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I 50 anni de «Il Padrino». Renovatio 21 recensisce la serie «The Offer»
Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso su Mondoserie.
Nel cinquantenario de Il padrino (di cui abbiamo scritto qui e parlato qui nel podcast) una serie, The Offer, parla delle incredibili vicende – umane, artistiche, economiche, politiche – dietro al capolavoro di Francis Ford Coppola.
La produce la Paramount, vetusta major hollywoodiana. Che così, in una spinta metacinematografica (meta-seriale) inusitata, produce contenuti per il lancio della sua nuova piattaforma di Streaming – Paramount+ – con un racconto di onestà encomiabile. L’azienda non nasconda di essere stata sull’orlo del baratro, ma ciò è funzionale all’apoteosi finale. Quella che vide The Godfather diventare, per qualche anno, il film di maggior incasso della Storia.
Per chi scrive, vi avvertiamo, questa è la serie dell’anno. Che abbiamo visto in anteprima per voi: in Italia dovrebbe arrivare in autunno, con il lancio anche qui della piattaforma Paramount+.
Un po’ di contesto storico-cinematografico
Hollywood, alla fine degli anni Sessanta, era in crisi. La formula dei kolossal, come quella dei filmetti leggeri di tutte le specie, aveva stancato il pubblico, con i gusti giovanili che si allontanavano con decisione dal mainstream a causa del successo della cosiddetta controcultura.
A salvare Hollywood fu una generazione di nuovi cineasti, i cosiddetti movie-brats (i ragazzacci del cinema), che cambiarono il modo di fare contenuti cinematografici in ogni genere possibile. Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, John Milius, Paul Schrader, William Friedkin, George Lucas – e ovviamente il maggiore del gruppo, quello che aveva già vinto un Oscar (con il film Patton), Francis Ford Coppola.
Controintuitivamente, nella serie il Coppola – interpretato piuttosto bene da Dan Fogler – non è il personaggio principale. Il protagonista è l’uomo dietro alle quinte, che lontano dai riflettori ha reso possibile il capolavoro, dall’assicurarsi i talenti (così chiamano gli attori a Hollywood) al fare veri e propri accordi con la mafia: il produttore Albert S. Ruddy.
La Paramount era di proprietà della Gulf & Western, un conglomerato che risultava tra le prime 100 società degli USA. E che si occupava, tra le altre cose, delle piantagioni di zucchero a Puerto Rico, di industria di tabacchi nonché di minieri di zinco. La storia di The Offer è anche la storia di come l’azienda sia riuscita a salvare se stessa nonostante disastri e scandali di ogni sorta.
Si tratta di pezzi di storia – diciamo pure, storia dell’economia del cinema – da non sottovalutare. La serie mostra che l’idea del block booking (un sistema di vendita alle sale di più film come singole unità, così da intasare il canale con quello che vuole la major), ad esempio, fu inventata proprio da un manager della Gulf & Western, stimolato dal capo della Paramount: l’indimenticato Robert Evans.
Successo e difficoltà
Evans è l’uomo cui dobbiamo, oltre a Il padrino, Chinatown, Cotton Club, Il maratoneta, Urban Cowboy e tanti altri filmoni ricoperti di premi e di storia del cinema.
La Paramount veniva da un successo clamoroso, Love Story. Dove Evans, la quintessenza del produttore hollywoodiano, aveva piazzato la sua giovanissima moglie dell’epoca, Ali McGraw. Nonostante il film raggiunga incassi astronomici, la situazione della Paramount traballa. Come, parallelamente la love story tra l’ineffabile produttore geniale e cocainomane e la sua invidiatissima moglie. Che finirà tra le braccia di Steve McQueen ma realizzerà il sogno di Evans di arrivare alla prima de Il Padrino tenendo il braccio da una parte la McGraw e dall’altra Henry Kissinger («i russi possono aspettare…»).
Il padrino era l’all in di Evans e della major, che avevano per forza bisogno di un altro grande successo per rimanere a galla. Colpisce come tutto il retrobottega della Mecca del cinema dell’epoca – che in The Offer è riprodotto con perizia antropologica e scenografica di livello altissimo – fosse sinceramente interessato alla questione «artistica» del film. Riponendo fiducia nelle scelte estetiche dei registi e nelle performance degli attori di talento. Non sappiamo se oggi, tra algoritmi, ricerche marketing, social media e influencer, il cinema si faccia ancora così.
La scelta di Evans di affidare tutto ad uno sconosciuto, un tizio che faceva il programmatore di computer per la Rand Corporation (il grande think tank che analizza e forse decide le guerre degli USA), si rivela un’altra di quelle intuizioni umane che, a guardarle, ora ci sembrano impossibili in un mondo dominato dalle statistiche, dai curriculum, dall’Intelligenza Artificiale che corre tra Linkedin e i programmi di gestione economica delle aziende.
Ruddy e Puzo
Al Ruddy – l’effettivo produttore incaricato di portare a casa Il padrino, sul cui libro di memorie è costruita la serie (di fatto è produttore anche qui…) – è un personaggione mica male. Abbandona i segreti militari per la TV. Dove crea la serie Gli eroi di Hogan (la serie vista anche nelle reti Fininvest negli anni Ottanta, cui dicono Silvio Berlusconi si riferisse quando a Bruxelles diede del kapò al socialdemocratico tedesco Martin Schulz) grazie ad un pitch spettacolare.
La TV non gli basta, perché – come vediamo in una scena esplicativa – egli comprende la superiorità del film visto in sala come comunicazione che unisce ritualmente la collettività.
Il suo primo film, con Robert Redford, va così così. Evans lo mette sul Padrino sin dal principio. È lui che vola a Nuova York per la firma del contratto dell’autore del romanzo Mario Puzo, del quale, nei dieci episodi, viene raccontata lateralmente la parabola artistica. Puzo si mise a scrivere di mafia, senza saperne nulla, perché la sua carriera di scrittore era praticamente fallita, e aveva debiti di giuoco con dei tipacci (epperò meno problematici del suo diabete).
Dopo essere stato definito «traditore» dall’intera comunità italoamericana, il successo del film di Coppola – un successo permesso dal patto tra Ruddy e un boss della mafia della Grande Mela – lo porta alle stelle. «Mi hanno dato un milione di dollari per il trattamento di una pagina di Superman» lo si vede dire alla première, «volevano scritto “dall’autore de Il Padrino».
Risolto il lato artistico – con Coppola e Puzo che lavorano assieme alla sceneggiatura chiusi da Ruddy in una villa che comincia a puzzare – il problema con la produzione del film diventa essenzialmente di tipo politico. E criminale.
Un pezzo di storia della mafia
È stato giudicato non vero il passaggio della serie in cui Ruddy e la sua segretaria Betty McCartt (interpretata da Juno Temple, la figlia di Julian Temple) subiscono un attentato da Mickey Cohen, famigerato mafioso ebreo della Los Angeles dell’epoca. Cohen agisce in realtà per conto della mafia di Nuova York. Che in nessun modo vuole che esca un film che la riguarda in dettaglio.
I vecchi gangster-movie, con per lo più attori protagonisti ebrei, non preoccupano quanto questo romanzo di successo. Pieno di dettagli non divulgabili al pubblico dei cinema.
La mafia, racconta The Offer, continuerà la campagna di pressione per impedire che si giri il film, facendo trovare un topo morto nella suite dell’albergo di Evans (anche questa, scena contestata dai mafiologi di YouTube come Robert Franzese). Dietro a tutto questo, sembra significare con forza la serie, c’è Frank Sinatra. Il quale è qui dipinto con grande libertà come un uomo totalmente connivente con i boss. Noi aspettiamo il momento quando, con la stessa libertà, mostreranno che era uomo del possibile collegamento tra i Kennedy e la mafia, e di chissà cos’altro.
Perfino i politici italoamericani di Nuova York, che pare di capire hanno i loro rapporti oscuri con Cosa Nostra, si oppongono apertamente al film.
Qui Ruddy risolve tutto, affrontando, tremante, il boss incaricato di distruggere la produzione del padrino, Joe Colombo (interpretato da un sudaticcio, gonfio Giovanni Ribisi), tirandolo dalla propria parte, con la promessa che dal film sarebbe stata espunta la parola «mafia», che peraltro compariva una sola volta nel copione originale.
Le feroci guerre delle famiglie newyorchesi
Di qui parte l’integrazione, rappresentata in The Offer in termini piuttosto bonari, della mafia nell’economia realizzativa del film. Al punto che uno dei bodyguard di Colombo, Lenny Montana (interpretato dal grande fenomeno del culturismo Lou Ferrigno, indimenticato Incredibile Hulko della serie antica) diverrà attore con il ruolo di Luca Brasi.
Tra Ruddy e il boss Colombo – a capo della famiglia Colombo, ex Profaci – si apre un’amicizia nemmeno scalfita dal coma. Colombo infatti subirà un attentato devastante, secondo la vulgata maggioritaria orchestrato dal mafioso Crazy Joe Gallo, che verrà di conseguenza punito. Una scena vista, con sicari diversi, anche in The Irishman.
La serie ha il pregio di farci vedere piuttosto bene la dimensione storica in cui si sviluppò l’attentato, con Colombo che aveva iniziato un grande movimento chiamato Italian-American Civil Rights League. Tale esposizione – Colombo è ucciso sul palco di uno dei suoi comizi affollatissimi – non piaceva ai membri delle altre famiglie del crimine.
Non è sbagliato pensare che lo squilibrio portato da Gallo – esecutore della decisione di eliminare Colombo da parte degli altri boss – abbia portato a quella situazione di sospetto e instabilità che degenerò nella guerra di mafia negli anni Ottanta.
Si tratta di una dinamica di equilibrio criminale perduto che possiamo dire contenuta, se non preconizzata, proprio ne Il padrino.
Personaggi eccezionali
Bisogna dire che si guarda Matthew Goode (che avete visto nel film di Watchmen, in Match Point di Woody Allen, o negli spot dei Ferrero Rocher) con estrema voluttà. Vederlo incedere con passo felpato e occhiale da sole nei party a bordo piscina come nel bar dello Chateau Marmont (l’hotel dei divi) è fantastico.
La frase «let’s fuck this city in half», rende bene l’idea degli ardori di Evans, il cui vizio nasale non è nascosto dalla serie. Anche se (come per il crimine organizzato…) non se ne fa un dramma. Il suo monologo sulla necessità del cinema nella vita della società della Nazione è da applausi.
Evans, belloccio e lucidissimo, è un personaggio a cui si sono ispirati tutti: con la sua sicurezza di sé (relativa, come si vede qui) e i suoi modi precisi e persuasivi. Da Dustin Hoffman in Wag the Dog al Saul Goodman di Breaking Bad.
Miles Teller, protagonista di The Offer nel ruolo di Ruddy, rimane un grande mistero. Il suo volto inespressivo – forse per via, oltre che dell’occhietto fessurato, di ferite le cui cicatrici sono ancora ben visibili – non promette mai nulla di buono. E invece gliela fa sempre. Non c’è una performance di Teller (che, va detto, si fa trovare sempre in opere di spessore) che riusciamo a scartare. Non in Whiplash, non in Too Old to Die Young, nemmeno in War Dogs. Nel ruolo di Ruddy, macinatore di difficoltà produttive e personali, è perfetto.
Vogliamo ricordare qui come la serie mostri anche sua moglie, Francoise Glazer.
Padrona, grazie ad un divorzio precedente (beccò il marito con Tura Satana, popputissima attrice nippoamericana di Russ Meyer), proprio dello Chateau Marmont dove incontrerà Ruddy. Anche questa, figura fuori dagli schemi: parigina sopravvissuta all’Olocausto, separatasi dal marito produttore, diverrà Ma Prem Hasya, una dei capi del movimento di Osho visibile nella serie documentaria Wild Wild Country.
In The Offer, la Glazer-Ruddy è interpretata con eleganza e beltà consistenti dalla cantante ed attrice francese Nora Arnezeder.
Perché The Offer è la serie dell’anno
Questa per chi scrive è la serie dell’anno. Affermazione impegnativa. Ma che mi sento di fare, e provare a spiegare.
Questa serie non assomiglia a quelle che vediamo ora. Non c’è sofisticazione nella trama, né nelle immagini, negli effetti visivi, etc. Detta in maniera semplice, non c’è lavoro per il cervello guardando questa serie. Abbiamo scoperto che questa è una feature potentissima, rarissima: il nostro cerebro, sfinito da ore di lavoro ed esistenze quotidiane assortite, ringrazia.
Sappiamo già come andrà a finire: con un successo senza precedenti. I personaggi sono abbastanza monodimensionali, come in quei filmetti anni Sessanta che alla fine proprio Il Padrino contribuì a spazzare via.
Attenzione: non stiamo dicendo che si tratta di un contenuto piatto, stupido. Al contrario: abbiamo dimostrato quale profondità storica e microstorica esso sottenda. La facilità con cui si consumano gli episodi è piuttosto dovuta ad un’altra cosa: una regolarità assoluta di tutto l’impianto.
In The Offer uomini sono uomini. In quegli anni, facevano cose, risolvevano problemi, passavano meno tempo possibile dentro ai loro dolori (che pure, c’erano). Perché assorbiti in un disegno più grande.
In The Offer, gli italiani sono italiani. Gli ebrei sono ebrei. I mafiosi sono mafiosi. I cinematografari sono i cinematografari (e tutti gli altri sono «civili», come dice in una tirata notevole la direttrice casting). La storia è una storia, che va raccontata, tutta dritta, tutta di fila. Senza buchi neri narrativi e artifici da spacciatori di dopamina (i cliffhanger, che magari pure ci sono, non danno effetti disforici).
Credetemi, realizzare questa cosa, nell’Anno del Signore MMXII, ha qualcosa di straniante, ma che ha reso la serie l’opera che con più gusto ho veduto nel 2022, e forse nel 2021.
Abbiamo scoperto che, arrivati dove siamo, questa sorta di «regressione» intellettuale – pure nel mantenimento di un alto livello cine-estetico – ci dà tanta lietitudine, tanta. Fino alle capriole ad ogni episodio. Sì, è possibile fare intrattenimento senza stressare lo spettatore, consegnando visioni eccezionali.
Perché è eccezionale vedere le cose che faceva – e non faceva – Marlon Brando. È eccezionale vedere il disprezzo iniziale che gli studios avevano per Al Pacino. Che a teatro, però, esaltava chiunque. È sempre bello vedere qualche mafioso non capire nulla ma poi picchiare come un fabbro gente a caso. O premere grilletti con allegria contagiosa. Tutto questo secondo verità, e senza i carichi mentali che gli sceneggiatori di oggi mettono in ogni secondo filmato.
Ebbasta. Lasciateci vivere, mostrateci piuttosto le grandezze di cui erano capaci gli uomini (assai meno chiusi nella loro mente) del passato recente.
Ecco, questa sarebbe un’offerta che non potremmo rifiutare.
Giudizio: limpido, lineare, irresistibile. Rilassante.
Articolo previamente apparso su Mondoserie.it
Immagine di alexcherrypicks via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
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Deputata russa chiede il bando delle Barbie
Un membro della Duma di Stato russa, Maria Butina, ha chiesto la rimozione delle bambole Barbie dal mercato russo, sostenendo che il loro produttore Mattel stava promuovendo un «agenda LGBT» invece dei valori della famiglia.
La Butina sostiene che il film Barbie recentemente pubblicato funge da «pubblicità per il Partito Democratico [USA] e il suo programma», riporta RT.
«Cosa vediamo? Gay, trans e donne che hanno conquistato il mondo. Non c’è niente sull’unione tra un uomo e una donna, niente sull’amore», Butina, un membro della Camera bassa del Parlamento russo, è stata condannata dagli Stati Uniti per essere un agente straniero e imprigionato per 18 mesi, un’affermazione che nega, ha detto sabato a Duma TV.
La giovane deputata ha sostenuto che la Russia dovrebbe promuovere marchi di bambole nazionali che si adattano meglio ai valori della società.
La Russia ha inizialmente vietato la «propaganda LGBTQ» rivolta ai minori nel 2013. Le restrizioni sono state ulteriormente inasprite lo scorso dicembre, quando la promozione di «rapporti sessuali non tradizionali» e il transgenderismo sono stati completamente banditi.
A luglio, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un disegno di legge che limita rigorosamente l’accesso alla chirurgia di riassegnazione sessuale e la possibilità di cambiare legalmente il proprio sesso.
Come riportato da Renovatio 21, la propaganda LGBT va verso il bando totale in Russia.
Il film di Barbie, con Margot Robbie e Ryan Gosling, è uscito nelle sale il 21 luglio 2023 ed è diventato un successo al botteghino. Il film, tuttavia, non viene proiettato in Russia a causa dell’attuale boicottaggio del Paese da parte della Warner Bros. a seguito del suo conflitto militare con l’Ucraina.
Il film presenta la Barbie come una figura femminista messianica che salva il mondo dai suoi stereotipi cattivi, dotando alla fine il suo Paese d’origine, Barbieland, di una Costituzione che impedisca l’avvento della società patriarcale, che nel frattempo ha tentato pericolosamente il Ken.
La pellicola si conclude con la prima visita di Barbie, divenuta umana, dal ginecologo. Poteva andare peggio: potevano infliggerci direttamente la sua prima interruzione di gravidanza.
L’attuale dell’aumento attenzione dovuta alla produzione hollywoodiana non ha tuttavia gettato luce sui possibili rapporti tra Barbie e l’omonimo Klaus Barbie (1913-1991), gerarca nazista conosciuto come «il boia di Lione» finito nel dopoguerra a lavorare per i servizi americani e boliviani.
Un film del 2001, Rat Race, notava l’omonimia mettendo in scena un vero e proprio «Museo Barbie».
Immagine di Pavel Starikov via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
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Anche i nerd vanno in guerra: trovata brigata russa di appassionati di cartoni giapponesi
Un’unità militare russa si è trovata sotto i riflettori dei media, dopo che i video umoristici dei soldati che riprendono un veicolo Bradley (veicolo di fabbricazione statunitense donato all’esercito ucraino) sono diventati virali.
Più che per il trofeo militare, ad attirare la loro attenzione sarebbe l’interesse segnalato dai soldati per gli anime, cioè per i cartoni giapponesi.
Una delle clip mostrava i militari dell’unità di Kerch in posa davanti a un pezzo apparentemente intatto di armi fabbricate negli Stati Uniti, ringraziando sarcasticamente il presidente ucraino Vladimir Zelensky per aver consegnato loro «questo bel veicolo». Un’altra clip mostrava uno di loro che faceva una smorfia alla telecamera, con il trofeo sullo sfondo, e diceva: «Ecco, gloria alla Russia!».
#Russian fighters captured an #American M2A2 Bradley ODS-SA combat vehicle in the Zaporozhye region. pic.twitter.com/tKy1vxtGav
— Rajendran (@Rajendr67215893) July 12, 2023
M2 #Bradley is captured by Russian volunteer anime lovers pic.twitter.com/98H6PXoU37
— WeAreRussiaNs (@WeWeWeRTwE) July 12, 2023
Il filmato è apparso all’inizio della settimana ed è stato ampiamente condiviso sui social network russi, prima di farsi strada sui media nazionali. Man mano che l’interesse cresceva, alcune testate russe hanno riferito che i combattenti – tutti volontari in servizio all’esercito russo – erano anche fan degli anime.
«Anime» è parola giapponese di tipo gairaigo, cioè un termine importato dall’estero e quindi nipponizzato: viene da animēshon, il giapponese per la parola inglese animation, animazione. In tutto il mondo, ora la parola anime sta indicare i cartoni giapponesi, che sono diffusi ed apprezzati dalla gioventù internazionale oramai da decenni.
Russian anime company on the Donbass front pic.twitter.com/il3HCosLG8
— senore_amore (@SenoreAmore) July 13, 2023
Le immagini pubbliche condivise sull’app di messaggistica Telegram da uno dei membri della squadra militare russa mostrano il vivo interesse per gli anime. In una foto, si può vedere un combattente di Kerch indossare un elmetto con l’immagine di una ragazza-volpe (in giapponese kitsune) disegnata con la lingua fuori e gli occhi incrociati, un’espressione facciale nota come «ahegao» che compare negli anime erotici, detti anche hentai (che significa «perverso»), o ecchi (parola che indica la lettera latina «H», quindi riferimento al lemma precedente). Gli hentai sono di fatto perversi assai, anzi aggiungono livelli di perversione non possibili alla pornografia fotografica.
#Russia ???????? / #Ukraine ????????
Kerch Detachment of the Russian Armed Forces going full anime mode pic.twitter.com/V6nfGH13fY
— Nexx_ (@_Nex3_) July 13, 2023
Un’altra immagine mostra l’uomo dietro il canale, che si chiama Lesiy, con una toppa sul giubbotto balistico raffigurante una ragazza anime armata con un colbacco.
Dopo l’improvvisa ascesa dell’unità alla fama su internet, Lesiy ha reagito con un post scherzoso che mostrava due ragazze anime in piedi accanto a un veicolo blindato, con la didascalia: «Sembra che abbiamo aperto il vaso di Pandora».
Il tema dell’anime fa parte di uno scherzo in corso per i soldati. Leshiy, il cui vero nome è Vladislav, ha descritto il servizio in prima linea dell’unità come la partecipazione a «un festival di anime» nel Donbass in uno dei suoi primi incarichi l’anno scorso.
Donbas anime! pic.twitter.com/rVAiF6qMZ3
— Korobochka (コロボ) ????????✝️???????? (@cirnosad) March 8, 2022
Ma almeno un membro dell’unità di Kerch è un vero appassionato. Un militare di 19 anni soprannominato Shmyga è stato menzionato l’anno scorso dal leader di un gruppo di fan di anime russo, coinvolto nel supporto alle truppe russe.
Secondo la testata russa Readovka, molto presente su Telegram, il soldato in questione «ama le ragazze degli anime» e porta con sé un dakimakura, un grande cuscino in stile giapponese raffigurante un personaggio degli anime.
Non è la prima volta che vediamo succedere questo crossover tra manga e conflitto russo ucraino.
Ancora nel 2014, al momento dell’annessione della Crimea, circolarono quantità di immagini del procuratore crimeano Natal’ja Poklonskaja – divenuta virale per la sua determinazione e la sua bellezza – disegnata con gli stilemi degli anime.
Natalia Poklonskaya (Наталья Поклонская) #flickr https://t.co/iKQgiydz4N
Natalia Poklonskaya (Наталья Поклонская): former Crimea's 'Gorgeous' Attorney General. https://t.co/n6gICylbsM
— Natalia Poklonskaya (@Poklonskayainfo) October 1, 2020
Non possiamo non ricordare anche come, sempre durante la guerra in Donbass di quasi dieci anni fa – sì, in Donbass già allora c’era una guerra – fu un canale di un fansubber (cioè persona che traduce e sottotitola serie e cartoni per la diffusione in rete) di cartoni giapponesi a far conoscere al mondo le vicende e i personaggi di quel conflitto, come per esempio le gesta del comandante Givi e del comandante Motorola – entrambi uccisi negli anni a seguire – i cui discorsi sotto le bombe venivano subbati (cioè sottotitolati) con stilemi e font tipici dei fansub degli anime.
Come dimenticare il comandante Givi che tira una boccata di sigaretta mentre arriva improvvisamente l’artiglieria ucraina e tutti i suoi uomini scappano? (Guardate anche, comunque, il lettering, la grafica dei sottotitoli)
E quindi, chi lo avrebbe mai detto: anche i nerd vanno in guerra?
La realtà semplice e tragica è che al fronte, ora, non ci sono i nerd, ci sono centinaia di migliaia di ragazzi, che la guerra rende uomini, ma restano ragazzi. Uomini veri, ragazzi veri, con le passioni che hanno tutti i loro coetanei in giro per il mondo.
Uomini veri, ragazzi veri – russi, ucraini – per la cui vita dobbiamo pregare.
Non ci è chiaro come siamo finiti ad accettare che una tale quantità di gioventù – con la sua leggerezza, con la sua bellezza, con la sua importanza fondamentale di generazione del presente e del futuro – fosse consegnata alla fornace della guerra.
Fermiamo l’inutile strage, subito! Facciamo vivere questi ragazzi!
Immagine da Telegram
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«Il passeggero» di Cormac McCarthy: «La bellezza fa promesse che non può mantenere»
La bruciante impressione che questo romanzo sia stato scritto proprio per noi non ci lascerà fino alla fine.
Se è vero che «la bellezza fa promesse che non può mantenere», solo pochi sanno cosa si provi quando ci si innamora di una ragazza troppo intelligente per noi: una sarcastica irriverente dal vestitino porpora o una brava stronzetta che ti cita Tommaso in latino. Forse è per questo che, a parte una scellerata scelta editoriale di non pubblicarne subito anche la seconda parte, l’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, Il passeggero, ha ricevuto recensioni contrastanti.
Certo, noi uomini di mezza età siamo avvantaggiati dalla consapevolezza che una dracma fa sempre cento leptoni e va bene così, però anche per noi è duro entrare nell’abisso del nichilismo sapendo di dover lasciare per strada qualcosa di infinitamente bello, come la giovinezza, le ragazze e le Papastratos.
È stato scritto di tutto su questa opera, dal capolavoro al trionfo del nichilismo, passando per un delirio incomprensibile di un pinguino con le verruche. La verità è che «i cani dell’inferno possono passare all’interno del vuoto di un cerchio»: in questo libro si trovano più pagine di letteratura che senso nella trama.
Tuttavia, un paio di cose sono assolutamente rilevanti: McCarthy rivoluziona il concetto di «frase minima». Ti conduce nel delirio del pantano nichilista su una canoa rosa, ma ti fornisce una pagaia inossidabile, perché «per il viaggiatore esperto la meta è al massimo un sentito dire», ma il viaggio s’ha da fare. Anche quando la città sembra più vecchia di Ninive o quando si cerca di orientarsi tenendo presente la piantina di Roma antica e non ci si raccapezza più nemmeno sul Palatino, perché a un tratto appare il teatro Marcello o ti esplode di scorcio la maestà del Colosseo e allora capisci «la bontà divina appare in posti strani».
Magari si sarebbe potuto evitare il dilungarsi tecnico su Oppenheimer o sul presidente Kennedy, per quanto in entrambi i casi sono certo abbia azzeccato, anzi, per quanto riguarda la balistica dell’omicidio JFK sono sicuro che dica la verità, ma cui prodest? E soprattutto: «com’è che le pecore non si ritirano sotto la pioggia?». Tutte le grandi domande della vita fanno sembrare stupidi se dette ad alta voce: «se la neve fosse nera, i ghiacciai esisterebbero lo stesso?» oppure «esiste una via dal tangibile al numerico che non sia ancora stata esplorata?».
Una buona metà della storia è costruita su deliri di un’amabile schizofrenia, per cui «ogni linea è una linea spezzata» e massime senza tempo, o che lo diventeranno. Come «non diventerai mai ricco vendendo il tuo tempo. Nemmeno facendo saldature subacquee» o «non tutto ciò che puzza è un ricordo» e «la paura non ti segue, ti aspetta al varco».
Questo libro è diverso dall’epopea della frontiera, è in qualche modo la summa di una vita, un’esperienza emotiva diversa dal solito.
Questo libro sembra scritto per noi che odiamo i ristoranti in cui «camerieri in livrea servono piatti di alta cucina a cafoni pieni di boria che hanno pensato di uscire a cena in tenuta da palestra se non addirittura in lingerie». Non abbiamo nulla contro l’alta cucina, né contro i cafoni, né tanto meno contro la lingerie: ma le tute proprio no.
Peggio della tuta quando non si pratica sport c’è solo il mix di alta cucina e cafoni in canottiera. «Ho visto famiglie intere che sarebbe facile spiegare come allucinazioni, orde di idioti sbavanti che brancolano per le strade». Perdonateci ragazzi se noi reietti dall’infanzia di mondi di carta, fionde e boschi, non abbiamo impedito che riducessero la civiltà a un mero guazzabuglio tecnologico postmoderno in grado di annichilire perfino il senso comune.
Questo libro rientra nel novero di quelli che appartengono alla profonda verità di ogni scrittore: si scrive per non dover incenerire il mondo. Perciò, parafrasando Shakespeare, «ci sono più aerei in fondo al mare che sommergibili in cielo».
Dovremo attendere la seconda parte di questa dilogia, Stella Maris, per avere chiaro il quadro d’insieme.
Nel frattempo, possiamo soffermarci una sera a riflettere sul fatto che «quel che l’uomo cerca è la bellezza, pura e semplice. Non c’è altro modo di dirlo. Il fruscìo degli abiti, il profumo. I capelli di lei che gli sfiorano la pancia nuda. Categorie quasi insignificanti per una donna». La domanda è se resistono punti fermi come la bellezza nell’ermeneutica del ventunesimo secolo.
In pochi anni la lingua stessa è stata stravolta: si è passati da «fattoni» a «consumatori», da «sesso» a «genere», da «peccato» a «discernimento», alcuni concetti dell’ermeneutica della quotidianità come quello di «onore» o «sgualdrina», poi, sono ormai del tutto privi di significato. Si è voluto trasformare un mondo di uomini malvagi in una favola invertita di personaggi da aiutare, col risultato che «senza malfattori il mondo dei giusti è completamente spogliato di senso».
Nel mondo dell’esattezza scientifica, dell’inoppugnabilità del controllo tecnico «ogni cosa sembra dipendere dalla velocità della luce, ma nessuno vuol parlare della velocità delle tenebre».
Per questo motivo, Il passeggero è scritto per chi scrive, perché le persone brillanti devono portare un bel fardello, se sia una fatica di Sisifo o meno, non è ancora abbastanza chiaro.
È chiaro, però, a tutte le ragazze più intelligenti di cui abbiamo parlato all’inizio, se non lo è lo diciamo meglio ora, che, se per lo scettico tutti gli argomenti sono viziosi, per noi classicisti drammadipendenti è normale pensare di sedersi sulle macerie del mondo aspettandoci che, alla fine, suoni il telefono.
Fosse anche soltanto per questo, vale la pena di vivere! Per tutti gli altri idioti rimane la schadenfreude.
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.









