Internet
I network pedofili si connettono su Instagram. Voi invece magari siete bannati
I pedofili si connettono piuttosto liberamente su uno dei principali social network. È la conclusione sconvolgente di un lungo articolo che sta facendo tremare la rete.
Una corposa inchiesta del Wall Street Journal e dello Stanford Internet Observatory assieme alla University of Massachusetts Amherst rivela che Instagram – società di proprietà di Meta, cioè Facebook – ospiterebbe una rete organizzata e massiccia di pedofili.
L’articolo sostiene che sono gli stessi algoritmi di Instagram che promuoverebbero contenuti pedofili ad altri pedofili, mentre i pedofili stessi userebbero emoji codificati, come l’immagine di una mappa o una fetta di pizza al formaggio – la famosa «cheese pizza» (le iniziali dell’espressione inglese per «pedopornografia») di cui si era sentito parlare all’altezza dello scandalo del 2016 chiamato Pizzagate, poi dichiarato in lungo e in largo una bufala, una «fake news».
«Instagram collega i pedofili e li guida ai venditori di contenuti tramite sistemi di raccomandazione che eccellono nel collegare coloro che condividono interessi di nicchia, hanno scoperto il Journal e i ricercatori accademici» scrive l’articolo.
«I ricercatori hanno scoperto che gli account pedofili su Instagram mescolano sfacciataggine con sforzi superficiali per velare la loro attività. Alcuni emoji funzionano come una sorta di codice, come l’immagine di una mappa – abbreviazione di “minor-attracted person” [persona attratta dai minori, ndr] – o quella di “cheese pizza”, che condivide le sue iniziali con “pornografia infantile”, secondo Levine di UMass. Molti si dichiarano “amanti delle piccole cose della vita”».
Secondo i ricercatori, Instagram avrebbe addirittura consentito ai pedofili di cercare contenuti con hashtag espliciti come #pedowhore e #preteensex, che sono stati poi utilizzati per collegarli ad account che pubblicizzano materiale pedopornografico in vendita da utenti con nomi come «little slut for you» («piccola troia per te»).
«In molti casi, Instagram ha permesso agli utenti di cercare termini che i suoi stessi algoritmi sanno possono essere associati a materiale illegale. In tali casi, una schermata pop-up per gli utenti ha avvertito che “Questi risultati possono contenere immagini di abusi sessuali su minori” e ha osservato che la produzione e il consumo di tale materiale causano “danni estremi” ai bambini. Lo schermo offriva due opzioni per gli utenti: “Ottieni risorse” e “Vedi comunque i risultati”. In risposta alle domande del Journal, Instagram ha rimosso l’opzione per gli utenti di visualizzare i risultati di ricerca per termini che potrebbero produrre immagini illegali. La società ha rifiutato di dire perché aveva offerto l’opzione».
Secondo il pezzo, i venditori di pornografia infantile spesso trasmettono in modo lievemente criptato l’età presunta del bambino, dicendo che sono «al capitolo 14» o «31 anni» con però un’emoji di una freccia inversa.
Meta, la società che possiede Instagram e anche Facebook, afferma di aver rimosso 27 reti di pedofili negli ultimi due anni e afferma di pianificare ulteriori rimozioni.
I ricercatori avrebbero creato account fittizi all’interno dei network dei pedofili, per essere immediatamente inondati di consigli (del tipo «suggeriti per te») con contenuti di sesso infantile, nonché account che si collegavano a siti di scambio fuori piattaforma.
«I creatori e gli acquirenti di contenuti sessuali per minorenni sono solo un angolo di un ecosistema più ampio dedicato ai contenuti di bambini sessualizzati» scrive l’articolo del WSJ. «Altri account nella comunità pedofila su Instagram aggregano meme pro-pedofilia o discutono del loro accesso ai bambini. Gli attuali ed ex dipendenti di Meta che hanno lavorato alle iniziative per la sicurezza dei bambini di Instagram stimano che il numero di account esistenti principalmente per seguire tali contenuti sia nell’ordine delle centinaia di migliaia, se non milioni».
«Instagram è una rampa verso luoghi su Internet dove ci sono abusi sessuali su minori più espliciti», secondo Brian Levine, direttore dell’UMass Rescue Lab. Levine ha scritto un rapporto del 2022 per il National Institute of Justice del DOJ sullo sfruttamento dei minori su Internet.
L’articolo del WSJ quindi cita National Center for Missing & Exploited Children («Centro nazionale per i bambini scomparsi e sfruttati»): «Meta rappresenterebbe l’85% delle segnalazioni di pornografia infantile presentate al centro, inclusi circa 5 milioni da Instagram».
«Meta ha faticato più di altre piattaforme sia a causa della debole applicazione che delle caratteristiche di progettazione che promuovono la scoperta di contenuti legali e illeciti» avrebbe detto lo Stanford Internet Observatory.
Il Journal prosegue raccontando la storia agghiacciante di una madre attivista contro lo sfruttamento minorile in rete.
«Sarah Adams, una madre canadese di due figli, ha costruito un pubblico su Instagram discutendo dello sfruttamento dei minori e dei pericoli dell’eccessiva condivisione sui social media. Data la sua attenzione, i seguaci di Adams a volte le inviano cose inquietanti che hanno incontrato sulla piattaforma. A febbraio, ha detto, uno le ha inviato un messaggio con un account marchiato con il termine “incest toddlers” (“bambini piccoli incesti”, ndr)».
«Adams ha affermato di aver effettuato l’accesso all’account, una raccolta di meme a favore dell’incesto con oltre 10.000 follower, solo per i pochi secondi necessari per segnalare a Instagram, quindi ha cercato di dimenticarsene. Tuttavia nel corso dei giorni successivi, iniziò a sentire i genitori inorriditi. Quando hanno guardato il profilo Instagram di Adams, ha detto che erano stati consigliati come “incest toddlers” a seguito del contatto di Adams con quell’account. Un portavoce di Meta ha affermato che i “incest toddlers” hanno violato le sue regole e che Instagram ha commesso un errore nell’applicazione».
«Il team di Stanford ha trovato 128 account che offrivano di vendere materiale pedopornografico su Twitter, meno di un terzo del numero che hanno trovato su Instagram, che ha una base di utenti complessiva molto più ampia di Twitter» continua il WSJ. «Twitter non ha consigliato tali account nella stessa misura di Instagram e li ha eliminati molto più rapidamente, ha scoperto il team». Come emerso di recente, il nuovo proprietario di Twitter Elon Musk si è preso l’impegno personale di cancellare dalla sua piattaforma la pedofilia e la sua propaganda.
Mark Zuckerberg, vertice di Meta e quindi di Instagram, in questi giorni tuttavia ha deciso di andare sui giornali per altro – e non sappiamo se sia una strategia.
Se mesi fa aveva approfittato di un’ospitata del popolarissimo podcast di Joe Rogan per sganciare la dichiarazione bomba per cui l’FBI poco prima delle elezioni del 2020 li aveva avvisati di una campagna di disinformazione riguardante il laptop di Hunter Biden (rivelatosi poi verissimo), in settimana ha scelto per fare altrettanto il podcast di Lex Fridman, giovane professore di Intelligenza Artificiale rifugiato in USA con la sua famiglia russo-ebraica, nonché figura che in quanto a emotività e apparenza robotica può davvero rivaleggiare con lo Zuckerberg (sul fatto che il padrone di Meta sia in realtà un androide ci sono pletore di meme in rete).
Così Zuckerberg ha rivelato che sì, durante la pandemia Facebook ha censurato anche notizie vere, incolpando «l’establishment» che lo avrebbe incoraggiato a cancellare tante cose… «hanno chiesto di censurare un sacco di cose che, in retrospettiva, sono risultate più discutibili o vere».
Mark Zuckerberg says it was challenging to censor COVID misinformation because the scientific establishment was frequently wrong, which ultimately undermined public trust:
"Just take some of the stuff around COVID earlier in the pandemic where there were real health… pic.twitter.com/y0ZaX4kmCE
— KanekoaTheGreat (@KanekoaTheGreat) June 9, 2023
Non è chiaro come questa intervista, destinata a fare rumore come l’ammissione riguardo l’FBI e il laptop, possa essere temporizzata con l’atroce scoop del Journal. L’articolo è uscito il 7 giugno, l’intervista con l’insopportabile Fridman il 9. Dall’articolo del WSJ è possibile comprendere che Meta avesse contezza che si stesse lavorando ad un exposé sul tema.
Ad ogni modo, il chiasso generato da questa sua ultima uscita – in cui si discolpa, perché sono stati gli altri a fargli fare quelle cose – non ha coperto del tutto la questione della pedofilia su Instagram.
Si è svegliato il Commissario Europeo per il mercato interno e i servizi Thierry Breton, che ha chiesto risposte da Zuckerberg per il contenuto dell’articolo del Wall Street Journal.
«Il codice volontario di #Meta sulla protezione dei minori sembra non funzionare. Mark Zuckerberg deve ora spiegare e agire immediatamente» ha scritto il Breton su Twitter.
«Mark Zuckerberg deve ora spiegare e agire immediatamente».
«Discuterò con lui al quartier generale di Meta a Menlo Park il 23 giugno. Dopo il 25 agosto, sotto il DSA Meta deve dimostrarci le misure o affrontare pesanti sanzioni». Il DSA sta per il Digital Service Act, un regolamento dell’Unione Europea pubblicato ad ottobre del 2022 che costituisce la direttiva comunitaria sul commercio elettronico in relazione ai contenuti illegali, alla pubblicità trasparente e alla disinformazione.
#Meta’s voluntary code on child protection seems not to work.
Mark Zuckerberg must now explain & take immediate action.
I will discuss with him at Meta’s HQ in Menlo Park on 23 June.
After 25 August, under #DSA Meta has to demonstrate measures to us or face heavy sanctions. pic.twitter.com/jA25IJH8Dp
— Thierry Breton (@ThierryBreton) June 8, 2023
L’Unione Europea contro Instagram per la presenza di pedofili, quindi. Immaginiamo quante cose passino ora per la mente del lettore, ma non abbiamo voglia di aggiungere altro.
In realtà, è facile farsi prendere da un grande senso di scoramento. Perché, mentre i pedofili scorrazzano liberi sui social a scambiarsi immagini di incesti e di bambini piccoli, ben serviti dall’algoritmo, quantità di persone che combattono cause giuste ne vengono espulsi senza pietà, andando a cagionare – nel momento in cui l’opinione pubblica, il mercato delle idee, le proprie relazioni interpersonali esistono quasi solo su quelle uniche piattaforme – un danno immane, irreparabile.
È successo a Robert Kennedy jr, pure da candidato presidenziale, bannato da Instagram. È successo su Facebook, come sapete, a Renovatio 21. È successo a tantissimi lettori: che lo sappiano o no, l’algoritmo della piattaforma ha manipolato i loro feed, e magari reso invisibili agli altri i contenuti che caricavano (un articolo di giornale, una vignetta, una foto, un video) – oppure li ha censurati punto e basta, magari pure disintegrando tutti gli account, come è successo a noi.
È successo a chiunque abbia espresso una certa idea, in pandemia o fuori – che poi, come pure ora ammesso strategicamente dal ragazzino miliardario a capo di tutto, si è rivelata vera.
In pratica, voi, per aver detto la verità siete stati puniti. Siete stati bannati, banditi.
I pedofili no: possono continuare, supportati perfino dall’informatica.
Sì, pensate bene: è il mondo rovesciato. Dove chi difende i bambini viene rinchiuso, mentre chi li usa nei modi più osceni viene lasciato libero.
Cosa vi aspettate? L’alta moda lascia indizi orrendi, in questo senso. Organismi ONU cercano di depenalizzare il sesso con i minori. L’OMS spinge la «masturbazione della prima infanzia». Professori parlano della «destigmatizzazione» della pedofilia, anzi qualcuno dice che è un «errore» pensare che sia sbagliata. Le serie in streaming mostrano bambine ultrasessualizzate. Idee allucinanti riecheggiano in discorsi di ministri di Paesi europei. Ai giornalisti australiani viene detto che non possono più dire la parola «pedofilia». Programmi di Intelligenza Artificiale vengono usati per spogliare foto di minorenni. In TV gli adulti, anche transessuali, si spogliano davanti ai bambini. Le bambole ora gemono in modo osceno. Bambini robot si approntano per soddisfare «eticamente» gli orchi. Opere indicibili vengono difese dal presidente della Repubblica di Francia. Trafficanti pedofili venivano accolti alla Casa Bianca e nei possedimenti della Regina inglese. Si celebra Don Milani, nonostante quelle storie terribili.
È il mondo invertito.
È il Regno Sociale di Satana.
Internet
Facebook rimuoveva i post sul COVID-19 su pressione della Casa Bianca
Facebook rimuoveva i contenuti relativi al COVID-19 sotto la pressione della Casa Bianca, inclusi i post che affermavano che il virus era stato creato dall’uomo, secondo le comunicazioni interne dell’azienda trapelate al Wall Street Journal.
«Qualcuno può ricordarmi rapidamente perché stavamo rimuovendo, anziché retrocedere/etichettare, le affermazioni secondo cui Covid è stato creato dall’uomo», ha chiesto Nick Clegg, presidente degli affari globali dell’azienda, in un’e-mail del luglio 2021 ai colleghi.
Secondo la testata, un vicepresidente di Facebook responsabile della politica dei contenuti avrebbe risposto: «siamo stati messi sotto pressione dall’amministrazione e da altri per fare di più», riferendosi all’amministrazione Biden. «Non avremmo dovuto farlo, ha aggiunto il vicepresidente.
Le e-mail sono state scambiate intorno all’agosto 2021, tre mesi dopo che Facebook ha revocato il divieto di pubblicare post affermando che il COVID-19 è stato creato dall’uomo.
Un’altra e-mail visualizzata dal WSJ era circolata il mese prima, dopo che Biden aveva accusato piattaforme come Facebook di «uccidere persone» consentendo alla cosiddetta «disinformazione» di propagarsi senza controllo.
Documenti interni mai pubblicati prima citati in giudizio dal Comitato giudiziario dimostrerebbero che Facebook e Instagram hanno censurato i post e cambiato le loro politiche di moderazione dei contenuti a causa delle pressioni della Casa Bianca di Biden, che è possibile accusare di essere incostituzionali.
Nel luglio 2021, un vicepresidente di Facebook aveva diffuso un promemoria in cui valutava la differenza tra le politiche sui contenuti di Facebook e le richieste dell’amministrazione Biden, alcune delle quali la società di proprietà di Meta sembrava pronta a respingere.
«Probabilmente c’è un divario significativo tra ciò che la Casa Bianca vorrebbe che rimuovessimo e ciò che ci sentiamo a nostro agio a rimuovere», ha scritto il dirigente di Facebook.
Una richiesta che Facebook era pronta a rifiutare, ha suggerito il vicepresidente era il desiderio della Casa Bianca che la società agisse contro contenuti umoristici o satirici che suggerivano che i vaccini non fossero sicuri, riporta il WSJ.
«La Casa Bianca ha precedentemente indicato che ritiene che l’umorismo dovrebbe essere rimosso se si basa sul fatto che il vaccino abbia effetti collaterali, quindi ci aspettiamo che allo stesso modo vorrebbe vedere rimosso l’umorismo sull’esitazione per i vaccino», ha scritto il vicepresidente della società.
Clegg, un tempo leader del partito Liberaldemocratico britannico e ministro nel governo di David Cameron, ha risposto: «non riesco a vedere Mark [Zuckerberg] che si sente a suo agio nel rimuoverlo nemmeno fra un un milione di anni – e non lo consiglierei».
Secondo il WSJ, le e-mail mostrano discussioni su Robert F. Kennedy Jr., ora candidato presidenziale del 2024 noto per essere scettico sui vaccini: a Kennedy è stato revocato il suo account Instagram per i suoi contenuti relativi a COVID ma non il suo account Facebook, poiché non conteneva lo stesso tipo di post.
Secondo quanto riferito, queste e-mail, insieme a una serie di altri messaggi interni correlati, sono state ottenute anche dal Comitato giudiziario della Camera a guida repubblicana, che ha indagato su ciò che i legislatori del GOP affermano sia la censura illegale degli utenti sui social media da parte dell’amministrazione Biden.
I procuratori generali repubblicani del Missouri e della Louisiana avevano intentato una causa l’anno scorso, sostenendo che l’amministrazione Biden ha promosso una tentacolare «impresa di censura federale» che ha fatto pressioni sulle piattaforme dei social media per eliminare le opinioni dissenzienti, comprese le critiche ai mandati di maschera e le obiezioni alla vaccinazione COVID-19, ricorda il New York Post.
In risposta alla causa, che sostiene che il governo ha violato il Primo Emendamento, il Dipartimento di Giustizia ha presentato una memoria di quasi 300 pagine negando le accuse.
Mentre Clegg si preparava a incontrare il chirurgo generale degli Stati Uniti (il responsabile sanitario della Casa Bianca) sulla disinformazione sui vaccini alla fine di luglio 2021, aveva scritto ai colleghi: «la mia sensazione è che il nostro corso attuale – in effetti spiegandoci in modo più completo, ma non spostandoci su dove tracciamo le linee… è un ricetta per un’acrimonia prolungata e crescente».
«Dato il pesce più grosso che dobbiamo friggere con l’amministrazione – flussi di dati etc. – che non sembra il massimo per noi, sarei grato per qualsiasi ulteriore pensiero creativo su come possiamo rispondere alle loro preoccupazioni» aveva continuato il Clegg, che, è riportato, sarebbe stato preoccupato anche «un’incursione significativa nei confini tradizionali della libertà di espressione negli Stati Uniti».
A quel tempo, Facebook sperava di concludere un accordo di trasferimento dati tra Stati Uniti ed Europa che avrebbe consentito alla società di continuare a archiviare dati sugli utenti europei sul suolo statunitense. L’accordo è stato approvato all’inizio del mese.
In altri messaggi, i dirigenti di Facebook erano preoccupati che l’eliminazione di post che mostrano che gli utenti americani erano esitanti a farsi vaccinare potesse effettivamente renderli ancora meno propensi a farsi vaccinare, secondo il Wall Street Journal.
Un’altra bozza di promemoria scritta dalla leadership di Facebook nell’aprile 2021 e ottenuta dal punto vendita diceva: «potrebbe esserci il rischio di spingerli ulteriormente verso l’esitazione sopprimendo il loro discorso e facendoli sentire emarginati dalle grandi istituzioni».
«Il messaggio avvertiva pure che la rimozione di tali post potrebbe alimentare teorie del complotto» riassume il New York Post. «Mesi dopo, i dirigenti di Facebook stavano discutendo delle modifiche pianificate alle politiche sui contenuti COVID che avrebbero indotto gli utenti a diffondere la cosiddetta «disinformazione» ad affrontare punizioni più dure, come la revoca dei loro account su piattaforme di proprietà di Meta oltre a Facebook, come Instagram».
I messaggi ottenuti da l WSJ risalgono alla primavera e all’estate del 2021, quando l’amministrazione Biden stava spingendo per mandati sui vaccini a livello nazionale.
Secondo i documenti arrivati alla Commissione di Washington diretta dal repubblicano Jim Jordan, la Casa Bianca di Biden ha chiesto di sapere perché Facebook non aveva censurato un video del giornalista TV Tucker Carlson, che mai ha nascosto, nemmeno durante il climax pandemico, il suo scetticismo nei confronti dei vaccini.
È riportato che sarebbero quindi stati redatti punti di discussione per Clegg, per i quali Facebook era pronto a dire alla Casa Bianca di aver ristretto del 50% un video pubblicato da Tucker Carlson in risposta alle richieste della Casa Bianca, anche se il post non violava alcuna politica.
La pratica di restringere la visibilità di un contenuto, fenomeno conosciuto nel gergo dei social come shadown banning («bando ombra») è di per sé già qualcosa di gravissimo, come può sapere il lettore magari per esperienza personale.
Secondo quanto trapelato, la Casa Bianca si sarebbe irata con la società di Zuckerberg più volte. È stato detto addirittura che la Casa Bianca chiedeva la rimozione di un meme. Il post era un’immagine ricorrente condivisa da un utente di nome Timothy McComas che mostrava il personaggio dell’attore Leonardo DiCaprio del film C’era una volta… a Hollywood che indicava la sua TV con una birra e una sigaretta in mano.
What did the Biden White House want removed?
A meme.
That’s right, even memes weren’t spared from the Biden White House’s censorship efforts. pic.twitter.com/6BhDxTHsUi
— Rep. Jim Jordan (@Jim_Jordan) July 27, 2023
La situazione ci è ben nota anche qui, nel nostro piccolo. Come sa il lettore, la pagina Facebook di Renovatio 21, dalla quale proveniva una vasta parte del traffico per il sito, fu disattivata dal colosso informatico, ed assieme ad essa – piuttosto sorprendentemente – anche l’account personale associato, con una dozzina di anni di contenuti personali e contatti inclusi.
Probabilmente – perché in ultima analisi non c’è modo di saperlo – avevamo già sperimentato mesi prima lo shadow ban di Facebook quando vedemmo che il numero di like e condivisioni era precipitato talvolta di ordini di grandezza. In seguito, sarebbero arrivate ripetute rimozioni temporanee della pagina sempre per articoli che riportavano notizie e discussioni – anche svolte nelle aule di un senato democratico Senato – a tema pandemico.
Dobbiamo dire anche che avevamo notato, ma non abbiamo i mezzi per provarlo, che l’engagement della pagina seguisse ciò che accadeva in quel retroscena di cui si è parlato qui, tra la Casa Bianca e l’alta California. In pratica, avevamo visto che la distribuzione dei contenuti di Renovatio 21 si era alzata, presumibilmente all’altezza di quando le autorità americane avevano ammesso che l’ipotesi del virus fuggito dal laboratorio forse poteva anche essere da contemplarsi – un argomento per del quale Renovatio 21 ha reso conto ancora nei primissimi giorni del 2020, ottenendo censure ed inserimenti in «liste nere» di diffusori di fake news anche al di fuori di Facebook.
Notammo quindi che, pochi giorni dopo l’impennata di visualizzazioni quasi a livelli normali scoppiata in quel primo 2021, vi fu una ricaduta, più o meno all’altezza di quando, come ricordato sopra, Biden denunciò incredibilmente i social come responsabili di morti fra la popolazione.
In seguito, venne il bando totale, con la disintegrazione degli account personali.
Come sa chi segue Renovatio 21, la pagina e l’account furono riavuti solo dopo l’ordinanza di un giudice italiano. Tuttavia, pare che, nonostante i quasi 20 mila follower, quasi nessuno veda i contenuti che si postano sulla pagina: fate un giro voi stessi, noterete che articoli che hanno magari molte visualizzazioni sul sito su Facebook raccolgono la cifra di… due like – due di numero, nel senso proprio di uno e due.
Il nocumento causato a Renovatio 21, e alla diffusione di informazioni ed idee che sono la base della nostra missione, è immane. La ferita a questa attività è senza precedenti. Considerando, soprattutto che altri, per qualche ragione, mai sono stati sfiorati dalla scure della censura – il danno, non può toccare chi di fatto non nuoce alla politica dell’élite di pascolare (al momento: poi ci sarà il macello, sì) la massa bovina (la «massa vaccina»). Ogni altro messaggio, ogni altro gruppo, va distrutto, in quanto può essere sacrificato, è stato calcolato come eliminabile assieme ai suoi numeri: di questo segmento irriformabile della società, visto in ogni Paese durante il biennio pandemico, non interessano più il danaro, il voto, nemmeno il dato. Può essere cancellato, disattivato, e basta.
Questo è, essenzialmente, quello che crediamo di aver sperimentato a Renovatio 21.
E in tutte queste peripezie, qualcosa è mancato sempre: un appoggio, anche microscopico, anche simbolico, di una qualsiasi figura politica. Meloni, Salvini, e giù giù fino all’ultimo degli eletti, si guardano bene da inimicarsi i grandi social, magari temendo, segretamente o meno, un improvviso calo di visualizzazioni e quindi un’emorragia di voti.
Ci stanno volendo anni perché in America, dove il primo emendamento alla Costituzione riguarda la libertà di parola, cominciasse ad avere il coraggio di affrontare l’argomento.
Non è che l’Italia sia così diversa: la libertà di espressione, nella Costituzione uscita in reazione al ventennio fascista, ce la abbiamo anche noi. Tuttavia, chi ha il coraggio per difenderla davvero?
Lo abbiamo visto in pandemia, tra lockdown e green pass. Praticamente, tra eletti e dirigenti, nessuno.
Possiamo sperare in qualcuno che in futuro preservi i cittadini da soprusi e menzogne, o è chiedere troppo?
Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
Geopolitica
Riattivato l’account Facebook del primo ministro cambogiano. Gli USA attaccano le elezioni nel Paese
L’account Facebook del primo ministro cambogiano Hun Sen è stato riattivato giovedì, tre settimane dopo che aveva annunciato che avrebbe abbandonato il gigante dei social media per postare su Telegram.
Il ritorno di Hun Sen sulla piattaforma è arrivato tre giorni prima di un’elezione generale in cui il suo partito KPK (Kanakpak Pracheachon Kampuchea, o Partito Popolare Cambogiano) ha reclamato una vittoria schiacciante.
Il premier Hun Sen ha dichiarato alla fine di giugno che avrebbe smesso di pubblicare nuovo materiale sulla sua pagina Facebook, ma avrebbe lasciato l’account online.
Il primo ministro ha comunicato quindi che stava passando a Telegram perché credeva che l’app fornisse un modo più efficace per comunicare.
Tuttavia quando un osservatorio di Facebook ha criticato il linguaggio in uno dei suoi video e ha raccomandato di sospendere l’account del primo ministro per sei mesi, Hun Sen ha rimosso la pagina, scrive Voice of America, servizio ufficiale radiotelevisivo del governo federale degli Stati Uniti.
Duong Dara, che gestisce gli account sui social media del leader settantenne, ha pubblicato un messaggio giovedì in cui afferma di aver chiesto a Hun Sen di poter riattivare la sua pagina Facebook nell’interesse nazionale, dicendo che lui, e non il primo ministro, avrebbe caricato i contenuti.
Hun Sen, che ha guidato la Cambogia per 38 anni, utilizzava Facebook dal 2015 per mostrare istantanee di famiglia, lanciare avvertimenti agli avversari politici e trasmettere in diretta i suoi frequenti discorsi.
La sua pagina sulla piattaforma vantava 14 milioni di follower, anche se alcuni sostengono che un gran numero di essi è costituito da account «fantasma» acquistati in blocco dalle cosiddette «click farm», che abbondano in Asia – un’affermazione che Hun Sen ha ripetutamente negato.
A partire da giovedì, l’account Telegram di Hun Sen aveva quasi 987.000 follower, rispetto agli 855.000 che aveva quando ha annunciato la sua rottura di giugno con Facebook.
Hun Sen aveva annunciato la sua intenzione di cessare la pubblicazione su Facebook un giorno prima che un comitato di revisione quasi indipendente istituito dalla società madre della piattaforma, Meta, raccomandasse la sospensione di sei mesi degli account Facebook e Instagram del primo ministro.
Tale «consiglio di sorveglianza» indetto da Meta ha concluso che aveva usato un linguaggio che potrebbe incitare alla violenza in un video di un discorso di gennaio in cui denunciava i politici dell’opposizione che accusavano il suo partito di rubare voti.
Il «consiglio» istituito dalla società di Menlo Park ha quindi affermato di aver raggiunto la sua raccomandazione non vincolante in parte a causa della «storia di Hun Sen di commettere violazioni dei diritti umani e intimidire gli oppositori politici, nonché il suo uso strategico dei social media per amplificare tali minacce».
Separatamente, ha annullato una sentenza dei moderatori di Facebook per consentire al video, originariamente trasmesso in diretta, di rimanere online. Poche ore dopo che il consiglio ha reso pubblico il suo rapporto, la pagina Facebook di Hun Sen è stata rimossa.
Venerdì, durante un evento pubblico in Cambogia, il signor Hun Sen ha affermato che i suoi oppositori politici al di fuori del paese erano sicuramente contenti della sua decisione di lasciare Facebook.
«Dovete essere consapevoli che se ordino la chiusura di Facebook in Cambogia, ciò avrà un forte impatto su di voi», ha aggiunto, parlando a un evento per i lavoratori dell’abbigliamento prima delle elezioni generali. «Ma non è questa la strada che scelgo».
Come riportato da Renovatio 21, di recente Hun Sen ha lanciato un appello accorato a Biden e Zelens’kyj affinché abbandonino l’uso di bombe a grappolo, che tanto danno umano hanno causato alla Cambogia. Tale posizione, pare di capire, non ha potuto essere direttamente espressa su Facebook.
Sorprende fino ad un certo punto che il primo ministro con un rapporto problematico con Facebook lo abbia anche con il Dipartimento di Stato USA, che ha appena definito la tornata elettorale cambogiana «né libera, né equa». Il portavoce del dipartimento di Stato USA Miller è arrivato persino ad accusare le autorità cambogiane di aver esibito «uno schema di minacce e molestie contro l’opposizione politica, i media e la società civile» e di aver «minato lo spirito della Costituzione del Paese e gli obblighi internazionali della Cambogia».
Il Dipartimento di Stato ha quindi fatto sapere che gli USA «hanno intrapreso passi tesi a imporre restrizioni all’emissione di visti nei confronti di individui che hanno minato al democrazia, e sospeso alcuni programmi di assistenza estera».
In pratica, sanzioni anche per la Cambogia, Paese guidato da un signora che ha qualche controversia con Facebook – che invece, esattamente come il Dipartimento di Stato e il Pentagono, non ha troppi problemi con il battaglione Azov, con lo Zelens’kyj che ringrazia per il prezioso aiuto nello «spazio informativo».
Alcuni siti in Italia, con ben poca memoria, hanno commentato la notizia della disattivazione dell’account di Sen scrivendo che in caso di chiusura dell’account da parte di Meta, si sarebbe trattato del primo caso di leader nazionale bannato da Facebook: essi non ricordano che il colosso dei social si spinse fino a chiudere l’account del presidente degli Stati Uniti mentre era ancora in carica.
Il ruolo nella politica americana della piattaforma è sempre più evidente, tanto che Trump ha parlato prima di una class action contro Big Tech, poi un appello alle Nazioni straniere a vietare i social, poi di una vera politica di reazione contro i colossi tecnologici una volta rieletto alla Casa Bianca.
Anche Renovatio 21 di censura su Facebook, con pagine e account disattivati, sa una o due cose.
Immagine di pubblico dominio CCO via Wikimedia
Internet
Sospeso e subito riattivato l’account Twitter di Mons. Viganò
Nella giornata di ieri Twitter ha sospeso l’account di monsignor Carlo Maria Viganò. Poi, durante la notte, il profilo dell’ex Nunzio Apostolico negli USA è stato riattivato.
Il ban sul social di Elon Musk, in pratica, è durato poche ore. E, mistero nel mistero, a quanto è stato detto a Renovatio 21 dalla riattivazione i follower sembrano aumentati di molto.
Tutto il mondo cattolico tradizionalista americano, da Lifesitenews a The Remnant, si sono mosse per segnalare l’incredibile censura, così come abbiamo notizia di tante altre realtà e personaggi di spicco che hanno denunciato l’accaduto.
Secondo screenshot che apparsi online, la sospensione sarebbe stata dovuta a «violazione delle regole di Twitter»
Bad news
Archbishop Vigano's twitter account has been suspended @CarloMVigano pic.twitter.com/uGtrfGb51e
— Nick Donnelly (@ProtecttheFaith) July 15, 2023
Qualcuno poteva aver speculato sulla prossimità tra Elon Musk, il nuovo padrone di Twitter che si dice votato alla libertà di espressione, e Bergoglio, da anni al centro delle critiche di monsignor Viganò già per le catastrofi della gerarchia gay e in generale per l’opera di demolizione del cattolicesimo sotto i nostri occhi.
Come riportato da Renovatio 21, Musk aveva incontrato papa Francesco ancora un anno fa, portandosi dietro una cospicua parte della prole, fatta in provetta – quello che abbiamo percepito come un segno nella direzione dello sdoganamento della riproduzione artificiale intuibile da certi documenti e convegni della Pontificia Accademia per la Vita.
L’episodio ha suscitato sorpresa e disappunto, perché è ancora forte l’idea che Twitter sia ora una piattaforma relativamente libera, a fronte di ogni altro social media dove la censura si abbatte in maniere perfino più pesante di quanto accadesse sotto la pandemia.
Ad esempio, a Renovatio 21 YouTube ha censurato l’omelia per la Santa Pasqua di monsignor Viganò, assegnando al nostro canale uno «strike», un avvertimento a non far più cose del genere, perché con tre strike, come nel Baseball, vieni buttato fuori. Quindi, se mettessimo anche l’omelia di Pentecoste e dell’Assunta, ci viene da pensare, dovremo dire addio al nostro canale sul principale servizio di diffusione audiovisiva del pianeta.
Si tratta di una situazione intollerabile a cui sono giunte le cosiddette democrazie costituzionali, dove né la democrazia (cioè, il potere del popolo) né la costituzione (cioè le leggi fondamentali) sembrano valere più un granché – e quindi, ci chiediamo, gli Stati moderni, cosa sono?
Nessuna forza politica, tantomeno quella che ora è al governo in Italia, sembra voler risolvere questo problema che si abbatte sui suoi cittadini. È facile capire perché: forse che i governi hanno meno forza rispetto ai colossi di Big Tech? Forse che i politici temono gli algoritmi, che potrebbero chiudersi rispetto alle loro figure e quindi far perdere loro voti?
Salvini, quello della «Bestia» social, anni fa fece un intervento al Parlamento Europeo dicendo «viva Facebook». Qualcuno conosce l’opinione della «patriota» Giorgia Meloni – quella che tocca il papa, abbraccia Zelens’kyj e pure Musk – sull’argomento?





