Connettiti con Renovato 21

Arte

Inquietanti visioni in un dipinto di Lorenzo Lotto

Pubblicato

il

Spesso Lorenzo Lotto viene interpretato dagli storici dell’arte secondo una lettura che prende avvio in ragione dei particolari, quasi parafrasando il motto tedesco: Der liebe Gott steckt im Detail, il buon Dio si nasconde nei dettagli.

 

I dettagli, quelle «materiali piccolezze» che contraddistinguono il «maestro dell’iconologia moderna», dai quali gli esperti partono per interpretare il tutto. Confesso di mal sopportare Lorenzo Lotto, i suoi dettagli da studiare per dimenticarsi del messaggio salvifico.

 

Detto ciò, preme fare un rilievo su di una famosa e ponderosa pala d’altare che ho sotto gli occhi ogni domenica mattina che il Signore manda su questa terra, a causa della costante visione della quale – e per la fatica di pregarci sopra –, mi sono formato un’idea eterodossa rispetto alla beatificazione lottesca, ma forse non del tutto peregrina.

 

 

Trattasi della «Pala di san Bernardino» (1521, cosiddetto «Lotto maturo»), la quale trovasi nella chiesa di san Bernardino in Bergamo: Madonna in trono con Bambino, San Bernardino (sdentato), cui è dedicata la chiesa, San Giuseppe accigliato con manica scucita all’altezza della spalla, Sant’Antonio Abate ipovedente, tutti circondati da angioletti con ali di ghiandaia, ironici suggelli d’arte rinascimentale.

 

Per la verità la Vergine è molto ben riuscita: a detta di chi se ne intende, un capolavoro da visitare. Ci sono, però, elementi che basano un’interpretazione diversa. Essi sono di due tipi: uno prettamente artistico, dato da luce e costruzione dell’immagine generale ovvero il movimento, e l’altro di concetto, ovvero l’incongruenza concettuale metafisica dell’opera.

 

 

Partiamo da ciò che si vede.

 

Il volo angelico innesca la direttrice d’attenzione: le linee di costruzione del dipinto, rese dalle gambe degli angioletti in collaborazione con le braccia di Giovanni Battista e san Bernardino, portano a un movimento convergente tramite diagonali intersecanti in un punto di fuga idealmente dietro la mano protesa della Santa Vergine. La quale, però, drammaticamente, non mostra il Bambino Divino, ma in un certo senso lo nasconde, quasi ritraendolo, per mostrare invece a Lui, e al pubblico, l’essere ai suoi piedi, che non schiacciano (come mai fanno nell’opera del Lotto) il serpente antico.

 

A parte il fatto che gli angeli non hanno un corpo fisico per cui non proiettano ombre, discorso, pare, ozioso perché ignorato praticamente da tutti gli artisti. Perché mai si dovrebbero rappresentare i Cieli aperti, per poi richiudere Dio sotto un panno scuro? Il movimento volatile degli angeli dalle ali nere è questo: coprire la scena agli occhi del Padre, mettendo in ombra il Figlio con la Vergine. Quale è il fine? E qual è il fine del dipinto?

 

I dotti, a riguardo dell’impianto dell’intera opera, hanno scritto che il Lotto ha rinnovato gli schemi topici antichi che risalivano all’iconografia bizantina. Non so se li abbia rinnovati, ma di certo li ha deviati. Verso altro che non la fede cristiana. È un’arte che non va oltre l’umano illudendo di non essere solo umana.

 

L’arte di Lorenzo Lotto non è finalizzata a dar gloria a Dio, ma spesso contiene già il messaggio di un’art pour l’art, oltre che pour le maître client. L’artista inserisce nelle sue opere spesso messaggi in conto terzi, come un mazzo chiavi, che nulla hanno che vedere con San Domenico, nel polittico per il convento di Recanati del 1506-1508, nella quale regna una generale e immotivata atmosfera malinconica sul volto della Vergine e del Bambino. Altre volte gioca creando una sorta di rebus, insomma la santità di Dio per il Lotto è un pretesto per far quel che gli pare magari facendo quattrini. In ciò sta, a parer mio la sua più grande modernità, che definirei quasi post-conciliare.

 

Esprime il paradigma della religiosità umanistica non solo ben avviata verso la secolarizzazione della chiesa, ma teologicamente incardinata su un concetto implicito e taciuto della follia di esistere, che sfocerà nei secoli seguenti nella lotta aperta contro Dio, la sua presunta perfidia prima da parte dell’Illuminismo, e riguardo la sua sostanziale inesistenza, poi, con il la nuova religione del postmodernismo.

 

Si è parlato perciò delle posizioni nuove dei personaggi, della ricerca dell’Inventio. Novità, come vestiti strappati e santi senza denti, sarebbero la ricerca di quell’inventio per cui serve un’argomentazione valida al fine di sostenere che l’opera non parli d’altro che del proprio autore.

 

Altri decantano la quotidianità della scena, forse perché sant’Antonio Abate si sporge perché non ci vede, anche lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, talmente la scena è quotidiana, disse a proposito della Pala di S. Bernardino: «Sotto lo schermo leggero […] la sacra conversazione perde ogni ritualità; diventa amabile e confidenziale: con un gesto dimostrativo, quasi da popolana, la Madonna sembra dichiarare […] che tutta la verità è lì, nel Cristo bambino e benedicente».

 

Noi non ci vediamo nulla di tutto ciò. Tutti questi ragionamenti, che sembrano tanto esegesi bergogliana, starebbero a indicare la miseria umana, ma anche una riflessione teologica sull’immanenza del Bene e del Sacro, la presenza del divino nella storia.

 

Questa «sacra conversazione» per immagini si svolge su un mondo deserto, in cui l’unica nota umana è una casa che brucia, e nessuno corre a spegnere l’incendio. Una casa in fiamme dalla cui porta spalancata esce però una luce di lampada, non di incendio, una parodia rovesciata del biblico roveto ardente, in cui l’opera dell’uomo va in fiamme senza consumarsi in una fiamma di inestinguibile superbia di chi vuole farsi Dio.

 

D’altra parte, il Lotto non è nuovo a scene di saccheggi, come si attesta anche nella «Trinità» sempre a Bergamo.

 

Da ciò si giunge inevitabilmente al discorso sulla luce. Basta guardare l’insensatezza della luce. Le fonti non sono naturali, ma nemmeno soprannaturali, è come se la luce fosse gettata sul quadro dallo spettatore, o forse, maliziosamente, dall’autore. Ma ritorniamo alla pala e nella fattispecie alle ali angeliche.

 

Queste ali non sono le ali degli angeli di santa Cristina di Quinto di Treviso e nemmeno quelle degli angioletti della Madonna Assunta di Asolo. Qui si vedono ali torve, osservate da lontano sembrano di corvo, quasi ali di pipistrello. In realtà sono ali di un altro corvide, la ghiandaia imitatrice. Non risulta dalla Bibbia che gli angeli abbiano ali di ghiandaia, credo sia perfino un hapax nella storia dell’arte. Perché proprio ali di ghiandaia? Si è detto, amor di inventio. Niente affatto, nell’insieme dell’opera, in ragione della somma dei dettagli, a ben vedere l’unica inventio sta nel fatto che, in questo caso, non già il buon Dio, ma il diavolo stesso si annida nei dettagli.

 

 

Gli angeli hanno ali di ghiandaia perché la ghiandaia imita il verso di altri uccelli, di altri animali, come il gatto, e perfino dell’uomo: questi sono angeli caduti. Sono demoni che imitano gli angeli, da angeli camuffati, ecco perché si affannano a nascondere Dio.

 

Ecco, dunque, la chiave di lettura di tutta l’opera, che all’opera intera dà senso compiuto, risolvendone le contraddizioni concettuali.

 

Il movimento dell’opera rimanda alla mano dell’Immacolata, si è detto, ma essa annuncia in basso Lucifero intento a scrivere chissà che, forse la condanna a morte di Dio.

 

 

Quelli non sono occhi arguti di un giovinetto angelico, come è stato scritto, che chiederebbe al visitatore di dettare una preghiera o recitare il rosario. Che non sia un giovinetto angelico o un putto di riempimento appare chiaro, non fosse altro che, diversamente dagli altri angeli, è vestito. Porta un saio marrone su una camiciola azzurra. Perché mai? Per nascondere la coda, intravista facilmente nel panneggio da chi sappia cosa guardare.

 

 

Il volto inquietante di questo angelo non è in effetti dissimile dal volto di Lucifero prodotto dal Lotto stesso nell’opera «San Michele scaccia Lucifero», conservata nel museo di Loreto.

 

I dettagli di quest’altra scena pittorica sono altrettanto inquietanti. Non solo il volto, ma lo stesso corpo dell’angelo decaduto viene raffigurato identico a quello dell’angelo fedelissimo, Michele, come in uno specchio. La posizione delle gambe è, infatti, identica ma invertita.

 

 

Suscitano estrema curiosità perciò, in parallelo, le linee dei tre bastoni nel dipinto in san Bernardino, i quali sono prolungamenti allusivi alla direzione del piede dell’angelo caduto, che punta verso il basso, verso il secondo punto di fuga, o meglio d’origine, diametralmente e spazialmente opposto al palmo della vergine in un’ipotetica pala rovesciata. La luce viene dal basso, fuori campo.

 

Per finire, a latere rimane il discorso cromatico: il Lotto utilizza tutte le sfumature del rosso, una gamma di colori caldi, col risultato di creare un ambiente gelido. Il trono squadrato di pietra algida restituisce l’impressione che tutti abbiano freddo, san Giuseppe sembra persino sfregarsi i piedi nudi nel tentativo di scaldarsi un po’, i fiori sono gettati, morti e sfatti.

 

«Solo, senza fidel governo et molto inquieto nella mente». Così si definì Lorenzo Lotto nel suo testamento.

 

Questo dipinto del Lotto in qualità di pala d’altare è uno specialissimo fenomeno di contraddizione teologica. Ora, che l’arte non debba rendere conto a se stessa di ciò che fa può, in extrema ratio, anche andare, ma dovrebbe almeno render conto al committente, il quale soprattutto dovrebbe fare (e farsi) due domande sul prodotto che si sta mettendo in casa.

 

O, nel caso specifico, nella casa di Dio.

 

 

Matteo Donadoni

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

Immagini della pala di San Bernardino di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

Immagine di «San Michele scaccia Lucifero» di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)

 

 

 

Continua a leggere

Arte

Deputata russa chiede il bando delle Barbie

Pubblicato

il

Da

Un membro della Duma di Stato russa, Maria Butina, ha chiesto la rimozione delle bambole Barbie dal mercato russo, sostenendo che il loro produttore Mattel stava promuovendo un «agenda LGBT» invece dei valori della famiglia.

 

La Butina sostiene che il film Barbie recentemente pubblicato funge da «pubblicità per il Partito Democratico [USA] e il suo programma», riporta RT.

 

«Cosa vediamo? Gay, trans e donne che hanno conquistato il mondo. Non c’è niente sull’unione tra un uomo e una donna, niente sull’amore», Butina, un membro della Camera bassa del Parlamento russo, è stata condannata dagli Stati Uniti per essere un agente straniero e imprigionato per 18 mesi, un’affermazione che nega, ha detto sabato a Duma TV.

 

La giovane deputata ha sostenuto che la Russia dovrebbe promuovere marchi di bambole nazionali che si adattano meglio ai valori della società.

 

La Russia ha inizialmente vietato la «propaganda LGBTQ» rivolta ai minori nel 2013. Le restrizioni sono state ulteriormente inasprite lo scorso dicembre, quando la promozione di «rapporti sessuali non tradizionali» e il transgenderismo sono stati completamente banditi.

 

A luglio, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che limita rigorosamente l’accesso alla chirurgia di riassegnazione sessuale e la possibilità di cambiare legalmente il proprio sesso.

 

Come riportato da Renovatio 21, la propaganda LGBT va verso il bando totale in Russia.

 

Il film di Barbie, con Margot Robbie e Ryan Gosling, è uscito nelle sale il 21 luglio 2023 ed è diventato un successo al botteghino. Il film, tuttavia, non viene proiettato in Russia a causa dell’attuale boicottaggio del Paese da parte della Warner Bros. a seguito del suo conflitto militare con l’Ucraina.

 

Il film presenta la Barbie come una figura femminista messianica che salva il mondo dai suoi stereotipi cattivi, dotando alla fine il suo Paese d’origine, Barbieland, di una Costituzione che impedisca l’avvento della società patriarcale, che nel frattempo ha tentato pericolosamente il Ken.

 

La pellicola si conclude con la prima visita di Barbie, divenuta umana, dal ginecologo. Poteva andare peggio: potevano infliggerci direttamente la sua prima interruzione di gravidanza.

 

L’attuale dell’aumento attenzione dovuta alla produzione hollywoodiana non ha tuttavia gettato luce sui possibili rapporti tra Barbie e l’omonimo Klaus Barbie (1913-1991), gerarca nazista conosciuto come «il boia di Lione» finito nel dopoguerra a lavorare per i servizi americani e boliviani.

 

Un film del 2001, Rat Race, notava l’omonimia mettendo in scena un vero e proprio «Museo Barbie».

 

 

 

 

 

Immagine di Pavel Starikov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

 

 

Continua a leggere

Arte

Anche i nerd vanno in guerra: trovata brigata russa di appassionati di cartoni giapponesi

Pubblicato

il

Da

Un’unità militare russa si è trovata sotto i riflettori dei media, dopo che i video umoristici dei soldati che riprendono un veicolo Bradley (veicolo di fabbricazione statunitense donato all’esercito ucraino) sono diventati virali.

 

Più che per il trofeo militare, ad attirare la loro attenzione sarebbe l’interesse segnalato dai soldati per gli anime, cioè per i cartoni giapponesi.

 

Una delle clip mostrava i militari dell’unità di Kerch in posa davanti a un pezzo apparentemente intatto di armi fabbricate negli Stati Uniti, ringraziando sarcasticamente il presidente ucraino Vladimir Zelensky per aver consegnato loro «questo bel veicolo». Un’altra clip mostrava uno di loro che faceva una smorfia alla telecamera, con il trofeo sullo sfondo, e diceva: «Ecco, gloria alla Russia!».

 

 

 

Il filmato è apparso all’inizio della settimana ed è stato ampiamente condiviso sui social network russi, prima di farsi strada sui media nazionali. Man mano che l’interesse cresceva, alcune testate russe hanno riferito che i combattenti – tutti volontari in servizio all’esercito russo – erano anche fan degli anime.

 

«Anime» è parola giapponese di tipo gairaigo, cioè un termine importato dall’estero e quindi nipponizzato: viene da animēshon, il giapponese per la parola inglese animation, animazione. In tutto il mondo, ora la parola anime sta indicare i cartoni giapponesi, che sono diffusi ed apprezzati dalla gioventù internazionale oramai da decenni.

 

 

Le immagini pubbliche condivise sull’app di messaggistica Telegram da uno dei membri della squadra militare russa mostrano il vivo interesse per gli anime. In una foto, si può vedere un combattente di Kerch indossare un elmetto con l’immagine di una ragazza-volpe (in giapponese kitsune) disegnata con la lingua fuori e gli occhi incrociati, un’espressione facciale nota come «ahegao» che compare negli anime erotici, detti anche hentai (che significa «perverso»), o ecchi (parola che indica la lettera latina «H», quindi riferimento al lemma precedente). Gli hentai sono di fatto perversi assai, anzi aggiungono livelli di perversione non possibili alla pornografia fotografica.

 

 

Un’altra immagine mostra l’uomo dietro il canale, che si chiama Lesiy, con una toppa sul giubbotto balistico raffigurante una ragazza anime armata con un colbacco.

 

Dopo l’improvvisa ascesa dell’unità alla fama su internet, Lesiy ha reagito con un post scherzoso che mostrava due ragazze anime in piedi accanto a un veicolo blindato, con la didascalia: «Sembra che abbiamo aperto il vaso di Pandora».

 

Il tema dell’anime fa parte di uno scherzo in corso per i soldati. Leshiy, il cui vero nome è Vladislav, ha descritto il servizio in prima linea dell’unità come la partecipazione a «un festival di anime» nel Donbass in uno dei suoi primi incarichi l’anno scorso.

 

 

Ma almeno un membro dell’unità di Kerch è un vero appassionato. Un militare di 19 anni soprannominato Shmyga è stato menzionato l’anno scorso dal leader di un gruppo di fan di anime russo, coinvolto nel supporto alle truppe russe.

 

Secondo la testata russa Readovka, molto presente su Telegram, il soldato in questione «ama le ragazze degli anime» e porta con sé un dakimakura, un grande cuscino in stile giapponese raffigurante un personaggio degli anime.

 

Non è la prima volta che vediamo succedere questo crossover tra manga e conflitto russo ucraino.

 

Ancora nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea, circolarono quantità di immagini del procuratore crimeano Natal’ja Poklonskaja – divenuta virale per la sua determinazione e la sua bellezza – disegnata con gli stilemi degli anime.

 

 

Non possiamo non ricordare anche come, sempre durante la guerra in Donbass di quasi dieci anni fa – sì, in Donbass già allora c’era una guerra – fu un canale di un fansubber (cioè persona che traduce e sottotitola serie e cartoni per la diffusione in rete) di cartoni giapponesi a far conoscere al mondo le vicende e i personaggi di quel conflitto, come per esempio le gesta del comandante Givi e del comandante Motorola – entrambi uccisi negli anni a seguire – i cui discorsi sotto le bombe venivano subbati (cioè sottotitolati) con stilemi e font tipici dei fansub degli anime.

 

Come dimenticare il comandante Givi che tira una boccata di sigaretta mentre arriva improvvisamente l’artiglieria ucraina e tutti i suoi uomini scappano? (Guardate anche, comunque, il lettering, la grafica dei sottotitoli)

 

 

E quindi, chi lo avrebbe mai detto: anche i nerd vanno in guerra?

 

La realtà semplice e tragica è che al fronte, ora, non ci sono i nerd, ci sono centinaia di migliaia di ragazzi, che la guerra rende uomini, ma restano ragazzi. Uomini veri, ragazzi veri, con le passioni che hanno tutti i loro coetanei in giro per il mondo.

 

Uomini veri, ragazzi veri – russi, ucraini – per la cui vita dobbiamo pregare.

 

Non ci è chiaro come siamo finiti ad accettare che una tale quantità di gioventù – con la sua leggerezza, con la sua bellezza, con la sua importanza fondamentale di generazione del presente e del futuro – fosse consegnata alla fornace della guerra.

 

Fermiamo l’inutile strage, subito! Facciamo vivere questi ragazzi!

 

 

 

 

 

Immagine da Telegram

 

 

 

Continua a leggere

Arte

«Il passeggero» di Cormac McCarthy: «La bellezza fa promesse che non può mantenere»

Pubblicato

il

Da

La bruciante impressione che questo romanzo sia stato scritto proprio per noi non ci lascerà fino alla fine.

 

Se è vero che «la bellezza fa promesse che non può mantenere», solo pochi sanno cosa si provi quando ci si innamora di una ragazza troppo intelligente per noi: una sarcastica irriverente dal vestitino porpora o una brava stronzetta che ti cita Tommaso in latino. Forse è per questo che, a parte una scellerata scelta editoriale di non pubblicarne subito anche la seconda parte, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, Il passeggero, ha ricevuto recensioni contrastanti.

 

Certo, noi uomini di mezza età siamo avvantaggiati dalla consapevolezza che una dracma fa sempre cento leptoni e va bene così, però anche per noi è duro entrare nell’abisso del nichilismo sapendo di dover lasciare per strada qualcosa di infinitamente bello, come la giovinezza, le ragazze e le Papastratos.

 

È stato scritto di tutto su questa opera, dal capolavoro al trionfo del nichilismo, passando per un delirio incomprensibile di un pinguino con le verruche. La verità è che «i cani dell’inferno possono passare all’interno del vuoto di un cerchio»: in questo libro si trovano più pagine di letteratura che senso nella trama.

 

Tuttavia, un paio di cose sono assolutamente rilevanti: McCarthy rivoluziona il concetto di «frase minima». Ti conduce nel delirio del pantano nichilista su una canoa rosa, ma ti fornisce una pagaia inossidabile, perché «per il viaggiatore esperto la meta è al massimo un sentito dire», ma il viaggio s’ha da fare. Anche quando la città sembra più vecchia di Ninive o quando si cerca di orientarsi tenendo presente la piantina di Roma antica e non ci si raccapezza più nemmeno sul Palatino, perché a un tratto appare il teatro Marcello o ti esplode di scorcio la maestà del Colosseo e allora capisci «la bontà divina appare in posti strani».

 

Magari si sarebbe potuto evitare il dilungarsi tecnico su Oppenheimer o sul presidente Kennedy, per quanto in entrambi i casi sono certo abbia azzeccato, anzi, per quanto riguarda la balistica dell’omicidio JFK sono sicuro che dica la verità, ma cui prodest? E soprattutto: «com’è che le pecore non si ritirano sotto la pioggia?». Tutte le grandi domande della vita fanno sembrare stupidi se dette ad alta voce: «se la neve fosse nera, i ghiacciai esisterebbero lo stesso?» oppure «esiste una via dal tangibile al numerico che non sia ancora stata esplorata?».

 

Una buona metà della storia è costruita su deliri di un’amabile schizofrenia, per cui «ogni linea è una linea spezzata» e massime senza tempo, o che lo diventeranno. Come «non diventerai mai ricco vendendo il tuo tempo. Nemmeno facendo saldature subacquee» o «non tutto ciò che puzza è un ricordo» e «la paura non ti segue, ti aspetta al varco».

 

Questo libro è diverso dall’epopea della frontiera, è in qualche modo la summa di una vita, un’esperienza emotiva diversa dal solito.

 

Questo libro sembra scritto per noi che odiamo i ristoranti in cui «camerieri in livrea servono piatti di alta cucina a cafoni pieni di boria che hanno pensato di uscire a cena in tenuta da palestra se non addirittura in lingerie». Non abbiamo nulla contro l’alta cucina, né contro i cafoni, né tanto meno contro la lingerie: ma le tute proprio no.

 

Peggio della tuta quando non si pratica sport c’è solo il mix di alta cucina e cafoni in canottiera. «Ho visto famiglie intere che sarebbe facile spiegare come allucinazioni, orde di idioti sbavanti che brancolano per le strade». Perdonateci ragazzi se noi reietti dall’infanzia di mondi di carta, fionde e boschi, non abbiamo impedito che riducessero la civiltà a un mero guazzabuglio tecnologico postmoderno in grado di annichilire perfino il senso comune.

 

Questo libro rientra nel novero di quelli che appartengono alla profonda verità di ogni scrittore: si scrive per non dover incenerire il mondo. Perciò, parafrasando Shakespeare, «ci sono più aerei in fondo al mare che sommergibili in cielo».

 

Dovremo attendere la seconda parte di questa dilogia, Stella Maris, per avere chiaro il quadro d’insieme.

 

Nel frattempo, possiamo soffermarci una sera a riflettere sul fatto che «quel che l’uomo cerca è la bellezza, pura e semplice. Non c’è altro modo di dirlo. Il fruscìo degli abiti, il profumo. I capelli di lei che gli sfiorano la pancia nuda. Categorie quasi insignificanti per una donna». La domanda è se resistono punti fermi come la bellezza nell’ermeneutica del ventunesimo secolo.

 

In pochi anni la lingua stessa è stata stravolta: si è passati da «fattoni» a «consumatori», da «sesso» a «genere», da «peccato» a «discernimento», alcuni concetti dell’ermeneutica della quotidianità come quello di «onore» o «sgualdrina», poi, sono ormai del tutto privi di significato. Si è voluto trasformare un mondo di uomini malvagi in una favola invertita di personaggi da aiutare, col risultato che «senza malfattori il mondo dei giusti è completamente spogliato di senso».

 

Nel mondo dell’esattezza scientifica, dell’inoppugnabilità del controllo tecnico «ogni cosa sembra dipendere dalla velocità della luce, ma nessuno vuol parlare della velocità delle tenebre».

 

Per questo motivo, Il passeggero è scritto per chi scrive, perché le persone brillanti devono portare un bel fardello, se sia una fatica di Sisifo o meno, non è ancora abbastanza chiaro.

 

È chiaro, però, a tutte le ragazze più intelligenti di cui abbiamo parlato all’inizio, se non lo è lo diciamo meglio ora, che, se per lo scettico tutti gli argomenti sono viziosi, per noi classicisti drammadipendenti è normale pensare di sedersi sulle macerie del mondo aspettandoci che, alla fine, suoni il telefono.

 

Fosse anche soltanto per questo, vale la pena di vivere! Per tutti gli altri idioti rimane la schadenfreude.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

 

 

Continua a leggere

Più popolari