Economia
Il Distributismo di Belloc, un antidoto alla crisi contemporanea
Sono felice di annunziare che la casa editrice Fede&Cultura ha recentemente pubblicato la traduzione di un breve ma significativo libro, inedito nella nostra lingua, del distributista Hilaire Belloc (1870-1953), scritto nel 1938, originalmente denominato The Way Out ed intitolato nella versione italiana Distributismo. La Via d’Uscita dallo Stato Servile. La pubblicazione è nata da un’iniziativa degli amici del Movimento Distributismo Italiano, di cui mi onoro di essere presidente.
Che ci azzecca un libro scritto 83 anni fa, nell’Inghilterra di Chamberlain e Churchill, con l’Italia di Draghi, Salvini e Letta? Nulla, potrebbe pensare qualcuno! Ad uno sguardo più attento però ci si può facilmente accorgere che le cose non stanno così. The Way Out fu infatti elaborato da Hillaire Belloc in un frangente della storia molto simile a quello attuale.
La grande crisi del 1929, soprattutto nelle nazioni permeate dal liberal-capitalismo, aveva aperto ferite sociali ed economiche che erano ben lungi dall’essere state rimarginate, proprio come succede oggi dopo la crisi sistemica del 2007. Nei Paesi in cui la finanza internazionale svolgeva un ruolo centrale nella gestione degli affari e della politica, le diseguaglianze sociali si erano allargate e la ricchezza confluiva inesorabilmente nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone, proprio come avviene ora. La maggioranza della popolazione, soggetta a gravi privazioni economico-sociali, ad una costante instabilità lavorativa, ai continui scandali del sistema partitocratico, aveva ormai perso ogni reale fiducia nel sistema di rappresentanza politica allora dominante, proprio come oggi è universalmente diffuso il malcontento verso le principali istituzioni che regolano la nostra esistenza.
L’opposizione capitalismo-socialcomunismo è una falsa opposizione in quanto si tratta di due diverse modalità di manifestazione di una stessa realtà, due facce di una stessa medaglia che, dopo un periodo di falsa alternanza durata per decenni, sono destinate ad avviarsi verso una fase finale di sostanziale alleanza, costituendo lo Stato Servile
Senza scomodare le teorie stoiche e poi nietzschiane dell’eterno ritorno, è indubbio che la situazione in cui lo storico, giornalista, scrittore e politico cattolico Hilaire Belloc scriveva, presentava certamente elementi di analogia con quella attuale ma la ragione che rende il suo libro quanto mai attuale non sta solo in questo ma anche e soprattutto nello sguardo, nella prospettiva che Belloc suggerì circa un secolo fa, una prospettiva che, cogliendo alcune dimensioni atemporali, o meglio sovra-temporali, del vivere civile, è in grado di offrire paradigmi interpretativi utilissimi a comprendere quanto sta succedendo oggi e soprattutto di indicare una possibile via di uscita -da cui il titolo- all’impasse della crisi generalizzata in cui ci troviamo.
Le pagine di Belloc non rappresentano infatti tanto un’analisi specifica e omnicomprensiva del quadro sociale di allora, sforzo che avrebbe richiesto una mole di dati ben superiore a quelli contenuti in questo volume, ma un’agile e ben organizzata mappa in grado di orientare il viaggiatore/lettore nel territorio delle problematiche di quei tempi che, guarda caso, sono gli stessi di oggi. La mappa non è uno strumento che in sé può esaurire tutta la complessità e il dinamismo della realtà/ territorio ma è in grado invece di offrire un orientamento, di chiarire quali siano i punti cardinali in base a cui muoversi, la direzione da intraprendere alla luce dei principali elementi presenti.
Senza mappa si rischia di girare a vuoto, di prendere strade sbagliate che non portano a nulla, di non raggiungere la meta voluta. Così, sembra suggerire Belloc, senza una visione chiara ed unitaria di quello che è il senso e la direzione di marcia dei vari avvenimenti economici, politici e sociali si rischia di essere sommersi e sopraffatti dal mero resoconto dei fatti e da un eccesso di informazioni, senza più la capacità di coglierne il significato profondo.
Fortemente radicato nella tradizione del pensiero realista aristotelico-tomista e grande estimatore delle encicliche sociali Rerum Novarum (1891) e Quadragesimo Anno (1931) e del pensiero sociale cattolico in generale, Belloc, insieme a tutti gli autori distributisti suoi contemporanei, aveva infatti cercato di andare oltre le apparenze della fenomenologia del vivere sociale per coglierne invece le essenze che ne orientano gli scopi e le direzioni.
Nelle circa centossessanta pagine del suo libro, Belloc, con un linguaggio molto semplice ed immediato, ci dice che l’essenza del capitalismo e del social-comunismo, contrariamente alle apparenze, di fatto è la stessa e che essa coincide con la tendenza a concentrare potere politico e proprietà produttiva nelle mani di pochi, siano questi pochi gli esponenti di un’oligarchia economico-finanziaria, nel caso del capitalismo, o di una burocrazia statalista e partitocratica, nel caso del social-comunismo.
Belloc fu in grado di prevedere, quasi un secolo fa, quello che sta succedendo oggi davanti ai nostri occhi, cioè la convergenza tra grande capitale e grande Stato in un sistema in cui il cittadino medio viene sempre più spossessato di ogni potere politico reale e di ogni proprietà produttiva, per finire col tornare ad essere quel servo e quello schiavo che era stato durante i lunghi secoli del mondo pagano.
L’opposizione capitalismo-socialcomunismo è quindi una falsa opposizione in quanto si tratta di due diverse modalità di manifestazione di una stessa realtà, due facce di una stessa medaglia che, dopo un periodo di falsa alternanza durata per decenni, sono destinate ad avviarsi verso una fase finale di sostanziale alleanza, costituendo lo Stato Servile.
Belloc fu cioè in grado di prevedere, quasi un secolo fa, quello che sta succedendo oggi davanti ai nostri occhi, cioè la convergenza tra grande capitale e grande Stato in un sistema in cui il cittadino medio viene sempre più spossessato di ogni potere politico reale e di ogni proprietà produttiva, per finire col tornare ad essere quel servo e quello schiavo che era stato durante i lunghi secoli del mondo pagano.
Rimanendo in Italia, si chiariscono così eventi apparentemente inspiegabili quali la vicinanza del partito erede del PCI al mondo della finanza nazionale ed internazionale, il fatto che esponenti di spicco del PD – quali Prodi ed Enrico Letta – partecipino a gruppi elitari come il Gruppo Bilderberg e collaborino con banche speculative internazionali quali Goldman Sachs, mentre sembra abbiano completamente abbandonato i progetti di riscatto del mondo del lavoro rispetto a quello del capitale, accettando come un bene supremo ed intangibile la prevalente separazione tra capitale e lavoro, tra lavoratori e proprietari.
Nel suo libro Belloc descrive già allora le figure del piccolo agricoltore, dell’artigiano, del piccolo imprenditore e del piccolo negoziante come vere e proprie specie in via d’estinzione, da tutelare e difendere in nome della libertà economica e della prosperità generale, contro le tendenze monopoliste del grande capitale e del grande Stato.
Descrive le gilde o corporazioni di arti e mestieri come l’unica soluzione plausibile e realistica alla gestione del potere da parte di istituzioni fortemente ideologizzate e lontane dalla gente, quali i partiti, nella maggior parte dei casi legate a doppio filo con gli interessi dell’oligarchia economica.
Descrive una moneta libero da debito ed interesse quale sensata alternativa al denaro-debito imposto dalla speculazione delle grandi banche, che con il loro potere di emissione e di credito di fatto controllano e gestiscono la maggioranza delle attività umane, politica, informazione ed educazione comprese.
Si chiariscono così eventi apparentemente inspiegabili quali la vicinanza del partito erede del PCI al mondo della finanza nazionale ed internazionale, il fatto che esponenti di spicco del PD – quali Prodi ed Enrico Letta – partecipino a gruppi elitari come il Gruppo Bilderberg e collaborino con banche speculative internazionali quali Goldman Sachs, mentre sembra abbiano completamente abbandonato i progetti di riscatto del mondo del lavoro rispetto a quello del capitale, accettando come un bene supremo ed intangibile la prevalente separazione tra capitale e lavoro, tra lavoratori e proprietari
Come non pensare a quanto sta avvenendo oggi, al grido disperato dei ristoratori e delle partite IVA, dei piccoli commercianti, dei liberi professionisti ed in generale dei lavoratori autonomi, che si sentono abbandonati dai partiti nelle mani di un mercato gestito dai pochi monopolisti delle grandi multinazionali, che risultano sempre e comunque tutelati e supportati dall’apparato legislativo statale.
Si vuol far credere che l’estinzione della piccola proprietà sia il prodotto di una sorta di selezione naturale basata sulle ferree leggi naturali del mercato mentre in realtà si tratta del fatto che un’intera classe politica, cedendo alle pressioni dei signori del denaro, ha di fatto abbandonato ogni seria ed autentica progettualità, per ripetere pappagallescamente i mantra loro imposti dalle varie centrali di potere saldamente nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Così, parità di genere, svolta digitale e rivoluzione verde sono assurti a priorità incontestabili, prendendo il posto di principi basilari quali giustizia ed equità.
Quegli esponenti di partito che sporadicamente si battono per tutelare i residui interessi dei piccoli proprietari ingaggiano in realtà una battaglia già persa in partenza, all’insegna per lo più della conquista del consenso elettorale a breve termine ma priva di una chiara visione politica d’insieme in grado di condurre un’opposizione serrata, coerente e ferma all’avanzata dello Stato Servile.
Così i partiti scendono in piazza insieme ai ristoratori ma poi non fanno nulla per ridare dignità politica ai ristoratori stessi, organizzandoli in gilde o corporazioni e consentendogli di recuperare la capacità e la libertà di gestire e regolare al massimo grado, attraverso un’ampia partecipazione dal basso basata anche sulle competenze, il loro ambito socio-lavorativo.
Politicanti di vario colore si schierano accanto ai piccoli agricoltori della piana di Vittoria ma poi rimangono indifferenti di fronte alla legislazione nazionale ed europea che favorisce la grande distribuzione e le grandi multinazionali alimentari contro gli interessi delle aziende a conduzione famigliare. Mentre si cerca di tutelare il posto dei lavoratori delle grandi industrie, non si fa nulla per salvaguardarli strutturalmente dall’arbitrio del capitale speculativo, favorendone il passaggio da lavoratori a lavoratori-proprietari, ma si osanna inesorabilmente come salvatore della patria il grande capitale, estero o italiano che sia, in una sterile coazione a ripetere che non ha alcuna realistica via d’uscita. Gli esempi di questo tipo potrebbero essere infiniti.
Nel suo libro Belloc descrive già allora le figure del piccolo agricoltore, dell’artigiano, del piccolo imprenditore e del piccolo negoziante come vere e proprie specie in via d’estinzione, da tutelare e difendere in nome della libertà economica e della prosperità generale, contro le tendenze monopoliste del grande capitale e del grande Stato
Come non pensare all’attualità del concetto di capitalismo assistenziale, che per Belloc costituisce una delle forme più evolute, perfide e sotterranee di Stato Servile, quando si assiste un po’ da tutti i podi dei vari partiti al richiamo insistente e ripetuto alla necessità dell’intervento massiccio statale in tutte le sfere della vita sociale, famiglia inclusa.
Quello che Belloc contesta non è certo l’attuazione del principio di solidarietà ma la tendenza a trasformare ogni attore sociale, in un modo o nell’altro, in un dipendente statale, dove la parola «dipendente» dice già tutto sulla perdita di quello che per Belloc stesso rimane uno dei massimi valori: la libertà, una libertà intesa non gnosticamente come liberazione da tutti i vincoli ma come pieno compimento della propria verità di uomini e donne.
Al capitalismo assistenziale, che lascia inalterato lo squilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e poi concede un’elemosina di sopravvivenza alla maggior parte della popolazione, Belloc oppone così la solidarietà concreta delle gilde o corporazioni di arti e mestieri, vicine ai territori e gestite dalla gente, in grado di venire incontro capillarmente ai bisogni reali dei singoli individui.
Belloc dipinge poi nel suo libro una serie di pennellate che ci avvicinano alla concretezza della vita socio-lavorativo, pennellate che richiamano ad una prospettiva basata su pochi ed elementari principi, i principi distributisti di equità e giustizia sociale.
Tali principi non rimangono sterili rimandi ad un mondo astratto di valori – secondo una certa logica che purtroppo ha permeato numerosi ambienti cattolici – ma si incarnano concretamente intorno a pochi paradigmi in grado di orientare fattivamente l’azione, quali appunto l’unità tra capitale e lavoro e la massima possibile diffusione della proprietà produttiva, la restituzione di poteri politici reali ai lavoratori attraverso le gilde o corporazioni di arti e mestieri, l’abolizione del denaro-debito bancario e l’introduzione di una moneta libera da debito ed interesse.
Si vuol far credere che l’estinzione della piccola proprietà sia il prodotto di una sorta di selezione naturale basata sulle ferree leggi naturali del mercato mentre in realtà si tratta del fatto che un’intera classe politica, cedendo alle pressioni dei signori del denaro, ha di fatto abbandonato ogni seria ed autentica progettualità, per ripetere pappagallescamente i mantra loro imposti dalle varie centrali di potere saldamente nelle mani dell’oligarchia finanziaria
La proposta di Belloc in fondo è semplicemente quella di prendere sul serio la realtà che ci circonda e cogliere in profondità l’ordine intrinseco e finalistico che da essa traspare, riscoprendo così, grazie alla retta ragione, che il mondo in cui viviamo può tornare ad essere un kosmos, un tutto ordinato intorno a sani principi, piuttosto che quella giungla della selezione naturale così ben descritta da Darwin.
Quest’ultimo infatti, nella metà del XIX secolo, uscito dagli ambienti visceralmente anticattolici della Royal Society londinese, traspose più o meno consapevolmente in chiave naturalistica quella filosofia della legge del più forte che si era già imposta da secoli sul piano socio-economico e politico con il capitalismo e che mancava ancora di ogni forma di riconosciuta autorevolezza.
Non è un caso quindi che il fondatore del distributismo e grande amico di Belloc, G.K.Chesterton, fu definito, in alternativa a questa deviazione della ragione, il profeta del senso comune.
Il Distributismo. La Via di Uscita dallo Stato Servile rappresenta quindi un antidoto quanto mai necessario ai mali del mondo moderno, in grado di risvegliare le coscienze sopite dei nostri contemporanei a quei valori di sempre che da molto tempo sembrano eclissati ma che non aspettano altro che di essere riscoperti per riplasmare ancora la vita delle nostre comunità.
Mattteo Mazzariol
Articolo previamente apparso su Ricognizioni
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Economia
Anche la Bolivia inizia a commerciare in yuan, allontanandosi dal dollaro
In una conferenza stampa del 27 luglio, il ministro delle Finanze boliviano Marcelo Montenegro ha riferito che il suo governo ha iniziato a utilizzare lo yuan negli accordi commerciali e che una filiale di una banca cinese non ancora identificata aprirà nel paese per facilitare questo processo.
Per ora, le transazioni in yuan vengono effettuate elettronicamente attraverso il Banco Union gestito dallo Stato.
La Bolivia è il terzo Paese sudamericano ad adottare lo yuan per l’insediamento nel commercio, dopo Brasile e Argentina.
Montenegro ha spiegato che il governo ha fatto ricorso all’uso dello yuan per affrontare una significativa carenza di dollari iniziata lo scorso febbraio, causata in parte dai maggiori costi che ha dovuto pagare per le importazioni di gasolio, benzina e alcuni generi alimentari.
Il ministro delle finanze ha riferito che da marzo, le transazioni in yuan relative al commercio con la Cina ammontavano a circa 40,2 milioni di dollari (278,8 milioni di yuan), ovvero il 10% del commercio estero della Bolivia per quel periodo, secondo la testata economica argentina Ambito Financiero del 27 luglio.
Il Montenegro ha dichiarato che «questa è ancora una piccola quantità, ma aumenterà nel tempo».
La Bolivia esporta in gran parte minerali come argento, zinco e piombo, così come carne bovina in Cina, e importa automobili, pneumatici e beni strumentali, tra gli altri prodotti.
In un incontro del 20 luglio con l’ambasciatore cinese in Bolivia Huang Yazhong, riportato dal quotidiano del Partito Comunista Cinese in lingua inglese Global Times, Edwin Rojas Ulo, governatore della Banca Centrale della Bolivia, ha sottolineato che il settore finanziario è parte integrante della collaborazione Cina-Bolivia nella promozione della Belt and Road Initiative. Rojas ha sottolineato che la Banca Centrale continuerà a cooperare con le istituzioni finanziarie cinesi «per favorire uno sviluppo sano» nel commercio e negli investimenti bilaterali.
Lo yuan è ora utilizzato dall’India per pagare il petrolio russo. Lo stesso dicasi per il Pakistan.
L’Iraq ha fatto sapere che userà lo yuan, mollando il dollaro, negli scambi con Pechino, e così anche la Birmania. Il RMB ha ora superato il dollaro come valuta più utilizzata nelle transazioni transfrontaliere cinesi.
Tre mesi fa era emerso che lo yuan in Russia aveva sostituito il dollaro come principale valuta estera. Importante ricordare anche le 65 mila tonnellate di gas liquido acquistate dalla Francia a Pechino pagando sempre in yuan: forse l’atto più esplicativo della situazione dopo la dichiarazione saudita di farsi pagare in danaro cinese il petrolio.
Il Brasile nel 2021 aveva incrementato le sue riserve in valuta cinese; Israele nel 2022 ha aumentato la sua riserva di yuan. Qualcuno ritiene che da un anno è di fatto iniziato un passaggio allo yuan delle Banche Centrali.
Come riportato da Renovatio 21, anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha suggerito di incorporare lo yuan cinese come forma di valuta accettabile per i Paesi membri da utilizzare per adempiere ai propri obblighi finanziari nei confronti del FMI.
La dedollarizzazione prosegue, in ogni angolo della Terra. Impossibile, a questo punto non chiedersi: che sia, anche questa, una catastrofe programmata, uno shock mondiale che hanno progettato da lungo tempo?
Immagine di EEJCC via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Economia
I prezzi alla produzione mostrano gli effetti della deindustrializzazione dell’Europa
Da giugno 2022 a giugno 2023, i prezzi alla produzione dei beni, venduti a società e agenzie che producono beni di consumo e servizi, o ad altre aziende che producono altri beni di produzione, sono diminuiti o sono rimasti invariati nelle maggiori economie del mondo, ad eccezione di quella del Giappone.
La Germania, costrettasi alla politica di guerra in una deindustrializzazione in accelerazione forsennata, è il capofila di tale disastro economico: i prezzi dei beni alla produzione dell’industria tedesca a giugno sono scesi di un notevole 14% da settembre 2022.
I prezzi alla produzione dell’industria italiana sono scesi del 13% a giugno rispetto a dicembre 2022, mentre quelli del Regno Unito, in calo del 2,7% su base annua a giugno. Quelli dell’industria francese sono rimasti invariati per l’anno a giugno, ma in calo ogni mese da ottobre 2022.
I prezzi alla produzione negli Stati Uniti a giugno sono stati sostanzialmente stabili per l’anno (+0,24%), così come quelli della Corea del Sud.
I prezzi alla produzione dell’industria brasiliana sono diminuiti del 9,5% su base annua a giugno; quelli dell’India, in calo del 4% per l’anno fino a giugno; e quelli della Cina, in calo del 10,8% nell’anno.
Questi numeri di deflazione di prezzi alla produzione – che si possono trovare su Bloomberg, TradingEconomics.com e Moody’s Analytics –e mostrano senza dubbio la contrazione della domanda industriale in tutto il mondo, e specialmente in Europa, nonostante l’enorme e rapido aumento del budget della difesa degli Stati Uniti e i grandi aumenti della spesa bellica in tutta Europa.
«Questa deflazione dei prezzi alla produzione alimenterà i prezzi dei beni di consumo e i prezzi dei servizi nei settori della logistica commerciale, dello stoccaggio, dei trasporti» scrive EIRN. «La contrazione della domanda nelle economie europee in contrazione esporterà la deflazione sia in Cina che negli Stati Uniti».
La deflazione porterà la minaccia di un calo degli investimenti delle imprese, dell’occupazione e dei salari. Ulteriori strette creditizie e l’aggravarsi di politiche di austerità potrebbero trasformare l’economia europea in un malato terminale, non più guaribile.
Come riportato da Renovatio 21, interi settori dell’industria europea, come in Germania l’automotive e la chimica, sono in grave difficoltà, mentre le Banche Centrali, più che ad una soluzione del problema, paiono spingere solo verso l’introduzione delle CBDC, ossia delle valute digitali di Stato.
Il piano di anni di deindustrializzazione, forse, era proprio quello: distruggere le capacità produttive per poi sottomettere più facilmente la popolazione, controllata in ogni suo istante di esistenza grazia al danaro programmabile – che avremo a breve sotto forma di euro digitale.
Il piano, visto oggi, non sembra nemmeno così complesso. E, a meno che non succede qualcosa che inverta con decisione tale programma distopico, arriverà a compimento.
Economia
Putin firma per il rublo digitale
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che introdurrà una valuta digitale della banca centrale (CBDC) nell’economia russa.
Secondo l’agenzia di stampa statale russa TASS, il rublo digitale «sarà emesso insieme alle forme di denaro esistenti» dalla Banca di Russia, la banca centrale del Paese.
«Sarà possibile effettuare transazioni con il nuovo formato monetario utilizzando la piattaforma del rublo digitale, uno speciale sistema informativo», riferisce TASS.
Secondo il disegno di legge, il rublo digitale può essere utilizzato solo «come mezzo per pagamenti e bonifici» e «non prevede la possibilità di aprire un conto bancario utilizzando rubli digitali o di ottenere un prestito in rubli digitali».
L’idea di una CBDC russa è stata lanciata per diversi anni. Nel 2020, la Banca di Russia ha pubblicato il suo primo rapporto ufficiale sul rublo digitale.
Poco prima dell’inizio della guerra Russia-Ucraina nel febbraio 2022, il rublo digitale ha iniziato la sua fase pilota, con diverse banche russe che hanno preso parte al test.
Poiché gli Stati Uniti e l’Europa hanno ora imposto pesanti sanzioni alla Russia, il rublo digitale potrebbe essere un modo per mitigare le restrizioni finanziarie che l’Occidente ha imposto al Paese. Nell’ottobre 2020, un portavoce della Banca di Russia aveva già parlato del potenziale di una CBDC per mitigare le sanzioni estere e ridurre la dipendenza della Russia dal dollaro USA.
Sebbene il disegno di legge dia alla Banca centrale russa la possibilità di iniziare a testare la sua CBDC il 1° agosto, l’adozione di massa del rublo digitale può essere prevista solo tra il 2025 e il 2027, ha affermato il vicepresidente della Banca di Russia.
Secondo Anatoly Asakov, membro del Consiglio bancario nazionale della Banca di Russia, il rublo digitale sarà programmabile in modo da limitare il modo in cui i cittadini possono spendere la CBDC.
Il capo della Banca di Russia, Elvira Nabiullina, ha affermato che nessuno «costringerà nessuno a entrare nel rublo digitale» e che il suo utilizzo sarà «assolutamente volontario, (…) ci aspettiamo davvero che sarà più conveniente, più economico sia per le persone che per le imprese, e inizieranno a usarlo (…) Questa è una nuova opportunità».
Durante la pandemia la Russia aveva provato ad introdurre un sistema basato su codice QR per regolare l’accesso degli spazi alle persone immunizzate, tuttavia il sistema pare sia stato bellamente ignorato dalla popolazione. Di fatto, è possibile dire che in Russia, nonostante questo tentativo, non è stato implementato alcun obbligo vaccinale.
Un vecchio proverbio sovietico dice che «l’asprezza delle leggi russe è mitigata dal fatto che non è necessario osservarle».
I progetti di valuta elettronica di Stato sono ovunque, dall’Australia all’Ucraina, dallo Sri Lanka alla Svizzera. Essi portano il danaro a divenire software, divenire danaro programmabile, in grado di guidare e inibire le scelte del cittadino.
Poche settimane fa il capo del Fondo Monetario Kristalina Georgieva ha annunciato che l’organismo internazionale «sta lavorando sodo su una moneta digitale globale», cioè una CBDC mondialista.
Anche BRICS, Banca Mondiale si muovono verso CBDC transnazionali.
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)









