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Nucleare

Hiroshima e Nagasaki, il futuro papa Paolo VI fu complice?

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Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede Masahide Kanayama, si vide con il Segretario di Stato vaticano Giovanni Montini, che 18 anni dopo sarebbe divenuto Papa Paolo VI. L’incontro avviene sotto gli occhi di Pio Rossignani, segretario personale di Pio XII.

 

Kanayama lavorava sotto l’ambasciatore Ken Harada. Il suo compito, in sostanza, era di fare da canale nascosto per un appello diretto al Papa.

 

I Giapponesi volevano che il Pontefice fosse il mediatore tra loro  gli Alleati.

 

Ken Harada (1909 –1997), ambasciatore presso la Santa Sede dal 1942 al 1945)

«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.

 

 

Montini rispose: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione Papale»

 

 

Montini, cioè, chiuse la porta.

 

Giovanni Battista Montini, (1897-1978), futuro Papa Paolo VI

A pochi mesi di distanza, ci furono Hiroshima e Nagasaki. Quest’ultima, lo ricordiamo, era la città pià cattolica del Giappone, quella dove i cattolici erano la maggioranza, l’unica regione in cui la Vera Religione si salvò dalle tremende persecuzioni dello Shogunato nel XVII secolo.

 

Non è più discutibile il fatto che il Montini fosse un asset (cioè una fonte, un confidente, financo un «agente» dell’OSS, l’organizzazione che poi si trasformò nella CIA.

 

Il Giappone, in Vaticano, offriva il ramoscello d’olivo. Montini chiuse la porta

 

Il futuro Paolo VI parlava direttamente con colui che è considerato «padre» della CIA,  William Donovan. 

 

Donavan era peraltro cattolico. Nel denso film dedicato all’OSS e alla CIA, The Good Shepherd, la figura di Donavan è interpretata da Robert De Niro, qui anche eccellente regista. Egli si lamenta, in una scena, del fatto di essere l’unico cattolico nell’ente che lui stesso stava creando traendo dai figli della crema WASP per lo più affiliati alla lugubre confraternità universitaria Skull and Bones. Donovan era già stato ospite del Vaticano nel 1944 per essere insignito da Pio XII della Gran Croce dell’ordine di San Silvestro

 

James Jesus Angleton (1917-1987)

Montini aveva tuttavia ancora maggiori rapporti con con la «madre» della CIA James Jesus Angleton. Personaggio interessante, l’Angleton crebbe in Italia, dove il padre vendeva macchine da scrivere, e si laureò in poesia: nel dopoguerra corrispondeva con Ezra Pound che egli ammirava enormemente, mentre però lo teneva dietro le sbarre. Ad Angleton viene fatto risalire tanto della storia Repubblicana, tanto che meriterebbe un posto tra i padri fondatori dell’Italia democratica – certamente più di De Gasperi e dei Costituenti: c’è il sospetto che Angleton trattò con Lucky Luciano lo sbarco degli alleati in Sicilia (e quindi il ritorno della mafia), truccò il referendum che seppellì la Monarchia, fu fulcro delle manovre che crearono la DC. Infine, Angleton impazzì mentre per la CIA dirigeva il controspionaggio antisovietico, inghiottito da quello che egli stesso, memore della sua formazione poetica, chiamava «Il deserto degli specchi».

 

Ma è del deserto atomico di Hiroshima e Nagasaki che stiamo parlando.

Sembrerebbe proprio che anche in quel colloquio in cui il Giappone gli chiedeva aiuto Montini facesse il gioco angloamericano. 

 

Sembrerebbe proprio che anche in quel colloquio in cui il Giappone gli chiedeva aiuto Montini facesse il gioco angloamericano

 

Monsignor Montini alle spalle di Pio XII

È difficile non pensare che una risposta differente avrebbe potuto salvare decine di migliaia di esseri umani a Hiroshima e centinaia di migliaia di cattolici a Nagasaki.

 

La cosa va inquadrata secondo la mentalità del Montini e della Democrazia Cristiana che egli benedì facendola prosperare al punto che per colpirla dovettero colpire un amico personale del papa bresciano, Aldo Moro.

 

Montini, il papa del post-concilio, il papa della messa nuova plasmata dal massone Bugnini, il papa che incoraggiò quella Democrazia Cristiana che ha siglato quegli enormi compromessi con la Morte – compromessi che hanno costato al Paese circa 53 volte i morti di Hiroshima Nagasaki, preferì il male minore della continuazione della guerra, vedendone chissà quale vantaggio futuro: forse quello americano, che con la detonazione delle bombe spaventò la Russia impedendole di invadere l’Hokkaido. La Russia aveva dichiarato guerra al Giappone poche settimane prima, e un’invasione sovietica da Nord avrebbe reso il Giappone un Paese diviso dai blocchi come la Germania, o, più tardi, la Corea.

 

Ecco, insomma, il male minore atomico.

Ecco il male minore atomico.

 

Hiroshima dopo la bomba

Davanti al diniego di Montini, i Giapponesi in Vaticano non si persero d’animo.

 

Nel febbraio 1945, l’ambasciatore Ken Harada volle vedere l’inviato personale di Roosevelt presso Pio XII Myron Taylor, e gli passo un messaggio chiarissimo: «gli elementi giapponesi che desiderano la pace  non sono responsabili della guerra nel pacifico, e potrebbero essere in grado di far sentire la propria volontà se gli angloamericani offrissero termini accettabili».

 

 

Il Giappone, in Vaticano, offriva il ramoscello d’olivo.

 

Taylor promise di passare il messaggio, ma volle ricordare Pearl Harbor: come dire, abbiamo qualche ragione per invadervi.

 

Nagasaki, la cattedrale di Urakami distrutta dalla bomba atomica

I fedeli di Urakami quel giorno trovarono d’improvviso una morte mai vista prima. Disintegrati, disciolti, fusi nell’intimo della materia con ciò che era nelle circostanze.

 

A leggere la storia dai documenti non pare proprio che il Giappone fosse graniticamente opposto all’idea di un armistizio; il mito dell’ultimo giapponese che continua a combattere nell’isola per anni è probabilmente un’operazione psicologica che giustificare le bombe atomiche. 

 

È eclatante il caso del telegramma al Papa mandato il 6 aprile 1945 dal delegato: «Il presente è il momento più favorevole per conquistare l’intransigenza dei militaristi estremisti nell’interesse di una pacifica soluzione della guerra» scrisse Toda, il quale era peraltro imparentato con nientemeno che l’imperatore Hirohito.

 

Nel messaggio, si prometteva che al più presto possibile si sarebbero mandate alla Santa Sede delle condizioni da far vagliare agli angloamericani. Gli americani sapevano: messaggio fu intercettato dall’OSS e girato a Roosevelt l’11 aprile, un giorno dinanzi della sua improvvisa morte.

 

Il successore, il massone Truman, poche settimane dopo sganciò le bombe.

 

Si trattò dell’unico utilizzo su esseri umani dell’ordigno a fissione dell’atomo.

 

Ho pellegrinato per ambo le città martiri dell’atomo americano. Voglio confessare che Nagasaki, soprattutto, è una delle città che amo di più al mondo.

 

La storia del bombardamento atomico di Nagasaki è una storia cattolica sin dal suo epicentro: il bombardiere «Bockscar» pilotato dal maggiore Charles Sweeney, all’anagrafe un irish-catholic, prese come bersaglio la cattedrale della Immacolata Concezione, chiamata anche cattedrale di Urakami, il quartiere a Nord della città.

 

Paolo Takashi Nagai (1908-1951) e i suoi figli

Quando l’atomo colpì, era l’ora delle confessioni. Tanti erano là sotto in fila per liberarsi dei proprio peccati; una di essi era la moglie di un medico cattolico riconosciuto poi eroe internazionale, Paolo Takeshi Nagai.

 

Nagai – che diverrà noto per la sua testimonianza straziante del libro Le campane di Nagasaki – studiò la malattia da radiazione anche menomato e incapace di stare anche solo seduto, sdraiato perennemente, tra microscopi e carte, su della paglia stesa sul pavimento.

 

I fedeli di Urakami quel giorno trovarono d’improvviso una morte mai vista prima. Disintegrati, disciolti, fusi nell’intimo della materia con ciò che era nelle circostanze.

 

La Fede violata nella sua intimità, e al contempo era la Fede che resiste anche alla potenza nucleare

Nagasaki, il rosario sciolto dalla bomba atomica

 

Nel museo a fianco della Cattedrale di Urakami, ho guardato e rimirato per ore un cimelio in particolare. Un rosario «sciolto» dalla bomba.

 

Vi ho visto questo segno pazzesco, struggente: era la Fede violata nella sua intimità, e al contempo era la Fede che resiste anche alla potenza nucleare.

 

Quel rosario diceva, soprattutto, che qualcuno era morto stringendolo fra le mani.

 

Ricordo come accanto a me, davanti al rosario atomico, vi erano dei ragazzi americani, venuti come tanti connazionali a fare quello che il loro governo non riesce a fare da 73 anni: affacciarsi all’orrore e chiedere scusa. La prima a scoppiare a piangere fu la ragazza; il ragazzo seguì. Lacrime americane, lacrime umane.

 

Avevano compreso ciò che i vertici del loro Paese, e probabilmente anche Montini, non avevano compreso.

Il «male minore» è il Male. E il Male vuole lo sterminio infinito, e lo scioglimento dell’Unica Vera Fede

 

Vite sacrificate, a milioni, per il «male minore» di qualche uomo di potere.

 

Il «male minore» è il Male. E il Male vuole lo sterminio infinito, e lo scioglimento dell’Unica Vera Fede.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni e su Renovatio 21

Ambiente

La guerra nucleare non è peggiore del cambiamento climatico: la perla del segretario di Stato USA

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La minaccia dell’annientamento termonucleare non è più grave della minaccia del cambiamento climatico, ha affermato il segretario di Stato americano Antony Blinken.

 

Tale dichiarazione è stata infilata durante un’apparizione alla trasmissione australiana 60 Minutes domenica, quando al capo della diplomazia statunitense è stato chiesto se la guerra nucleare o il cambiamento climatico rappresentassero «la più grande minaccia per l’umanità».

 

«Beh, non puoi, credo, avere una gerarchia», ha risposto Blinken. «Ci sono alcune cose che sono in primo piano… incluso il potenziale conflitto, ma non c’è dubbio che il clima rappresenti una sfida esistenziale per tutti noi».

 

«Quindi per noi, questa è la sfida esistenziale dei nostri tempi», ha continuato il chitarrista del Dipartimento di Stato, aggiungendo che questo «non significa che nel frattempo non ci siano gravi sfide all’ordine internazionale come l’aggressione della Russia contro l’Ucraina».

 

Tale prospettiva climatico-apocalittica è ben diffusa nelle élite americane e mondialiste, come visibile nel caso del gruppo estremista chiamato Wolrd Economic Forum.

 

A Davos, a inizio anno, l’ex vicepresidente americano Al Gore aveva equiparò la quantità di anidride carbonica a «600 mila bombe di Hiroshima buttate sulla Terra ogni giorno». Si tratta di una colossale idiozia, ovviamente, ma il papavero del Partito Democratico USA, insignito nel tempo da una combo imprendibile di Premio Nobel e Premio Oscar, lo disse urlando e puntando il dito, senza che nessuno dei potenti nell’audience lo fact-checkasse al momento e lo svergognasse (come è poi avvenuto in rete).

 

Non c’è da sorprendersi quindi se, con uno sforza che possiamo definire perverso e infinitamente pericoloso, un alto funzionario USA riesce nell’impresa di mettere sullo stesso piano il Cambiamento Climatico e la prospettiva, sempre più vicina, di uno scontro a base di atomiche tra le superpotenze.

 

Le forze di Kiev hanno anche tentato ripetutamente di prendere di mira le centrali nucleari russe, ha avvertito il Cremlino all’inizio di questo mese, accusando l’Ucraina e i suoi sponsor di «terrorismo nucleare».

 

Come riportato da Renovatio 21, varie discussioni stanno facendo capire che l’uso di armi nucleari sta nemmeno troppo gradualmente venendo detabuizzato nel contesto americano così come in quello russo, con discorsi sulla possibilità di lanciare atomiche tattiche contro i Paesi europei che sostengono Kiev.

 

Negli Stati Uniti, gli avvertimenti sull’imminente minaccia di un conflitto nucleare sono arrivati ​​principalmente dall’ala «isolazionista» del Partito Repubblicano. L’ex presidente Trump che ha dichiarato ad aprile che il mondo stava affrontando «il periodo più pericoloso» della storia a causa di armi nucleari e leadership «incompetente» a Washington.

 

Al contrario degli «isolazionisti» repubblicani, il democratico Blinken potrebbe, come tanti personaggi neocon che spingono da decenni per la guerra contro la Russia, avere un «conflitto di interessi» (diciamo così) forse di carattere famigliare nell’ipotesi di una guerra in Ucraina.

 

Blinken proviene, come Victoria Nuland  (recentemente promossa a vice segretario di Stato), da una famiglia di ebrei di Nuova York – nello specifico, zona Yonkers – anche questi iniettati nell’alta diplomazia USA. Il padre Donald Blinken era ambasciatore in Ungheria, lo zio Alan ambasciatore in Belgio. Il nonno Maurice Henry Blinken fu uno dei primi finanziatori dello Stato di Israele.

 

«Ogni giorno che questa battaglia per procura continua, rischiamo una guerra globale», ha detto Trump a marzo, sostenendo che «dovremmo sostenere il cambio di regime negli Stati Uniti» per scongiurare il più grande rischio corso dall’umanità nella sua storia.

 

«La Terza Guerra Mondiale non è mai stata così vicina come in questo momento». In quell’occasione, Trump si scagliò direttamente contro l’ora vice di Blinken, Victoria Nuland, chiamandola per nome e accusandola del disastro dell’ora presente.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

 

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Geopolitica

L’accordo Cina-Niger sull’uranio è stato firmato quattro settimane prima del colpo di Stato

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Un mese prima del colpo di stato militare di questa settimana in Niger, il governo era in trattative con la Cina su diversi progetti economici, tra cui l’estrazione dell’uranio, di cui il Niger è una delle principali fonti mondiali

 

La relazione tra questo fatto e il colpo di stato in corso è da chiarire, tuttavia è chiaro che si tratta di un deal importante per il Paese africano. Così come è chiaro che dove c’è uranio, può esserci caos politico e militare.

 

Secondo un articolo del 6 luglio di Voice of America, l’ambasciatore cinese in Niger Jiang Feng ha affermato che Pechino costruirà un parco industriale che includerà strutture agricole e alimentari, manifatturiere, minerarie e immobiliari, secondo un tweet di un funzionario del presidente del Niger Mohamed Bazoumche affermava che l’accordo è stato il risultato di un forum sugli investimenti Cina-Niger che ha avuto luogo lo scorso aprile.

 

Il tweet menzionava anche che l’ambasciatore cinese ha recentemente visitato il punto di partenza dell’oleodotto di esportazione Niger-Benin e lo aveva descritto come «molto impressionante». Con la China National Petroleum Corporation come sviluppatore, il gasdotto di 2.000 km consentirebbe al Niger senza sbocco sul mare di aumentare la sua produzione di greggio e accedere al commercio internazionale attraverso un terminal sulla costa del Benin, dicono i funzionari.

 

Il tweet ha fatto seguito alla visita di una delegazione della National Uranium Company of China (CNUC), che ha discusso della ripresa dell’esplorazione e dell’estrazione dell’uranio nella miniera della regione settentrionale del Niger, chiusa da anni.

 

Il ministro delle miniere del Niger Ousseini Hadizatou Yacouba e il presidente del CNUC Xing Yongguo hanno firmato un nuovo accordo a Niamey il 27 giugno per rilanciare la miniera di uranio.

 

La China National Petroleum Corporation (CNPC) e la China National Nuclear Corporation (CNNC) hanno investito rispettivamente 4,6 miliardi di dollari e 480 milioni di dollari nelle industrie del petrolio e dell’uranio del Niger.

 

Il Niger rappresenta il 5% del minerale di uranio di più alta qualità del mondo, secondo la World Nuclear Association. La Francia è stata il principale operatore in questo campo.

 

Il Niger è anche ricco di petrolio, carbone e fosfati, al quarto posto a livello mondiale nelle riserve di fosfati. I fosfati sono una risorsa chiave per l’agricoltura, l’alimentazione, la produzione chimica e le industrie farmaceutiche, nessuna delle quali è stata sviluppata in Niger.

 

Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa il capo della guardia presidenziale del Niger, il generale Abdourahamane Tchiani, che ha architettato il rovesciamento del presidente Mohamed Bazoum questa settimana, si è dichiarato il nuovo leader del Paese.

 

Niamey riveste una certa importanza per Parigi: il Niger, con il Ciad, rappresenta l’ultimo baluardo della presenza militare francese nel Sahel dopo la cacciata dalle ex colonie Mali e Burkina Faso, dove forze militari hanno rovesciato i governi civili e attivato politiche antifrancesi. In questi casi, come in altri, vi sarebbe il ruolo della società di contractor russa Wagner che, come sottolineato recentemente da George Clooney, è oramai un player fondamentale nella politica del Continente nero.

 

Evgenij Prigozhin, capo del gruppo Wagner, ha definito il tentativo di golpe in corso come una lotta contro i colonizzatori» – ovvero i francesi. Tale dichiarazione è stata fatta proprio mentre si sta svolgendo a San Pietroburgo il secondo vertice Russia-Africa, dove il Prigozhin ha ricominciato a farsi vedere in totale tranquillità. Accuse contro la Francia «neocoloniale» erano state fatte un anno fa anche dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov.

 

Le miniere di uranio di Arlit sono essenziali per il programma nucleare della Francia, che pure ha dimostrato qualche acciacco negli ultimi anni. Macron, nonostante i problemi affrontati dalle centrali francesi (che possono riversarsi anche sull’Italia cliente), non è intenzionato a mollare l’atomo: anzi, ha parlato di una «rinascita dell’industria nucleare francese».

 

 

 

 

 

 

 

Immagine di NigerTZai via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

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Nucleare

L’AIEA trova mine antiuomo nella centrale nucleare di Zaporiggia

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L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha pubblicato ieri una dichiarazione secondo cui i suoi esperti della centrale nucleare di Zaporiggia hanno trovato mine antiuomo attorno al perimetro della centrale, al di fuori della sua area di lavoro.

 

Durante una visita il 23 luglio, il team dell’IAEA ha visto alcune mine situate in una zona cuscinetto tra le barriere perimetrali interne ed esterne del sito, ha riferito la dichiarazione.

 

Gli esperti hanno riferito che si trovavano in un’area riservata a cui il personale operativo dell’impianto non può accedere e si trovavano di fronte al sito.

 

Il team non ne ha osservato nessuno all’interno del perimetro interno del sito durante il percorso.

 

«Come ho riferito in precedenza, l’IAEA era a conoscenza del precedente posizionamento di mine al di fuori del perimetro del sito e anche in particolari punti all’interno. Il nostro team ha sollevato questa scoperta specifica con l’impianto e gli è stato detto che si tratta di una decisione militare e in un’area controllata dai militari», ha affermato il direttore generale Rafael Grossi.

 

«Tuttavia avere tali esplosivi sul sito è incoerente con gli standard di sicurezza dell’IAEA e le linee guida sulla sicurezza nucleare e crea ulteriore pressione psicologica sul personale dell’impianto, anche se la valutazione iniziale dell’IAEA basata sulle proprie osservazioni e sui chiarimenti dell’impianto è che qualsiasi detonazione di queste mine non dovrebbe pregiudicare la sicurezza nucleare e i sistemi di protezione del sito. Il team continuerà le sue interazioni con l’impianto», ha aggiunto Grossi.

 

Sembra, a giudicare dalle sue dichiarazioni, che l’IAEA abbia accettato la spiegazione russa secondo cui le mine sono state collocate per motivi di sicurezza, anche se non è d’accordo.

 

A parte le mine, gli ispettori dell’IAEA non hanno osservato alcuna attrezzatura militare pesante nell’area dell’impianto, ma stanno ancora cercando di accedere ai tetti delle unità 3 e 4 del reattore.

 

La dichiarazione ha anche riferito che gli ispettori non hanno osservato mine o altri esplosivi nelle aree interne che hanno ispezionato.

La centrale di Zaporiggia è stata al centro di tensioni internazionali per mesi. Nove mesi fa, secondo fonti russe le forze ucraine avrebbero tentato di ricatturare la centrale, fallendo.

 

Tre settimane fa i russi avevano detto che un attacco ucraino alla centrale sarebbe stato imminente.

 

La scorsa settimana sarebbe stato ucciso da bombe a grappolo nella zona di Zaporiggia il corrispondente dell’agenzia stampa RIA Novosti e della testata Sputnik Rostislav Zhuravlev.

 

 

 

 

 

Immagine di IAEA Imagebank via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

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