Ambiente
«Geoingegneria solare»: se il New York Times inneggia alle «scie chimiche»
Renovatio 21 ha spesso riportato le evoluzioni dell’incredibile progetto finanziato da Bill Gates di diminuire la temperatura globale liberando nell’aria particelle di solfato in grado di riflettere i raggi solari.
Il progetto, i cui esperimenti erano programmati per quest’anno, ha subito una battuta d’arresto dopo che alcuni enti della Svezia si sono opposti.
Epperò l’idea, apprendiamo, è tutt’altro che morta. Se pensavate che esso potesse restare là solo come materiale per i piani del cattivo di un James Bond inedito, vi sbagliate.
«Fingere che il cambiamento climatico possa essere risolto con la sola riduzione delle emissioni è una fantasia pericolosa
È il principale quotidiano del pianeta, il New York Times, a tornare a parlarci del progetto di spruzzare nell’aria sostanze chimiche che oscurino il sole per combattere il cambiamento climatico.
Ecco quindi che la settimana passata è apparso un editoriale di David Keith, professore di fisica applicata e di politiche pubbliche ad Harvard, dove ha guidato lo sviluppo del programma di ricerca sull’ingegneria solare dell’università.
L’editoriale rappresenta da tanti punti di vista un salto significativo. Ad esempio, è detto apertis verbis che la riduzione delle emissioni non basterà mai. Si tratta, viene detto, di rimediare anche per quelle del passato, in una ridefinizione materiale del clima terrestre tutto. Perché «fingere che il cambiamento climatico possa essere risolto con la sola riduzione delle emissioni è una fantasia pericolosa».
Se la religione climatica possiede una sua forma di peccato (l’inquinamento) ha anche una forma di peccato originale – l’impronta climatica di ciascuno di noi, e quella dei nostri antenati. Non basta quindi smettere di peccare: Keith propone di creare impianti tecnologici per affrontare il tema del peccato originale della civiltà.
«L’infrastruttura energetica che alimenta la nostra civiltà deve essere ricostruita, sostituendo i combustibili fossili con fonti prive di carbonio come il solare o il nucleare. Ma anche in questo caso, l’azzeramento delle emissioni non raffredderà il pianeta. Questa è una conseguenza diretta del singolo fatto più importante sul cambiamento climatico: il riscaldamento è proporzionale alle emissioni cumulative nell’era industriale».
Scontiamo i peccati dei nostri genitori, nonni, bisnonni, trisavoli. Scontiamo il peccato dell’umanità in tutte le generazioni. Scontiamo il peccato climatico di Adamo ed Eva.
«Fermare le emissioni smette di peggiorare il clima. Ma riparare il danno, nella misura in cui la riparazione è possibile, richiederà qualcosa di più della semplice riduzione delle emissioni»
Degno di nota è il fatto che il professore dà per scontato l’imposizione delle regole climatiche e l’accettazione da parte della popolazione. Egli è già a guardare più avanti.
«L’eliminazione delle emissioni entro il 2050 circa è un obiettivo difficile ma raggiungibile. Supponiamo che sia soddisfatto. Le temperature medie smetteranno di aumentare quando le emissioni cesseranno, ma il raffreddamento richiederà migliaia di anni poiché i gas serra si dissipano lentamente dall’atmosfera».
Quindi, si passa alla fase due: la geoingegnerizzazione climatica.
«Fermare le emissioni smette di peggiorare il clima. Ma riparare il danno, nella misura in cui la riparazione è possibile, richiederà qualcosa di più della semplice riduzione delle emissioni».
«Per raffreddare il pianeta in questo secolo, gli esseri umani devono rimuovere il carbonio dall’aria o utilizzare la geoingegneria solare, una misura temporanea che può ridurre le temperature di picco, le tempeste estreme e altri cambiamenti climatici».
Nel sito del Keith Rearch Group vengono dichiarati, alla sezione «Funding», «una serie di doni da parte di Bill Gates attraverso Fund for Innovative Climate and Energy Research». Le FAQ del FICER sono un trionfo dell’excusatio non petita nei riguardi dell’attività e degli interessi del finanziatore Gates.
Quindi, la soluzione concreta:
«Gli esseri umani potrebbero rendere il pianeta Terra più riflettente aggiungendo minuscole goccioline di acido solforico alla stratosfera dagli aerei, sbiancando le nuvole di basso livello sull’oceano spruzzando sale marino nell’aria o con altri interventi»
«Gli esseri umani potrebbero rendere il pianeta Terra più riflettente aggiungendo minuscole goccioline di acido solforico alla stratosfera dagli aerei, sbiancando le nuvole di basso livello sull’oceano spruzzando sale marino nell’aria o con altri interventi».
Assomiglia, in effetti, a quei racconti «complottisti» di quelli che parlano di «scie chimiche». Tanto che queste sono in effetti ben visibili nell’illustrazione che accompagna l’articolo, appena sotto il titolo interrogativo: «Qual’è il modo meno peggio per raffreddare il pianeta?». Ma andiamo oltre.
L’alternativa sarebbe quella del processo del Carbon removal, cioè la creazione di impianti industriali che tolgano fisicamente l’anidride carbonica dall’atmosfera. n singolo impianto di cattura del carbonio che occupi un miglio quadrato di terra potrebbe rimuovere un milione di tonnellate di carbonio dall’aria all’anno. Ma costruire e far funzionare queste apparecchiature richiederebbe energia, acciaio e cemento da una catena di approvvigionamento globale» avverte Keith. Il Carbon removal, dice, «avrà bisogno di un’industria enorme». E poi «il problema con queste tecnologie di rimozione del carbonio è che sono intrinsecamente lente perché il carbonio che si è accumulato nell’atmosfera dalla rivoluzione industriale deve essere rimosso tonnellata per tonnellata».
Per cui, per il momento, forse è meglio concentrarsi sugli aerei che spargono sostanze chimiche in cielo per oscurare il sole.
«Gli ecosistemi dovrebbero essere manipolati usando l’irrigazione, la soppressione degli incendi o piante geneticamente modificate le cui radici sono resistenti alla putrefazione. Questo aiuta ad aumentare l’accumulo di carbonio nei suoli»
«La geoingegneria, d’altra parte, è economica e agisce velocemente, ma non può sgonfiare la bolla di carbonio. È un cerotto, non una cura».
Il professor Keith racconta di raccomandare questa cosa dell’acido disperso nell’atmosfera da aerei per oscurare il sole come una tecnica che andrebbe addirittura contro i suoi interessi privati. «Ho fondato Carbon Engineering, una delle aziende più in vista che sviluppa tecnologie per catturare il carbonio direttamente dall’aria e poi pomparlo nel sottosuolo o utilizzarlo per realizzare prodotti che contengono anidride carbonica» confessa l’harvardiano. Gli interessi dell’azienda potrebbero essere danneggiati se la geoingegneria fosse vista come un’opzione accettabile».
Vi è quindi un’altra ammissione degna di nota: quella dei limiti della natura. Bisogna perdere le illusioni nei confronti del tocco salvifico della vegetazione: gli «alberi sono propagandati come una soluzione climatica naturale», tuttavia è inutile raccontarsela: «il raffreddamento così veloce non può essere ottenuto lasciando che la natura scorra liberamente».
Con buona pace del cultori del verde, i devoti a Gaia, qui si fa parla – forse nel contesto ambientalista per la prima volta in maniera esplicita fino all’impudico – di qualcosa che di ecologico non ha niente: la manipolazione degli ecosistemi.
«Gli ecosistemi dovrebbero essere manipolati usando l’irrigazione, la soppressione degli incendi o piante geneticamente modificate le cui radici sono resistenti alla putrefazione. Questo aiuta ad aumentare l’accumulo di carbonio nei suoli».
«La scala fisica dell’intervento è – per certi versi – piccola. Meno di due milioni di tonnellate di zolfo all’anno iniettate nella stratosfera da una flotta di un centinaio di velivoli ad alta quota rifletterebbero la luce solare e raffredderebbero il pianeta di un grado»
Si tratta di una vera e propria rivoluzione nella materia del pianeta:
«Per raffreddare un grado entro la metà del secolo, questa ingegneria ecologica dovrebbe avvenire su una scala paragonabile a quella dell’agricoltura o della silvicoltura globali, causando un profondo sconvolgimento degli ecosistemi naturali e delle persone troppo spesso emarginate che dipendono da loro».
Quindi, l’opzione geoingegneria è da tenere in prima fila, perché «potrebbe funzionare». Ed è spiegato in dettaglio come.
«La scala fisica dell’intervento è – per certi versi – piccola. Meno di due milioni di tonnellate di zolfo all’anno iniettate nella stratosfera da una flotta di un centinaio di velivoli ad alta quota rifletterebbero la luce solare e raffredderebbero il pianeta di un grado. Lo zolfo cade dalla stratosfera in circa due anni, quindi il raffreddamento è intrinsecamente a breve termine e potrebbe essere regolato in base a decisioni politiche su rischi e benefici».
Continua, in un crescendo che lascia a bocca aperta:
«Aggiungere due milioni di tonnellate di zolfo all’atmosfera sembra avventato, eppure si tratta solo di circa un ventesimo dell’inquinamento annuale da zolfo causato dai combustibili fossili di oggi».
«Le morti per inquinamento atmosferico dovute allo zolfo aggiunto nell’aria sarebbero più che compensate dalla diminuzione del numero di morti per caldo estremo, che sarebbe da 10 a 100 volte maggiore»
Il che significa che l’inquinamento protegge dal sole? Non capiamo Significa che la geoingegneria è, di fatto, inquinamento deliberato?
«La geoingegneria potrebbe peggiorare l’inquinamento atmosferico o danneggiare lo strato di ozono globale e sicuramente aggraverà alcuni cambiamenti climatici, rendendo alcune regioni più umide o più secche anche se il mondo si raffredda» ammette il professore, confondendo però sempre più il comune mortale.
Tuttavia, teniamo presente che, come sempre nel mondo moderno, c’è un calcolo utilitaristico alle spalle: «sebbene sia limitata, la scienza finora suggerisce che i danni che deriverebbero dall’abbattere di un grado le temperature globali sarebbero piccoli rispetto ai benefici».
Capito? Vi saranno stragi, ma sarà un male minore. Sarà il male desiderabile. Il nostro scrive proprio così, nero su bianco.
«Le morti per inquinamento atmosferico dovute allo zolfo aggiunto nell’aria sarebbero più che compensate dalla diminuzione del numero di morti per caldo estremo, che sarebbe da 10 a 100 volte maggiore».
Geoingegneria e stragi programmate. Riprogrammazione degli ecosistemi e geopolitica, flotte di aerei che iniettano acido nell’atmosfera. Tutto questo scritto sul maggior giornale della Terra
Sì, lo ha scritto sul serio. E non ha finito, perché il nostro sembra conscio del fatto che per un progetto simile ci vuole un accordo geopolitico esteso – qualcosa che assomiglia, pensiamo noi, ad un governo mondiale:
«La grande sfida della geoingegneria è geopolitica: quale paese o quali paesi decideranno di iniettare aerosol nell’atmosfera, su quale scala e per quanto tempo? Non esiste un percorso facile verso un processo di governance stabile e legittimo per una tecnologia economica e ad alto rendimento in un mondo instabile».
Geoingegneria e stragi programmate. Riprogrammazione degli ecosistemi e geopolitica, flotte di aerei che iniettano acido nell’atmosfera. Tutto questo scritto sul maggior giornale della Terra. Non so voi, ma qui, davanti a cotanta orrorifica sincerità, c’è da spaventarsi.
L’elefante nella stanza, mai citato nell’articolo, ha un nome: Bill Gates. Il quale è, apertamente, il finanziatore degli esperimenti di geoingegneria. È noto come il patron di Microsoft abbia esteso negli ultimi mesi il suo interesse alla questione dell’ambiente e del Climate Change.
Gates, sostenitore della riduzione della popolazione e della vaccinazione globale, ha recentemente non solo pubblicato un libro sul clima, ma avuto modo, grazie a Biden, di esporre le sue idee dinanzi a 40 capi di Stato.
Ecco che l’idea dell’irrorazione chimica del cielo ha trovato spazio anche all’ONU, che ha cominciato a discuterne apertamente poche settimane fa.
Una fantascienza diretta direttamente verso di noi, pagata sulla nostra pelle (sotto la nostra pelle…). Una fantascienza di cui siamo, ancora una volte, cavie. Mentre il mondo tutto diviene il laboratorio di un lager.
Tutto pare andare secondo uno schema predefinito. Anche le battute di arresto, come lo stop venuto dalla Svezia dove dovevano tenersi gli esperimenti, non sembrano fermare questi progetti, per quanto folli possano sembrare.
Limitiamoci a ricordare quando, invece che di riscaldamento globale, non troppi anni fa si parlava di «raffreddamento globale».
Renovatio 21 ha sottotitolato questo spezzone di un antico programma condotto da Leonard Nimoy, alias il dottor Spock. Quella di Gates e soci, tuttavia, è una fantascienza ben superiore a quella di Star Trek.
Una fantascienza diretta direttamente verso di noi, pagata sulla nostra pelle (sotto la nostra pelle…).
Una fantascienza di cui siamo, ancora una volte, cavie. Mentre il mondo tutto diviene il laboratorio di un lager.
Ambiente
«Non c’è alcuna emergenza climatica»: il gruppo Clintel risponde a Mattarella e al papa
Rispondendo alla massiccia propaganda terroristica, potenziata dalle dichiarazioni del Presidente dello Stato italiano Sergio Mattarella contro i «negazionisti del clima» e di Papa Francesco sulla necessità di accelerare la transizione energetica, il gruppo italiano Clintel («Climate Intelligence») ha rilasciato una dichiarazione in cui rimprovera tale campagna di terrore e caratterizza le politiche climatiche come distruttive.
La dichiarazione è firmata da Uberto Crescenti, Professore Emerito di Geologia Applicata, Università di Chieti-Pescara (già Rettore e Presidente della Società Geologica Italiana), Presidente di Clintel-Italia; e da Alberto Prestininzi, Professore di Geologia Applicata (già Università La Sapienza di Roma) e Ambasciatore per l’Italia della Fondazione Clintel International.
«Noi sottoscritti di Clintel‐Italia, già promotori della Petizione “Non c’è alcuna emergenza climatica” inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, (…) manifestiamo preoccupazione per l’allarme che i mezzi di comunicazione stanno lanciando in ordine a una emergenza climatica di presunta origine antropica. Questo ingiustificato allarme sta inquinando le coscienze anche di responsabili politici ad alti livelli, circostanza che induce ad affrontare problemi di rischio vero, non con la prevenzione, ma con misure che, di fatto, neanche affrontano i problemi» scrive la nota.
«L’emergenza climatica che genera panico e preoccupa i più – spiegano – attiene al fatto che la temperatura media globale sarebbe circa un grado superiore a quella di oltre un secolo fa. A questo fenomeno, che è naturale, e non necessariamente sgradevole, si stanno attribuendo, senza alcuna ragione scientifica, tutti gli eventi meteorologici severi e, con essi, tutti i danni che sino agli anni Ottanta erano inquadrati nelle attività di prevenzione e studiati attraverso l’analisi del rischio, dove la vulnerabilità umana era l’elemento essenziale. Per esempio, si attribuiscono a codesto grado di temperatura superiore al valore di oltre un secolo fa, decessi per ondate di calore, fenomeni siccitosi, fenomeni alluvionali, e altro ancora» spiega il comunicato.
«Coloro che suonano l’allarme hanno anche la loro ricetta: impegnare trilioni di euro dei contribuenti e attuare la transizione energetica, la parola magica che sarebbe la loro promessa per la soluzione dei detti problemi. Purtroppo è proprio la transizione energetica la vera causa dei problemi citati» scrive il comunicato Clintel. «Essa, perseguita ormai da oltre vent’anni, ha comportato, da un lato, l’aumento del costo dell’elettricità, circostanza che ha aumentato, tra i più deboli, il numero di persone che non possono permettersi la climatizzazione degli ambienti ove vivono o lavorano, che da sola eviterebbe non quel singolo grado in più cui il riscaldamento globale attiene, ma i 15-20 gradi in più delle ondate di calore che sempre hanno colpito in estate, oggi non più che nel passato».
La nota ne ha anche per l’illusione di trovare una soluzione nelle rinnovabili, propalata non solo dai giornali, ma anche da immani investimenti pubblici.
«Dall’altro lato, la transizione energetica promessa quale panacea per combattere le conseguenze indesiderate dei fenomeni siccitosi o alluvionali, in realtà aggrava queste conseguenze, perché esse si combattono non con le installazioni di impianti eolici o fotovoltaici, come la transizione energetica pretende di fare, ma attraverso le attività di prevenzione, già indicate dalla legge sulla difesa del suolo 183/89 costruita con gli studi della commissione De Marchi. Prevenzione che le autorità di bacino, ora di distretto, propongono con interventi di Pianificazione territoriale e la realizzazione di opere per il governo delle acque (dighe, casse di espansione, etc.)».
Quindi, «la transizione energetica toglie dunque risorse alla gestione del rischio idrogeologico, ma anche al rischio sismico che, con cadenza decennale, si abbatte sul nostro territorio distruggendo opere e persone, disgregando le comunità sociali e la loro identità».
«Tutto ciò è oggi oscurato anche dai media che esaltano il finto rischio del clima che cambia» dicono i firmatari della dichiarazione.
Noi di Clintel‐Italia stigmatizziamo l’illusione della transizione energetica che sta abbagliando l’opinione pubblica e alcuni politici ai massimi livelli. Stigmatizziamo la disinformazione diffusa da tutti gli organi di stampa e di comunicazione di massa, che evitano ogni confronto su quello che è il vero problema che colpisce l’umanità soprattutto nelle sue componenti più deboli: l’inquinamento, la gestione dei rischi idrogeologici e sismici e la disponibilità d’energia abbondante e a costi accessibili. Stigmatizziamo il rifiuto da parte di chi brandisce il terrore del finto allarme climatico a confrontarsi sugli aspetti tecnico-scientifici del presunto allarme da essi lanciato e dalle irreali soluzioni da essi proposte».
Come riportato da Renovatio 21, Clintel aveva pubblicato due mesi una dichiarazione firmata da 11 scienziati in cui veniva dichiarato che le inondazioni in Romagna non erano correlate ai cambiamenti climatici.
Anche un gruppo di scienziati russi nelle scorse settimane ha pubblicato un saggio in cui si confuta la tesi antropogenica del cambiamento climatico.
Lo scienziato oxoniano e ricercatore CERN Wade Allison, matematico e fisico, la scorsa primavera ha pubblicato un documento in cui dimostra che l’eolico «fallisce su ogni aspetto». Anche il colosso industriale tedesco Siemens, e con esso l’intera Germania, sta realizzando l’inaffidabilità dell’energia eolica e della sua tecnologia – che si sta dimostrando pure un pessimo investimento, ancorché inserito nell’agenda Zero-carbonio del gruppo estremista WEF.
Ambiente
La guerra nucleare non è peggiore del cambiamento climatico: la perla del segretario di Stato USA
La minaccia dell’annientamento termonucleare non è più grave della minaccia del cambiamento climatico, ha affermato il segretario di Stato americano Antony Blinken.
Tale dichiarazione è stata infilata durante un’apparizione alla trasmissione australiana 60 Minutes domenica, quando al capo della diplomazia statunitense è stato chiesto se la guerra nucleare o il cambiamento climatico rappresentassero «la più grande minaccia per l’umanità».
«Beh, non puoi, credo, avere una gerarchia», ha risposto Blinken. «Ci sono alcune cose che sono in primo piano… incluso il potenziale conflitto, ma non c’è dubbio che il clima rappresenti una sfida esistenziale per tutti noi».
«Quindi per noi, questa è la sfida esistenziale dei nostri tempi», ha continuato il chitarrista del Dipartimento di Stato, aggiungendo che questo «non significa che nel frattempo non ci siano gravi sfide all’ordine internazionale come l’aggressione della Russia contro l’Ucraina».
Tale prospettiva climatico-apocalittica è ben diffusa nelle élite americane e mondialiste, come visibile nel caso del gruppo estremista chiamato Wolrd Economic Forum.
A Davos, a inizio anno, l’ex vicepresidente americano Al Gore aveva equiparò la quantità di anidride carbonica a «600 mila bombe di Hiroshima buttate sulla Terra ogni giorno». Si tratta di una colossale idiozia, ovviamente, ma il papavero del Partito Democratico USA, insignito nel tempo da una combo imprendibile di Premio Nobel e Premio Oscar, lo disse urlando e puntando il dito, senza che nessuno dei potenti nell’audience lo fact-checkasse al momento e lo svergognasse (come è poi avvenuto in rete).
Non c’è da sorprendersi quindi se, con uno sforza che possiamo definire perverso e infinitamente pericoloso, un alto funzionario USA riesce nell’impresa di mettere sullo stesso piano il Cambiamento Climatico e la prospettiva, sempre più vicina, di uno scontro a base di atomiche tra le superpotenze.
Le forze di Kiev hanno anche tentato ripetutamente di prendere di mira le centrali nucleari russe, ha avvertito il Cremlino all’inizio di questo mese, accusando l’Ucraina e i suoi sponsor di «terrorismo nucleare».
Come riportato da Renovatio 21, varie discussioni stanno facendo capire che l’uso di armi nucleari sta nemmeno troppo gradualmente venendo detabuizzato nel contesto americano così come in quello russo, con discorsi sulla possibilità di lanciare atomiche tattiche contro i Paesi europei che sostengono Kiev.
Negli Stati Uniti, gli avvertimenti sull’imminente minaccia di un conflitto nucleare sono arrivati principalmente dall’ala «isolazionista» del Partito Repubblicano. L’ex presidente Trump che ha dichiarato ad aprile che il mondo stava affrontando «il periodo più pericoloso» della storia a causa di armi nucleari e leadership «incompetente» a Washington.
Al contrario degli «isolazionisti» repubblicani, il democratico Blinken potrebbe, come tanti personaggi neocon che spingono da decenni per la guerra contro la Russia, avere un «conflitto di interessi» (diciamo così) forse di carattere famigliare nell’ipotesi di una guerra in Ucraina.
Blinken proviene, come Victoria Nuland (recentemente promossa a vice segretario di Stato), da una famiglia di ebrei di Nuova York – nello specifico, zona Yonkers – anche questi iniettati nell’alta diplomazia USA. Il padre Donald Blinken era ambasciatore in Ungheria, lo zio Alan ambasciatore in Belgio. Il nonno Maurice Henry Blinken fu uno dei primi finanziatori dello Stato di Israele.
«Ogni giorno che questa battaglia per procura continua, rischiamo una guerra globale», ha detto Trump a marzo, sostenendo che «dovremmo sostenere il cambio di regime negli Stati Uniti» per scongiurare il più grande rischio corso dall’umanità nella sua storia.
«La Terza Guerra Mondiale non è mai stata così vicina come in questo momento». In quell’occasione, Trump si scagliò direttamente contro l’ora vice di Blinken, Victoria Nuland, chiamandola per nome e accusandola del disastro dell’ora presente.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Ambiente
Mistica della grandine con chicchi grandi come uova. Nell’anno del Signore 1190
Stanotte potrebbe tornare la grandine. Se avete il garage, metteteci la macchina badando a non dimenticarvela fuori, per automatismo. Se non ce lo avete, trovate una qualche tettoia per riparare l’automobile.
Chi scrive viene da una settimana infernale – causa grandine e distruzione dell’automobile. Ero per lavoro in Toscana, con la macchina di altri. Partiti a mezzanotte per tornare a casa, cominciavo a vedere lontani bagliori in cielo già sull’appennino. Flash continui, che però, dapprima, sembravan riguardare terre lontane.
Ad un certo punto, in autostrada a notte fonda ci trovammo davanti questo spettacolo incredibili, fulmini che si ripetevano senza requie, assumendo le forme più inedite, uno, per un microsecondo, mi è apparso mentre scendeva e poi risaliva, come una specie di U seghettata – subito seguito da un altro, e un altro ancora.
Mentre la macchina avanzava, diveniva sempre più forte la certezza fantozziana che la tempesta avesse colpito proprio… casa mia. Nemmeno nell’ultimo tratto di strada avevo trovato pioggia, ma potevo vederne gli effetti: un odore di acquazzone che filtrava attraverso l’aria condizionata in riciclo, rami, foglie e erbe di ogni tipo in mezzo alla strada deserta.
E poi, infine, il parcheggio dove avevo lasciato la mia auto: vetri ovunque, automobili massacrate, ammaccature e perfino pezzi di carrozzeria bucati o divelti. Il mio parabrezza era andato: crepe immani su tutta la superficie, multa assicurata da parte delle forze dell’ordine se mi vedono così. La superficie esterna dell’auto butterata come nemmeno la Luna dopo miliardi di anni di asteroidi beccati per proteggere la Terra. Pezzi di plastica frantumati. Un disastro.
Tuttavia, nella malasorte, almeno il lunotto era stato risparmiato: tutte le altre auto della zona l’hanno avuto esploso, perché – ho scoperto – nel parabrezza mettono tra i vetri uno strato di plastica di modo che non si spacchi, dietro invece no, quindi se colpito con forza, salta e basta. Ecco che l’intero paesino si contraddistingue d’un tratto per un fiero simbolo pubblico: il sacco della spazzatura incollato con lo scotch a coprire il vetro posteriore disintegrato o il finestrino laterale andato.
L’indomani il delirio è diventato logistico e merceologico – dove reperire il parabrezza? Dove trovare una carrozzeria non stracarica di miei simili che me lo monti? Entrambe le domande hanno richiesto ore di sacrificio, con avventure telefoniche e sfasciacarrozzistiche, situazione in cui vedevo come me erano in migliaia, di tutte le razze possibile – anche perché le grandi aziende specializzate nel cambio vetri chiedono cifre semplicemente irricevibili.
E poi c’era l’amaro pensiero: quella notte, la prima della grandina, era stato colpito solo quel comune e quello limitrofo, già noto per essere probabile terra di origine della famiglia Putin (che come cognome lì abbonda, coma accentato diversamente: Putìn), dove infatti lo scrivente anni fa voleva organizzare una conferenza sull’argomento, cosa che oggi sarebbe sistematicamente impossibile, ma per la quale, come sa il lettore, lo stesso Putin mi aveva dato la sua benedizione in sogno.
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Maglia crociata con Croce di Lorena. La Croce di Lorena è anche chiamata croce patriarcale o croce d’Angiò. La traversa in alto sta per il titulus crucis, ossia l’iscrizione voluta da Ponzio Pilato «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum» o INRI. Nel 1300 i duchi d’Angiò veneravano un frammento della vera croce contenuto da un reliquiario con questo simbolo. In seguitò sarebbe divenuta diffusa in stemmi e bandiere di tutta Europa, in particolare in quella orientale. Indossate questo segno di storia e bellezza.
In pratica, aveva grandinato solo nel comune dove sta il fondatore di Renovatio 21 e in quello da cui proviene Putin: quelli attorno niente. Sì, di primo acchito, c’era da meditarci su…
In verità, quella grandine, che tutti giurano essere stata grande al punto da coprire il palmo della mano, nelle notti successive ha sconvolto molte altre zone: Padova, Treviso, Milano, Monza, la Romagna Cremona, Verona. Insomma, la nuvola fantozzesca della grandine grossa non era solo per il nucleo geografico renovatista e putiniano, era per tutti.
La dimensione non locale ha fatto scaldare i motori ai professionisti dell’opinione pubblica: la supergrandine è dovuta, ovvio, al cambiamento climatico – come l’alluvione in Romagna, come i fuochi della Sicilia e della Grecia. Insomma, il colpevole era l’essere umano.
Il papa Francesco I, che è di fatto un ufficio stampa i comunicati della della Necrocultura mondialista (è stato messo lì per quello) ci si è buttato subito.
«Questi eventi atmosferici evidenziano la necessità di porre in atto sforzi coraggiosi e lungimiranti per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici e proteggere responsabilmente il creato, prendendosi cura della casa comune» si legge nel messaggio papale inviato al cardinale presidente della CEI Matteo Zuppi, il papabile che piace ai massoni già noto per il tortellino filoislamico e i giretti a vuoto chez-Zelens’kyj.
È importante ripeterlo: mai ci sono state grandinate come questa. Mai e poi mai. È il clima fuori controllo, a causa dell’uomo che vuole lavorare, spostarsi, scaldarsi, riprodursi. È il peccato dello sviluppo umano, prima del quale il mondo viveva una fase edenica dove la grandine non faceva danno alcuno.
No?
In realtà, non è esattamente così. A Verona, città colpita proprio ieri da un ulteriore round di grandine, chi considera la zona nei secoli ne sa qualcosa.
Bisogna fare riferimento ad un libro vecchio di secoli, la Cronica della Città di Verona, scritta da tale Pier Zagata ed ampliata da tale Giambattista Biancolini (1697- 1780) per essere poi continuata da tale Jacopo Rizzoni.
Quivi troviamo annotazioni interessanti riguardo ai fenomeni celesti: «l’anno 1017 aparve una Cometa più mirabile del solito in modo de una trave grandissima, & durò per quatro mesi». Romantico assai, e non badate alle doppie e alla forma in generale, perché sapete che se l’Italia è un’espressione geografica, l’italiano è sempre stato un’astrazione linguistica.
La Cronica, tuttavia, è ancora più precisa riguardo gli eventi metereologici.
Per esempio: «L’anno del 1030 del mese de Luio vene una tempesta grandissima tal che le vigne e le seminade furono destructe, unde per tri anni seguitò una fame carestia tanto grande, che i cani e i rati furono manzadi da li homeni».
Fermi tutti, pausa, stop, time-out. Come come? Al di là dei «fenomeni estremi» del meteo che rovinavano i raccolti già un millennio fa, che è il centro della nostra discussione, consentiteci una breve digressione: com’è ‘sta storia dei veronesi che si mangiano i cani e pure i topi? Avete presente il millennio dei vicentini perculati in quanto «magnagati»? È uno scherzo che ancora oggi è avvolto nel mistero è ha svariate spiegazioni storiche, alcune letteralistiche, altre di tipo bellico-campanilistico (uno sfottò nato nella guerra con Padova, dove peraltro già nel XII secolo usavano armi geoingegneristiche).
E quindi adesso scopriamo che, per mille anni, avremmo potuto apostrofare i veronesi come magnacan (con bizzarro rimando anche al loro boss storico, Cangrande della Scala) e magari pure magnazorzi, magnamoreje, magnapantegane? (La lingua veneta ha diverse parole per definire le morfologie dei roditori).
Scaligeri divoratori di Fido? I veronesi, causa grandine, ridotti a cinesi, coreani qualsiasi?
Mettiamo da parte lo shock storico-antropologico e andiamo oltre nella nostra Cronica veronese. Scopriamo che altri episodi di meteorologia devastatrice hanno avuto luogo nei secoli bui, quando non c’erano le automobili né gli attivisti di Ultima Generazione, né le industrie né i Verdi tedeschi con le loro carestie antirusse.
«L’anno 1190 circa il dicto anno tante pioze, tone, sagite & tempeste furono quanto mai fusse per il passado per aricordo de homo, perché come ovi cum quatro cantoni cascavano dal Cielo insieme cum la pioza, le vigne li arbori & le biave furono destructe & molti homeni furono morti, & furono visti in questo tempo corvi & molti oseli volar per l’aire, li quali protavano in el becho carboni accesi & accendevano il focho in le case».
Tralasciando per un altro approfondimento il tema degli uccelli piromani, che è quanto mai di stringente attualità, invitiamo a leggere bene: già otto secoli fa, alle grandinate seguiva la frase «mai vista una cosa così».
E, soprattutto, ecco il dettaglio che ci riporta ad oggi: chicchi di grandine grandi come uova. Nel 1190.
Non è che ci sia molto da dire, anche perché ci siamo rotti di mostrare dipinti vecchi di secoli con l’acqua alta a Venezia, o parlare dell’«anno senza estate», il 1816, quando l’Europa fu climaticamente, alimentarmente, politicamente sconvolta in seguito, con estrema probabilità, all’esplosione di un vulcano indonesiano Tambora, che l’anno prima si produsse nella più potente eruzione vulcanica mai registrata dalla storia.
Vogliamo, stavolta, dire altro. Vogliamo osare. Vogliamo parlare della dimensione metafisica della grandine, una cosa che dovrebbe essere compito di Bergoglio e dei preti, ma non possono, al contrario, devono togliere la trascendenza ad ogni fenomeno, rompere l’incanto del mondo, e incolpare i figli di Dio dei mali del pianeta che, teoricamente, lo stesso Dio ha creato per loro.
La grandine viene per le bestemmie e le blasfemie degli uomini? Lo potrebbe pensare San Giovanni Crisostomo (344-407): «per la bestemmia vengono sulla Terra le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze. Il bestemmiatore attira il castigo di Dio su se stesso, sulla sua famiglia e sulla società».
Le bestemmie e la grandine sono unite anche nell’Apocalisse dell’Apocalisse di San Giovanni: «E cadde dal cielo sugli uomini una grandine enorme, con chicchi del peso di circa un talento; gli uomini bestemmiarono Dio a causa della grandine; perché era un terribile flagello» (Apocalisse 16, 21).
La parola grandine appare in 30 versetti della Scrittura. Nell’Esodo, Dio fa cadere la grandine sugli egiziani:
«Ecco, domani verso quest’ora, io farò cadere una grandine così forte che non ce ne fu mai di simile in Egitto, dal giorno della sua fondazione, fino ad oggi. Or dunque, fa’ mettere al riparo il tuo bestiame e tutto quello che hai nei campi. La grandine cadrà su tutta la gente, su tutti gli animali, che si troveranno nei campi e che non saranno stati raccolti in casa, ed essi moriranno» (Esodo 9, 18-19).
«Io metterò il diritto per livella, e la giustizia per piombino; la grandine spazzerà via il rifugio di menzogna, e le acque inonderanno il vostro riparo» (Isaia 28, 17)
«Perciò così parla il Signore, Dio: “Io, nel mio furore, farò scatenare un vento tempestoso, nella mia ira farò cadere una pioggia scrosciante, e nella mia indignazione, delle pietre di grandine sterminatrice». (Ezechiele 13, 13)
«Verrò in giudizio contro di lui, con la peste e con il sangue; farò piovere torrenti di pioggia e grandine, fuoco e zolfo, su di lui, sulle sue schiere
e sui popoli numerosi che saranno con lui». (Ezechiele 38, 22)
La Bibbia ci parla quindi della grandine come castigo.
La grandine ha già colpito, come punizione divina, la società che si è ribellata a Dio? Lo dice un antico testo che parla di violente grandini sulla Francia rivoluzionaria, proprio intorno al 1789.
«Un fenomeno particolare doveva cadere sulla Francia soltanto, ove già cominciava a muggire e fumare orrendamente il Mongibello, che era per iscuotere o incendiare tanta parte d’Europa» scrive il presbitero Antonio Riccardi (1788-1844) nel suo saggio storico I flagelli di Dio (1844). «Una grandine cadde a percuoterla così straordinaria, che si può dire non essere mai avvenuta in paese alcuna una caduta di grandine o più funesta n’ suoi effetti, o più rimarcabile nelle sue circostanze di quella che cadde sulla Francia nel 19789»
Segue descrizione del martire Pietro Tessier (1766-1794) in una relazione scritta nel 1790, prima di trovare il martirio per ghigliottina ad Angiers quattro anni dopo: «la bufera cominciò al mezzo giorno della Francia la mattina del 13 luglio 1789, traversò in poche ore tutta la lunghezza del regno (…) La grandine fu preceduta da una profonda oscurità, che si estese molto al di là dei paesi battuti dalla grandine. (…) In ogni luogo colpito dalla grandine la sua durata non fu che di 7 a 8 minuti. I grani non avevano tutti la medesima forma: gli uni erano rotondi, altri lunghi e armati di punta, i più grossi pesavano mezza libbra».
Cioè: la grandine attacca la Francia alla viglia della presa della Bastiglia. Nientemeno.
«Dall’anno 1789, conchiude lo storico Hardion, entriamo in quella fatale epoca, che il cielo e la natura sembravano aver pronosticato cogli antecedenti castighi di un dio irato: scoppiò allora la francese rivoluzione» continua Riccardi.
La Bibbia parla della grandine come qualcosa che Iddio può dirigere, utilizzando la mano di Mosè («Il Signore disse a Mosè: “Stendi la tua mano verso il cielo e cada grandine su tutto il paese d’Egitto, sulla gente, sugli animali e sopra ogni erba dei campi, nel paese d’Egitto”. Mosè stese il suo bastone verso il cielo e il Signore mandò tuoni e grandine, e un fuoco si avventò sulla terra; il Signore fece piovere grandine sul paese d’Egitto», Esodo, 9, 22-23), un concetto ripreso anche nel Salmo 148: «Lodate il Signore dal fondo della terra, voi mostri marini e oceani tutti, fuoco e grandine, neve e nebbia, vento impetuoso che esegui i suoi ordini».
Tuttavia la grandine fatta discendere per via mistica potrebbe essere legata ad un’attività altrettanto nefasta: la magia nera.
Attenzione, non lo dice una bigotta credenza catto-biblica: è un caposaldo di certe storie del buddismo tibetano, religione globalismo-compatibile, al punto da essere considerata, ad un certo punto, come possibile candidata per assurgere a religione mondiale – più o meno un pensiero che ho espresso in un libro pubblicato oramai tanti anni addietro.
Conoscerete la storia di Milarepa, figura con echi francescani, al punto che la regista Liliana Cavani, che sul santo umbro fece ben due pellicole, decenni fa vi dedicò un intero film.
Milarepa (1051-1135), poeta e maestro della scuola Kagyu del culto tibetano, è considerato una sorta di santo del buddismo himalayano.
Ebbene, Milarepa aveva cominciato la sua carriera come stregone, come utilizzatore indefesso della magia nera, con la quale, come descritto anche nel romanzo breve dedicatogli da Eric-Emanuel Schmitt, faceva cadere la grandine sui campi dei suoi avversari.
Nel testo della Vita di Milarepa la faccenda è descritta in profondità.
«Tu imparerai e fino alla perfezione la magia, l’affatturamento, e [il far cadere] la grandine, queste tre! Dello zio e della zia che vengono primi, della gente del posto, dei vicini, di tutti coloro che hanno fatto del male a noi, madre e figli, desidero la punizione della progenie fino alla nona generazione, dalla radice. Vedremo se ti riuscirà» viene detto a Milarepa dalla madre, ad occhio e croce uno di quei tipi per cui esistono certi epiteti.
(Cito dalla versione stampata dalla UTET, ma esiste, ovviamente, anche la preziosa edizione Adelphi.)
Una volta che il figlio riesce ad imparare da un lama la tecnica esoterica – «la magia che invia la grandine dirigendo il dito» –, uccidendo pure trentacinque persone, la madre gli manda una lettera: «Perciò ora fai cadere una grandine così abbondante che arrivi fino al nono strato [dei muri delle case]. In questo modo saranno esauditi tutti i desideri della tua vecchia madre».
Milarepa, che in seguito molto si sarebbe pentito del dolore inflitto ai villaggi cui distruggeva il raccolto uccidendo nel processo qualche abitante, disponeva davvero di una infallibile arma metereologica, capace di geoingegnerizzare al volo intere vallate.
«Si era formata un’unica massa scura quando, in un solo attimo, la grandine cadde fino al terzo strato dei muri delle case e senza lasciare dietro di sé nella valle neppure un singolo chicco di grano. Le alture si erano trasformate in dirupi e torrenti».
Pensiamo: esiste oggi la magia nera della grandine di Milarepa? Possibile, tuttavia, se è vero l’aforismo di Arthur C. Clarke per cui «qualsiasi tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia» possiamo dire che maghi metereologici sono al lavoro da decenni nel nostro mondo moderno, in ispecie negli ultimi tempi, coi soldoni di Gates e Soros e magari pure il bollino ONU.
Armi climatiche, come abbiamo scritto, sono già realtà in Cina e negli USA, e hanno una storia, nemmeno troppo occulta, che va avanti almeno da settanta anni. Non entriamo nemmeno nel discorso, che abbiamo trattato altre volte. È solo per accennare al fatto che, sì, c’è anche quella possibilità.
Ma torniamo alla mistica punitiva del chicco di ghiaccio, al castigo grandinato, etc. Quello che per Bergoglio è risolvibile con la differenziata malthusiana.
Ci rimane da capire se, per una volta, possiamo fare nostra, certo remixando, un’espressione attribuita satiricamente a Mazzini, quindi ad un ipermassone per noi inavvicinabile: «Piove governo ladro!».
Possiamo dire oggi, invece, «Grandina, papato infame»?
Roberto Dal Bosco






