Connettiti con Renovato 21

Guerra cibernetica

Attacco cibernetico cinese a Guam. Era Taiwan il vero obiettivo?

Pubblicato

il

Durante l’isteria per il pallone sonda cinese che volava sullo spazio aereo degli USA pochi mesi fa, un’altra tensione tra Washington la Repubblica Popolare  emergeva improvvisamente: un possibile attacco cibernetico contro sistemi militari USA di stanza a Guam, l’isola del Pacifico che è territorio e base militare degli Stati Uniti – e non solo lì.

 

Le agenzie di Intelligence americane e Microsoft hanno rilevato un misterioso codice informatico nei sistemi di telecomunicazione a Guam e altrove negli Stati Uniti.

 

Il codice, che secondo Microsoft è stato installato da un gruppo di hacker del governo cinese, ha sollevato allarmi perché Guam, con i suoi porti nel Pacifico e la vasta base aerea americana, sarebbe stata il fulcro di qualsiasi risposta militare americana a un’invasione o al blocco di Taiwan, riporta il New York Times.

 

L’operazione è stata condotta con grande discrezione, a volte passando attraverso router domestici e altri comuni dispositivi di consumo connessi a Internet, per rendere l’intrusione più difficile da tracciare.

 

Il codice è chiamato «web shell», in questo caso uno script dannoso che consente l’accesso remoto a un server. I router domestici sono particolarmente vulnerabili, in particolare i modelli meno recenti che non dispongono di software e protezioni aggiornati.

 

A fine maggio Microsoft ha pubblicato i dettagli del codice che consentirebbero agli utenti aziendali, ai produttori e ad altri di rilevarlo e rimuoverlo.

 

In un comunicato coordinato, la National Security Agency (NSA, l’agenzia dedicata alle intercettazioni e alla guerra cibernetica) – insieme ad altre agenzie nazionali e ai servizi dei cosiddetti «Five Eyes» (Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Canada) – ha pubblicato un avviso di 24 pagine che faceva riferimento alla scoperta di Microsoft e offriva avvertimenti più ampi su un «gruppo di attività recentemente scoperto» dalla Cina.

 

Microsoft ha chiamato il gruppo di hacker «Volt Typhoon» e ha affermato che faceva parte di uno sforzo cinese sponsorizzato dallo stato mirato non solo a infrastrutture critiche come comunicazioni, servizi elettrici e del gas, ma anche operazioni marittime e trasporti.

 

Le intrusioni sembravano, per ora, essere una campagna di spionaggio, scrive il NYT. «I cinesi potrebbero utilizzare il codice, progettato per perforare i firewall, per consentire attacchi distruttivi, se lo desiderano».

 

Finora, afferma Microsoft, non ci sono prove che il gruppo cinese abbia utilizzato l’accesso per attacchi offensivi. A differenza dei gruppi russi, l’Intelligence cinese e gli hacker militari di solito danno la priorità allo spionaggio.

 

«In alcune interviste, i funzionari dell’amministrazione hanno affermato di ritenere che il codice facesse parte di un vasto sforzo di raccolta di intelligence cinese che abbraccia il cyberspazio, lo spazio esterno e, come hanno scoperto gli americani con l’incidente del pallone, l’atmosfera inferiore» continua il NYT.

 

La Cina non ha mai riconosciuto l’hacking nelle reti americane, nemmeno nel più grande esempio di tutti: il furto di file di autorizzazione di sicurezza di circa 22 milioni di americani – inclusi sei milioni di set di impronte digitali – dall’Office of Personnel Management durante l’amministrazione Obama. Tale esfiltrazione di dati aveva richiesto la maggior parte dell’anno e aveva portato a un accordo tra il presidente Barack Obama e il presidente Xi Jinping, a cui sarebbe seguito, in teoria, un breve calo dell’attività informatica cinese dannosa.

 

Tre settimane fa la Cina ha inviato un avvertimento alle sue società affinché siano attente all’hacking americano. E ce n’è stato anche in abbondanza: nei documenti rilasciati da Edward Snowden, l’ex N.S.A. appaltatore, c’erano prove degli sforzi americani per hackerare i sistemi di Huawei, il gigante cinese delle telecomunicazioni, e obiettivi militari e di leadership. Le reti di telecomunicazioni sono obiettivi chiave per gli hacker e il sistema di Guam è particolarmente importante per la Cina perché le comunicazioni militari spesso si appoggiano sulle reti commerciali.

«In questo caso, è stato il focus su Guam ad attirare in particolare l’attenzione dei funzionari che stanno valutando le capacità della Cina – e la sua volontà – di attaccare o soffocare Taiwan» conclude il quotidiano di Nuova York. «Xi ha ordinato all’Esercito popolare di liberazione di essere in grado di conquistare l’isola entro il 2027. Ma il direttore della CIA, William J. Burns, ha fatto notare al Congresso che l’ordine “non significa che abbia deciso di condurre un’invasione”».

 

Nelle decine di esercitazioni condotte dagli USA negli ultimi anni per mappare come potrebbe avvenire l’attacco ai Taiwan, una delle prime mosse anticipate della Cina sarebbe quella di interrompere le comunicazioni americane e rallentare la capacità di risposta degli Stati Uniti. Quindi le esercitazioni hanno previsto attacchi alle comunicazioni satellitari e terrestri, specialmente intorno alle installazioni americane dove verrebbero mobilitate le risorse militari.

 

E «niente è più grande di Guam, dove la base aeronautica di Andersen sarebbe il punto di partenza per molte delle missioni dell’aeronautica per aiutare a difendere l’isola, e un porto della Marina è fondamentale per i sottomarini americani».

 

La rivelazione da parte di Microsoft riguardo a hacker cinesi nell’infrastruttura USA risale a fine maggio. Sei mesi fa, un attacco cibernetico ritenuto provenire dalla Cina aveva colpito istituzioni accademiche sudcoreane.

 

Come riportato da Renovatio 21, a novembre 2022 la Cina si è opposta con veemenza al coinvolgimento del Giappone nella Difesa cibernetica NATO.

 

A maggio dell’anno passato la Corea del Sud è diventata il primo stato membro asiatico del Centro di eccellenza per la difesa informatica cooperativa (CCDCOE) della NATO, cioè il comando per la guerra cibernetica del Patto Atlantico. I due Paesi asiatici che ospitano basi militari USA hanno così voluto cioè far parte del comando per la guerra cibernetica del Patto Atlantico.

 

Da sottolineare il coordinamento di Microsoft con le forze USA e, parrebbe, anche con la NATO.

 

Come riportato da Renovatio 21, allo scoppio del conflitto ucraino, il Threat Intelligence Center di Microsoft (centro per la raccolta dati sulle minacce) aveva  dato avvertimento di un malware di tipo «wiper» – cioè che cancella tutto – mai visto prima che è apparso rivolto ai ministeri del governo e alle istituzioni finanziarie di Kiev.

 

 

 

Continua a leggere

Guerra cibernetica

Arriva l’attacco cibernetico globale. Come da programma

Pubblicato

il

Da

Mercoledì scorso in rete è apparso un video che pare preludere al grande attacco cibernetico totale di cui da tanto tempo si parla.

 

Nel filmato caricato in rete tre gruppi di hacker prendevano l’impegno di tirare giù l’intera rete informatica del sistema bancario europeo.

 

Si tratterebbe con probabilità del più grande attacco cyber della storia. Sarebbero coinvolti, secondo quanto detto, hacker affiliati con i gruppi KillNet, Anonymous Sudan e REvil.

 

Il messaggio è recapitato in video dalla oramai classica maschera di Guy Fawkes usata da Anonymous, e da altri due individui mascherati che rappresentano gli altri due gruppi hacker.

 

 

«Noi siamo Anonymous Sudan. Oggi siamo una minaccia per tutte le banche europee. Le banche europee presto saranno testimoni del più grande attacco cibernetico nella storia recente del mondo. Preparatevi. Perché quando colpiremo, sarà troppo tardi per fare ammenda» dice il primo segmento del video. «Molte banche europee saranno bersagliate e colpite senza pietà».

 

«Il mondo è impazzito. La ragione di questo è il danaro» dice il personaggio mascherato del secondo segmento, affiliato, secondo la scritta, al gruppo REvil. «Se Dio comanda la Russia, chi comanda l’Europa? Giusto! Il sistema bancario! Niente danaro, niente problemi! REvil ha sufficiente familiarità con l’infrastruttura finanziaria europea. Ci vediamo presto…»

 

«Questo non è un attacco DDoS. I giochi sono finiti. Facciamo appello a tutti i gruppi attivi perché si coinvolgano in attività distruttive contro il sistema bancario europeo. Niente danaro, niente armi, niente regime di Kiev. Questa è la formula per la morte del nazismo e funzionerà» dice il personaggio mascherato che dovrebbe rappresentare il gruppo KillNet. «Entro 48 ore lanceremo questa compagnia globale. Niente vi salverà e questo non è un avvertimento. Vi sto solo informando. Non avete mai visto problemi del genere in precedenza. Noi siamo KillNet».

 

Ad guardare il video, quindi, si dovrebbe desumere gli hacker sarebbero da considerarsi «filo-russi» poiché il loro messaggio esortava le nazioni a smettere di dare denaro e armi all’Ucraina, citando la cifra nazista presente a Kiev.

 

Tuttavia, è ovviamente impossibile verificare la fonte, e le sue intenzioni. Attribuire ogni colpa agli «hacker russi», come noto, è uno sport praticato oramai da quasi un decennio da istituzioni e giornali occidentali.

 

Il video è circolato nella rete russa, per poi essere ripostato su Twitter dal giornalista indipendente Ian Miles Cheong.

 

Il giorno dopo è stata data notizie che varie agenzie del governo americano erano state attaccate ciberneticamente.  L’intera portata dell’attacco è rimasta poco chiara mentre la US Cybersecurity and Infrastructure Security Agency ha indagato sulla violazione. «Ci siamo» ha commentato Cheong.

 

L’incidente è solo uno dei tanti recenti attacchi informatici che hanno preso di mira varie università e governi statali statunitensi, che erano stati attribuiti ad un altro gruppo hi hacker russi chiamato CLOP.

 

Come riportato da Renovatio 21, anche un gruppo di hacker cinesi chiamato Volt Typhoon poche settimane fa avrebbe attaccato infrastrutture elettroniche delle forze armate americane nel Pacifico, in un’operazione dove forse l’obiettivo finale era prendere le misure per Taiwan.

 

Martedì scorso era andato offline il colosso del cloud computing mondiale, Amazon Web Services, AWS, la divisione di data center e servizi informatici del conglomerato di Jeff Bezos.

 

Una quantità impressionanti di grandi aziende multinazionali (McDonald’s, Nike, Autodesk) e testate di spessore mondiale (NBC, Associated Press, lo stesso Washington Post, che è di proprietà di Bezos) si servono di AWS. Non solo: AWS negli anni ha vinto lucrosi appalti anche per la CIA e il Pentagono. Le cronache accennano rapidamente ad un problema tecnico.

 

Costa sta accendo?

 

Qualcuno tira fuori ancora i russi, puntando ai discorsi sempre più falchi di Medvedev. «Se procediamo dalla comprovata complicità dei Paesi occidentali nel far saltare in aria i Nord Streas, allora non abbiamo vincoli – nemmeno morali – rimasti per impedirci di distruggere le comunicazioni via cavo sul fondo dell’oceano dei nostri nemici”, ha detto pochi giorni fa l’ex presidente russo su Telegram.

 

Gli Atlantici avevano abboccato da ancora prima. A maggio il capo dell’Intelligence della NATO David Cattler aveva avvertito di un rischio crescente di un simile Scenario. «Ci sono crescenti preoccupazioni che la Russia possa prendere di mira cavi sottomarini e altre infrastrutture critiche nel tentativo di interrompere la vita occidentale, per ottenere influenza contro quelle nazioni che stanno fornendo sicurezza all’Ucraina», aveva detto il capo delle spie atlantiche ai giornalisti, omettendo bizzarramente tra i motivi della possibile ritorsione la questione Nord Stream.

 

«I russi sono più attivi di quanto li abbiamo visti da anni in questo dominio», aveva dichiarato il Cattler, notando un ritmo più elevato di pattugliamenti russi in tutto l’Atlantico e nel Mar Baltico e nel Mare del Nord. «La Russia sta mappando attivamente le infrastrutture critiche alleate sia a terra che sul fondo del mare».

 

Sappiamo che l’intera architettura materiale di Internet è effettivamente piuttosto fragile. Negli oceani vi sono circa 400 cavi sottomarini che trasportano più del 95% del traffico internet. Il Cattler quella volta aveva aggiunto un’etichetta col prezzo: «Complessivamente, trasportano ogni giorno transazioni finanziarie per un valore stimato di 10 trilioni di dollari, quindi questi cavi sono davvero un perno economico».

 

Renovatio 21 aveva scritto un articolo, mesi fa, per parlare della guerra alle grandi infrastrutture iniziata con il bombardamento terrorista del Nord Stream. La sostanza del pezzo, che ha riscosso un certo successo e qualche commento sognante («magari si tornasse agli anni Novanta!» ha scritto qualcuno) è che con l’aumento della tensione internazionale, lo shutdown di Internet sarà inevitabile.  I cavi sottomarini che costituiscono la rete possono essere rotti così come è stato distrutto il gasdotto.

 

I satelliti di Musk possono poco – perché esistono le armi ASAT, cioè le armi anti-satellite, e russi e cinesi da tempo si lamentano delle costellazioni Starlink, e concepiscono programmi per la loro eventuale distruzione.

 

«Quindi preparatevi a perdere internet. Questo sito compreso» scrivevamo.

 

Ebbene, aggiungiamo qui che, come la guerra in corso in Ucraina, non è detto che proprio un crollo di Internet non sia nei piani dei padroni del mondo.

 

Lo shock economico, per economie che oramai sono totalmente dipendenti da Internet, sarebbe esiziale per qualsiasi Paese. Tuttavia abbiamo capito che, dal megaterrorismo stile Torri Gemelle al lockdown globale COVID, il mondo moderno e i suoi pupari amano assai il trauma come strumento di direzione delle cose.

 

Potrebbe essere il turno, quindi, del terrore internazionale in versione telematica.

 

«Tutti noi sappiamo, ma dedichiamo un’attenzione non sufficiente, al pauroso scenario di un grande attacco cibernetico che porterebbe al completo stop alle forniture energetiche, ai trasporti, ai servizi ospedalieri, alla società nel suo insieme. La crisi del COVID-19 sarebbe vista come un piccolo disturbo rispetto ad un grande cyber attack» abbiamo sentito dire Klaus Schwab in un video di un anno fa.

 

 

Come avvenuto per il COVID, anche qui sono spuntate in grande spontaneità le esercitazioni del caso. Ecco le simulazioni del grande grash informatico globale. La più famosa si chiamava Cyber-Poligon.

 

Chi segue Renovatio 21, non solo riconosce il pattern, ma sa che blackout informatici localizzati, tali da bloccare intere industrie fondamentali come quelle dei trasporti, sono comparsi in sequenza negli scorsi mesi: ricorderete il blocco degli aeroporti, avvenuto nelle Filippine, in Canada, in qualche città tedesca e soprattutto negli USA, dove l’11 gennaio di quest’anno ad ogni aereo dello spazio americano è stato impedito il decollo. Non succedeva dall’11 settembre 2001.

 

L’intero sistema aeronautico americano (25 mila aerei per 2,3 milioni di persone al dì) era andato down. Dissero, anche lì, che era un problema tecnico. Qualcuno di malizioso, tuttavia, notò che in quei giorni il prezzo dei Bitcoin era salito… lo Stato USA aveva comprato criptomonete per pagare un ransomware?

 

No, non sappiamo nulla. È la cifra principale del mondo cibernetico considerato militarmente: non puoi avere certezza definitiva di chi abbia attaccato, e perché. Il digitale è il regno del false flag. Non puoi sapere cosa realmente stia accadendo: la nebbia della guerra, con la cibernetica, diventa impenetrabile.

 

Tuttavia vediamo dove questo può portare. Un’era della scarsità, anche per internet. Una riprogettazione della rete, con espunzione di ciò che non aderisce alla narrativa centrale – i canali russi sono già censurati, si può fare di più, anche le bandire gli utenti dei social o i social stessi (Telegram, ad esempio: quanto durerà?)

 

Una ridefinizione sistemica, compatibile con la vera trasformazione in atto: piattaformare gli Stati e i super-Stati, trasformare i cittadini in utenti, sostituire i diritti con «accessi» e «premi» decisi dall’alto, abolire il contante tramite il danaro programmabile – euro digitale, dollaro digitale, sterlina digitale etc – che sarà lo strumento di controllo definitivo della società, la matrice che avrà potere su ogni comportamento umano.

 

Il green pass, esteso ad ogni minuto della vostra esistenza.

 

Non è quindi improbabile che spacchino Internet – o provochino sino a farsela spaccare – per poi darvene una nuova, con tutte le caratteristiche che servono al vostro futuro, che è, come sapete, una nuova schiavitù.

 

Solve et coagula: il motto alchemico che tanto piace ai massoni, valido anche ai tempi di Internet, dove questa è oramai connessa totalmente alla vostra quotidianità.

 

Distruggeranno la nostra vita per dirci che ce ne daranno un’altra. Tuttavia, non è detto che a questo processo sopravvivremo tutti – sapete, non gli serviamo più, non in questa quantità.

 

Di fatto, quelli che arriveranno dall’altra parte della collina, ad una certa bisognerà pure che inizino a fare i conti.

 

No?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Guerra cibernetica

La Russia accusa Apple di spionaggio

Pubblicato

il

Da

Il servizio di sicurezza russo FSB ha accusato la CIA di aver installato malware su migliaia di telefoni Apple utilizzati da cittadini russi e diplomatici stranieri che lavorano nella Federazione Russa. Lo riporta RT.

 

L’FSB ha dichiarato lo scorso giovedì che un’operazione congiunta con il Federal Guard Service (FSO) avrebbe scoperto «un’operazione di sorveglianza da parte delle agenzie di Intelligence americane, effettuata con l’uso dei dispositivi mobili di Apple».

 

Una valutazione dell’infrastruttura di telecomunicazioni russa ha rivelato «anomalie» nel funzionamento di alcuni iPhone, causate da «un programma dannoso precedentemente sconosciuto che utilizza le vulnerabilità del software fornite dal produttore», si legge in una dichiarazione del servizio di sicurezza.

 

Apple ha negato l’affermazione della Russia secondo cui avrebbe permesso ai servizi di intelligence statunitensi di utilizzare i suoi prodotti per spiare diplomatici stranieri.

 

Diverse migliaia di telefoni prodotti da Apple sono stati infettati dal malware, secondo l’FSB. E non solo i cittadini russi sarebbero stati presi di mira, ma anche «numeri di telefono e abbonati stranieri che utilizzano carte SIM registrate presso missioni diplomatiche e ambasciate all’interno della Russia, compresi i Paesi del blocco NATO e dello spazio post-sovietico, nonché Israele, Siria e Cina».

 

La scoperta è un’ulteriore prova della stretta collaborazione tra Apple e la comunità dell’intelligence statunitense, ha affermato l’FSB, aggiungendo causticamente che «la politica dichiarata di garantire la privacy dei dati personali degli utenti Apple non ha nulla a che fare con la realtà».

 

L’FSB ha anche accusato Apple di «fornire ai servizi di intelligence americani un’ampia gamma di opportunità per esaminare qualsiasi persona di interesse per la Casa Bianca, compresi i loro partner in attività anti-russe, nonché i propri cittadini».

 

A marzo, il quotidiano Kommersant ha riferito che ai membri dell’amministrazione presidenziale russa era stato detto di scartare i loro iPhone. Secondo il documento, il passo è stato preso a causa delle preoccupazioni che strumenti avanzati di guerra informatica, come il software israeliano Pegasus, potessero consentire la violazione dei dispositivi Apple, nonostante le affermazioni del produttore sulle loro funzionalità di sicurezza avanzate.

 

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha rifiutato di commentare il rapporto, ma ha osservato che ai funzionari russi è stato comunque impedito di utilizzare gli smartphone «per motivi di lavoro» a causa della potenziale vulnerabilità dei dispositivi.

 

Apple ha smentito con forza le accuse del servizio di sicurezza russo.

 

«Non abbiamo mai lavorato con nessun governo per inserire una backdoor in nessun prodotto Apple e non lo faremo mai», ha dichiarato giovedì un portavoce dell’azienda in una dichiarazione ai media.

Le accuse sono state fatte mentre Washington e Mosca sono bloccate nella più grave situazione di stallo diplomatico degli ultimi decenni a causa del conflitto in corso in Ucraina.

 

L’ex agente della National Security Agency (NSA) e della CIA Edward Snowden, che ora vive in Russia prendendone di recente anche la cittadinanza, ha rivelato nel 2013 che gli Stati Uniti stavano conducendo un’operazione globale per sorvegliare i politici stranieri, compresi alcuni nei Paesi alleati.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso Apple ha spinto su milioni di iPhone un «aggiornamento rapido» della sicurezza con una modalità diretta mai vista prima.

 

Ad oggi, non è chiaro contro quale minaccia alla sicurezza servisse l’aggiornamento software implementato.

 

L’estate scorsa fu rilevato che il governo greco del primo ministro Kyriakos Mitsotakis cadde vittima di uno scandalo di iPhone hackerati, così da costituire la quarta crisi di governo di un Paese NATO (erano caduti i governi in Italia, Gran Bretagna, Estonia) nel giro di pochi giorni.

 

I giornali britannici hanno invece accusato la Russia di aver hackerato l’iPhone dell’ex premier britannica Liz Truss quando era ancora ministro degli Esteri.

 

 

 

 

 

Immagine di Paul Hudson via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

 

Continua a leggere

Guerra cibernetica

Hacker cinesi spiano l’infrastruttura chiave degli USA: rivelazioni della Microsoft

Pubblicato

il

Da

Un gruppo di hacker statali cinesi ha condotto una sofisticata operazione di sorveglianza sulle principali risorse infrastrutturali statunitensi. Lo ha affermato mercoledì il colosso tecnologico Microsoft, avvertendo che pratiche simili potrebbero verificarsi in altre parti del mondo.

 

In una dichiarazione, Microsoft ha affermato che il gruppo, soprannominato «Volt Typhoon», sorveglia le organizzazioni infrastrutturali degli USA, compresi i settori delle telecomunicazioni e dei trasporti, dalla metà del 2021.

 

Il gruppo di infiltratori ciberbetici avrebbe condotto operazioni per spiare le strutture degli Stati Uniti a Guam, dove le principali risorse militari statunitensi sono ospitate nell’Oceano Pacifico, ha riportato il colosso informatico fondato da Bill Gates.

 

Microsoft ha affermato che «mitigare questo attacco potrebbe essere sfidante» e che Pechino sta compiendo sforzi per ridurre le capacità di Washington di comunicare con la «regione asiatica».

 

La società tecnologica ha anche affermato di aver valutato con «moderata fiducia» che questa campagna Volt Typhoon stava «perseguendo lo sviluppo di capacità che potrebbero interrompere le infrastrutture di comunicazione critiche tra gli Stati Uniti e la regione asiatica durante le crisi future».

 

Microsoft ha aggiunto di ritenere che la campagna Volt Typhoon si rivolga a una serie di settori infrastrutturali statunitensi, tra cui comunicazioni, produzione, servizi pubblici, trasporti, costruzioni, marittimo, governo, tecnologia dell’informazione e istruzione.

 

Pechino ha descritto il rapporto Microsoft come «altamente poco professionale» e lo ha liquidato come «disinformazione».

 

Separatamente, mercoledì, la rete di intelligence Five Eyes, composta dai servizi di Intelligence degli Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda, ha emesso un Cybersecurity Advisory (CSA), in cui ha evidenziato un «gruppo di attività di interesse scoperto di recente».

 

I servizi di intelligence del Regno Unito hanno anche avvertito che i metodi utilizzati dagli hacker cinesi per infiltrarsi nei sistemi statunitensi potrebbero essere applicati ad altre nazioni, secondo il quotidiano britannico Guardian giovedì.

 

In risposta, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Mao Ning, ha liquidato le accuse di hacking di Five Eyes definendole una «campagna di disinformazione collettiva» che ha dimostrato che Washington stava espandendo la sua diffusione della disinformazione al di fuori delle agenzie governative.

 

«Ma indipendentemente dai vari metodi utilizzati, nulla di tutto ciò può cambiare il fatto che gli Stati Uniti sono l’impero dell’hacking», ha detto Mao.

 

Nel 2022 la Cina si è veementemente opposta al coinvolgimento del Giappone nella Difesa cibernetica NATO, di cui ha voluto far parte anche la Corea del Sud. I due Paesi asiatici hanno voluto cioè far parte del Centro di Eccellenza per la Difesa Informatica Cooperativa (CCDCOE) della NATO, cioè il comando per la guerra cibernetica del Patto Atlantico. La conclusione che qualcuno poteva trarre è che la Microsoft possa coordinare, oltre che con gli USA; anche con la UE, l’Ucraina e la NATO.

 

Come riportato da Renovatio 21, allo scoppio del conflitto ucraino, il Threat Intelligence Center di Microsoft (centro per la raccolta dati sulle minacce) aveva  dato avvertimento di un malware di tipo «wiper» – cioè che cancella tutto – mai visto prima che è apparso rivolto ai ministeri del governo e alle istituzioni finanziarie di Kiev.

 

Quattro mesi fa, un attacco cibernetico ritenuto provenire dalla Cina aveva colpito istituzioni accademiche sudcoreane.

 

 

Continua a leggere

Più popolari