Economia
Piccoli Soros crescono (e stanno con Renzi)
Non è la prima volta che finisce sui giornali internazionali, certo.
Tuttavia, suppongo che prima mai avesse avuto un profilo personale sul New York Times.
Davide Serra, uomo dietro all’hedge fund Algebris e controverso advisor e finanziatore di Matteo Renzi, non deve aver ispirato simpatia alla giornalista, che deve aver preso male una sua battuta («mai sposare una donna americana, è il mio consiglio agli amici») e che magari quindi ha detto la sua al photo editor, il quale ha impaginato un’immagine del nostro con gli occhi chiusi.
Del resto sono quegli occhi scurissimi e aggressivi – o, in fondo, spaventati? – che mi hanno sempre colpito, oltre che quel tic pe rcui il Gordon Gekko del PD si rumina costantemente le labbra.
«Non è uno che opina in modo gentile, o in modo particolarmente attento» morde la giornalista. e «esternare lo pone lontano dalla maggior parte dei manager di hedge fund, che tipicamente usano mezzi estensivi e costosi per non suscitare attenzione».
Sarebbe così se non si sapesse chi è il suo modello finanziario e strategico: George Soros.
Il quale, salta fuori, con probabilità ora è anche suo socio.
Bravado
Ai giornali piace il suo ruolo di garrulo battitore libero. Un altro personaggio così, in quel paludato mondo fatto di silenti squali cravattati (e cravattari) e di noiosi burocrati, proprio non c’è.
Quando il tesoro inglese aumentò una tassa bancaria, disse semplicente «è stupido», paventando una diminuzione del PIL londinese di 10 punti.
Le multe inflitte alle banche che avevano venduto impropriamente assicurazioni di protezione del pagamento sono per serra «estorsioni realizzate su un piano nazionale». «Non si lascia la propria banca in balìa degli sciacalli». Evidentemente, si ritiene di una razza carnivora diversa.
I giornali economici in fondo amano questo personaggio sbruffone e un po’ sprovveduto. Un giorno, entrò al 10 di Downing Street per incontrare Cameron. La cartella che teneva in mano – visibilissima ai fotografi piazzati perennemente là fuori – recava la sigla RBS: Royal Bank of Scotland. Parve dunque piuttosto chiaro di cosa andasse a parlare col premier britannico il raider italiano. «Avrei dovuto portare dentro una copia di Playboy», ringhiò beffardo.
In più, si deve aggiungere una feature senza precedenti: ha nel taschino – una consulenza gratuita e disinteressata, certo – il premier di una nazione del G7, che il nostro foraggiò lautamente da quando partì con la sua scalata fatta di Leopolde e altri attacchi.
Tuttavia, i suoi investimenti – nota il giornale americano – corrispondono al «bravado» del titolo NYT, cioè la sfrontata esibizione di questo falso coraggio. Fino al 31 maggio, il suo fondo di finanza globale stava a + 30%, mentre il suo credit fund segnava un +5.6%, più alto degli indicatori finanziari generali.
Il fondo Algebris, gestito da Londra dove il nostro risiede da più di vent’anni, gestisce oramai un patrimonio di 2,5 miliardi di euro, che investe in operazioni finanziarie in tutto il mondo.
Salvato da Soros
Tuttavia, la storia del fondo non è fatta di sole rose. Nel 2011, Serra scommise nella tenuta dell’Eurozona. Sbagliò la tempistica: più si aggravava la crisi UE, e più Algebris precipitava. Il suo fondo equity perse qualcosa come il 45%, mentre il credit fund affogò in un -17%. Gli investitori scapparono.
Qualcuno, invece, vide in questo ragazzo e nei suoi giochi un qualcosa in cui credere.
Entra in scena George Soros, che lo rifornisce di 500 milioni di dollari di capitale. Abbastanza per salvare la baracca, e continuare i suoi piani di conquista.
La rivelazione è di un anonimo investitore nel fondo di Serra, il quale fa sapere di non volere commentare questa voce.
Soros ci vede giusto: con il progredire dei giorni, la situazione finanziaria europea riassesta alcune sue parti, e Serra torna con il 100% di ambo i rami del suo business.
Serra salvato da George Soros. Come il lettore può capire, considerando la discussa vicinanza di Serra a «demolition man» (come il New Yorker ha recentemente apostrofato Renzi), la cosa non è priva di importanti risvolti politici, geopolitici. E non solo.
La scommessa di Serra, oggi, è la stessa di quattro anni fa: l’Europa recupererà, grazie ad un quantitative easing che durerà un lustro. In pratica, una scommessa contro la catastrofe rappresentata dal Grexit o un’alzata troppo rapida dei tassi da parte di USA e UK.
Allo stesso tempo però, sta scommettendo contro i bond di Spagna e Portogallo.
«Ho imparato molto nel 2011. Le persone non sempre vogliono la cosa più razionale» racconta.
A Londra non tutti lo amano. Una fonte anonima racconta di una barzelletta a base di prostitute che gelò un pubblico di americani. Una specie di Berlusconi – figura che asserisce di disprezzare profondamente – che epperò non ha né la simpatia né il calore umano – o forse, quel che manca al nostro Soros in erba, è l’empatia.
Speculare sulla crisi
Tutto ciò non gli preclude di avere uno stuolo di contatti invidiabile.
La prossima mossa, pare che sarà la creazione di un fondo private equity che investa nella crescita dell’Italia. Di certo, a Roma il nostro ha le porte spalancate. Matteo Renzi – cui offre in apparenza consigli gratuiti, come a Cameron e perfino alle banche Centrali che cercano le sue analisi – è «l’unico politico che valga la pena di finanziare negli ultimi 20 o 30 anni». «È l’ultima speranza dell’Italia». In realtà, nel 2012 tradì brevemente il giovane fiorentino con il governo tecno-golpista del suo ex-preside bocconiano Mario Monti e Corrado Passera: «sono gli uomini giusti per il lavoro – dichiarò – sono il dream team». Nel 2013, con Matteo trombato alle primarie, dichiarò di votare Scelta Civica. Con Passera – ora con il partito sintetico «Italia Unica» ultroneo pretendente politico all’affiancamento di Renzi (per curare gli interessi della superborghesia meneghina e di qualche vescovo) – vi è epperò un rapporto particolare: il banchiere di Intesa San Paolo lo conobbe quando Serra lavorava per Morgan Stanley. «Persona di grande qualità» esclama l’ex-ministro quando il Serra incontrò lo scandalo della vecchia guardia PD che lo definì, parole di Bersani, «bandito delle Cayman».
Tuttavia, la creazione di un fondo legato alla crescita e alle imprese potrebbe essere una mossa simil-cosmetica. L’autunno scorso, infatti, emerse la manovra di Serra sui non-performing loans, «prestiti non performanti». Un prodotto finanziario particolarmente sinistro.
Si tratta né più né meno dei crediti deteriorati delle banche, mutui di disoccupati, prestiti che le aziende piegate dal crunch economico atlantico non sanno come ripagare a breve termine. Serra li acquista e poi riscuote dai debitori, che in molti casi si vedono arrivare l’ufficiale giudiziario a casa, con lo scopo, ovviamente, di portargliela via. Algebris investe nel processo 400 milioni di euro, e spera di guadagnare un margine del 15% annuo – il tutto sulla pelle di chi non riesca a pagare il mutuo.
Il fondo varato da Serra per la bisogna – Algebris npl fund 1- ha fatto incetta presso le banche italiane, concentrandosi sull’immobiliare abitativo.
Scoperto il giochetto, un giornalista de La7 intercetta il finanziere all’ultima Leopolda, dove il Davide va ad arringare le folle renziane. La reazione del trader è tragicamente inadeguata.
In un crescendo del suo tic labiale, incespica, si imbarazza, diviene aggresivo, prova a dire che la speculazione la sta facendo solo su immobili di lusso, poi gli scappa perfino una sbruffonata da arricchito («ho comperato ieri una villa a Portofino»), se ne va improvvisamente via masticando amaro. Impresentabile.
Ma è davvero così intelligente?
Può davvero considerarsi un erede della volpe Soros?
Mastro Soros
La volontà sembrerebbe essere quella. Leggendo il giornale dei bocconiani Tra i leoni, apprendiamo che Serra ha tenuto nella sua università un corso, al termine del quale regalò agli studenti un libro di George Soros, La teoria della riflessività. Si tratta del pensiero su cui si base la manipolazione del mercato ad opera di Soros: lungi dalla teoria economica della concorrenza perfetta, Soros sostiente che vi sia nei mercati una componente umana che genera indeterminatezza.
Si tratta della non corrispondenza tra le aspettative dei partecipanti e lo stato della situazione; «La riflessività può essere interpretata come un fenomeno circolare, o un circuito di retroazione a doppio senso, tra le opinioni dei partecipanti e il reale stato». In breve, controllando le idee di coloro che partecipano al gioco economico – cioè, quello che fanno gli enti messi in piedi da Soros (con l’ausilio quasi certo della CIA) come Open Sociey Foundation – si può controllare il mercato, che nulla ha di oggettivo, è una giungla di ombre, di riflessi.
I mercati azionari, ci par dunque di capire, si basano su umori non-economici.
Di qui, la necessità, per il vero dominus finanziario, di controllare i processi della politica e della società.
Soros ha con grande probabilità stipulato un qualche patto con i servizi americani, per conto dei quali, da decenni, opera in vari Paesi (specialmente ex-sovietici) con organizzazioni che fungono da «solvente» politico e sociale; quando il popolo è distratto – droga libero, sesso pornografia, aborto, tutto l’armamentario dei «diritti individuali» – e la politica è implosa e corruttibile, ecco che plana Soros a finanziarizzare le imprese collassate, ricavbandovi guadagni miliardari.
Davide Serra non segue uno schema tanto differente. Specula sulla crisi dei mutui, e coltiva subito i rapporti con forze di rottura – come il «rottamatore» Renzi – che promettono, coperti dallo sparigliare le carte, di fare qualche favore anche alla finanza internazionale.
Il modello Soros per Serra è talmente forte da divenire forse un impulso inconscio, pavloviano.
Ad un forum di investitori britannici, alla domanda «Perché Londra è un luogo così adatto agli investimenti», il nostro risponde con tranquillo candore: «perché ha una società aperta».
Società aperta. Cioè, Open Society, il nome della creatura principale di Soros. Un product placement – non si sa quanto involontario – dell’ente che procede alla costante erosione dello stato nazionale: abbiamo sotto gli occhi quello che sta avvenendo in Ucraina, ma lo stesso ruolino lo si vide nei primi anni Novanta in Polonia, in Iugoslavia, in Russia – dove però gli anticorpi reagirono.
E poi, vien da dire, le Cayman. Altro tocco degno del maestro Soros.
Quando scoppia la polemica nel PD, con Bersani che accusa Renzi di cattive frequentazioni e la base ex-comunista che vuole vederci chiaro sui finanziamenti alle Leopolde dell’allora sindaco di Firenze, emerge questa storia delle isole caraibiche, dove il Fondo Algebris avrebbe sede. Serra smentisce, di ce di pagare le tasse a Londra, dove vive e lavora. Eppure, molti giornali mainstream sono d’accordo nel supporre che il controllo sul mega-fondo sia affidato ad una società con base nel Mar delle Antille.« La decisione di affidarsi alla permissiva legislazione della Cayman Islands – scrive il Corriere nel 2007, quando Algebris e The Children’s Fund (domiciliati nello stesso edificio…) tentano l’inedita scalata alla banca olandese ABN AMRO (1) – non ha poi solo motivi di carattere fiscale, per non pagare cioè troppe tasse sulle commissioni incassate (circa l’ 1,5% sui fondi presi in gestione e il 13-16% sulle plusvalenze realizzate). Ma consente anche di alzare un muro insormontabile su finanziatori, proprietari e accordi di partnership».
Esattamente quello che fece, ancora negli anni Settata, il furbo Soros, che piazzò gli uffici del suo leggendario Quantum Fund presso le Antille Olandesi. Per evitare qualsivoglia intromissione da parte dell’FBI, il Quantum Fund mai e poi mai assunse personale con cittadinanza americana. Soros quindi operò legibus solutus da un paradiso fiscale totale, dove poteva schermare con tranquillità l’origine dei fondi che raccoglieva. Oltre alla presenza dei Rothschild, non sono pochi coloro che pensano che tra i sottoscrittori del fondo vi fossero con probabilità i cartelli della droga dei vicini paesi sudamericani (cfr. l’articolo di EFFEDIEFFE «Narcos-Soros»). La cosa non deve stupire: anche il grande fondo Bain Capital, guidato ai suoi albori dal candidato presidenziale mormone Mitt Romney, pare abbia di capitali parimenti provenienti dalla galassia della coca di Colombia, Bolivia e compagnia.
Rossa marmellata toscana
I giornali riportano che da quando è considerato intimo del premier i sottoscrittori del fondo sono aumentati.
Facile intuire che sia perché questo stancante lavoro di advisor – che per l’ufficialità risulta gratuito, ça va sans dire – in qualche modo è ripagato dal fortunato leader fiorentino.
Le mani di Serra sono ben sporche di marmellata toscana. Sporchissime, in realtà: e della confettura più rossa che c’è – il Monte dei Paschi di Siena, un crack da miliardi (subito riforniti, via IMU, dal suo ex-preside Monti divenuto premier) che tra i misteri conta pure un morto, in teoria suicida.
Serra, scriveva il sito comunista fiorentino Senzasoste, è «l’uomo che ha guadagnato (come da posizione ribassista rilevata dalla CONSOB) dal crollo è anche il grande sponsor di Renzi. Presidente del consiglio che si è badato bene dal rilasciare dichiarazioni in grado di alzare il titolo MPS. E anche di investire pubblicamente, con qualche richiesta di informativa resa pubblica, proprio la CONSOB del problema del titolo MPS. A fare da complice alla coppia Serra-Renzi il comune amico Lorenzo Bini Smaghi, banchiere fiorentino già membro del board della BCE, che va a giro per i talk-show a dichiarare, per depistare sulle emergenze nazionali, che non sono le banche il vero problema per l’Italia. Di sicuro le banche non sono un problema per i tre amici che, dalla crisi del sistema bancario nazionale, ci guadagnano e non poco sia pure a diverso titolo». Bini Smaghi, assieme a Serra, è fotografato raggiante lo scorso settembre – grazie, Dagospia – al matrimonio di Marco Carrai, il Gianni Letta di Renzi. Vicino a CL, ex Forza Italia, immanicato negli affari toscani prima e ora internazionali come pochi altri coetanei, Carrai è il vero tramite tra Renzi e il potentato che – disse rabbioso il cassiere PD dalemiano Ugo Sposetti – sostiene davvero l’attuale premier: «Israele e la destra americana». Due realtà incarnate da un’unica figura, quella di Michael Ledeen, che Carrai frequenta, e che fu perfino messo – lui, accusato di ogni sorta di nefandezza terroristica da generali dei servizi – tra i consigliori diplomatici del governo Renzi. Ledeen, per chiudere questa foto di gruppo, era anch’egli al matriomonio di Carrai con Bini Smaghi, Renzi e Serra.
«Insomma che cosa è Palazzo Chigi oggi? – si chiedono sconsolati i nostalgici marxisti fiorentini – E’ il più gigantesco covo di insider trading del paese. Un covo dove si detengono informazioni riservate, ad esempio, su MPS e, guarda te il caso, dove gli amici del presidente del consiglio su MPS finiscono per guadagnarci. Una volta poi smantellato il sistema locale del credito in Toscana poi qualcuno paghera’: contribuenti e rispamiatori ad esempio».
Qualcuno pagherà, il popolo. Qualcuno incasserà, gli amici di Renzi.
Dietro al lavoretto governativo sulle Popolari, e allo strano balzo di valore della Banca Etruria.
La puzza della manovra è fortissima. Serra emana senza pudore.
Il raider genovese si presenta alla CONSOB in stampelle – un brutto incidente sciistico, dove ha casa, e non solo – per discolparsi: «Serra, che attraverso il fondo Algebris era uscito allo scoperto dichiarando di aver operato sulle popolari, ma prima che venisse annunciato il decreto, nelle scorse settimane si è anche fatto avanti con una proposta per la Popolare dell’Etruria, finita nel mirino sia per il maxirialzo di Borsa sia perchè il vicepresidente è Pierluigi Boschi, il padre del ministro delle Riforme, Maria Elena».
Insomma, nelle strani gonfiori intorno alla Banca che foraggia la famiglia della popputa quanto vacua ministra, c’è Algebris. Insider Trading di stato.
Solo pochi giorni prima, il nome di Serra spuntava nella lista Falciani: anche lui tra i 7.500 correntisti ginevrini della HSBC, la banca inglese che nell’Ottocento lucrava sull’oppio cinese e ora implicata nel riciclaggio dei narco-cartelli messicani.
L’Italia premia i devastatori della sua economia
George Soros nel 1992 demolì la lira con una macchinazione monetaria transnazionale che passò alla storia della mega-pirateria finaziaria.
Ne ottenne, come rammentato più volte in questo sito, non solo un lauto compenso, ma anche gli onori da parte della politica: mentre in Indonesia lo squalo ungherese è condannato a morte in contumacia per speculazioni sulla rupia, Romano Prodi nel 1997 gli procurerà una laurea honoris causa nella sua Bologna. Un discreto nugolo di figure italiche implicate nella catastrofe finanziaria progettata da Soros faranno una carriera clamorosa: Prodi diventa Primo Ministro, Ciampi Presidente della Repubblica, Draghi assurge ai vertici della BCE.
Parallelamente, non possiamo dire che – nonostante le resistenze ostinate della povera sinistra PD – la politica e lo Stato italiano in generale stiano ponendo grosse barriere alla penetrazione del renziano allievo di Soros.
Così lo scorso maggio Serra viene fatto «Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana». La massima onoreficenza che può distribuire il Presidente della Repubblica. È la prima volta che viene data ad un italiano che vive e lavora all’estero.
Serra invia agli amici una email emozionata, con tanto di link alla pagina di wikipedia che riporta il titolo ottenuto (non sapeva neanche cosa fosse, prima). Si rivela entusiasta, ma l’acredine al personaggio non manca mai: «Volevo condividerlo con voi, i miei amici di Londra più stretti che sanno del mio impegno per l’Italia da Londra, i miei colleghi e i miei parenti che spesso non capiscono perché mi presto a insulti dai media (corrotti) italianiper il mio impegno civile.»
A premiarlo è Mattarella (il Capo di Stato con il carisma di un frigorifero), tuttavia si tratta di una sorta di «commendatore dell’oblò». L’ordine è infatti firmato, ben cinque mesi prima, dal Presidente Napolitano.
Esattamente lo stesso Napolitano che pochi giorni fa è stato premiato a Berlino dalla Henry Kissinger Academy, creatura del decano del mondialismo più assassino, che lo chiamava «il mio comunista preferito».
Che volete farci, è un mondo impazzito: l’ultimo gesto di un presidente che inneggiava ai carri sovietici di Budapest, è premiare un vampiro della più forsennata speculazione capitalista.
Il suo maestro Soros, che da Budapest era scappato, l’anno passato è divenuto socio della Coop. Serra, ai tempi dei guai di Ligresti, faceva un tifo sfrenato per l’acquisizione di Fonsai da parte di UNIPOL, il gruppo assicurativo del fu Partito Comunista Italiano.
Deve essere la fase terminale e umoristica della social-democrazia, dissolte beotamente nel gioco distruttore del grande capitale internazionale, inghiottita da ladri devastatori a cui si è prostituita per due Leopolde. La fase Parvus, dal nome del dissoluto finanziere che preparò, tra orge e affari, la Rivoluzione Russa: e proprio Parvus, ironia, è il nome di un hedge fund civetta partecipato anche da Serra.
Anche queste sono storie degne del deserto politico ed ideale che stiamo attraversando.
Tra pupazzi e vermi di ogni sorta, parassiti e profittatori si fanno largo con prepotenza, e con sempre meno pudore.
A spese di tutti noi.
NOTE
(1) Nel 2007, dopo aver tentato con boria mai vista una scalata contro la Generali del gerontocratico Antoine Bernheim (quello il cui figlio, pure banchiere, scrive saggi sul cannibalismo), Serra e il suo socio Halet guidano un tentativo capovolgere ABN AMRO attaccando il presidente Rijkman Groenink . Lo fanno assieme al fondo The Children’s Fund (TCI) di Chris Hohn, figlio di un metalmeccanico giamaicano che dice di regalare il 90% dei guadagni alle organizzazioni di charity.
Continua il Corriere: «Non è comunque un mistero, se ne trova traccia nei rari documenti ufficiali disponibili, che il TCI di Hohn sia anche il perno di un incrocio azionario con altri hedge fund. Come Parvus, creato dall’ ex Merrill Lynch Edoardo Mercadante, di cui possiede il 18%, il KDA Capital dell’ ex Fidelity David Baverez e, appunto, l’ Algebris di Serra. Negli ultimi due risulta presente con l’ 1% dei diritti di voto». La scalata venne poi portata da Royal Bank of Scotland, Santander e la seconda banca del Benelux Fortis.
Parvus – nome dell’indimenticato Izrail Lazervich Helfland, ricco rivoluzionario socialista odessita che lavorava con la Nestle e indulgeva in orge sfrenate mentre progettava l’appoggio tedesco a Lenin – è certamente un bel nome per un consorzio della crapula mondialista.
Roberto Dal Bosco
Articolo precedentemente pubblicato da EFFEDIEFFE.COM
Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)
Economia
Anche la Bolivia inizia a commerciare in yuan, allontanandosi dal dollaro
In una conferenza stampa del 27 luglio, il ministro delle Finanze boliviano Marcelo Montenegro ha riferito che il suo governo ha iniziato a utilizzare lo yuan negli accordi commerciali e che una filiale di una banca cinese non ancora identificata aprirà nel paese per facilitare questo processo.
Per ora, le transazioni in yuan vengono effettuate elettronicamente attraverso il Banco Union gestito dallo Stato.
La Bolivia è il terzo Paese sudamericano ad adottare lo yuan per l’insediamento nel commercio, dopo Brasile e Argentina.
Montenegro ha spiegato che il governo ha fatto ricorso all’uso dello yuan per affrontare una significativa carenza di dollari iniziata lo scorso febbraio, causata in parte dai maggiori costi che ha dovuto pagare per le importazioni di gasolio, benzina e alcuni generi alimentari.
Il ministro delle finanze ha riferito che da marzo, le transazioni in yuan relative al commercio con la Cina ammontavano a circa 40,2 milioni di dollari (278,8 milioni di yuan), ovvero il 10% del commercio estero della Bolivia per quel periodo, secondo la testata economica argentina Ambito Financiero del 27 luglio.
Il Montenegro ha dichiarato che «questa è ancora una piccola quantità, ma aumenterà nel tempo».
La Bolivia esporta in gran parte minerali come argento, zinco e piombo, così come carne bovina in Cina, e importa automobili, pneumatici e beni strumentali, tra gli altri prodotti.
In un incontro del 20 luglio con l’ambasciatore cinese in Bolivia Huang Yazhong, riportato dal quotidiano del Partito Comunista Cinese in lingua inglese Global Times, Edwin Rojas Ulo, governatore della Banca Centrale della Bolivia, ha sottolineato che il settore finanziario è parte integrante della collaborazione Cina-Bolivia nella promozione della Belt and Road Initiative. Rojas ha sottolineato che la Banca Centrale continuerà a cooperare con le istituzioni finanziarie cinesi «per favorire uno sviluppo sano» nel commercio e negli investimenti bilaterali.
Lo yuan è ora utilizzato dall’India per pagare il petrolio russo. Lo stesso dicasi per il Pakistan.
L’Iraq ha fatto sapere che userà lo yuan, mollando il dollaro, negli scambi con Pechino, e così anche la Birmania. Il RMB ha ora superato il dollaro come valuta più utilizzata nelle transazioni transfrontaliere cinesi.
Tre mesi fa era emerso che lo yuan in Russia aveva sostituito il dollaro come principale valuta estera. Importante ricordare anche le 65 mila tonnellate di gas liquido acquistate dalla Francia a Pechino pagando sempre in yuan: forse l’atto più esplicativo della situazione dopo la dichiarazione saudita di farsi pagare in danaro cinese il petrolio.
Il Brasile nel 2021 aveva incrementato le sue riserve in valuta cinese; Israele nel 2022 ha aumentato la sua riserva di yuan. Qualcuno ritiene che da un anno è di fatto iniziato un passaggio allo yuan delle Banche Centrali.
Come riportato da Renovatio 21, anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha suggerito di incorporare lo yuan cinese come forma di valuta accettabile per i Paesi membri da utilizzare per adempiere ai propri obblighi finanziari nei confronti del FMI.
La dedollarizzazione prosegue, in ogni angolo della Terra. Impossibile, a questo punto non chiedersi: che sia, anche questa, una catastrofe programmata, uno shock mondiale che hanno progettato da lungo tempo?
Immagine di EEJCC via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
Economia
I prezzi alla produzione mostrano gli effetti della deindustrializzazione dell’Europa
Da giugno 2022 a giugno 2023, i prezzi alla produzione dei beni, venduti a società e agenzie che producono beni di consumo e servizi, o ad altre aziende che producono altri beni di produzione, sono diminuiti o sono rimasti invariati nelle maggiori economie del mondo, ad eccezione di quella del Giappone.
La Germania, costrettasi alla politica di guerra in una deindustrializzazione in accelerazione forsennata, è il capofila di tale disastro economico: i prezzi dei beni alla produzione dell’industria tedesca a giugno sono scesi di un notevole 14% da settembre 2022.
I prezzi alla produzione dell’industria italiana sono scesi del 13% a giugno rispetto a dicembre 2022, mentre quelli del Regno Unito, in calo del 2,7% su base annua a giugno. Quelli dell’industria francese sono rimasti invariati per l’anno a giugno, ma in calo ogni mese da ottobre 2022.
I prezzi alla produzione negli Stati Uniti a giugno sono stati sostanzialmente stabili per l’anno (+0,24%), così come quelli della Corea del Sud.
I prezzi alla produzione dell’industria brasiliana sono diminuiti del 9,5% su base annua a giugno; quelli dell’India, in calo del 4% per l’anno fino a giugno; e quelli della Cina, in calo del 10,8% nell’anno.
Questi numeri di deflazione di prezzi alla produzione – che si possono trovare su Bloomberg, TradingEconomics.com e Moody’s Analytics –e mostrano senza dubbio la contrazione della domanda industriale in tutto il mondo, e specialmente in Europa, nonostante l’enorme e rapido aumento del budget della difesa degli Stati Uniti e i grandi aumenti della spesa bellica in tutta Europa.
«Questa deflazione dei prezzi alla produzione alimenterà i prezzi dei beni di consumo e i prezzi dei servizi nei settori della logistica commerciale, dello stoccaggio, dei trasporti» scrive EIRN. «La contrazione della domanda nelle economie europee in contrazione esporterà la deflazione sia in Cina che negli Stati Uniti».
La deflazione porterà la minaccia di un calo degli investimenti delle imprese, dell’occupazione e dei salari. Ulteriori strette creditizie e l’aggravarsi di politiche di austerità potrebbero trasformare l’economia europea in un malato terminale, non più guaribile.
Come riportato da Renovatio 21, interi settori dell’industria europea, come in Germania l’automotive e la chimica, sono in grave difficoltà, mentre le Banche Centrali, più che ad una soluzione del problema, paiono spingere solo verso l’introduzione delle CBDC, ossia delle valute digitali di Stato.
Il piano di anni di deindustrializzazione, forse, era proprio quello: distruggere le capacità produttive per poi sottomettere più facilmente la popolazione, controllata in ogni suo istante di esistenza grazia al danaro programmabile – che avremo a breve sotto forma di euro digitale.
Il piano, visto oggi, non sembra nemmeno così complesso. E, a meno che non succede qualcosa che inverta con decisione tale programma distopico, arriverà a compimento.
Economia
Putin firma per il rublo digitale
Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che introdurrà una valuta digitale della banca centrale (CBDC) nell’economia russa.
Secondo l’agenzia di stampa statale russa TASS, il rublo digitale «sarà emesso insieme alle forme di denaro esistenti» dalla Banca di Russia, la banca centrale del Paese.
«Sarà possibile effettuare transazioni con il nuovo formato monetario utilizzando la piattaforma del rublo digitale, uno speciale sistema informativo», riferisce TASS.
Secondo il disegno di legge, il rublo digitale può essere utilizzato solo «come mezzo per pagamenti e bonifici» e «non prevede la possibilità di aprire un conto bancario utilizzando rubli digitali o di ottenere un prestito in rubli digitali».
L’idea di una CBDC russa è stata lanciata per diversi anni. Nel 2020, la Banca di Russia ha pubblicato il suo primo rapporto ufficiale sul rublo digitale.
Poco prima dell’inizio della guerra Russia-Ucraina nel febbraio 2022, il rublo digitale ha iniziato la sua fase pilota, con diverse banche russe che hanno preso parte al test.
Poiché gli Stati Uniti e l’Europa hanno ora imposto pesanti sanzioni alla Russia, il rublo digitale potrebbe essere un modo per mitigare le restrizioni finanziarie che l’Occidente ha imposto al Paese. Nell’ottobre 2020, un portavoce della Banca di Russia aveva già parlato del potenziale di una CBDC per mitigare le sanzioni estere e ridurre la dipendenza della Russia dal dollaro USA.
Sebbene il disegno di legge dia alla Banca centrale russa la possibilità di iniziare a testare la sua CBDC il 1° agosto, l’adozione di massa del rublo digitale può essere prevista solo tra il 2025 e il 2027, ha affermato il vicepresidente della Banca di Russia.
Secondo Anatoly Asakov, membro del Consiglio bancario nazionale della Banca di Russia, il rublo digitale sarà programmabile in modo da limitare il modo in cui i cittadini possono spendere la CBDC.
Il capo della Banca di Russia, Elvira Nabiullina, ha affermato che nessuno «costringerà nessuno a entrare nel rublo digitale» e che il suo utilizzo sarà «assolutamente volontario, (…) ci aspettiamo davvero che sarà più conveniente, più economico sia per le persone che per le imprese, e inizieranno a usarlo (…) Questa è una nuova opportunità».
Durante la pandemia la Russia aveva provato ad introdurre un sistema basato su codice QR per regolare l’accesso degli spazi alle persone immunizzate, tuttavia il sistema pare sia stato bellamente ignorato dalla popolazione. Di fatto, è possibile dire che in Russia, nonostante questo tentativo, non è stato implementato alcun obbligo vaccinale.
Un vecchio proverbio sovietico dice che «l’asprezza delle leggi russe è mitigata dal fatto che non è necessario osservarle».
I progetti di valuta elettronica di Stato sono ovunque, dall’Australia all’Ucraina, dallo Sri Lanka alla Svizzera. Essi portano il danaro a divenire software, divenire danaro programmabile, in grado di guidare e inibire le scelte del cittadino.
Poche settimane fa il capo del Fondo Monetario Kristalina Georgieva ha annunciato che l’organismo internazionale «sta lavorando sodo su una moneta digitale globale», cioè una CBDC mondialista.
Anche BRICS, Banca Mondiale si muovono verso CBDC transnazionali.
Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)








