Eutanasia
La Colombia spinge per l’eutanasia. La chiedono i «devoti cattolici»
Da mesi la Colombia discute sulla questione dell’eutanasia. Il valzer della dolce morte, come riportato da Renovatio 21, continua il suo giro nel Paese da mesi, da anni.
La Colombia è una nazione che un tempo – come tutti i Paesi latinoamericani – era considerabile, quantomeno a livello popolare, profondamente cattolico,
Il panorama sta cambiando con velocità. Il suicidio medico sta divenendo una prassi accettata anche a Bogotà.
Finora, questo gennaio, solo due cittadini colombiani, afflitti da condizioni difficili, definite «degenerative» ma non «terminali», sono stati «legalmente soppressi», riporta l’agenzia britannica Reuters.
La storia è stata ampiamente riportata a livello internazionale come un grande progresso per la causa del «diritto a morire» per mano di un altro cioè per l’eutanasia, per la quale l’Italia sta per votare ad un referendum che di fatto depenalizzerebbe l’esecutore in caso di omicidio del consenziente.
Come ha osservato il British Medical Journal:
La donna «che si considera una devota cattolica, aveva iniziato a leggere di un’opzione che pensava potesse alleviare la sua paura di ciò che sarebbe successo: l’eutanasia»
«Due persone che avevano malattie gravi ma non una prognosi terminale hanno concluso legalmente la loro vita in Colombia con l’assistenza di medici. La nuova politica del Paese lo rende il quarto Paese al mondo, dopo Belgio, Canada e Paesi Bassi, a consentire all’eutanasia volontaria di porre fine alla sofferenza di persone che altrimenti non morirebbero presto».
Newsweek ha titolato: «Una morte dignitosa». La ABC ha rassicurato i suoi lettori che la morte era “tranquilla”.
Il Washington Post ha salutato la «lotta legale storica» che ha aperto la porta per consentire a più persone l’accesso al «diritto» della soppressione on demand.
Oxford Analytica prevede che «i casi di eutanasia in Colombia stabiliranno un nuovo precedente».
Il mutamento in atto è stato preparato a dovere con il solito uso di ONG e propaganda sui «diritti» (in un momento in cui i diritti umani più primari sono calpestati in tutto il pianeta).
«La filiale colombiana della World Federation of Right to Die Association che guida la carica per il “diritto alla morte”, è uno studio legale che si fa chiamare DescLab, il Laboratorio dei diritti economici, sociali e culturali, che sta già tenendo una serie di webinar in Ibero-America, promuovendo la legislazione sul “diritto a morire” e il suo programma educativo per indottrinare gli scolari sul loro “diritto” di scegliere di morire, piuttosto che contribuire alla società» riporta EIRN.
«Non è un caso che questo attacco frontale al più fondamentale dei diritti umani, quello del diritto alla vita, si stia intensificando nel mezzo di una pandemia a cui i governi occidentali in generale si sono rifiutati di fare ciò che era necessario per schiacciare il malattia».
L’eutanasia è legale in Colombia dal 1997, quando, tre anni dopo che il Paese aveva legalizzato l’uso di cocaina. All’epoca la Corte Costituzionale della Colombia ha legalizzato l’eutanasia in «determinate circostanze».
Nel 2014, il tribunale ha ordinato la regolamentazione della «procedura», che è l’uccisione medica deliberata di un altro essere umano.
Dal 2015, sono 178 le persone con malattie dichiarate terminali che sono state legalmente «soppresse» in Colombia. Nel luglio 2021, la Corte costituzionale della Colombia ha stabilito che il sistema sanitario pubblico colombiano può uccidere chiunque abbia una malattia «incurabile» che causa un grande dolore fisico o psicologico, per ora la persona deve richiederlo.
Il principale campione di eutanasia al Congresso colombiano, il membro del Partito Liberale Juan Fernando Reyes Kuri, intende ripresentare il suo disegno di legge che regola l’eutanasia se verrà rieletto a marzo, in modo che chiunque cerchi di morire «non dovrà andare davanti a un giudice ; i medici dovranno metterlo in atto immediatamente».
La campagna internazionale per spingere l’eutanasia in Colombia, giocata con il favore dei massimi media mondiali, ha coinvolto anche la questione cattolica
La campagna internazionale per spingere l’eutanasia in Colombia, giocata con il favore dei massimi media mondiali, ha coinvolto anche la questione cattolica: i fedeli cattolici sono di fatto, almeno in teoria, ancora la maggioranza della popolazione colombiana.
Ecco che quindi sono cominciate a circolare storie riguardo al fatto che erano proprio pie persone cattoliche a chiedere di essere soppresse.
A ottobre 2021 il Washington Post dedicò un lungo articolo a Martha Sepulveda, 51enne della capitale Bogotà, e alla sua battaglia per «divenire la prima persona in Colombia – un Paese a maggioranza cattolica – a morire per eutanasia legalmente autorizzata senza una prognosi terminale». Alla signora era stata diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica generalmente nota con l’acronimo SLA.
Nell’articolo del giornale del gruppo Amazon abbandono descrizioni drammatiche della sua vita non più degna di essere vissuta (un tempo dicevano così): «piangeva la notte, sopraffatta dal pensiero di non poter andare a letto o andare in bagno da sola».
Tuttavia la donna «che si considera una devota cattolica, aveva iniziato a leggere di un’opzione che pensava potesse alleviare la sua paura di ciò che sarebbe successo: l’eutanasia».
Notate il lavoretto: la parola «eutanasia» e «devota cattolica» stanno nella stessa frase – e nello stesso «caso umano». Un caso che chiaramente doveva fare da guida per tutta la popolazione ancora ancorata al cattolicesimo: farsi uccidere dai medici non è un peccato
Notate il lavoretto: la parola «eutanasia» e «devota cattolica» stanno nella stessa frase – e nello stesso «caso umano». Un caso che chiaramente doveva fare da guida per tutta la popolazione ancora ancorata al cattolicesimo: farsi uccidere dai medici non è un peccato. La finestra di Overton sul suicidio ospedaliero dei cattolici colombiani è bella che aperta.
Di fatto, ci casca subito dentro qualche zucchetto: ecco che viene data notizia di un membro della Conferenza episcopale colombiana che esortava la Sepulveda a «riflettere con calma» sulla sua decisione e invitava i cattolici a pregare affinché Dio le concedesse misericordia.
Fino al 2021 in Colombia l’opzione era legalmente disponibile solo per coloro che avrebbero dovuto vivere per sei mesi o meno. Sebbene la SLA sia una malattia fatale senza cura, progredisce a ritmi variabili e i pazienti possono sopravvivere per anni o, in alcuni casi, decenni.
La corte costituzionale colombiana aveva stabilito a luglio 2021 che il diritto all’eutanasia si applicava non solo ai pazienti terminali, ma anche a quelli con «intense sofferenze fisiche o mentali per lesioni fisiche o malattie gravi e incurabili».
Tuttavia un comitato medico aveva stabilito che nel caso della Sepulveda la malattia non pregiudicava completamente «la funzionalità della paziente nelle attività strumentali o nella vita quotidiana come la paziente e la sua famiglia avevano espresso in precedenti cartelle cliniche». La signora, disse il comitato dei medici «ha un’alta probabilità di aspettarsi una vita di più di 6 mesi»; quindi il comitato ha stabilito che non era idonea per l’eutanasia.
La finestra di Overton sul suicidio ospedaliero dei cattolici colombiani è bella che aperta
I membri del comitato hanno basato la loro decisione almeno in parte sulla copertura mediatica del caso Sepulveda, partita da quando la sua decisione è diventata pubblica. L’aspirante eutanatizzata «era apparsa in televisione sorridendo e ridendo mentre cenava in un ristorante locale (…) nonostante la sua triste prognosi» ha scritto in occasione del decesso eutanatico il Washington Post.
Lo scorso 8 gennaio la signora Sepulveda ha vinto la sua battaglia per morire di eutanasia, ed è morta. Secondo i suoi avvocati lo ha fatto «secondo la sua idea di autonomia e dignità». Poco altro trapela, se non che la «procedura» è stata operata nella città di Medellin. Negli articoli sui giornali internazionali è definita, come lo scorso ottobre, «madre e devota cattolica».
Insomma, sono i «devoti cattolici» a chiedere di essere terminati.
Immagine ricca di insegnamenti, profondi e attualissimi, anche in termini storici e metastorici.
Eutanasia
L’inferno dell’eutanasia canadese
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Il Regno Unito e altri paesi stanno cercando in Canada linee guida su come legiferare per l’eutanasia. Secondo un gruppo chiamato UK Humanists, «possiamo e dovremmo imparare dal Canada per creare leggi che siano giuste per il Regno Unito».
Il regime di eutanasia del Canada, che è ufficialmente chiamato «assistenza medica al morire» o MAiD, è spesso descritto come il più radicale del mondo.
In un recente articolo su The Spectator (Regno Unito), il giornalista Douglas Murray lo ha descritto come un «percorso infernale». Dopo il marzo 2024, ha affermato, i medici «saranno in grado di uccidere (o assegnare il “suicidio medicalmente assistito”) a persone di qualsiasi età che soffrono di anoressia, depressione, disturbo da stress post-traumatico o un crescente buffet di altri disturbi debilitanti».
Gli umanisti britannici negano questa visione pessimistica del futuro. Dopo aver studiato una serie di casi emersi dai media canadesi, il loro rapporto concludeva ottimisticamente: «non crediamo che qualcuno in Canada abbia avuto una morte assistita che non avrebbe dovuto esserne in grado».
Tuttavia, un recente articolo sulla rivista Palliative and Supportive Care di tre medici canadesi e un bioeticista tratta più o meno lo stesso argomento in modo molto più dettagliato e giunge a conclusioni molto diverse:
«Il regime MAiD canadese non dispone delle salvaguardie, della raccolta dei dati e della supervisione necessarie per proteggere i canadesi dalla morte prematura». Il loro articolo è un’eccellente panoramica dello status quo in Canada prima che la MAiD per malattie mentali diventi legale il prossimo marzo. Tentano di identificare «lacune politiche» come monito per altre giurisdizioni.
Sono le seguenti:
Raccolta dati inadeguata. I medici si autosegnalano ed è improbabile che riportino errori o omissioni che potrebbero portare a perseguirli per non aver osservato le linee guida. Non sorprende che le storie dei media su persone con disabilità o malattie mentali sottoposte a MAiD non siano state nemmeno menzionate nel rapporto annuale del governo sul programma.
Mancanza di controllo. «Piuttosto che il governo si assuma la responsabilità di istituire procedure di indagine, il ministro della Giustizia ha affermato che la supervisione deve essere fornita dai membri della famiglia che si lamentano dopo il fatto per avviare azioni disciplinari o indagini di polizia».
Dare priorità all’accesso a MAiD rispetto alla sicurezza e alle esigenze del paziente. Sebbene la Corte Suprema del Canada non abbia stabilito un esplicito «diritto a morire con dignità», i burocrati lo hanno fatto. Anche quando sono disponibili altre opzioni, i pazienti vengono indirizzati verso MAiD. Inoltre, un medico che si oppone alla richiesta di un paziente, «anche se solo in casi specifici per circostanze specifiche (quindi probabilmente anche se tale obiezione si basa sull’opinione che gli standard di cura professionale medica non sono stati soddisfatti)» è considerato un obiettore di coscienza che deve indirizzare il malato ad un medico disponibile.
Offrire in modo proattivo MAiD ai pazienti come se fosse una delle tante opzioni terapeutiche standard. Ciò mette sotto pressione i pazienti affinché accettino il MAiD, fa loro sentire che la loro sofferenza è davvero intollerabile e li fa temere di accedere alle cure mediche.
Terminologia indefinita nella legislazione. I pazienti possono richiedere MAiD se affrontano la prospettiva di una «morte naturale ragionevolmente prevedibile», anche se la morte non è imminente né la loro condizione terminale. La formulazione della legge è «imprecisa e rende difficili le determinazioni chiare e l’attuazione coerente degli standard di pratica clinica per MAiD».
La sofferenza è definita soggettivamente e può essere radicata nel disagio psicosociale. Stanno emergendo sempre più storie di persone che hanno richiesto MAiD perché non potevano accedere ai servizi sociali. Una donna ha persino lasciato un video di uscita in cui diceva: «il governo mi vede come spazzatura sacrificabile». Un ministro del governo ha persino ammesso che «è più facile accedere al MAiD che ottenere una sedia a rotelle in alcune parti del Paese».
Offrire in modo proattivo MAiD ai pazienti come se fosse una delle tante opzioni terapeutiche standard. In altre giurisdizioni, ai medici è vietato sollevare il tema dell’eutanasia o del suicidio assistito con i propri pazienti. Non in Canada. «Nessun altro paese al mondo ha normalizzato il suicidio assistito o l’eutanasia in questo modo come potenziale opzione terapeutica di prima linea per affrontare la sofferenza», scrivono gli autori.
Nessun trattamento standard deve essere stato provato prima o addirittura essere disponibile. In Belgio e nei Paesi Bassi, l’eutanasia può essere un’opzione solo quando tutte le opzioni terapeutiche sono state esaurite. Ma in Canada, «non è necessario che i trattamenti standard di best practice siano stati tentati in modo appropriato, o addirittura che siano accessibili. Tragicamente, alcune persone scelgono di morire mentre sono in lista d’attesa per un trattamento potenzialmente efficace o perché vengono rifiutate le cure».
Contagio suicida. Ci sono prove aneddotiche che alcune persone richiedono MAiD dopo aver sentito parlare di altri casi nei media. Ma il governo presume che MAiD renderà il suicidio meno comune, una posizione che non è supportata da prove.
Quindi cosa viene dopo per i canadesi con malattie e disabilità? Gli autori sono preoccupati per la normalizzazione del MAiD «come strumento accessibile per alleviare la sofferenza» e per smettere di essere un peso per i propri cari. Le tariffe stanno aumentando vertiginosamente, anno dopo anno.
Nel 2021, MAiD ha rappresentato il 3,3% di tutti i decessi e il 7% in alcune aree.
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Eutanasia
Iniziata l’eutanasia delle persone autistiche. Renovatio 21 ve lo aveva detto 6 anni fa: a quando i bambini danneggiati da vaccino?
È uscito un nuovo studio sull’eutanasia nei Paesi Bassi, firmato da una specialista in cure palliative presso la Kingston University (Gran Bretagna), Irene Tuffrey-Wijne, che ha rivelato qualcosa che, per qualcuno è ancora scioccante.
Il rapporto della ricercatrice britannica dice sostanzialmente che numerose persone autistiche e persone con disabilità intellettive sono state soppresse solo perché sentivano di non poter condurre una vita «normale».
La Tuffrey-Wijne ha condotto la ricerca esaminando 900 fascicoli di casi dal 2012 al 2021 e ha scoperto 39 casi che coinvolgevano persone autistiche o con disabilità intellettive.
Il sito del gruppo pro-life Live Action scrive che all’inizio di quest’anno era già stato rivelato che i Paesi Bassi hanno ucciso un numero record di persone attraverso l’eutanasia, 115 delle quali non avevano malattie oltre a problemi psichiatrici.
In molti casi, questioni di dinamica sociale e famigliare sono citate come causa di sofferenza. Viene raccontato il caso di una paziente, una donna di età inferiore ai 30 anni, «non era in grado di fare amicizia e si era isolata, anche all’interno della sua stessa famiglia».
Vi è quindi il caso della morte di Stato per un signore sulla settantina descritto come mai stato in grado di «stare al passo con la società», con «tratti autistici gli rendevano sempre più difficile far fronte ai cambiamenti che lo circondavano».
E ancora la storia dell’eutanasia del maschio sulla quarantina che soffriva di «ansia, lamentele compulsive e solitudine a causa dei limiti derivanti da ASD [disturbo dello spettro autistico, ndr], disturbo ossessivo-compulsivo, lesioni cerebrali acquisite e disturbo della personalità».
Ecco quindi il ragazzo di 20 anni a cui è stata data la morte di Stato perché si sentiva solo ed era stato vittima di bullismo da bambino.
Ecco la donna eutanatizzata perché «soffriva dell’isolamento sociale a cui aveva portato il suo comportamento. Le riunioni erano disturbate dalle sue urla. La gente la trovava ripugnante e nessuno voleva starle vicino. Non riusciva a dare un senso alla sua vita in nessun altro modo».
In un terzo dei casi esaminati, le persone con autismo e disabilità intellettiva erano considerate «non curabili», quindi ritenute senza alcuna speranza di migliorare la vita dei pazienti. Pertanto, costoro sono stati sottoposti a eutanasia – cioè uccisi dallo Stato per via medica – senza che gli fosse offerto ulteriore supporto o risorse.
La ricercatrice inglese ha detto all’Associated Press che queste esperienze hanno sollevato in lei una domanda scomoda. «Non ho dubbi che queste persone stessero soffrendo», ha dichiarato la Tuffrey-Wijne. «Ma la società è davvero d’accordo con l’invio di questo messaggio, che non c’è altro modo per aiutarli ed è solo meglio essere morti?». È una domanda, per chi comprende l’esistenza e la potenza della Necrocultura, forse un po’ ingenua.
Gli attivisti di Live Action scrivono che ciò è dovuto al fatto che in Olanda «l’eutanasia è in gran parte non regolamentata» e cioè quindi «consente alle persone con disabilità e autismo di essere uccise – come ha scoperto Tuffrey-Wijne – nonostante non siano affatto malate fisicamente».
Il lettore di Renovatio 21 sa invece che non si tratta di mancanza di regolamentazione, ma di vero e proprio fondamentalismo eutanatico, di cui i neerlandesi sono diventati campioni, – nel 2020 una persona ogni 25 è morta per eutanasia, un bel record. Con l’eutanasia dei bambini , cioè l’uccisione dei neonati «difettosi», già oramai lanciata.
Lo Stato olandese è già di per sé modello per l’anarco-tirannia in salsa europea: i «diritti» delle minoranze etnosessuali sono rispettatissimi (tanto che anche miliziani ISIS arrivano tranquillamente tra i migranti), la droga è legale , e anche quella illegale si trova grazie alla sanguinaria criminalità maghrebina (la «Mocro Mafia») che hanno fatto del Paese «un Narco-Stato 2.0», dicono i sindacati di polizia; al contempo, però, ti sparano se protesti contro il lockdown o la chiusura degli allevamenti di bovino.
La Cultura della Morte che permea la società olandese – dove giovani donne chiedono di morire anche senza essere fisicamente malate, mentre in TV passano documentari su quelle che prima di uccidersi fanno una festa in discoteca con le amiche – rende l’Olanda un regno oscuro che funge da monito per l’intera civiltà occidentale.
Perché era chiaro, almeno per Renovatio 21 e per chi ci segue, che sarebbe successo. Era inevitabile che le persone che soffrono di autismo finissero nel tritacarne dello Stato utilitarista, perché incapaci di funzionare nella società della massimizzazione del piacere, e quindi ritenuti sacrificabili – la parola giusta, perché il lettore può comprendere qui che si tratta di sacrifici umani appena truccati da una benevolente evoluzione dello Stato moderno.
Era inevitabile che l’eutanasia avrebbe iniziato a bussare alla porte di coloro che, essendo «nello spettro», vivono, per i nazisti della nuova eugenetica, «vite indegne di essere vissute» – Lebensunwertes Leben, dicevano i tedeschi negli anni in cui cominciarono a eliminare i disabili, che sono – ricordiamo per inciso – gli stessi anni in cui veniva introdotta la diagnosi dal dottor Hans Asperger, lui stesso accusato di aver mandato qualche suo piccolo paziente autistico a essere trucidati in una clinica del programma di sterminio eutanatico Aktion T4.
Oggi sono sparite le svastiche e le ossessioni mortifere antisemite (o meglio: sono state traslocate in Ucraina, dove vengono da noi abbondantemente finanziate), ma la sete per le stragi rimane la stessa, immutata nei decenni, nei secoli.
Lasciatecelo dire: sappiamo qual è la prossima porta a cui l’eutanasia busserà. Lo sapete anche voi.
Lo abbiamo detto già nel lontano settembre 2017, in quella che fu forse la prima (o al massimo la seconda) conferenza pubblica di Renovatio 21. Era un incontro pubblico a Reggio Emilia organizzato da Cristiano Lugli con una dottoressa e un avvocato sul tema caldo di cui giorni: l’obbligo vaccinale per i nostri figli – la famosa «legge Lorenzin», che ha impedito a tanti bambini non vaccinati di frequentare le scuole materne, praticamente un test per quanto sarebbe successo tre anni dopo con sieri mRNA e green pass.
«Abbiamo visto che eliminano completamente i down, perché la loro è una vita indegna di essere vissuta» dicevo indicando il caso dell’Islanda down-free. «E una vita indegna di essere vissuta, va eliminata… voi pensate che sia impossibile? Il re cattolico del Belgio nel 2014 ha firmato una legge per cui si può fare l’eutanasia del bambino, basta che il bambino sia “consenziente”… l’eutanasia infantile è arrivata… qualcuno lo chiama aborto post-natale».
Andavo oltre, e parlavo del caso di Charlie Gard, il bambino lasciato morire della Sanità inglese, e del suo messaggio, e cioè il «pensare che si possono ammazzare i bambini anche già nati… i bambini danneggiati si possono ammazzare».
«Quindi io mi chiedo, e sono conscio della forza di questa mia domanda: quanti anni ci vorranno prima che i bambini autistici finiranno in questo calderone?»
Ricordo il gelo che scese nella sala. Da persona che lavora con i teatri, so percepire la temperatura di una sala. Lì era precipitato tutto sottozero all’istante, al punto che mi fermai prima ancora di finire la frase.
Stavo dicendo proprio questo: che, ad un certo punto, i bambini danneggiati da vaccino – i casi di autismo che tanti genitori, medici e attivisti imputano all’inoculazione – verranno in un futuro prossimo eutanatizzati dallo stesso Stato che li produce con le leggi per l’obbligo vaccinale.
Nemmeno io, che pure lo pensavo, mi ero reso conto dell’immane mostruosità della questione. Dicendolo ad una platea di genitori realizzavo la portata di questa prospettiva prossima. Erano sconvolti loro, ero sconvolto anche io – come padre, sono parte di risonanze anche paradossali, con i miei pensieri che possono venire amplificati, e rimandatimi indietro, da altre anime che devono a costo della vita difendere i loro piccoli come devo farlo io.
Il tema è proprio questo: la perversione della genitorialità. Perché l’eutanasia infantile offre una infame, orrenda via di scampo a molti genitori che, oggettivamente, hanno avuto la vita devastata dallo spettro autistico del figlio. Esasperati, estenuati, i genitori arrivano al punto di dichiarare la loro stessa vita, piagata dalle urla, dalla testa sbattuta sul muro, da tanti pensieri, come «indegna di essere vissuta».
Ecco che lo Stato moderno, lo Stato della Necrocultura, ti offre la sua mano sterminatrice: uccidi tuo figlio, è legale. Quindi, è giusto.
Pensaci: starai meglio, dopo – e magari starà meglio lui, finito nel paradiso dell’eutanasia, o nel niente cosmico che è sempre meglio delle notti insonni, di una vita che sarà sempre dipendente da badanti.
Capite il disegno del principe di questo mondo: non gli basta ferire e uccidere – vuole che a farlo siano gli uomini stessi, i genitori che ammazzano i loro figli, gli Stati stessi divenuti macchine di morte. È l’inversione, la perversione finale della società umana ridotta a insieme di assassinii atroci.
«Quanto prima che arrivi da noi?», chiedevo nella conferenza.
Ecco, ci stiamo arrivando. Gli olandesi sono solo avanti di due passi, o poco più.
Preparatevi a difendere la vostra prole da una ferocia che mai avreste voluto immaginare.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
Eutanasia in Francia, stallo tra operatori sanitari e governo
Il disegno di legge sull’eutanasia architettato dal governo di Elisabeth Borne si scontra con gli operatori sanitari che la vedono come una «soluzione inaccettabile» e denunciano ancora una volta la «mancanza di consultazione» dell’esecutivo che ha comunque intenzione di fare il possibile per realizzare una delle promesse elettorali nel 2022 del candidato Emmanuel Macron.
Il disegno di legge annunciato entro la fine dell’estate 2023 andrebbe, secondo il Ministero della Salute, in tre direzioni: assistenza attiva al morente, cure palliative e sostegno agli «aidants», gli «aiutanti», cioè a coloro che hanno formalmente collaborato alla realizzazione dell’atto del suicidio assistito.
Per il governo si sarebbe più orientati – dobbiamo usare il condizionale al momento – verso una pratica che consenta al malato di porre fine alla propria vita da solo, con un minimo di controllo medico, piuttosto che all’eutanasia «dura», dove il cocktail litico viene somministrato dagli stessi operatori sanitari.
Distinzione puramente semantica per cullare l’opinione pubblica, perché in realtà si tratta sempre di opporsi seriamente al 5° comandamento di Dio, che è parte integrante della legge naturale scolpita nel cuore di ogni uomo che viene in questo mondo: «Non uccidere».
Ma gli aidants non intendono farsi prendere in giro: una quindicina di organizzazioni sanitarie hanno così scritto, il 20 giugno, al Ministro Delegato all’Organizzazione del Territorio e alle Professioni Sanitarie per ribadire il proprio rifiuto ad attuare un’assistenza attiva al morente.
«Abbiamo la legittimità di definire ciò che dipende dalla nostra responsabilità professionale. (…) Abbiamo l’impressione di non essere stati ascoltati», protesta Ségolène Perruchio, direttrice del servizio di cure palliative del centro ospedaliero Rives de Seine di Puteaux (Hauts-de-Seine).
Per questo professionista sanitario che parla a nome della Società francese di sostegno e cure palliative (SFAP) «non vogliamo che gli operatori sanitari che si oppongono esplicitamente con una clausola di coscienza, siano tenuti a dare la morte».
Da parte dell’esecutivo, fedele alla tattica evidenziata in occasione della riforma delle pensioni, si tratta di dare l’illusione della consultazione: «il ministro ha riconosciuto che al gruppo di lavoro dei curanti non è stato sollecitato per una “co -costruzione” della legge, ma semplicemente consultato per la sua competenza medica e il suo posto in prima linea nel processo», deplora Ségolène Perruchuio.
È chiaro, per l’operatore, che «l’eutanasia o il suicidio assistito non devono far parte del percorso di cura del paziente», perché «quando un paziente ci dice: “non ce la faccio più” la nostra risposta deve essere quella di migliorare la sua prendersi cura e cercare nuove soluzioni piuttosto che programmare una data per l’eutanasia».
Ma altre dissonanze si sono già sentite all’interno del governo. Lo stesso ministro della Salute aveva espresso molto presto delle riserve sulla questione: «accompagnare la morte non è uccidere», ha detto François Braun a Le Monde l’8 aprile 2023.
Sul terreno parlamentare il progetto del governo non incontra entusiasmo poiché i gruppi Les Républicains (LR), socialista (SER) e comunista (PC) hanno rifiutato ogni partecipazione in vista di una «co-costruzione» del progetto di legge: una presa di posizione politica e opportunistica, attenta a non esprimere alcuna opinione sostanziale sul dibattito.
Resta da vedere come l’esecutivo riuscirà a gestire il contrasta tra sanitari e parlamentari: si parla già della possibilità di rivestire il boccone amaro del suicidio assistito da zucchero con un piano decennale dedicato alle cure palliative.
Nel peggiore dei casi, il governo troverà un pregiudizio per legare l’eutanasia alla legge finanziaria, per ricorrere all’articolo 49.3 della Costituzione, che come visto in questi mesi potrebbe essere consumato senza moderazione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.









