Satira
Ho sognato che Klaus Schwab mi entrava in casa. Quando mi son svegliato c’era davvero
Ho sognato che Klaus Schwab mi entrava in casa, e non capivo bene il perché. Era proprio lui: abito impeccabile, palpebra pesante, parlata tedesca caricaturale. Ma cosa ci faceva a casa mia? E cosa voleva?
Bisogna capire che una o due volte l’anno faccio sogni significativi, con i quali poi spesse volte tedio il lettore. A mia discolpa c’è il fatto che a volte pubblico pure i sogni delle lettrici di Renovatio 21. Perché i sogni sono importanti, e talvolta pieni di senso. Tutti lo sappiamo.
Non mi capita spessissimo un sogno come questo, un sogno VIP. Qualche anno fa, qualche tempo dopo la sua morte, sognai di George Bush senior, il quale mi passava due blister con un farmaco liquido verde e una puntina rossa. Mi ripeteva con che lui si era trovato bene, e sembrava sincero e onestissimo. Io portavo a casa il medicinale misterioso chiedendomi se fosse il caso di provarlo.
Una notte di fine estate 2019 sognai che incontravo Vladimir Putin, nel buio stellato del confine tra la Germania e la Russia, un confine che ovviamente nel mio sogno esisteva. Il presidente russo era vestito con un giubbotto e stava appena fuori dalla dogana illuminata dai neon, per terra c’era nevischio e intorno a me sentivo i boschi e un’aria pungente ma non freddissima.
Era praticamente solo, non aveva guardie del corpo o altre persone nelle sue immediate vicinanze. Vedendolo, lo informavo subito delle mie intenzioni di fare una conferenza a Costabissara riguardo le sue supposte origini vicentine. Lui, che in qualche modo mi conosceva già (forse da sogni precedenti), diceva che era a conoscenza del mio progetto, e gli andava bene. Poi, con imbarazzo, gli facevo un’altra richiesta: in realtà, ero lì perché stavo facendo una potente maratona transnazionale, che finiva chissà dove in Siberia. Ero infatti in tenuta da corsa, e me ne rendevo conto lì per lì. Arrivato al confine d’Europa, mi rendevo conto di aver dimenticato il passaporto a casa (del problema del visto per la Russia, che tanto mi angustiava tutte le volte che vi sono andato, nel sogno non mi curavo).
Chiedevo quindi mestamente al presidente Putin se poteva fare qualcosa. Lui in silenzio fa un cenno di assenso, si alza e fa una telefonata con un telefono fisso qualche passo più in là. Torna indietro e mi dà in mano un tubetto di gomma, di quelli che si usano per alzare la macchina fotografica dal cavalletto: «Tieni questo». Con in mano questo oggetto miracoloso che era un lasciapassare per correre attraverso tutte le Russie e finire la maratona, ringraziavo e mi avviavo oltre il confine pensando che non avevo nemmeno dovuto sforzarmi di parlare in russo, in quanto il mio interlocutore parlava un italiano perfetto, e comunque, sentivo, già sapeva tante cose.
Ovviamente, la conferenza sul Putin costabissarese è un sogno che ora mai diverrà realtà: non voglio nemmeno pensare a cosa deve essere chiedere il permesso per un incontro del genere, sia pur nella cittadina dove diecine e diecine di famiglie si chiamano Putìn e non vedono l’ora che si sdogani una volta per tutte la loro parentela con lo Zar. Non voglio pensare alla quantità di forze dell’ordine, questura, celerini, DIGOS, SISDE, SISMI, COPASIR, CIA, FBI necessaria per una innocua baraccata come questa: e poi, le polemiche sui giornali, i lanci dei politici, le orde di badanti inferocite, o ancora peggio i loro nipoti tatuati-svasticati venuti dritti da Azovlandia peraltro senza pagare il pedaggio in autostrada.
Vi dirò di più: c’è un sottopassaggio che da Vicenza porta al Comune dei Putìn, funzionante da pochi mesi – ma lo hanno già imbrattato di insulti ebeti contro Putin e contro i russi in generale.
Ma vabbè, quelli sono altri sogni – dove, tuttavia, è bizzarro sia il comportamento dei VIP onirici, così come anche il mio, che non è quello che avrei nelle circostanze della veglia.
Eccomi quindi alle prese con il Klaus Schwab che mi entra in casa. È lì, in piedi che va avanti e indietro e si lamenta. Ha un completo blu impeccabile, che gli stringe un po’ il collo, la testa che gli esce fuori come un palloncino di carne fiappa, gli occhialini, il mento tecnicamente assente, la voce roca di un tedesco delle barzellette tipo fantasma formaggino. È proprio lui, mi dico: e mi rendo conto che per il sogno era perfettamente normale che fosse lì, anzi forse eravamo pure d’accordo. Ma mica mi ricordo perché: anzi, sono disturbato da questa invasione: insomma, il capo del World Economic Forum mi è entrato in casa! Ma che roba è?
Lo Schwabbo sembra sicuro di sé ma in realtà è nervosissimo, zompetta, si volta di scatto, parla e parla, si lamenta tantissimo: perché dicono che è svizzero quando invece lui è di Friburgo, ma in realtà è svizzero… E poi tutta ‘sta storia delle armi atomiche del Sudafrica dell’apartheid… le balle su sua madre, che di fatto con i Rothschild non c’entra proprio nulla… lui ha da fare, perché gli remano tutti contro? In realtà è come se stesse parlando fra sé, borbotta, si ringhia da solo.
Io son lì che lo guardo: ha la pelle più chiara del previsto, è come unta, madida di una sostanza riflettente. Il lucore epidermico emanato dal personaggio stride con il salotto buio, ma io sono assalito da un altro pensiero: e adesso, non è che mi tocca dargli da mangiare? Mi tocca davvero offrirgli qualcosa, chessò, un tè? Ma come è possibile che non sappia che detesto tutto quello che rappresenta? Com’è possibile che io debba rimanere calmo, anzi addirittura civile ed ospitale, quando ho Klaus Schwab che mi è entrato in casa? Ma che razza di sogno è?
Qui mi sveglio.
Grazie al cielo, lo Schwab in casa non c’è. O almeno, ad una prima occhiata sembra non esserci.
Ho di fianco a me mio figlio, che nel suo modo sonnambolico è sgattaiolato sotto le mie coperte nelle prime ore del mattino. Scatta il sospiro di sollievo. Per fortuna sono qui con la mia famiglia, e non con un petulante distruggitore della Civiltà umana. Fiuuu.
Quando è ora di far la colazione al bambino, mi viene in mente il primo flash: è il video che abbiamo pubblicato ieri con gli scolari olandesi che mangiano larve. Mio figlio mangia i cereali, per un momento posso allucinare che invece dei fiocchi tostati nel suo cucchiaio, con il latte, ci sono vermi e insetti – proprio come vuole il World Economic Forum.
Pizzicotto. Tranquillo. Sei a casa tua. Klaus non c’è: è solo un sogno. Fatti un caffè che ti passa.
Ecco, ho la mia bella tazza fumante, nel mio mug preferito, quello con il teschio de Il Punitore. Guardo fuori dal balcone le prime luci dell’alba, e vedo la mia macchina parcheggiata fuori. Penso che devo far benzina.
Bum, secondo flash: il WEF che vuole alzare ancora di più i prezzi del carburante per salvare la democrazia. Cambia canale, subito. Pensa a qualcos’altro, magari ad un’altra macchina. Ecco: inizio col dipingermi nella mente una bella Mustang nera, tuttavia poco dopo, non so come scivolo a pensare che è arduo oramai permettersi un’auto di per sé.
Bum, flash: «il World Economic Forum chiede l’abolizione della proprietà private della auto».
Pizzicotto. Pizzicotto. Non serve a niente: guardo l’ora sul telefono ma vedo sullo schermo i codici QR per le pompe di benzina in Sri Lanka. Mi torna su, come qualcosa di mal digerito, anche il discorso di Davos del premier Weckremesinghe, «come arricchirò il mio Paese entro il 2025».
Oramai la mente è difficile fermarla. Guardo le luci ma penso ai blackout, quelli che ci hanno promesso a Davos. Guardo il termostato sulla parete ma vedo i discorsi sul carbon tracking al World Economic Forum. Penso ad uscire a prendere una boccata d’aria, ma mi torna in mente l’articolo WEF in ode ai lockdown rispettati ubbidientemente da milioni di persone.
Bum. Bum. Bum.
Cosa vuoi fare, occupare la mente magari leggendo qualche notizia? Eccoti lo Schwab che ti parla di fusione di intelligenza umana e artificiale per censurare preventivamente la disinformazione.
Niente: Klaus è ovunque. Klaus c’è. Dappertutto.
Bisogna staccare: vai al PC, dai una prima occhiata rapida alla posta, guarda il meteo, ché devi capire se prendere o non l’ombrello per portare i bambini a scuola. Il computer si accende, tra le mille lucette delle ventole ignoranti con cui lo ho agghindato. Ecco, compare un logo… è quello di Windows. Microsoft. Bill Gates…
A questo punto non inizio neanche, è il caso di arrendersi. Parte della mia vita sta per passare attraverso i progetti di un comitato mondialista svizzero, e vabbè. Ma un’altra porzione non indifferente della mia esistenza arriva attraverso un software del grande nemico dell’umanità, il Billo – ed è così da decenni, da quando ancora faceva pubblicità di Windows 95 con la canzone Start me Up dei Rolling Stones. L’uomo che vaccina il mondo ha creato l’unico sistema operativo massacrato dai virus, per i quali – a questo punto ricordiamolo – la principale cura è un antivirus… russo. Il Kaspersky, che è, si dice, anche lui, come lo Zar di Costabissara, proveniente dal KGB…
Resta il fatto che se vuoi lavorare devi pagare Gates. Accendi il tuo calcolatore personale, ti appare il magnate universale.
Siamo fottuti.
Vabbè, sapevamo già anche questo: ma che te lo dicano pure i sogni è un passo avanti che mica mi immaginavo.
Quel che voglio dire è che lo Schwabbo – come Gates – non è che se ne sta solo a Davos, e cala magari a Roma per incontrare in modo riservato il premier Draghi: Klaus Schwab ci è entrato in casa.
Proprio così: Klaus Schwab vi è entrato in casa. Anche a voi.
Datevi pure i pizzicotti: non è un sogno, non è un incubo, è l’amara realtà.
C’è qualcuno che vuole mettersi con noi a capire in quale modo possiamo mandarlo via? In campagna elettorale, i politici non ne hanno fatto parola. E sì che Klaus Schwab è entrato in casa anche a loro, alcuni anzi sono stati pure ospiti suoi, e la lista, dicono quelli che vorrebbero pubblicarla, sarebbe pazzesca, con migliaia e migliaia di nomi da tutto il mondo. Sono coloro che per conto di Klaus «penetrano» i governi (parole sue), perché probabilmente già penetrati dalle idee WEF.
Volevo chiudere l’articolo mostrando quel video satirico fatto l’anno scorso, quello con Schwab che sognava il futuro per tutti noi. C’è ancora l’articolo su Renovatio 21, ma non c’è il video, sparito da YouTube e dai social. Forse il Klaus se l’è presa e lo ha fatto togliere. Però anche lui: la prossima volta che deve entrarmi in casa, almeno abbia la decenza di telefonare, bussare, mettersi d’accordo. Magari darci pure qualcosa in cambio. Anzi, che idea: per ripagarci del disturbo domestico, che venga a fare da relatore alla grande conferenza sulle origini vicentine di Putin a Costabissara – visto che peraltro lo conosce bene.
Devo dire che, qualora accettasse e – nel mondo della veglia – me lo trovassi lì davanti all’auditorium comunale tra ucronazisti, piddini, badanti, e schiere di polizia antisommossa, non saprei quanto riuscire ad essere ospitale con lui.
Anche perché come organizzatore dell’evento, a differenza sua, mi rifiuterei di piazzare chip cerebrali al pubblico per capire cosa stanno pensando, che a lui son cose che piaccion tantissimo.
Al massimo mi darei ancora qualche pizzicotto, perché davvero la realtà che ha programmato per noi, e che stiamo già vivendo, è un incubo.
Roberto Dal Bosco
PS Fermi tutti ho ritrovato il vecchio video satirico sullo Schwab e il 2030. C’è poco da dire, è proprio un incubo. Il nostro incubo.
Immagine screenshot da YouTube
Animali
Le infami orche teppiste arrivano fino in spiaggia
La masnada di orche che vandalizzano le imbarcazioni al largo delle coste atlantiche della Spagna potrebbe essere tornata con una nuova scorribanda.
Questa volta è stata vista un’orca assassina avvicinarsi a riva di una spiaggia affollatissima.
Si tratta della battigia de La Antilla, nei dipressi di Huelva in Andalusia.
Comprensibile la paura dei bagnanti: kajak, gommoni, semplici natanti presi dal panico di fronte al bestione bianconero gli si piazza davanti.
Comprensibile la paura anche di chi, sotto l’ombrellone, si vede il figlio, il marito, la moglie, la madre vicino ad una creatura che chiamano proprio killer whale, balena assassina.
Hoy en La Antilla!!
Ojú pic.twitter.com/OB5Ymwbo43— Manuel Sánchez T. (@mst1953) July 11, 2023
Il macilento delfinide se ne è andato senza far danni – stavolta. Rimane comunque l’idea che l’animale possa essere ribattezzato: non più solo orca assassina, ma orca assassina stronza.
Come riportato da Renovatio 21, pare che un insopportabile e pericoloso gruppo di monelli cetacei che imperversa nel Golfo di Cadice goda nel creare disturbi agli esseri umani.
Le motivazioni addotte per questo comportamento non sono del tutto convincenti. Tuttavia, qualcosa ad un certo punto bisognerà pur fare: così, se è vero come dicono gli ecozeloti antiumani che il gruppo sarebbe guidato da un’orca piena di risentimento contro gli uomini cattivi, potrebbe essere vero che una bella lezione potrebbe insegnare loro a smettere immediatamente di infastidire la specie dominante del pianeta. (Che non è la mucca, il delfino o il topo come scriveva la Guida galattica per autostoppisti).
Guardate l’esemplare di balena dentata juventina seminare il panico tra anziani e bambini che volevano solo godersi una giornata al mare.
Ma come si permettono?
Ma perché nessuno fa niente?
Insegnare loro un po’ di educazione, no?
Dobbiamo chiamare i giapponesi? Eh?
Droga
Cocaina alla Casa Bianca. Di chi potrà essere?
La Casa Bianca e l’area circostante sono state evacuate la scorsa domenica mentre i servizi segreti indagavano su una sostanza sconosciuta trovata sul terreno che si è rivelata essere cocaina. Lo hanno confermato le stesse autorità del palazzo centrale del potere USA.
Il terreno è stato sgombrato «per precauzione» dopo che gli ufficiali della divisione in uniforme del Secret Service – la potente agenzia incaricata della sicurezza dei presidenti – hanno individuato un «oggetto sconosciuto nel complesso della Casa Bianca» tra la 18th Street e Pennsylvania Avenue, ha detto domenica ai giornalisti un portavoce dei servizi segreti.
La polvere bianca in un luogo politicamente sensibile fa scattare subito l’incubo dell’antrace, come nei giorni successivi all’11 settembre, che furono al centro di una non ancora risolta campagna di lettere all’antrace spedite a politici e personalità dei media.
La squadra dei vigili del fuoco di Washington, DC è stata inviata per valutare il ritrovamento, mentre gli uomini del Secret Service hanno chiuso diverse strade nell’area intorno alla Casa Bianca.
I servizi medici di emergenza DC hanno presto ritenuto la sostanza «non pericolosa» e le strade sono state riaperte.
La sostanza misteriosa come cocaina cloridrato, è stato poi detto dai media. Un dispaccio delle 20:49 di domenica da un membro delle squadre di materiali pericolosi dei vigili del fuoco di Washington DC ha chiamato i risultati di un test preliminare della sostanza, dicendo ai colleghi: «abbiamo una barra gialla che dice cocaina cloridrato». I servizi segreti hanno aperta un’inchiesta su «causa e modalità» della sostanza, secondo il portavoce Anthony Guglielmi.
Il canale ABC nel suo servizio sulla vicenda ha osservato che «la cocaina cloridrato può essere usata come anestetico o per controllare il sanguinamento, ma si ritiene che abbia anche effetti simili al crack, secondo lo studio National Library of Medicine National Center for Biotechnology Information», che suggerisce che il tipo di cocaina trovato fosse di una particolare varietà particolarmente vicina e cara al cuore del figlio del presidente Joe Biden, Hunter Biden.
Gli utenti dei social media hanno colto l’occasione per puntare il dito contro Hunter, la cui lotta contro la tossicodipendenza è ben documentata e riconosciuta sia dal padre che dal figlio, notando che l’uomo avrebbe recentemente partecipato a una cena di Stato alla Casa Bianca.
La passione di Biden junior per il crack, una forma di cocaina da fumare particolarmente tossica, era nota da prima che divenissero pubblici i video immagini prese dal suo laptop dove lo si vede fumarla, pesarla e discuterne con qualche donna.
Come riportato da Renovatio 21, queste immagini sono ora apparse in un sito che organizza l’osceno materiale.
Da notare come fu il senatore Biden a introdurre con una certa superbia, anni fa, una legislazione che puniva draconianamente i consumatori di crack.
Pochi giorni fa il giovane Biden ha raggiunto un patteggiamento con i pubblici ministeri del Dipartimento di Giustizia per evitare il carcere dopo aver mentito su un modulo federale per l’acquisto di un’arma da fuoco: aveva barrato una casella affermando che non faceva uso di sostanze illegali e non ne era dipendente, un fatto che lo avrebbe di fatto squalificato dall’acquisto della pistola. È stato notato che tale documento che contraddirebbe le tempistiche e le affermazioni fatte nel libro di memorie di Hunter Biden, che è stato tradotto in Italia per i tipi di Solferino, casa editrice legata al Corriere della Sera.
Particolare notare che, anche se si fosse trattato di antrace, qualche complottista avrebbe potuto gridare a connessioni con il caso Hunter Biden: si è tornato a discutere di antrace recentemente con la rete di laboratori di bioarmi finanziati dagli americani in Ucraina, un affare dove pare aver avuto un qualche ruolo l’immancabile figlio del presidente.
Rimpiangiamo una volta di più l’esistenza dell’articolo II, sezione 1 della Costituzione degli Stati Uniti d’America, «nessuna persona che non sia un cittadino nato naturale […] sarà eleggibile alla carica di Presidente». Per anni si è pensato che tale articolo della legge fondamentale USA abbia tenuto lontano dalla corsa alla Casa Bianca quello che, prima di Robert Kennedy jr., era de facto il Kennedy (per matrimonio con la «Kennedy» Maria Shriver) che aveva raggiunto il livello di influenza politica più alta, cioè Arnold Schwazenegger, uomo di certificate doti eccezionali epperò nato a Thal, in Austria.
Ebbene, con Arnoldo alla Casa Bianca la polvere bianca sarebbe stata trovata immantinente, come visibile in questa immortale scena del capolavoro Danko (1988).
«Cocainum!»
Non solo il nostro indovina la sostanza, ma lo stesso elemento chimico, notano i commentatori su YouTube: e senza passare per test chimici e servizi segreti!
La prossima volta, chiamassero lui…
Ambiente
Attivisti climatici attaccano un quadro di Monet – e non per il fatto che è di un artista sopravvalutato, purtroppo
La scorsa settimana attivisti per il clima hanno preso di mira un’opera d’arte del venerato impressionista francese Claude Monet al Museo Nazionale di Stoccolma, gettandole addosso con vernice rossa e incollandosi al vetro protettivo attorno al dipinto.
Le due donne appartengono al gruppo Aterstall Vatmarker («Ripristinare le zone umide»), che ha pubblicato un video dell’acrobazia sui social media e ha identificato la coppia in Emma e Maj, un’infermiera e una studentessa di infermieristica.
Nella clip, si possono sentire le due donne gridare, as usual, che «la situazione climatica è grave» e «la nostra salute è minacciata» mentre prendevano di mira il «Giardino dell’artista a Giverny» del Monet.
«La situazione è urgente», ha detto la Emma, aggiungendo che «la pandemia non è stata niente in confronto al collasso climatico. Riguarda la vita o la morte».
Greta's stormtroopers.
Swedish climate extremists smeared red paint on a painting by French impressionist Claude Monet at the Swedish National Museum in Stockholm. pic.twitter.com/bCygQBhxUE— David Vance (@DVATW) June 14, 2023
Helen Wahlgren, portavoce di «Ripristinare le zone umide» (eh, si chiama proprio così) ha dichiarato all’agenzia AFP che l’obiettivo della manifestazione era fare pressione sul governo svedese per ridurre le emissioni di gas serra.
«Dovremmo ridurre le nostre emissioni del 31%. Ma le nostre emissioni continuano ad aumentare», ha affermato, aggiungendo con il consueto, trito tono apocalittico di questi gruppi (che paiono davvero fatti con lo stampino, e forse sono creati proprio in questo modo) che «gli splendidi giardini come quelli del dipinto di Monet saranno presto un lontano ricordo».
L’ufficio stampa del museo svedese ha confermato l’incidente e ha affermato che il dipinto, il quale è racchiuso in una teca vetro, è in fase di ispezione per eventuali danni.
La polizia svedese ha emesso un comunicato stampa affermando che le due donne sono state arrestate sul posto e accusate di «vandalismo aggravato». Le autorità hanno affermato che non è chiaro se siano state coinvolte più persone e che gli investigatori stanno analizzando le telecamere di sorveglianza del museo.
Il dipinto di Monet è l’ultima opera d’arte presa di mira dagli attivisti per il clima. Negli ultimi anni sono state attaccate opere di artisti come Leonardo da Vinci, Andy Warhol e Vincent Van Gogh.
L’anno scorso, attivisti del gruppo britannico Just Stop Oil hanno gettato zuppa di pomodoro sui «Girasoli» di Van Gogh, mentre altri due si sono incollati su i «Peschi in fiore», sempre del Van Goggo, alla Courtauld Gallery di Londra, danneggiando in modo permanente l’opera. La coppia è stata condannata a pene detentive per danni penali.
Come riportato da Renovatio 21, in Vaticano si è avuto il caso degli ecopersonaggi che si sono incollati al Lacoonte, atto per il quale è già partito il processo presso lo Stato Pontificio.
Il Monet era stato già colpito l’anno scorso dai tizi di Ultima Generazione, che avevano versato del purè di patate addosso al quadro Les Meules conservato presso un museo nella città tedesca di Potsdam.
Preme tuttavia segnalare come il Monet sia, con tutto il cosiddetto Impressionismo, ampiamente sopravvalutato – fenomeno comune nella storia dell’arte moderna, che in alcuni frangenti – è emerso – è stata pilotata dal programma «Long Leash» della CIA. Il cosiddetto espressionismo astratto, che dell’impressionismo è un discendente isterico, è stato finanziato e gonfiato dai servizi americani come arma contro la diffusione della cultura sovietica durante la guerra fredda.
La fortuna di Monet e degli impressionisti è risalente. Lo scrivente venti anni fa acquistò da una bancarella di un rigattiere sotto il Castello di Diocleziano a Spalato un catalogo della Biennale di Venezia risalente ai primissimi anni del Novecento, e lì il Monet c’era: allora era considerato come avanguardia, e non come materiale per i muri di alberghetti di quart’ordine.
Una decina di anni fa, d’un tratto, emerse nel mondo un movimento di opinione che finalmente reagiva contro l’impressionismo e il suo status di grande arte, e in particolare contro l’altro grande capofila degli impressionisti, Pierre-Auguste Renoir (1841-1919).
Da un account Instagram nel 2015 nacque un movimento chiamato «Renoir sucks at painting» («Renoir fa schifo a dipingere») che organizzò diverse manifestazioni fuori dai musei per significare tutto il disprezzo che l’opera di Renoir merita.
Fuori dal Museum of Fine Arts di Boston venne inscenata una protesta con cartelli eloquenti «Dio odia Renoir», «ReNOir», «Non siamo iconoclasti, è solo che Renoir fa schifo a dipingere».
"We're not iconoclasts, Renoir just SUCKS at painting!" https://t.co/uJyzUDsnC5 pic.twitter.com/KsGIc9Unt9
— anildash.com (@anildash) October 5, 2015
Il gruppo, guidato dall’organizzatore Max Geller, chiedeva al museo di rimuovere i dipinti di Renoir dalle sue pareti. Quando il giornale britannico Guardian gli ha chiesto perché non gli piace così tanto Renoir, Geller ha ribattuto: «Perché così tante persone pensano che sia bravo? Avete guardato i suoi dipinti?»
«Nella vita reale, gli alberi sono belli. Se dai retta Renoir, penseresti che gli alberi sono solo una raccolta di scarabocchi verdi», ha detto Geller, non facendo una grinza che non sia una.
Condividendo qualche immagine dai dipinti, lasciamo al lettore di decidere da solo.
'Renoir sucks at painting' movement demands removal of works http://t.co/B6ITsoAlfe @waitwait #bluffTheListener pic.twitter.com/KgdoOpsp6G
— Jon (@TexJ0N) October 7, 2015
Renoir sucks at painting so much. The Musée d'Orsay should just lob all their Renoirs in the bin.@RenoirSucks ???? pic.twitter.com/LcYPs7ZUrB
— Sam (@SamMGreg) April 11, 2023
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renoir sucks at painting ???? pic.twitter.com/OjZMVNAfpo
— Carlotina (@carlotaacvg) January 1, 2022
“Renoir sucks at painting” https://t.co/S4SbhNypaL pic.twitter.com/n38xnR343s
— It Nijs (@Itnijs) November 6, 2015
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"Renoir Sucks At Painting" movement inspires pickets at galleries across America http://t.co/woDEfZBFUo pic.twitter.com/0GNkPsBCVb
— Crack Magazine (@CrackMagazine) October 12, 2015
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Just a reminder that the best Instagram account is called @ renoir_sucks_at_painting and it's pretty self explanatory pic.twitter.com/LDEL8q710O
— Emily is writing a book (@EtheHerring) January 31, 2021
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