi:

1) La medicina e la morale

Ammesso che il vaccino antiCOVID-19 sia efficace e non pericoloso, ma è la medicina che deve dare una risposta, allora ci si pone il problema morale della liceità del suddetto vaccino; siccome l’Autore non è un medico non può risolvere il quesito, però lo dà per scontato e ammette l’efficacia e sicurezza del vaccino antiCOVID-19.

2) Non vi è cooperazione formale

Ammessa l’efficacia del vaccino contro il COVID-19 (che si dà per scontata), secondo l’Autore non vi sarebbe – moralmente parlando – una cooperazione formale (attiva positiva) con chi ha causato l’aborto (la madre e il chirurgo) o con le ditte farmaceutiche, che producono il siero vaccinale contenente feti abortiti o almeno linee cellulari di feti abortiti; infatti, secondo l’articolo, il paziente che chiede di essere vaccinato, vorrebbe solo il siero vaccinale e non l’aborto (che è voluto e causato soltanto dalla madre assieme al chirurgo) e non vorrebbe neppure la produzione dei vaccini, che è voluta e prodotta solo dalle ditte farmaceutiche, ma il vaccinando chiederebbe e vorrebbe liberamente solamente di ricevere il siero vaccinale iniettato nel suo corpo (cooperazione materiale, passiva o negativa).

L’Autore, fa un altro esempio: vaccinarsi è equiparabile a fare l’autopsia su feti abortiti

3) Si tratta di cooperazione materiale e remota

Secondo l’Autore, il fatto di chiedere di ricevere il vaccino antiCOVID-19 contenente feti abortiti, sarebbe soltanto una cooperazione materialeremota e non prossima con l’aborto, poiché l’aborto sarebbe «remoto», ossia «lontano» dall’azione di iniettare il vaccino nel paziente, che vorrebbe soltanto evitare di ammalarsi di COVID-19.

L’Autore fa anche un esempio: chi si fa vaccinare è paragonabile al tecnico che fabbrica degli strumenti chirurgici, i quali potrebbero essere utilizzati per operazioni al cuore come pure per procurare l’aborto; quindi coopererebbe all’azione dell’aborto, che sta all’origine del siero vaccinale, solo materialmente e remotamente proprio come chi ha fabbricato gli strumenti chirurgici.

4) Liceità morale del vaccino anti-COVID-19

Perciò, ricevendo il vaccino anti-COVID-19, non si compirebbe un’azione moralmente cattiva, perché essa, ossia l’aborto, è già avvenuta ed è stata procurata (formalmente e positivamente) dalla madre e dal chirurgo, non da chi vuol ricevere (passivamente e materialmente) un siero contenente feti abortiti; inoltre, l’Autore, fa un altro esempio: vaccinarsi è equiparabile a fare l’autopsia su feti abortiti. La conclusione è che l’atto di chiedere il vaccino anti-COVID-19 non è intrinsecamente immorale, poiché è solo una cooperazione materiale e remota a un atto immorale (aborto volontario e diretto).

Debi Vinnedge, Executive Director dell’associazione Children of God for Life che prova incontrovertibilmente come l’industria farmaceutica sia continuamente alla ricerca di materiale biologico proveniente da aborti per creare nuovi vaccini

Le Risposte

Premessa: feti abortiti volontariamente o linee di cellule fetali di aborto spontaneo?

Alcuni medici sostengono non essere certo (ma solo probabile o almeno possibile) che, nel vaccino antiCOVID-19, vi siano cellule fetali di aborti procurati; ma vi sarebbero solo linee di cellule di un feto abortito spontaneamente negli anni Sessanta del secolo scorso.

Quest’asserzione è stata contestata dalla dottoressa Debi Vinnedge, Executive Director dell’associazione Children of God for Life che prova incontrovertibilmente come l’industria farmaceutica sia continuamente alla ricerca di materiale biologico proveniente da aborti per creare nuovi vaccini (2).

Per Don Morselli sarebbe comunque lecito ricevere il vaccino, poiché non vi sarebbe nessuna cooperazione (attiva, positiva e formale) all’aborto procurato. Egli sostiene che anche se nei vaccini vi fossero cellule di feti abortiti in maniera volontaria, applicando la dottrina del “volontario indiretto” o della «causa con duplice effetto», sarebbe egualmente lecito farsi vaccinare con una cooperazione materiale remota indiretta al peccato formale altrui (madre e chirurgo cooperanti attivamente all’aborto procurato).

Questa possibile incidenza sulla fertilità pone un altro problema. Una giovane sposa, vaccinata, per «almeno 2 mesi» se non oltre, vedrebbe compromessa la propria capacità generativa? E stante l’incertezza circa gli effetti sul feto a seguito della vaccinazione dei genitori, è meglio prendere il SARS-CoV-2 o rischiare di avere figli abortiti o malati?

Risposta alla «Prima Ipotesi»: la questione è medica non morale

1) La materia del vaccino antiCOVID-19

Per quanto riguarda la Prima Ipotesi ammesso che il vaccino anti-COVID-19 sia efficace e non pericoloso, è la medicina che deve dare una risposta»), si può ribattere che (quanto alla causa materiale del siero vaccinale) basterebbe leggere il Foglietto illustrativo del vaccino anti-COVID-19 stampato dalla ditta farmaceutica Pfizer-BioNTech (2) (pubblicato in traduzione italiana dall’Avvocato Edoardo Polacco di Roma nel suo sito) (4), nel quale è ammessa esplicitamente e chiaramente

a) la non certezza dell’efficacia di detto siero vaccinale per immunizzare dal COVID-19;

b) la probabile grave nocività per il corpo del vaccinato e della sua prole. In particolare si raccomanda «per le donne in età fertile, la gravidanza deve essere esclusa prima della vaccinazione. Inoltre alle donne in età fertile si consiglia di evitare la gravidanza per almeno 2 mesi dopo la seconda dose»; si precisa poi che «non è noto se il vaccino COVID-19 mRNA BNT162b2 abbia un impatto sulla fertilità».

«Non credo che abbiamo le prove su nessuno dei vaccini per essere sicuri che impediranno alle persone di contrarre effettivamente l’infezione e quindi di essere in grado di trasmetterla» Soumya Swaminathan, Chief Scientist presso l’OMS

Questa possibile incidenza sulla fertilità pone un altro problema. Una giovane sposa, vaccinata, per «almeno 2 mesi» se non oltre, vedrebbe compromessa la propria capacità generativa? E stante l’incertezza circa gli effetti sul feto a seguito della vaccinazione dei genitori, è meglio prendere il SARS-CoV-2 o rischiare di avere figli abortiti o malati? Perciò, la ditta stessa che ha prodotto il vaccino ci ha avvertito della sua probabile non efficacia e nocività; per cui il problema sarebbe già risolto, da un punto di vista sanitario, con la sola lettura del «Bugiardino» del vaccino anti-COVID-19 Pfizer-BioNTech.

Nella stessa linea vanno le recenti affermazioni di Soumya Swaminathan, Chief Scientist presso l’OMS che in una videoconferenza diffusa su Facebook (5), ha affermato: «Non credo che abbiamo le prove su nessuno dei vaccini per essere sicuri che impediranno alle persone di contrarre effettivamente l’infezione e quindi di essere in grado di trasmetterla».

Ancora più nette le dichiarazioni di David Heymann, presidente del gruppo di consulenza strategica e tecnica dell’OMS per i rischi infettivi, secondo il quale, in un’intervista a The Guardian (6), nonostante l’avvio delle vaccinazioni, «il destino del virus è quello di diventare endemico; continuerà a mutare man mano che si riprodurrà nelle cellule umane». Davanti a tali inquietanti dichiarazioni, se il vaccino anti-COVID-19, non solo non è efficace ma è pure nocivo, non è ragionevole assumerlo.

«Il destino del virus è quello di diventare endemico; continuerà a mutare man mano che si riprodurrà nelle cellule umane»

In secondo luogo, si può sostenere tranquillamente, come asseriscono molti medici e scienziati (Raoult, Scoglio, Montanari, Galli, Palù, Olivieri, Montagnier, Bacco, Zangrillo, De Donno, Bolgan, Amici, Petrella, Trevisan, Citro, Trinca, Tarro, eccetera…), che – pur se non fosse sicura la presenza di feti abortiti nei vaccini, ma sappiano con che tale presenza è certa in molti vaccini (7) – tuttavia, vi sono serie probabilità o almeno possibilità fondate che nella maggior parte dei vaccini si trovino cellule di feti abortiti, ossia vi è almeno un dubbio positivo (8) sulla loro presenza nel siero vaccinale.

Questa tesi scientifica della presenza di cellule di feti abortiti nei sieri vaccinali, oltre che da tre atti della PAV e dalla CdF, è stata espressa esplicitamente in un atto parlamentare della Camera dei Deputati della Repubblica Italiana, approvata e trasmessa alla Presidenza dalla Commissione nella seduta del 7 febbraio 2018 (9).

Davanti a tali inquietanti dichiarazioni, se il vaccino anti-COVID-19, non solo non è efficace ma è pure nocivo, non è ragionevole assumerlo

Inoltre è stata ammessa come certa e perciò contestata dal cardinale Burke (marzo 2019) e da sei vescovi (Viganò e Brennan individualmente; Lenga, Peta, Pujats, Schneider, Strickland, Tyler in un documento congiunto del 12 dicembre 2020) (10).

Sul tema delicato degli embrioni destinati alla ricerca, la CdF ha chiarito i termini della questione nell’istruzione Dignitas personae del 2008 su alcune questioni di bioeticaAl numero 19 si precisa: «Sono chiaramente inaccettabili le proposte di usare tali embrioni per la ricerca o di destinarli a usi terapeutici, perché trattano gli embrioni come semplice materiale biologico e comportano la loro distruzione. La proposta di scongelare questi embrioni per la ricerca, di usarli senza riattivarli, come se fossero dei normali cadaveri, non è ammissibile».

E, avendo presente l’uso di linee cellulari di feti nella produzione di vaccini, l’istruzione al numero 34 ammonisce:

«Occorre ricordare innanzitutto che la stessa valutazione morale dell’aborto “è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca biomedica»

«Occorre ricordare innanzitutto che la stessa valutazione morale dell’aborto “è da applicare anche alle recenti forme di intervento sugli embrioni umani che, pur mirando a scopi in sé legittimi, ne comportano inevitabilmente l’uccisione. È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca biomedica, che è legalmente ammessa in alcuni Stati […]. L’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione, costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e a ogni persona”. Queste forme di sperimentazione costituiscono sempre un disordine morale grave».

Giova ricordare che già nell’Enciclica Evangelium vitae 63, citata tra virgolette dall’istruzione della CdF, nel 1995 Giovanni Paolo II aveva condannato con forza la sperimentazione sugli embrioni «pur mirando a scopi in sé legittimi».

È evidente l’accelerazione della PAV (gestione mons. Paglia dal 15 agosto 2016) che già nel 2017, alla luce di presunti «progressi della medicina e delle attuali condizioni di preparazione di alcuni vaccini», riteneva che il documento della stessa PAV del 2005 circa la non liceità nell’uso di cellule fetali nella preparazione dei vaccini ma che già presentava una crepa nella giustificazione morale di vaccini prodotti con cellule fetali abortive (11), sarebbe stato «rivisto e aggiornato» come è effettivamente avvenuto a più riprese e in ultimo il 28 dicembre 2020 in un documento congiunto della CdF e della PAV in 20 punti (12) .

«È il caso della sperimentazione sugli embrioni, in crescente espansione nel campo della ricerca biomedica, che è legalmente ammessa in alcuni Stati […]. L’uso degli embrioni o dei feti umani come oggetto di sperimentazione, costituisce un delitto nei riguardi della loro dignità di esseri umani, che hanno diritto al medesimo rispetto dovuto al bambino già nato e a ogni persona»

Don Curzio Nitoglia

NOTE

(1) Alcuni documenti della Pontificia Accademia per la Vita (d’ora in poi PAV) e della Congregazione per la dottrina della Fede (d’ora in poi CdF) ritengono certa, e non solo possibile, la presenza di feti abortiti nei vaccini. Per fugare ogni dubbio, basti citare PAV, Riflessioni morali circa i vaccini preparati a partire da cellule prevenienti da feti umani abortiti del 5 giugno 2005: «Fino ad oggi ci sono due linee cellulari umane diploidi, allestite originalmente (1964 e 1970) da tessuti di feti abortiti, che vengono usate per la preparazione di vaccini con virus vivi attenuati: la prima linea è la WI-38 (Winstar Institute 38), con fibroblasti diploidi di polmone umano, derivati da un feto femmina abortito perché la famiglia riteneva di avere già troppi figli (G. Svenet al., 1969), preparata e sviluppata da Leonard Hayflick nel 1964 (L. Hayflick, 1965; G. Svenet al., 1969), numero ATCC CCL-75. La WI-38 è stata usata per la preparazione dello storico vaccino RA 27/3 contro la rosolia (S. A. Plotkin et al., 1965). La seconda linea cellulare umana è la MRC-5 (Medical Research Council 5; polmone umano, embrionale; numero ATCC CCL-171), con fibroblasti di polmone umano provenienti da un feto maschio di 14 settimane abortito per «motivi psichiatrici» da una donna ventisettenne nel Regno Unito. La MRC-5 è stata preparata e sviluppata da J. P. Jacobs nel 1966 (J. P. Jacobset al., 1970) Sono state sviluppate altre linee cellulari umane per necessità farmaceutiche, ma non sono coinvolte nei vaccini attualmente disponibili.4 Oggi i vaccini che sono incriminati poiché usano linee cellulari umane, WI-38 e MRC-5, ottenute da feti abortiti sono i seguenti:

A) Vaccini attivi contro la rosolia6:

– i vaccini monovalenti contro la rosolia Meruvax® II (Merck) (U. S. A.), Rudivax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Ervevax® (RA 27/3)(GlaxoSmithKline, Belgio); – i vaccini combinati MR contro la rosolia e morbillo, commercializzati con il nome di M-R-VAX®II (Merck, U. S. A.) e Rudi-Rouvax® (AVP, Francia),

– il vaccino combinato contro rosolia e parotite commercializzato con il nome di Biavax®II (Merck, U. S. A.),

– il vaccino combinato MMR (measles, mumps, rubella) contro morbillo, parotite e rosolia, commercializzato con il nome di M-M-R® II (Merck, U. S. A.), R.O.R®, Trimovax® (Sanofi Pasteur, Fr.), e Priorix® (GlaxoSmithkline, Regno Unito).

Nel 1995 Giovanni Paolo II aveva condannato con forza la sperimentazione sugli embrioni «pur mirando a scopi in sé legittimi»

B) Altri vaccini, anch’essi preparati usando linee cellulari umane da feti abortiti:

– due vaccini contro l’epatite A, uno prodotto da Merck (VAQTA), l’altro da Glaxo SmithKline (HAVRIX), entrambi preparati usando la MRC-5; – un vaccino contro la varicella, Varivax®, prodotto da Merck usando la WI-38 e la MRC-5.

– un vaccino contro la poliomielite, il vaccino con il virus di polio inattivato Poliovax® (AventisPasteur, Fr.) usando la MRC-5.

– un vaccino contro la rabbia, Imovax®, da Aventis-Pasteur, prelevato da cellule umane diploidi infettate, il ceppo MRC-5;

– un vaccino contro il vaiolo, ACAM 1000, preparato da Acambis usando la MRC-5, ancora in sperimentazione».

Nello specifico del vaccino anti-COVID-19, è certa la presenza di cellule fetali derivanti da aborto volontario e diretto come risulta dalla nota CdF e PAV, Vaccino per tutti. 20 punti per un mondo più giusto e sano del 28 dicembre 2020 che cita un documento del Charlotte Lozier Institute, Covid-19 Vaccine Candidates and Abortion-Derived Cell Lines, 3 December 2020

(2) Cfr. https://cogforlife.org/vaccines-abortions/: «Durante le udienze della FDA (Food and Drug Administration ndr) nel maggio 2002, il dottor Van der Eb di Crucell, NV, la società biomedica olandese che possiede i diritti brevettati sulla linea cellulare, ha spiegato in modo molto dettagliato di questo nuovo martire per l’industria farmaceutica: “Così ho isolato la retina da un feto, da un feto sano, per quanto si poteva vedere, di 18 settimane. Non c’era niente di speciale con una storia familiare o la gravidanza era del tutto normale fino alle 18 settimane, e si è rivelato essere un aborto socialmente indicato – abortus provocatus, ed era semplicemente perché la donna voleva sbarazzarsi del feto. La madre era completamente normale … PER C6 era stato creato solo per la produzione farmaceutica di vettori di adenovirus e per lo standard dell’industria farmaceutica. Mi rendo conto che suona un po’ “commerciale” ma PER C6 è stato creato per quello scopo particolare. Inoltre, per quanto ne so, più di 50 aziende hanno preso la licenza per PER C6”».

Sebbene abbiamo dimostrato che le ragioni originali degli aborti sono soggette a speculazioni, l’intento del donatore non è in realtà rilevante né nella ricerca sulle cellule staminali embrionali (ESCR) né nei vaccini derivati dall’aborto. In entrambi i casi, tuttavia, l’intento del ricercatore e abortista è abbastanza calcolato e abbastanza chiaro: entrambi non erano solo omicidi premeditati, ma entrambi erano stati compiuti con il pieno intento di commercializzare e trarre profitto dalla distruzione della vita umana. E nel caso degli aborti, ognuno di essi è stato eseguito con piena consapevolezza in anticipo che il feto sarebbe stato utilizzato non solo per una sorta di ricerca futura, ma per l’intento specifico di creare vaccini.

(4)   http://www.iostoconlavvocatopolacco.it/wpcontent/uploads/2020/12/bugiardino-vaccino-covid.pdf

(6) https://www.theguardian.com/world/video/2020/dec/29/who-warns-covid-19-pandemic-is-not-necessarily-the-big-one-video

(7) Cfr. le dichiarazioni della dottoressa Debi Vinnedge in https://stagingtest25r21.emd4.com/vaccini-aborti-cosmetici-parlano-i-children-of-god-for-life/ : «I vaccini contenenti materiale fetale abortito negli Stati Uniti e in Canada sono: MMR, Varivax (varicella) Zostavax (fuoco di Sant’Antonio), Polio, Rabbia, Epatite-A (4 di questi), Vaiolo ed Ebola. Poi ci sono alcuni vaccini che si combinano con quanto sopra, come un morbillo-rosolia, parotite-rosolia, MMR + varicella (4 di questi), epatite-A + B, epatite-A più tifoidea, combinazioni di poliomielite come Pentacel, Quadracel, Infanrix-IPV-HiB. Inoltre ci sono molti altri medicinali che usano materiale fetale abortito come Adenovirus 4,7, Pulmozyme, Procrit, Epoetin alfa, Epogen, Aranesp, Darbepoetin alfa, Abciximab, rhFV1, Nuwiq, Eloctate, G-CSF (per le gravi infezioni)».

(8) Il dubbio positivo consiste nell’incertezza tra due tesi opposte: per esempio, «presenza/assenza di feti nei vaccini», per cui si sospende il giudizio e non si assente né all’una né all’altra.

(9) http://documenti.camera.it/_dati/leg17/lavori/documentiparlamentari/IndiceETesti/022bis/023/INTERO.pdfhttps://www.corvelva.it/approfondimenti/notizie/mondo/lettera-aperta-ai-legislatori-sul-dna-fetale-nei-vaccini-theresa-deisher.html

(10) https://www.crisismagazine.com/2020/covid-vaccines-the-ends-cannot-justify-the-means

(11) Cfr. PAV, Riflessioni etiche sui vaccini preparati a partire da cellule provenienti da feti umani abortiti, 5 giugno 2005: «Per quanto riguarda le malattie contro le quali non ci sono ancora vaccini alternativi, disponibili, eticamente accettabili, è doveroso astenersi dall’usare questi vaccini solo se ciò può essere fatto senza far correre dei rischi di salute significativi ai bambini e, indirettamente, alla popolazione in generale. Tuttavia, se questi fossero esposti a pericoli di salute notevoli, possono essere usati provvisoriamente anche i vaccini con problemi morali. La ragione morale è che il dovere di evitare la cooperazione materiale passiva non obbliga se c’è grave incomodo. In più, ci troviamo, in tale caso, una ragione proporzionata per accettare l’uso di questi vaccini in presenza del pericolo di favorire la diffusione dell’agente patologico, a causa dell’assenza di vaccinazione dei bambini. Questo è particolarmente vero, nel caso della vaccinazione contro la rosolia».

(12) http://www.academyforlife.va/content/dam/pav/documenti%20pdf/2020/Covid_Accademia_IHD_22dicembre/28.12.20_ITA_VACCINO%20DSSUI-PAV_Updated%20.pdf

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Bioetica

L’aborto via pillola può essere chimicamente fermato: nuovo studio

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Uno studio sull’annullamento degli effetti della pillola abortiva scritto da un professore di un’università cattolica è stato accettato da una rivista accademica dopo mesi di sfide e rifiuti a causa dell’oggetto del paper. Lo riporta Lifesitenews.

 

Il dottor Stephen Sammut, un neuroscienziato che lavora come professore di psicologia presso la Franciscan University di Steubenville in Ohio, ha dichiarato al sito prolife canadese che il suo studio scientifico è stato finalmente accettato dalla rivista accademica Scientific Reports dopo essere stato rifiutato altrove durante il processo di revisione tra pari.

 

Lo studio sostiene la possibilità di utilizzare l’ormone progesterone per invertire gli effetti del mifepristone, un farmaco utilizzato per gli aborti indotti chimicamente. Sebbene sia associato a un’istituzione cattolica, il professore sostiene che la ricerca è radicata nella scienza oggettiva piuttosto che nelle convinzioni personali.

 

«I miei risultati sono importanti perché la fede non influisce sul loro risultato», ha detto Sammut a LifeSiteNews. «Sto studiando un processo chimico all’interno di un sistema fisiologico. Gli esperimenti sono condotti sui topi e nessuna quantità di acqua santa o catechesi li convertirebbe in alcuna fede».

 

Secondo Sammut, i topi «non sono nemmeno inclini all’influenza sociale o politica, né alle decisioni di alcun tribunale! Quello che mostrano i miei esperimenti è una prospettiva oggettiva, puramente fisiologica».

 

L’articolo, intitolato «Inversione mediata dal progesterone dell’interruzione della gravidanza indotta da mifepristone in un modello di ratto: un’indagine esplorativa», è stato originariamente presentato alla rivista ad accesso aperto Frontiers il 5 ottobre 2022. Sammut ha spiegato di aver raggiunto il Fase di «convalida finale» del processo di revisione prima di essere respinta dal comitato editoriale della rivista il 24 febbraio 2023.

 

Il 15 marzo, il documento è stato presentato alla rivista Scientific Reports, dove è stato accettato alla fine di giugno in seguito alla revisione paritaria, per poi essere pubblicato il 6 luglio.

 

 

 

 

Felpa crociata con Croce patente ricamata. Detta anche croix pattée in francese e Tatzenkreuz in tedesco, la Croce Patente ha braccia strette al centro che si presentano spesso in forma curva. Indossate questo segno antico ed universale.

 

Sammut ha spiegato che, durante il processo di revisione con Frontiers, lui e la sua assistente di ricerca Christina Camilleri hanno risposto a ciascuna delle «domande e commenti dei revisori che richiedevano una risposta». Dopo aver ipotizzato dai commenti dei revisori e dell’editore responsabile che l’articolo sarebbe stato accettato, «all’improvviso abbiamo ricevuto la notifica che il manoscritto era stato rifiutato in quanto “non soddisfaceva gli standard stabiliti affinché la rivista fosse considerata per la pubblicazione”».

 

“Questo era vago e strano poiché la questione dei manoscritti che soddisfano gli standard delle riviste viene solitamente affrontata quando l’articolo viene inviato per la prima volta”, ha detto Sammut a LifeSiteNews. “Pertanto, ho chiesto alla redazione di indicare ‘chiaramente ed esattamente’ ‘quali aspetti dell’articolo non si adattano alla qualità accettabile dalla rivista’”.

 

Tra le obiezioni sollevate contro il paper, c’era il fatto che esso «potrebbe essere interpretato come a sostegno della nozione di un’inversione farmacologica dell’interruzione di gravidanza indotta nell’uomo, un concetto che, in linea con le recenti dichiarazioni dell’American College of Obstetrics and Gynecology negli Stati Uniti e del Royal College of Obstetrics and Gynecology nel Regno Unito non può essere supportata».

 

In pratica, si tratta di un rilievo politico e bioetico allo studio.

 

Il preciso riferimento è ad una dichiarazione congiunta rilasciata dalle suddette organizzazioni mediche in cui si affermava che non vi è «alcuna prova» che «l’uso del progesterone per invertire l’effetto del mifepristone… aumenti la probabilità di continuare la gravidanza, rispetto alla sola gestione dell’attesa».

 

Il mifepristone è un farmaco che impedisce all’ormone progesterone di produrre il suo effetto nel corpo per sostenere una gravidanza. Viene tipicamente utilizzato insieme al misoprostolo, che induce il travaglio per far nascere il bambino morto. Il trattamento di inversione della pillola abortiva consiste nell’assunzione di progesterone, il più rapidamente possibile dopo l’assunzione di mifepristone, per annullare l’impatto del farmaco mortale al fine di tentare di salvare il bambino.

 

Il dottor Matthew Harrison, uno dei pionieri della tecnica di inversione della pillola abortiva, aveva dichiarato sempre a LifeSiteNews nel 2019 che questo processo «ha un senso biologico», spiegando l’importanza di testare il processo sugli animali e ha citato uno studio che ha rilevato che la maggior parte dei cuccioli di ratto senza il trattamento è morta mentre l’80% ha sperimentato un’inversione di successo dagli effetti del mifepristone.

 

Harrison ha notato che la ricerca ha anche trovato differenze nei rivestimenti uterini all’interno dei due gruppi di ratti, il che ha confermato che «il progesterone ha sostanzialmente annullato tutti gli altri effetti della RU-486», cioè del mifepristone.

 

Un rapporto del dicembre 2022 ha anche mostrato che 4.000 bambini negli Stati Uniti sono stati salvati nell’ultimo decennio da tale processo di inversione della pillola abortiva.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2021 un medico inglese, il dottor Dermot Kearney, è stato minacciato di radiazione dall’ordine perché salvava i bambini dall’aborto chimico. Il Kearny prescriveva il progesterone, mentre, durante il lockdown, la sanità britannica aveva autorizzato l’invio per via postale del farmaco abortivo alle donne gravide.

 

In Italia l’era dell’aborto chimico fai-da-te fu annunciata, sempre in pandemia, dal ministro della Salute Roberto Speranza, che cambiò la direttiva per rendere il suo uso possibile anche senza ricovero.

 

La verità sulla pillola abortiva l’ha detta ad una convention dei conservatori americani il mese scorso l’attivista Abby Johnson, un tempo manager di una clinica per aborti, ora convertitasi alla difesa della vita umana. Le donne che prendono la pillola dell’aborto «stanno mettendo questi bambini nel water, bambini completamente formati – 12, 14, 16 settimane di gravidanza – forse hanno un’emorragia nel loro bagno, incapaci di raggiungere una struttura di pronto soccorso, guardano nella toilette e vedono il bambino loro completamente formato che galleggia lì nella water» ha dichiarato la Johnson.

 

In realtà, alla storia della Johnson manche una parte. Quel «bambino pienamente formato», una volta scaricato tirando l’acqua, finisce nelle fogne. E qui, oltre agli escrementi di altri esseri umani e ad ogni altra sozzura, troverà delle creature ben felici di incontrarlo – per divorarlo. Topi, rane, pesci… festeggiano la RU486, che tanta carne umana tenere e prelibata fa giungere loro senza che facciano alcuno sforzo, nella plastica immagine della catena alimentare ribaltata: le bestie mangiano gli esseri umani.

 

Questa è la cruda realtà dell’aborto domestico reso da ciò che il premio Nobel Jerome Lejeune definiva «il pesticida umano». Un farmaco che, ricorda il caso delle email trapelate recentemente dalla sanità britannica, può avere conseguenze mortali: si può chiedere, al di là delle statistiche e degli episodi che potete vedere negli articoli linkati, nel caso dell’attivista abortista argentina 23enne morta pochi giorni dopo aver assunto il farmaco per uccidere il figlio concepito nel suo grembo – certo, magari, anche qui, non c’è nessuna correlazione.

 

Ad aprile il mondo ha appreso che più di 200 dirigenti di Big Pharma, tra cui il CEO di Pfizer Albert Bourla, avevano firmato una lettera aperta in cui condannano la sentenza di un giudice federale americano contro l’approvazione da parte dell’ente regolatore farmaceutico Food & Drug Administration (FDA) del mifepristone – noto per lo più in Italia con la sigla RU486.

 

Non crediamo che i recenti allarmi sull’inquinamento dei fiumi da parte del «pesticida umano» servirà a far desistere qualcuno. Anzi, assieme all’inquinamento da pillola anticoncezionale che sta facendo diventare i pesci transessuali, si tratta forse dell’unico inquinamento che il sistema e la sua propaganda considerano come accettabile.

 

 

 

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Ambiente

Il terrorismo climatico e ambientale come nuova tappa della strategia della tensione emergenziale. Intervista al prof. Luca Marini

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Il clima e l’ambiente stanno diventando il pretesto per giustificare nuove crisi e nuovi «whatever it takes», secondo la famosa espressione di Mario Draghi, quello che stampava miliardi di euro BCE con il quantitative easing e poco dopo metteva la popolazione nazionale sotto la sorveglianza della piattaforma bioelettronica del green pass.

 

Uno Stato in continua emergenza può permettere di infliggere alla popolazione cambiamenti radicali di tipo economico, politico, sociale, psicologico. Lo Stato moderno pare aver scoperto l’emergenza come forma di governo, di controllo della cittadinanza, e quindi di esistenza dello Stato stesso.

 

Di questa deriva emergenziale, nella peculiare prospettiva costituita dalla riflessione bioetica, torniamo a parlare con il professor Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma, già vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica.

 

Il professor Marini ha recentemente curato il volume Ecotruffa. Le mani sul clima (Edizioni La Vela, Lucca) con il contributo di climatologici, chimici, ingegneri, economisti e politologi. Il volume, ampiamente recensito in questi giorni anche dalla grande stampa, è già destinato a sollevare polemiche proprio nel momento in cui taluni, abbiamo visto, arrivano a invocare il reato di «negazionismo climatico».

 

Allora, prof. Marini, cosa c’entra la bioetica con l’ambiente?

Pochi sanno che il termine «bioetica», già presente nel dibattito teologico tedesco degli anni Venti, ha acquisito l’attuale notorietà solo dopo la pubblicazione del libro Bioethics: a bridge to the future, pubblicato nel 1971 da un noto oncologo americano. E quasi nessuno ricorda che l’oncologo in questione, Van Rensselaer Potter II [1911-2001, ndr], utilizzò il termine «bioetica» nel contesto peculiare della salvaguardia dell’ambiente in un momento storico di forte sensibilità per le sorti del pianeta e dell’habitat umano, che di lì a breve avrebbe condotto alla prima conferenza internazionale sull’ambiente: la celebre conferenza di Stoccolma del 1972. In seguito, come invece tutti sanno, il termine «bioetica» è stato utilizzato quasi esclusivamente in ambito medico-sanitario e anche i successivi sviluppi della riflessione bioetica, che hanno portato alla nascita del biodiritto, non sono andati al di là del peculiare ambito della biomedicina.

Col tempo la bioetica avrebbe quindi subito una vera e propria reductio ad unum?

Personalmente ritengo che si sia trattato di una riduzione epistemologica pianificata a tavolino allo scopo precipuo di concentrare e pilotare il dibattito bioetico verso l’esaltazione acritica delle rutilanti prospettive della biomedicina, evitando così che l’opinione pubblica si ponesse troppi dubbi in merito ai rischi e ai limiti delle biotecnologie e delle altre tecnologie biomedicali. È prova di ciò l’esperienza italiana, dove il dibattito bioetico, biopolitico e biogiuridico si è di fatto esaurito nelle contrapposizioni ideologiche, culturali e confessionali sui temi di inizio-vita (clonazione, cellule staminali, statuto dell’embrione) e di fine-vita (accertamento della morte, stato vegetativo, testamento biologico), senza peraltro produrre alcun risultato concreto: basti pensare, tra i tanti, al problema degli embrioni soprannumerari.

Né sembra che la bioetica, almeno in Italia, sia andata molto più lontano dei temi che lei ha appena ricordato.

Dirò di più. Oggi, dopo la grande truffa del COVID, la bioetica medica deve considerarsi clinicamente morta: azzerati i principi di beneficenza, non maleficenza e giustizia, calpestato il principio di precauzione, stuprato il principio del consenso informato, della cosiddetta riflessione bioetica non restano che gli escamotages verbali di quanti, ossequiando il feticcio costituito dal preteso primato della scienza e della medicina, si sforzano di legittimare la deriva totalitaristica di governi tecnocratici espressi dalle élites finanziarie internazionali.

La scomparsa della bioetica medica, purtroppo, non ha comportato la rivalutazione della bioetica ambientale. 

Direi proprio di no. Anzi, il terrorismo climatico e ambientale, orchestrato dalle élites poc’anzi citate con la complicità dei soliti circuiti accademici, politici e mediatici, costituisce la nuova tappa di quella strategia della tensione avviata dal COVID e intesa a strumentalizzare situazioni di crisi – reali o fittizie – per giustificare e legittimare, sul piano etico-giuridico, l’introduzione di meccanismi di soggiogamento di intere popolazioni, in tutto simili al green pass vaccinale.

Può farci un esempio di quanto sostiene?

Basti pensare alla normativa europea sul cosiddetto «efficientamento» energetico delle abitazioni o degli autoveicoli che, ponendo limiti severi rispettivamente alla vendita degli immobili o all’acquisto di automobili difformi dagli standard introdotti, viene di fatto a svuotare di contenuti il diritto di proprietà. Oppure alla cronaca italiana delle scorse settimane, dove gli allagamenti e le inondazioni hanno rapidamente scalzato, nella comunicazione mainstream, la pretesa crisi idrica di cui tanto si è parlato in precedenza. Oppure al caldo di questi giorni, tipico di una calda estate mediterranea, subito spacciato dai soliti galantuomini come sintomo evidente di una «situazione fuori controllo». O una volta per tutte, a quanto sta emergendo, e probabilmente emergerà in modo ancora più eclatante in futuro, sulla manipolazione dei dati climatici da parte dei cosiddetti esperti dell’ONU sul climate change.

Cosa fare, quindi?

Personalmente, ritengo che per arrestare la deriva in atto sia necessario, oggi più che mai, promuovere e sollecitare una adeguata riflessione pubblica sul grado di controllo che le élites finanziarie internazionali esercitano sui circuiti scientifici, accademici, produttivi, comunicativi, politici e decisionali nella società contemporanea, mettendo in guardia i cittadini in merito ai rischi per i diritti e le libertà fondamentali derivanti da questo controllo e dalla manipolazione dell’informazione da esso derivante.

E in questo quadro come vede la costellazione di movimenti del dissenso politico che si è sviluppata negli ultimi due anni?

Male. L’impegno politico, anche in funzione dissidente, è davvero relativo, perché la politica – esattamente come la violenza – è solo una scorciatoia rispetto alla conoscenza e all’approfondimento dei problemi. Ciò che occorre non è politica, almeno per come funziona in Italia, né tantomeno violenza, ma formazione, cultura e senso critico: proprio ciò che non vogliono le élites finanziarie, i governi liberisti e i media transumanisti. Ognuno tragga le sue conclusioni.

 

 

 

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Bioetica

La CEDU rigetta di una richiesta contro la Polonia sulla restrizione all’aborto

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L’8 giugno 2023 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha rigettato la denuncia presentata da otto donne contro la legislazione polacca che vieta l’aborto in caso di malformazione fetale, creando un precedente legale, mentre un migliaio di denunce simili sono state presentate in questa corte.

 

La CEDU è stata interrogata sulla possibile contraddizione della decisione della Corte costituzionale polacca del 2021 che limita l’accesso all’aborto, con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

 

Sotto il comunismo, l’aborto era praticato in Polonia come in tutti i paesi sottomessi alla dittatura rossa. Dopo la caduta del muro di Berlino, una legge del 1993 ha limitato l’accesso all’aborto, depenalizzandolo nei casi di stupro, pericolo per la salute della madre o malformazione del feto.

 

Nel 2020 la Corte costituzionale polacca, reagendo a una richiesta dei parlamentari polacchi, ha stabilito che quest’ultima eccezione non era compatibile con la Costituzione polacca che garantisce la «tutela legale della vita».

 

Così, da gennaio 2021, non è più possibile ricorrere all’aborto in caso di malformazione del feto, se non vi è pericolo per la madre.

 

Una richiesta femminista

Un’associazione femminista, la Federazione per le donne e la pianificazione familiare, ha messo a disposizione delle donne moduli online per presentare una richiesta alla CEDU, con il pretesto della violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

 

Delle otto donne ricorrenti, solo quattro erano incinte. Due di loro portavano in grembo bambini sani e le altre due soffrivano di malattie che potevano comportare un rischio di malformazione del feto. Le altre quattro hanno detto di aver rimandato il loro desiderio di avere un figlio per paura di non ricevere assistenza medica se il feto dovesse avere un difetto congenito.

 

La Corte ha osservato, da un lato, che le due ricorrenti, che affermavano di soffrire di condizioni che si supponevano comportassero un aumento del rischio di malformazione del feto, non avevano fornito alcuna prova medica a sostegno delle loro affermazioni nelle loro domande.

 

Inoltre, i giudici hanno ritenuto che il rischio di una futura violazione dei diritti possa essere invocato solo molto raramente per introdurre una richiesta: «non è stata prodotta alcuna prova convincente, che dimostri l’esposizione a un rischio reale di essere danneggiate dalle modifiche della legge», riassume la CEDU.

 

Infine, secondo la CEDU, l’obiettivo dei ricorrenti era quello di chiedere alla Corte di rivedere la legge e la sua applicazione nel suo complesso, al fine di generare un dibattito politico sulle questioni relative alla procreazione e all’interruzione della gravidanza in Polonia. Per questi motivi, la Corte ha dichiarato all’unanimità i ricorsi inammissibili.

 

Osservazioni molto interessanti

Nelle osservazioni scritte inviate alla Corte, l’ex Commissario europeo per la Salute, Tonio Borg, e diversi ex giudici della CEDU, hanno ricordato che la Corte non ha mai sancito il diritto all’aborto, e che tale diritto non può essere dedotto dalla Convenzione europea sui Diritti umani.

 

Inoltre, quando la Convenzione fu adottata nel 1950, nessuno degli Stati che parteciparono alla sua stesura aveva autorizzato l’aborto.

 

Se l’aborto può essere considerato, rispetto al diritto europeo dei diritti umani, come un’eccezione al principio di tutela della vita umana, in nessun caso esso costituisce un diritto che verrebbe imposto agli Stati malgrado le loro leggi nazionali, sostengono gli autori di queste osservazioni scritte.

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

 

 

Immagine di  Adrian Grycuk via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Poland (CC BY-SA 3.0 PL)

 

 

 

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