Connettiti con Renovato 21

Economia

Gazprom chiude il gasdotto Nord Stream

Pubblicato

il

Il colosso energetico russo Gazprom ha dichiarato oggi che rinvierà il riavvio del flusso di gas naturale attraverso il gasdotto Nord Stream che dalla Russia porta il combustibile in Germania.

 

Si tratta di un ritardo inaspettato che sembrerebbe essere parte del quadro più grande dei rapporti tra Occidente e Russia in questi mesi convulsi. Come noto, il gasdotto gemello, Nord Stream 2, doveva essere inaugurato proprio nei primi giorni del conflitto. Da due grandi tubi di gas russo, la Germania oggi se ne trova zero, e la Deutsche Bank che prevede il legno come combustibile per l’autunno invero 2022, mentre il vicecancelliere Habeck e funzionari degli Interni della Repubblica Federale e dei Land parlano con sicumera di imminenti rivolte civili.

 

La ripartenza di Nord Stream 1, chiuso ufficialmente per manutenzione, avrebbe dovuto essere sabato. Tuttavia Gazprom oggi ha comunicato che sarebbero state rilevate perdite durante le ispezioni di una stazione di compressione del gasdotto e che il gasdotto sarebbe stato chiuso fino a quando i problemi non fossero stati eliminati.

 

L’azienda russa ha fornito una sequenza temporale per il riavvio.

 

Il pensiero che fanno tutti, anche esplicitamente, è che si tratta ad una risposta al cosiddetto price cap, discusso e concordato poche ore prima dai ministri dell’Economia del G7: l’imposizione un meccanismo di massimale sui prezzi del petrolio russo.

 

«Funzionari europei affermano che la Russia sta tagliando le consegne di gas per punire l’Europa per la sua opposizione alla guerra in Ucraina» scrive il New York Times.

 

Gazprom aveva interrotto i flussi sul gasdotto Nord Stream 1 mercoledì. Si tratta del secondo taglio nel corso dell’estate. luglio il gasdotto è stato chiuso per 10 giorni , anche per manutenzione.

 

Qualora il flusso di gas fosse ripreso sabato, l’aspettativa era di appena il 20% della capacità complessiva del gasdotto.

 

Prima dell’ultimo annuncio di Gazprom, i prezzi dei future sul gas naturale di riferimento europeo erano scesi di circa il 10% venerdì a circa 216 euro per megawattora.

 

I prezzi sono scesi di oltre un terzo negli ultimi giorni poiché i livelli complessivi negli impianti di stoccaggio del gas europei hanno raggiunto l’80%, fornendo un cuscinetto contro ulteriori tagli al gas russo. Ma i prezzi dei futures sono ancora circa sette volte superiori rispetto a un anno fa, creando difficoltà alle famiglie e mettendo sotto pressione le imprese.

 

I Paesi UE hanno provato a compensare i deficit di gas russo dell’ultimo anno con importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e da altri paesi e dall’aumento dei flussi di gasdotti da produttori tra cui Norvegia e Azerbaigian.

 

Ora si teme per l’impatto anche solo psicologico che la notizia del Nord Stream 1 può avere sui mercati. Il rischio, segnalato da alcuni analisti, è quello di vedere altri tagli sugli ulteriori gasdotti che dalla Russia arrivano alla UE tramite Ucraina e Turchia.

 

In pratica: l’Europa è lasciata senza gas, cioè senza possibilità di mandare avanti l’economia e pure di riscaldare le abitazioni dei cittadini. L’Europa è letteralmente alla canna del gas, a partire dalla sua locomotiva, la Germania.

 

La domanda da porsi a questo punto è: come siamo arrivati a questo punto?

 

O meglio: com’è possibile che politici e funzionari ci abbiano trascinati fin qui?

 

Renovatio 21 prova a dare un paio di risposte.

 

La prima, di ordine politico e geopolitico, riguarda il vuoto di potere alla Casa Bianca, dove ora risiede un presidente in demenza senile conclamata. In mancanza di una leadership, poteri dello Stato profondo USA stanno approfittando per alterare gli equilibri mondiali, schiacciando una volta per tutte la UE (considerata il vero competitor degli USA nel famoso documento neocon del Project for an American Century) e arrivando a fare una guerra diretta, cinetica, forse domani pure termonucleare, alla Russia, che è una superpotenza atomica concorrente.

 

Quindi: nella follia di Biden, prosperano i personaggi peggiori del dietro le quinte di Washington, con i loro progetti oscuri e sanguinari e il loro odio immortale per chi viene percepito come nemico del loro clan.

 

La seconda, ad un livello inferiore, potrebbe pure intersecarsi con la prima. E se tutto questo – la guerra, la continua provocazione della Russia, il conseguente questo stesse avvenendo perché l’oggetto dell’operazione è, più che la «democrazia in Ucraina» (risate), la distruzione della popolazione occidentale?

 

Come può cambiare, come può riprendersi la gente europea dopo una carestia che li renderà poveri ed affamati, se non materialmente morti di freddo?

 

Quale società può emergere da un simile trauma?

 

Quali nuove restrizioni può essere disposto ad accettare un popolo stremato fino a questo punto

 

Cosa succederà alla natalità in un mondo similmente disastrato 0 – qualora essa dovesse rimanere legale?

 

Oramai i segni in questa direzione da considerare sono tante.

 

È chiaro che qui non solo stiamo toccando con mano cosa significa la sovranità limitata – in Italia come in ogni altro Paese del blocco.

 

Stiamo comprendendo anche il livello di tradimento delle élite, che ci hanno consegnato al piano della nostra stessa distruzione.

 

In un articolo pubblicato oggi da Renovatio 21, uno studioso nero americano raccontava di come le élite africane dell’epoca avessero collaborato con gli schiavisti europei, vendendo i loro stessi popoli.

 

Ora la situazione è peggiore: perché le élite ci hanno venduto al potere che ci vuole sottomettere ma anche eliminare, nel corpo, nella mente e nella memoria.

 

Il gas, la guerra, il collasso è per il Grande Reset. Nessuno di voi pensi di potervi sfuggire.

 

 

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

 

 

 

Continua a leggere

Economia

Anche la Bolivia inizia a commerciare in yuan, allontanandosi dal dollaro

Pubblicato

il

Da

In una conferenza stampa del 27 luglio, il ministro delle Finanze boliviano Marcelo Montenegro ha riferito che il suo governo ha iniziato a utilizzare lo yuan negli accordi commerciali e che una filiale di una banca cinese non ancora identificata aprirà nel paese per facilitare questo processo.

 

Per ora, le transazioni in yuan vengono effettuate elettronicamente attraverso il Banco Union gestito dallo Stato.

 

La Bolivia è il terzo Paese sudamericano ad adottare lo yuan per l’insediamento nel commercio, dopo Brasile e Argentina.

 

Montenegro ha spiegato che il governo ha fatto ricorso all’uso dello yuan per affrontare una significativa carenza di dollari iniziata lo scorso febbraio, causata in parte dai maggiori costi che ha dovuto pagare per le importazioni di gasolio, benzina e alcuni generi alimentari.

 

Il ministro delle finanze ha riferito che da marzo, le transazioni in yuan relative al commercio con la Cina ammontavano a circa 40,2 milioni di dollari (278,8 milioni di yuan), ovvero il 10% del commercio estero della Bolivia per quel periodo, secondo la testata economica argentina Ambito Financiero del 27 luglio.

 

Il Montenegro ha dichiarato che «questa è ancora una piccola quantità, ma aumenterà nel tempo».

 

La Bolivia esporta in gran parte minerali come argento, zinco e piombo, così come carne bovina in Cina, e importa automobili, pneumatici e beni strumentali, tra gli altri prodotti.

 

In un incontro del 20 luglio con l’ambasciatore cinese in Bolivia Huang Yazhong, riportato dal quotidiano del Partito Comunista Cinese in lingua inglese Global Times, Edwin Rojas Ulo, governatore della Banca Centrale della Bolivia, ha sottolineato che il settore finanziario è parte integrante della collaborazione Cina-Bolivia nella promozione della Belt and Road Initiative. Rojas ha sottolineato che la Banca Centrale continuerà a cooperare con le istituzioni finanziarie cinesi «per favorire uno sviluppo sano» nel commercio e negli investimenti bilaterali.

 

Lo yuan è ora utilizzato dall’India per pagare il petrolio russo. Lo stesso dicasi per il Pakistan.

 

L’Iraq ha fatto sapere che userà lo yuan, mollando il dollaro, negli scambi con Pechino, e così anche la Birmania. Il RMB ha ora superato il dollaro come valuta più utilizzata nelle transazioni transfrontaliere cinesi.

 

Tre mesi fa era emerso che lo yuan in Russia aveva sostituito il dollaro come principale valuta estera.  Importante ricordare anche le 65 mila tonnellate di gas liquido acquistate dalla Francia a Pechino pagando sempre in yuan: forse l’atto più esplicativo della situazione dopo la dichiarazione saudita di farsi pagare in danaro cinese il petrolio.

 

Il Brasile nel 2021 aveva incrementato le sue riserve in valuta cinese; Israele nel 2022 ha aumentato la sua riserva di yuan. Qualcuno ritiene che da un anno è di fatto iniziato un passaggio allo yuan delle Banche Centrali.

 

Come riportato da Renovatio 21, anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha suggerito di incorporare lo yuan cinese come forma di valuta accettabile per i Paesi membri da utilizzare per adempiere ai propri obblighi finanziari nei confronti del FMI.

 

La dedollarizzazione prosegue, in ogni angolo della Terra. Impossibile, a questo punto non chiedersi: che sia, anche questa, una catastrofe programmata, uno shock mondiale che hanno progettato da lungo tempo?

 

 

 

 

Immagine di EEJCC via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

 

Continua a leggere

Economia

I prezzi alla produzione mostrano gli effetti della deindustrializzazione dell’Europa

Pubblicato

il

Da

Da giugno 2022 a giugno 2023, i prezzi alla produzione dei beni, venduti a società e agenzie che producono beni di consumo e servizi, o ad altre aziende che producono altri beni di produzione, sono diminuiti o sono rimasti invariati nelle maggiori economie del mondo, ad eccezione di quella del Giappone.

 

La Germania, costrettasi alla politica di guerra in una deindustrializzazione in accelerazione forsennata, è il capofila di tale disastro economico: i prezzi dei beni alla produzione dell’industria tedesca a giugno sono scesi di un notevole 14% da settembre 2022.

 

I prezzi alla produzione dell’industria italiana sono scesi del 13% a giugno rispetto a dicembre 2022, mentre quelli del Regno Unito, in calo del 2,7% su base annua a giugno. Quelli dell’industria francese sono rimasti invariati per l’anno a giugno, ma in calo ogni mese da ottobre 2022.

 

I prezzi alla produzione negli Stati Uniti a giugno sono stati sostanzialmente stabili per l’anno (+0,24%), così come quelli della Corea del Sud.

 

I prezzi alla produzione dell’industria brasiliana sono diminuiti del 9,5% su base annua a giugno; quelli dell’India, in calo del 4% per l’anno fino a giugno; e quelli della Cina, in calo del 10,8% nell’anno.

 

Questi numeri di deflazione di prezzi alla produzione – che si possono trovare su Bloomberg, TradingEconomics.com e Moody’s Analytics –e mostrano senza dubbio la contrazione della domanda industriale in tutto il mondo, e specialmente in Europa, nonostante l’enorme e rapido aumento del budget della difesa degli Stati Uniti e i grandi aumenti della spesa bellica in tutta Europa.

 

«Questa deflazione dei prezzi alla produzione alimenterà i prezzi dei beni di consumo e i prezzi dei servizi nei settori della logistica commerciale, dello stoccaggio, dei trasporti» scrive EIRN. «La contrazione della domanda nelle economie europee in contrazione esporterà la deflazione sia in Cina che negli Stati Uniti».

 

La deflazione porterà la minaccia di un calo degli investimenti delle imprese, dell’occupazione e dei salari. Ulteriori strette creditizie e l’aggravarsi di politiche di austerità potrebbero trasformare l’economia europea in un malato terminale, non più guaribile.

 

Come riportato da Renovatio 21, interi settori dell’industria europea, come in Germania l’automotive e la chimica, sono in grave difficoltà, mentre le Banche Centrali, più che ad una soluzione del problema, paiono spingere solo verso l’introduzione delle CBDC, ossia delle valute digitali di Stato.

 

Il piano di anni di deindustrializzazione, forse, era proprio quello: distruggere le capacità produttive per poi sottomettere più facilmente la popolazione, controllata in ogni suo istante di esistenza grazia al danaro programmabile – che avremo a breve sotto forma di euro digitale.

 

Il piano, visto oggi, non sembra nemmeno così complesso. E, a meno che non succede qualcosa che inverta con decisione tale programma distopico, arriverà a compimento.

 

 

 

Continua a leggere

Economia

Putin firma per il rublo digitale

Pubblicato

il

Da

Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che introdurrà una valuta digitale della banca centrale (CBDC) nell’economia russa.

 

Secondo l’agenzia di stampa statale russa TASS, il rublo digitale «sarà emesso insieme alle forme di denaro esistenti» dalla Banca di Russia, la banca centrale del Paese.

 

«Sarà possibile effettuare transazioni con il nuovo formato monetario utilizzando la piattaforma del rublo digitale, uno speciale sistema informativo», riferisce TASS.

 

Secondo il disegno di legge, il rublo digitale può essere utilizzato solo «come mezzo per pagamenti e bonifici» e «non prevede la possibilità di aprire un conto bancario utilizzando rubli digitali o di ottenere un prestito in rubli digitali».

 

L’idea di una CBDC russa è stata lanciata per diversi anni. Nel 2020, la Banca di Russia ha pubblicato il suo primo rapporto ufficiale sul rublo digitale.

 

Poco prima dell’inizio della guerra Russia-Ucraina nel febbraio 2022, il rublo digitale ha iniziato la sua fase pilota, con diverse banche russe che hanno preso parte al test.

 

Poiché gli Stati Uniti e l’Europa hanno ora imposto pesanti sanzioni alla Russia, il rublo digitale potrebbe essere un modo per mitigare le restrizioni finanziarie che l’Occidente ha imposto al Paese. Nell’ottobre 2020, un portavoce della Banca di Russia aveva già parlato del potenziale di una CBDC per mitigare le sanzioni estere e ridurre la dipendenza della Russia dal dollaro USA.

 

Sebbene il disegno di legge dia alla Banca centrale russa la possibilità di iniziare a testare la sua CBDC il 1° agosto, l’adozione di massa del rublo digitale può essere prevista solo tra il 2025 e il 2027, ha affermato il vicepresidente della Banca di Russia.

 

Secondo Anatoly Asakov, membro del Consiglio bancario nazionale della Banca di Russia, il rublo digitale sarà programmabile in modo da limitare il modo in cui i cittadini possono spendere la CBDC.

 

Il capo della Banca di Russia, Elvira Nabiullina, ha affermato che nessuno «costringerà nessuno a entrare nel rublo digitale» e che il suo utilizzo sarà «assolutamente volontario, (…) ci aspettiamo davvero che sarà più conveniente, più economico sia per le persone che per le imprese, e inizieranno a usarlo (…) Questa è una nuova opportunità».

 

Durante la pandemia la Russia aveva provato ad introdurre un sistema basato su codice QR per regolare l’accesso degli spazi alle persone immunizzate, tuttavia il sistema pare sia stato bellamente ignorato dalla popolazione. Di fatto, è possibile dire che in Russia, nonostante questo tentativo, non è stato implementato alcun obbligo vaccinale.

 

Un vecchio proverbio sovietico dice che «l’asprezza delle leggi russe è mitigata dal fatto che non è necessario osservarle».

 

I progetti di valuta elettronica di Stato sono ovunque, dall’Australia all’Ucraina, dallo Sri Lanka alla Svizzera. Essi portano il danaro a divenire software, divenire danaro programmabile, in grado di guidare e inibire le scelte del cittadino.

 

Poche settimane fa il capo del Fondo Monetario Kristalina Georgieva ha annunciato che l’organismo internazionale «sta lavorando sodo su una moneta digitale globale», cioè una CBDC mondialista.

 

Anche BRICS, Banca Mondiale si muovono verso CBDC transnazionali.

 

 

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari