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Che cos’è il metaverso? Incubo e realtà dell’evoluzione di Facebook e di internet

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Sarebbe emerso in queste ore che Mark Zuckerberg sarebbe intenzionato a «cambiare» nome al gruppo Facebook. Non al social col logo blu – che è di gran lunga il suo prodotto di punta – ma alla società che lo possiede, oltre a possedere Whatsapp, Instagram, Oculus. tutte società promettenti fagocitate durante la loro crescita dai miliardi messi sul piatto da Zuckerberg.

 

L’operazione non sarebbe differente, pare di capire, da quella con cui nel 2015 Google istituì una società più grande – cioè una holding che contenesse tutte le aziende del gruppo – chiamata Alphabet. Sul nuovo nome sono partite le scommesse, e qualcuno fa già notare che meta.org è un dominio della fondazione del CEO di Facebook e della moglie.

 

Zuckerberg è certo fiaccato da mesi, anni di rivelazioni e scandali riguardo Facebook – un nome che ad alcuni può sembrare sul punto di divenire quello di una toxic company.

 

Tuttavia, ci potrebbe essere un altro fattore a spingere la società verso una definizione: l’ambizione, ora esposta a chiare lettere, di essere la prima società al mondo del «metaverso». O meglio: l’ambizione di creare il primo (e, nei piani, probabilmente, unico, o comunque maggioritario) «metaverso».

 

L’oligarcato tecnologico della Silicon Valley afferma da tempo che a breve saremo tutti in un mondo di realtà virtuale (VR) interattivo, completo di giochi, avventure, shopping, offerte, lavori – il tutto in una simulazione che sostituisce la realtà e la dematerializza elettronicamente

Il metaverso (parola usata per la prima volta dal seminale autore di fantascienza Neal Stephenson, che qualcuno sostiene avesse pure preconizzato con anni di anticipo le criptovalute, nel romanzo del 1992 Snow Crash) è uno spazio cibernetico che è al contempo denso e navigabile per ogni questione umana. Il metaverso è la digitalizzazione delle attività, delle transizioni, della vita della popolazione.

 

L’oligarcato tecnologico della Silicon Valley afferma da tempo che a breve saremo tutti in un mondo di realtà virtuale (VR) interattivo, completo di giochi, avventure, shopping, offerte, lavori – il tutto in una simulazione che sostituisce la realtà e la dematerializza elettronicamente. 

Potete pensare alla VR vista nel film di Stephen Spielberg Ready Player One, tuttavia, quello è un gioco – come lo è il mondo virtuale visto recentemente nel film Free Guy: quest’ultimo è un caso più realistico, perché ispirato a Fortnite, gioco di estremo successo che per alcuni è già un abbozzo del metaverso. L’azienda che produce il gioco, Epic, ha dichiarato i aver raccolto 1 miliardo di dollari da spendere per i suoi piani sul metaverso. Anche il grande produttore di schede grafiche Nvidia e la piattaforma di gioco Roblox stanno lavorando in questo ambito.  Il CEO di Microsoft Satya Nadella ha dichiarato che la società sta lavorando per costruire un «metaverso aziendale»

 

Tuttavia, il metaverso è diverso dalla realtà virtuale di oggi, dove i visori ingombranti offrono esperienze isolate e poche possibilità di incrocio con persone che possiedono dispositivi di marche diverse. Il metaverso sarebbe qualcosa di più: un enorme ciberspazio comune, che collega insieme realtà aumentata e realtà virtuale, consentendo agli avatar di saltare senza problemi da un’attività all’altra.

 

Facebook dovrebbe essere riconosciuta come «società del metaverso», dove la parola «società» non significa solo «azienda»

Si può pensarlo come a come un «Internet incarnato» in cui sei dentro piuttosto che guardare. Gli avatar (cioè i personaggi che rappresentano gli utenti) potrebbero camminare e interagire con il mondo elettronico in modo simile a come le persone manovrano il mondo fisico, consentendo agli utenti di interagire con persone dall’altra parte del pianeta come se si trovassero nella stessa stanza.

 

Come scrive il Washington Post, si tratta di un’impresa enorme che richiederebbe la standardizzazione e la cooperazione tra i giganti della tecnologia, che non sono inclini a collaborare con i concorrenti, anche se non ha impedito a molti di dire che il metaverso è dietro l’angolo.

 

Facebook, avendo digitalizzato l’identità di miliardi di persone del pianeta, parte ovviamente in vantaggio. E lo sa.

 

La filosofia economica è chiarissima: un nuovo mercato già popolato di consumatori in grado di generare economie di scala.

In una conferenza con gli azionisti dello scorso luglio Mark Zuckerberg lo ha detto apertis verbis: Facebook dovrebbe essere riconosciuta come «società del metaverso», dove la parola «società» non significa solo «azienda».

 

L’obiettivo, ha affermato Zuckerberg nella conferenza, è popolare questo mondo virtuale attirando nuovi utenti con visori VR economici: e anche qui Facebook parte molto avanti rispetto ai concorrenti, avendo investito nell’acquisto e nello sviluppo della visiera da realtà virtuale stand-alone (senza cavi, ora) Oculus.

 

Alla fine, ha dichiarato Zuckerberg, questa solida base di utenti si rivelerà come un vantaggio pubblicitario: «centinaia di milioni di persone» nel metaverso «compongono le dimensioni dell’economia digitale al suo interno».

 

La filosofia economica è chiarissima: un nuovo mercato già popolato di consumatori in grado di generare economie di scala.

 

Si badi che non si tratta più solo di giuochi. Negli ultimi mesi, con la spade di Damocle dei lockdown ancora parzialmente attiva, Facebook ha lanciato uno spazio di lavoro in realtà virtuale per chi lavora da casa – in Italia, una porzione immensa dei dipendenti pubblici.

 

È chiaro a tutti che, qualora il metaverso diventasse mainstream, chi controlla la piattaforma controllerebbe il mondo.

L’azienda di Menlo Park sta anche lavorando su un braccialetto intelligente e occhiali VR che proiettano negli occhi di chi lo indossa. L’investimento su questo sforzo è da miliardi di dollari.

 

Il metaverso non esiste oggi e non esiste una data chiara per il suo arrivo. La realtà aumentata e la realtà virtuale devono ancora conquistare le masse e rimangono un interesse di nicchia. Tuttavia Zuckerberg, tra i primi dieci uomini più ricchi della terra e (in teoria…) padrone del maggiore canale di comunicazione globale (quindi, dei contenuti mentali dell’umanità) nel 2017 aveva promesso di portare il numero di utenti del suo device per la realtà virtuale Oculus a un miliardo.

 

È chiaro a tutti che, qualora il metaverso diventasse mainstream, chi controlla la piattaforma controllerebbe il mondo.

 

Capitelo: l’inquisizione si basava su processi, Facebook no.

E un assaggio di quale sarebbe la legge, in questo mondo 2.0 dominato dal titano tecnologico, ce lo abbiamo già avuto.

 

Utenti espulsi per le proprie idee personali, le proprie opinioni, le proprie propensioni politiche, ideologiche, espressive.

 

Politici, partiti, persino il presidente degli USA bandito – mentre magari pedofili e narcotrafficanti usano indisturbati la piattaforma. Censura, repressione della libertà di parola e delle realtà scientifiche.

 

Punizioni che non prevedono possibilità di difendersi: cioè un mondo senza giusto processo, senza stato di diritto, senza diritti in generale, in cui non sai nemmeno di cosa ti accusano.

 

A Renovatio 21, lo sapete, è capitato. Se vi chiedete perché la pagina Facebook sia stata rimossa dalla piattaforma, non siete soli, non lo sappiamo neanche noi. E non abbiamo avuto modo di chiederlo a nessuno, anche solo per capire in dettaglio cosa non andasse (anche se immaginiamo).

 

Riusciamo a immaginarci benissimo, quindi, come sarà il metaverso di Facebook. E chi vi regnerà esercitando un terrificante potere totale sulle vite degli altri

Capitelo: l’inquisizione si basava su processi, Facebook no.

 

La giustizia, la politica, i diritti, sono disrupted, disintermediati. Già ora è così.  Del resto era il motto di Zuckerberg: move fast, break things. Muovendosi veloce, ha rotto tante cose, tra cui, c’è chi sostiene, i diritti umani, la libertà di espressione, la democrazia così come la conoscevamo, il tessuto umano della società di ogni nazione.

 

Riusciamo a immaginarci benissimo, quindi, come sarà il metaverso di Facebook. E chi vi regnerà esercitando un terrificante potere totale sulle vite degli altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Facebook rimuoveva i post sul COVID-19 su pressione della Casa Bianca

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Facebook rimuoveva i contenuti relativi al COVID-19 sotto la pressione della Casa Bianca, inclusi i post che affermavano che il virus era stato creato dall’uomo, secondo le comunicazioni interne dell’azienda trapelate al Wall Street Journal.

 

«Qualcuno può ricordarmi rapidamente perché stavamo rimuovendo, anziché retrocedere/etichettare, le affermazioni secondo cui Covid è stato creato dall’uomo», ha chiesto Nick Clegg, presidente degli affari globali dell’azienda, in un’e-mail del luglio 2021 ai colleghi.

 

Secondo la testata, un vicepresidente di Facebook responsabile della politica dei contenuti avrebbe risposto: «siamo stati messi sotto pressione dall’amministrazione e da altri per fare di più», riferendosi all’amministrazione Biden. «Non avremmo dovuto farlo, ha aggiunto il vicepresidente.

 

Le e-mail sono state scambiate intorno all’agosto 2021, tre mesi dopo che Facebook ha revocato il divieto di pubblicare post affermando che il COVID-19 è stato creato dall’uomo.

 

Un’altra e-mail visualizzata dal WSJ era circolata il mese prima, dopo che Biden aveva accusato piattaforme come Facebook di «uccidere persone» consentendo alla cosiddetta «disinformazione» di propagarsi senza controllo.

 

Documenti interni mai pubblicati prima citati in giudizio dal Comitato giudiziario dimostrerebbero che Facebook e Instagram hanno censurato i post e cambiato le loro politiche di moderazione dei contenuti a causa delle pressioni della Casa Bianca di Biden, che è possibile accusare di essere incostituzionali.

 

Nel luglio 2021, un vicepresidente di Facebook aveva diffuso un promemoria in cui valutava la differenza tra le politiche sui contenuti di Facebook e le richieste dell’amministrazione Biden, alcune delle quali la società di proprietà di Meta sembrava pronta a respingere.

 

«Probabilmente c’è un divario significativo tra ciò che la Casa Bianca vorrebbe che rimuovessimo e ciò che ci sentiamo a nostro agio a rimuovere», ha scritto il dirigente di Facebook.

 

Una richiesta che Facebook era pronta a rifiutare, ha suggerito il vicepresidente era il desiderio della Casa Bianca che la società agisse contro contenuti umoristici o satirici che suggerivano che i vaccini non fossero sicuri, riporta il WSJ.

 

«La Casa Bianca ha precedentemente indicato che ritiene che l’umorismo dovrebbe essere rimosso se si basa sul fatto che il vaccino abbia effetti collaterali, quindi ci aspettiamo che allo stesso modo vorrebbe vedere rimosso l’umorismo sull’esitazione per i vaccino», ha scritto il vicepresidente della società.

Clegg, un tempo leader del partito Liberaldemocratico britannico e ministro nel governo di David Cameron, ha risposto: «non riesco a vedere Mark [Zuckerberg] che si sente a suo agio nel rimuoverlo nemmeno fra un un milione di anni – e non lo consiglierei».
Secondo il WSJ, le e-mail mostrano discussioni su Robert F. Kennedy Jr., ora candidato presidenziale del 2024 noto per essere scettico sui vaccini: a Kennedy è stato revocato il suo account Instagram per i suoi contenuti relativi a COVID ma non il suo account Facebook, poiché non conteneva lo stesso tipo di post.

 

Secondo quanto riferito, queste e-mail, insieme a una serie di altri messaggi interni correlati, sono state ottenute anche dal Comitato giudiziario della Camera a guida repubblicana, che ha indagato su ciò che i legislatori del GOP affermano sia la censura illegale degli utenti sui social media da parte dell’amministrazione Biden.

 

I procuratori generali repubblicani del Missouri e della Louisiana avevano intentato una causa l’anno scorso, sostenendo che l’amministrazione Biden ha promosso una tentacolare «impresa di censura federale» che ha fatto pressioni sulle piattaforme dei social media per eliminare le opinioni dissenzienti, comprese le critiche ai mandati di maschera e le obiezioni alla vaccinazione COVID-19, ricorda il New York Post.

 

In risposta alla causa, che sostiene che il governo ha violato il Primo Emendamento, il Dipartimento di Giustizia ha presentato una memoria di quasi 300 pagine negando le accuse.

 

Mentre Clegg si preparava a incontrare il chirurgo generale degli Stati Uniti (il responsabile sanitario della Casa Bianca) sulla disinformazione sui vaccini alla fine di luglio 2021, aveva scritto ai colleghi: «la mia sensazione è che il nostro corso attuale – in effetti spiegandoci in modo più completo, ma non spostandoci su dove tracciamo le linee… è un ricetta per un’acrimonia prolungata e crescente».

 

«Dato il pesce più grosso che dobbiamo friggere con l’amministrazione – flussi di dati etc. – che non sembra il massimo per noi, sarei grato per qualsiasi ulteriore pensiero creativo su come possiamo rispondere alle loro preoccupazioni» aveva continuato il Clegg, che, è riportato, sarebbe stato preoccupato anche «un’incursione significativa nei confini tradizionali della libertà di espressione negli Stati Uniti».

 

A quel tempo, Facebook sperava di concludere un accordo di trasferimento dati tra Stati Uniti ed Europa che avrebbe consentito alla società di continuare a archiviare dati sugli utenti europei sul suolo statunitense. L’accordo è stato approvato all’inizio del mese.

 

In altri messaggi, i dirigenti di Facebook erano preoccupati che l’eliminazione di post che mostrano che gli utenti americani erano esitanti a farsi vaccinare potesse effettivamente renderli ancora meno propensi a farsi vaccinare, secondo il Wall Street Journal.

 

Un’altra bozza di promemoria scritta dalla leadership di Facebook nell’aprile 2021 e ottenuta dal punto vendita diceva: «potrebbe esserci il rischio di spingerli ulteriormente verso l’esitazione sopprimendo il loro discorso e facendoli sentire emarginati dalle grandi istituzioni».

 

«Il messaggio avvertiva pure che la rimozione di tali post potrebbe alimentare teorie del complotto» riassume il New York Post. «Mesi dopo, i dirigenti di Facebook stavano discutendo delle modifiche pianificate alle politiche sui contenuti COVID che avrebbero indotto gli utenti a diffondere la cosiddetta «disinformazione» ad affrontare punizioni più dure, come la revoca dei loro account su piattaforme di proprietà di Meta oltre a Facebook, come Instagram».

 

I messaggi ottenuti da l WSJ risalgono alla primavera e all’estate del 2021, quando l’amministrazione Biden stava spingendo per mandati sui vaccini a livello nazionale.

 

Secondo i documenti arrivati alla Commissione di Washington diretta dal repubblicano Jim Jordan, la Casa Bianca di Biden ha chiesto di sapere perché Facebook non aveva censurato un video del giornalista TV Tucker Carlson, che mai ha nascosto, nemmeno durante il climax pandemico, il suo scetticismo nei confronti dei vaccini.

 

È riportato che sarebbero quindi stati redatti punti di discussione per Clegg, per i quali Facebook era pronto a dire alla Casa Bianca di aver ristretto del 50% un video pubblicato da Tucker Carlson in risposta alle richieste della Casa Bianca, anche se il post non violava alcuna politica.

 

La pratica di restringere la visibilità di un contenuto, fenomeno conosciuto nel gergo dei social come shadown banning («bando ombra») è di per sé già qualcosa di gravissimo, come può sapere il lettore magari per esperienza personale.

 

Secondo quanto trapelato, la Casa Bianca si sarebbe irata con la società di Zuckerberg più volte. È stato detto addirittura che la Casa Bianca chiedeva la rimozione di un meme. Il post era un’immagine ricorrente condivisa da un utente di nome Timothy McComas che mostrava il personaggio dell’attore Leonardo DiCaprio del film C’era una volta… a Hollywood che indicava la sua TV con una birra e una sigaretta in mano.

 

 

La situazione ci è ben nota anche qui, nel nostro piccolo. Come sa il lettore, la pagina Facebook di Renovatio 21, dalla quale proveniva una vasta parte del traffico per il sito, fu disattivata dal colosso informatico, ed assieme ad essa – piuttosto sorprendentemente – anche l’account personale associato, con una dozzina di anni di contenuti personali e contatti  inclusi.

 

Probabilmente – perché in ultima analisi non c’è modo di saperlo – avevamo già sperimentato mesi prima lo shadow ban di Facebook quando vedemmo che il numero di like e condivisioni era precipitato talvolta di ordini di grandezza. In seguito, sarebbero arrivate ripetute rimozioni temporanee della pagina sempre per articoli che riportavano notizie e discussioni – anche svolte nelle aule di un senato democratico Senato – a tema pandemico.

 

Dobbiamo dire anche che avevamo notato, ma non abbiamo i mezzi per provarlo, che l’engagement della pagina seguisse ciò che accadeva in quel retroscena di cui si è parlato qui, tra la Casa Bianca e l’alta California. In pratica, avevamo visto che la distribuzione dei contenuti di Renovatio 21 si era alzata, presumibilmente all’altezza di quando le autorità americane avevano ammesso che l’ipotesi del virus fuggito dal laboratorio forse poteva anche essere da contemplarsi – un argomento per del quale Renovatio 21 ha reso conto ancora nei primissimi giorni del 2020, ottenendo censure ed inserimenti in «liste nere» di diffusori di fake news anche al di fuori di Facebook.

 

Notammo quindi che, pochi giorni dopo l’impennata di visualizzazioni quasi a livelli normali scoppiata in quel primo 2021, vi fu una ricaduta, più o meno all’altezza di quando, come ricordato sopra, Biden denunciò incredibilmente i social come responsabili di morti fra la popolazione.

 

In seguito, venne il bando totale, con la disintegrazione degli account personali.

 

Come sa chi segue Renovatio 21, la pagina e l’account furono riavuti solo dopo l’ordinanza di un giudice italiano. Tuttavia, pare che, nonostante i quasi 20 mila follower, quasi nessuno veda i contenuti che si postano sulla pagina: fate un giro voi stessi, noterete che articoli che hanno magari molte visualizzazioni sul sito su Facebook raccolgono la cifra di… due like – due di numero, nel senso proprio di uno e due.

 

Il nocumento causato a Renovatio 21, e alla diffusione di informazioni ed idee che sono la base della nostra missione, è immane. La ferita a questa attività è senza precedenti. Considerando, soprattutto che altri, per qualche ragione, mai sono stati sfiorati dalla scure della censura – il danno, non può toccare chi di fatto non nuoce alla politica dell’élite di pascolare (al momento: poi ci sarà il macello, sì) la massa bovina (la «massa vaccina»). Ogni altro messaggio, ogni altro gruppo, va distrutto, in quanto può essere sacrificato, è stato calcolato come eliminabile assieme ai suoi numeri: di questo segmento irriformabile della società, visto in ogni Paese durante il biennio pandemico, non interessano più il danaro, il voto, nemmeno il dato. Può essere cancellato, disattivato, e basta.

 

Questo è, essenzialmente, quello che crediamo di aver sperimentato a Renovatio 21.

 

E in tutte queste peripezie, qualcosa è mancato sempre: un appoggio, anche microscopico, anche simbolico, di una qualsiasi figura politica. Meloni, Salvini, e giù giù fino all’ultimo degli eletti, si guardano bene da inimicarsi i grandi social, magari temendo, segretamente o meno, un improvviso calo di visualizzazioni e quindi un’emorragia di voti.

 

Ci stanno volendo anni perché in America, dove il primo emendamento alla Costituzione riguarda la libertà di parola, cominciasse ad avere il coraggio di affrontare l’argomento.

 

Non è che l’Italia sia così diversa: la libertà di espressione, nella Costituzione uscita in reazione al ventennio fascista, ce la abbiamo anche noi. Tuttavia, chi ha il coraggio per difenderla davvero?

 

Lo abbiamo visto in pandemia, tra lockdown e green pass. Praticamente, tra eletti e dirigenti, nessuno.

 

Possiamo sperare in qualcuno che in futuro preservi i cittadini da soprusi e menzogne, o è chiedere troppo?

 

 

 

 

Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

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Geopolitica

Riattivato l’account Facebook del primo ministro cambogiano. Gli USA attaccano le elezioni nel Paese

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L’account Facebook del primo ministro cambogiano Hun Sen è stato riattivato giovedì, tre settimane dopo che aveva annunciato che avrebbe abbandonato il gigante dei social media per postare su Telegram.

 

Il ritorno di Hun Sen sulla piattaforma è arrivato tre giorni prima di un’elezione generale in cui il suo partito KPK (Kanakpak Pracheachon Kampuchea, o Partito Popolare Cambogiano) ha reclamato una vittoria schiacciante.

 

Il premier Hun Sen ha dichiarato alla fine di giugno che avrebbe smesso di pubblicare nuovo materiale sulla sua pagina Facebook, ma avrebbe lasciato l’account online.

 

Il primo ministro ha comunicato quindi che stava passando a Telegram perché credeva che l’app fornisse un modo più efficace per comunicare.

 

Tuttavia quando un osservatorio di Facebook ha criticato il linguaggio in uno dei suoi video e ha raccomandato di sospendere l’account del primo ministro per sei mesi, Hun Sen ha rimosso la pagina, scrive Voice of America, servizio ufficiale radiotelevisivo del governo federale degli Stati Uniti.

 

Duong Dara, che gestisce gli account sui social media del leader settantenne, ha pubblicato un messaggio giovedì in cui afferma di aver chiesto a Hun Sen di poter riattivare la sua pagina Facebook nell’interesse nazionale, dicendo che lui, e non il primo ministro, avrebbe caricato i contenuti.

 

Hun Sen, che ha guidato la Cambogia per 38 anni, utilizzava Facebook dal 2015 per mostrare istantanee di famiglia, lanciare avvertimenti agli avversari politici e trasmettere in diretta i suoi frequenti discorsi.

 

La sua pagina sulla piattaforma vantava 14 milioni di follower, anche se alcuni sostengono che un gran numero di essi è costituito da account «fantasma» acquistati in blocco dalle cosiddette «click farm», che abbondano in Asia – un’affermazione che Hun Sen ha ripetutamente negato.

 

A partire da giovedì, l’account Telegram di Hun Sen aveva quasi 987.000 follower, rispetto agli 855.000 che aveva quando ha annunciato la sua rottura di giugno con Facebook.

 

Hun Sen aveva annunciato la sua intenzione di cessare la pubblicazione su Facebook un giorno prima che un comitato di revisione quasi indipendente istituito dalla società madre della piattaforma, Meta, raccomandasse la sospensione di sei mesi degli account Facebook e Instagram del primo ministro.

 

Tale «consiglio di sorveglianza» indetto da Meta ha concluso che aveva usato un linguaggio che potrebbe incitare alla violenza in un video di un discorso di gennaio in cui denunciava i politici dell’opposizione che accusavano il suo partito di rubare voti.

 

Il «consiglio» istituito dalla società di Menlo Park ha quindi affermato di aver raggiunto la sua raccomandazione non vincolante in parte a causa della «storia di Hun Sen di commettere violazioni dei diritti umani e intimidire gli oppositori politici, nonché il suo uso strategico dei social media per amplificare tali minacce».

 

Separatamente, ha annullato una sentenza dei moderatori di Facebook per consentire al video, originariamente trasmesso in diretta, di rimanere online. Poche ore dopo che il consiglio ha reso pubblico il suo rapporto, la pagina Facebook di Hun Sen è stata rimossa.

 

Venerdì, durante un evento pubblico in Cambogia, il signor Hun Sen ha affermato che i suoi oppositori politici al di fuori del paese erano sicuramente contenti della sua decisione di lasciare Facebook.

 

«Dovete essere consapevoli che se ordino la chiusura di Facebook in Cambogia, ciò avrà un forte impatto su di voi», ha aggiunto, parlando a un evento per i lavoratori dell’abbigliamento prima delle elezioni generali. «Ma non è questa la strada che scelgo».

 

Come riportato da Renovatio 21, di recente Hun Sen ha lanciato un appello accorato a Biden e Zelens’kyj affinché abbandonino l’uso di bombe a grappolo, che tanto danno umano hanno causato alla Cambogia. Tale posizione, pare di capire, non ha potuto essere direttamente espressa su Facebook.

 

Sorprende fino ad un certo punto che il primo ministro con un rapporto problematico con Facebook lo abbia anche con il Dipartimento di Stato USA, che ha appena definito la tornata elettorale cambogiana «né libera, né equa». Il portavoce del dipartimento di Stato USA Miller è arrivato persino ad accusare le autorità cambogiane di aver esibito «uno schema di minacce e molestie contro l’opposizione politica, i media e la società civile» e di aver «minato lo spirito della Costituzione del Paese e gli obblighi internazionali della Cambogia».

 

Il Dipartimento di Stato ha quindi fatto sapere che gli USA «hanno intrapreso passi tesi a imporre restrizioni all’emissione di visti nei confronti di individui che hanno minato al democrazia, e sospeso alcuni programmi di assistenza estera».

 

In pratica, sanzioni anche per la Cambogia, Paese guidato da un signora che ha qualche controversia con Facebook – che invece, esattamente come il Dipartimento di Stato e il Pentagono, non ha troppi problemi con il battaglione Azov, con lo Zelens’kyj che ringrazia per il prezioso aiuto nello «spazio informativo».

 

Alcuni siti in Italia, con ben poca memoria, hanno commentato la notizia della disattivazione dell’account di Sen scrivendo che in caso di chiusura dell’account da parte di Meta, si sarebbe trattato del primo caso di leader nazionale bannato da Facebook: essi non ricordano che il colosso dei social si spinse fino a chiudere l’account del presidente degli Stati Uniti mentre era ancora in carica.

 

Il ruolo nella politica americana della piattaforma è sempre più evidente, tanto che Trump ha parlato prima di una class action contro Big Tech, poi un appello alle Nazioni straniere a vietare i social, poi di una vera politica di reazione contro i colossi tecnologici una volta rieletto alla Casa Bianca.

 

Anche Renovatio 21 di censura su Facebook, con pagine e account disattivati, sa una o due cose.

 

 

 

 

 

Immagine di pubblico dominio CCO via Wikimedia

 

 

 

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Internet

Sospeso e subito riattivato l’account Twitter di Mons. Viganò

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Nella giornata di ieri Twitter ha sospeso l’account di monsignor Carlo Maria Viganò. Poi, durante la notte, il profilo dell’ex Nunzio Apostolico negli USA è stato riattivato.

 

Il ban sul social di Elon Musk, in pratica, è durato poche ore. E, mistero nel mistero, a quanto è stato detto a Renovatio 21 dalla riattivazione i follower sembrano aumentati di molto.

 

Tutto il mondo cattolico tradizionalista americano, da Lifesitenews a The Remnant, si sono mosse per segnalare l’incredibile censura, così come abbiamo notizia di tante altre realtà e personaggi di spicco che hanno denunciato l’accaduto.

 

Secondo screenshot che apparsi online, la sospensione sarebbe stata dovuta a «violazione delle regole di Twitter»

 

 

Qualcuno poteva aver speculato sulla prossimità tra Elon Musk, il nuovo padrone di Twitter che si dice votato alla libertà di espressione, e Bergoglio, da anni al centro delle critiche di monsignor Viganò già per le catastrofi della gerarchia gay e in generale per l’opera di demolizione del cattolicesimo sotto i nostri occhi.

 

Come riportato da Renovatio 21, Musk aveva incontrato papa Francesco ancora un anno fa, portandosi dietro una cospicua parte della prole, fatta in provetta – quello che abbiamo percepito come un segno nella direzione dello sdoganamento della riproduzione artificiale intuibile da certi documenti e convegni della Pontificia Accademia per la Vita.

 

L’episodio ha suscitato sorpresa e disappunto, perché è ancora forte l’idea che Twitter sia ora una piattaforma relativamente libera, a fronte di ogni altro social media dove la censura si abbatte in maniere perfino più pesante di quanto accadesse sotto la pandemia.

 

Ad esempio, a Renovatio 21 YouTube ha censurato l’omelia per la Santa Pasqua di monsignor Viganò, assegnando al nostro canale uno «strike», un avvertimento a non far più cose del genere, perché con tre strike, come nel Baseball, vieni buttato fuori. Quindi, se mettessimo anche l’omelia di Pentecoste e dell’Assunta, ci viene da pensare, dovremo dire addio al nostro canale sul principale servizio di diffusione audiovisiva del pianeta.

 

Si tratta di una situazione intollerabile a cui sono giunte le cosiddette democrazie costituzionali, dove né la democrazia (cioè, il potere del popolo) né la costituzione (cioè le leggi fondamentali) sembrano valere più un granché – e quindi, ci chiediamo, gli Stati moderni, cosa sono?

 

Nessuna forza politica, tantomeno quella che ora è al governo in Italia, sembra voler risolvere questo problema che si abbatte sui suoi cittadini. È facile capire perché: forse che i governi hanno meno forza rispetto ai colossi di Big Tech? Forse che i politici temono gli algoritmi, che potrebbero chiudersi rispetto alle loro figure e quindi far perdere loro voti?

 

Salvini, quello della «Bestia» social, anni fa fece un intervento al Parlamento Europeo dicendo «viva Facebook». Qualcuno conosce l’opinione della «patriota» Giorgia Meloni – quella che tocca il papa, abbraccia Zelens’kyj e pure Musk – sull’argomento?

 

 

 

 

 

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